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Antonio Decaro (Imagoeconomica)
Senza fondi regionali, vengono tagliate ore ai dipendenti. Esito? Buste paga da 700 euro. La Cisl: «Non siamo stati consultati».
La sinistra fa il salario minimo con i soldi degli altri. È questa la morale che ci arriva dal pasticcio sulle retribuzioni in Regione Puglia con la premiata ditta Emiliano-Decaro come protagonisti. Il primo come ideatore della norma che introduce un «pavimento salariale» per gli appalti pubblici, il secondo come esecutore del provvedimento con il recente bando di gara che fissa in 9 euro la paga oraria minima lasciando però invariate le risorse e riducendo i servizi e di conseguenza le prestazioni e il monte orario degli addetti.
Così succede che mentre il Pd sbandiera la sua icona anti povertà, i lavoratori rischiano di guadagnare le stesse cifre di prima e i rincari sul costo del lavoro diventano una potenziale zavorra sui bilanci delle ditte che vincono le gare.
Ma riavvolgiamo il nastro, perché tutto parte nel 2024. Quando l’ex governatore Michele Emiliano si intesta la prima legge in Italia che impone un salario minimo. Si può fare? Da tempo a livello nazionale si dibatte sull’utilità di una paga minima oraria. E alla ricetta salvifica sponsorizzata dalla sinistra, il governo risponde con la necessità di concentrare le risorse sugli incentivi alla contrattazione collettiva che garantisce incrementi reali dei salari legati al carovita.
Una legge nazionale non c’è, ma la Puglia legifera senza preoccuparsene troppo. Il governo Meloni impugna il provvedimento e la Corte Costituzionale (fine 2025) dà ragione all’ex magistrato (in aspettativa) mandando in brodo di giuggiole Elly Schlein, pronta a rivendicare la portata nazionale della sentenza della Consulta.
Intanto ci sono le elezioni ed entra in scena Antonio Decaro, che ha preso il posto di Emiliano. «La Regione Puglia», annuncia gongolante sui social il 30 gennaio, «ha pubblicato in queste ore il primo avviso per l’affidamento del servizio di custodia, vigilanza e portierato con la clausola del salario minimo, nel senso che le persone che lavoreranno nelle aziende a cui sarà affidato questo servizio non potranno avere meno di 9 euro l’ora. È un impegno che avevamo preso […] e l’abbiamo mantenuto. Perché per noi il lavoro non può essere povero». Evviva, evviva.
Emiliano alza la palla, la Consulta la «sistema» e il buon Decaro mette a terra un punto facile facile. Peccato che non sia andata proprio così. Nel bando per l’affidamento del servizio di portierato e vigilanza armata, per esempio, la base d’asta è di 6,5 milioni di euro, appena 300.000 euro in più del bando precedente. Con una particolarità: la base d’asta per il primo servizio (la vigilanza non armata, quindi il portierato) resta immutata: 2,5 milioni. Ed è quello il comparto dove troviamo il lavoro più povero, abbondantemente sotto i 9 euro.
Morale della favola: se stanzi le stesse risorse e imponi un incremento del costo del lavoro è naturale che quel rincaro finirà tutto sulle spalle delle aziende che vincono l’appalto. Se inoltre riduci i servizi (come era previsto nel bando) e quindi il monte orario, o tagli i lavoratori (c’è una clausola di salvaguardia che lo impedisce) o li costringi a lavorare meno (una sorta di part-time), con conseguenti salari da fame. In alcuni casi, secondo i sindacati, si passerebbe da circa 40 a 25 ore settimanali con il rischio di stipendi mensili intorno ai 700 euro netti.
Il bluff del salario minimo non lo denunciano le opposizioni, ma le parti sociali (Cgil in testa) e soprattutto la giunta pugliese che si compatta intorno a Pd e M5s. «Non possiamo restare indifferenti», scrivono in una nota i gruppi di maggioranza, «quella per il salario minimo è per noi una battaglia di civiltà e non possiamo permettere che venga vanificato lo spirito della legge approvata in Consiglio». «Questa situazione», evidenzia la consigliera del Pd Isabella Lettori, «rischia di trasformare una vittoria politica in una beffa paradossale per i lavoratori».
Siamo a fine marzo. E quello che sembrava un successo facile facile, che può fare da apripista ad altri provvedimenti simili (vedi Campania), si sta trasformando in un boomerang per Decaro e i dem.
Bisogna metterci una toppa, anche perché il precedente contratto scade l’8 aprile. Così il 2 arriva la modifica al bando della discordia, quello che prevede il salario minimo. Vengono stanziate più risorse? Macché. I fondi restano gli stessi, certo alcuni servizi vengono ripristinati ed è prevista la possibilità di accorciare i tempi dell’appalto che originariamente durava 18 mesi.
Una pezza a colori, piena di condizionali e ipotesi tutte da verificare. Mentre sarebbe bastato prevedere più risorse all’origine per evitare una figuraccia. Perché non è stato fatto?
«Non siamo stati consultati», evidenzia alla Verità il segretario generale della Fisascat Cisl Puglia Leonardo Piacquaddio, «e quindi ci riserviamo di verificare l’impatto effettivo di queste modifiche. Le posso però dire in linea comune con Cgil e Uil che in più di un’occasione abbiamo espresso delle riserve sull’applicazione del salario minimo. Proprio perché la Puglia rappresenta un’eccezione rispetto al resto del Paese, le parti sociali dovrebbero essere maggiormente coinvolte. Gradiremmo una sorta di contrattazione d’anticipo con l’ente committente anche per evitare di trovarci di fronte al paradosso di aumenti di paga oraria in corrispondenza a una riduzione delle ore di lavoro. Perché l’applicazione del salario minimo va portata anche sul tavolo della contrattazione di primo e secondo livello (quella cosiddetta decentrata e/o territoriale) per evitare che si trasformi in un boomerang rispetto alla condizione e ai diritti dei lavoratori».
Insomma, da più parti ci si rende conto che gli effetti del salario minimo sono fortemente discutibili e che per garantire aumenti in busta paga e maggiori diritti ai lavoratori c’è un’unica soluzione: rinnovare i contratti. E come evidenzia ancora Piacquaddio, in questo settore ci sono contratti aperti, ancora non rinnovati su cui poter lavorare.
La battaglia per la paga minima oraria resta una bandiera ideologica buona da sventolare in piazza e nei talk show, ma che aiuta poco i lavoratori. E il pasticcio pugliese ne è l’ennesima dimostrazione.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il ministro della Difesa alla Camera: «Siamo parte della Nato e sappiamo far rispettare gli accordi». Poi replica alle accuse dell’opposizione: «Nessun governo li ha messi in discussione, l’isteria non serve».
The dark side of Guido Crosetto, il peso enorme che grava sulla coscienza di chi ha a disposizione informazioni privilegiate, informazioni che comprendono ipotesi, scenari terrificanti. È quello che il ministro della Difesa, ieri, affida al Corriere della Sera: «Temo», afferma Crosetto, «che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia.
Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla». Parole, quelle di Crosetto, che nel corso della giornata di ieri, passata attraverso le minacce di Donald Trump all’Iran e le risposte del regime di Teheran, assumono un significato agghiacciante.
La giornata del ministro prosegue poi con l’informativa sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi: qui i toni di Crosetto diventano istituzionali: «Il governo», sottolinea Crosetto, «ha sempre onorato gli accordi vigenti. Perché dovremmo chiudere le basi e gli accordi internazionali, perché pensiamo di poter fare a meno dell’alleanza Usa in un momento come questo? Abbiamo preso le distanze da ciò che non condividiamo», aggiunge, «ma non penso che gli Usa siano Biden, Trump o Clinton come l’Italia non è Meloni, Draghi o Conte, sono nazioni alleate. Noi siamo parte della Nato, non siamo in guerra con l’Iran. Sappiamo far rispettare i trattati. L’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente, continuità da oltre 75 anni. Nessun governo, di nessun colore politico ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti. Non lo dico in modo polemico. Nessun governo, giustamente, ha mai messo in discussione questi accordi. Ne ha preso atto e li ha applicati».
Crosetto dedica un passaggio del suo intervento anche alla nota vicenda del «no» del governo italiano all’atterraggio della base militare di Naval Air Station a Sigonella, nella notte tra il 27 e il 28 marzo, di alcuni caccia americani che non avevano chiesto l’autorizzazione, necessaria in caso di missioni che non rientrano nel ventaglio di quelle ordinarie o di logistica. «C’è la legge, che ci indica la strada su cui agire. Nessuno di noi», evidenzia Crosetto, «si prende meriti se facendo applicare la legge deve dire no, non esistono eroi. Non bisogna essere coraggiosi per dire no agli Stati Uniti se ci fanno una richiesta che non possiamo accettare. Non siamo difesi dal nostro coraggio, siamo difesi dal nostro rispetto delle istituzioni, della legge e della Costituzione». Ogni dettaglio delle possibilità di utilizzo delle basi militari italiane da parte delle forze armate statunitensi, come dovrebbe essere noto a tutti, è regolato da trattati bilaterali che risalgono al secolo scorso. Le strade sono due: rispettarli o cambiarli. Ma finché sono in vigore, vanno rispettati. «Ognuno di noi, man mano che ci avvicendiamo alla guida del Paese», sottolinea appunto Crosetto, «ha degli obblighi da rispettare come quelli dei trattati internazionali. Noi non possiamo assecondare rotture isteriche né subordinazione infantile, perché la strada in cui ci muoviamo, è quella della legge, dei trattati internazionali e della Costituzione. Noi abbiamo preso le distanze e continuiamo a prendere le distanze da ciò che non condividiamo. All’interno di questo, ciò che accade nelle basi è fissato da una legge, da ciò che ha deciso il Parlamento».
La strategia propagandistica delle opposizioni è quella di chiedere al governo italiano di negare ogni utilizzo delle basi agli Usa. Una richiesta strumentale, che cerca di intercettare il crescente malcontento nell’opinione pubblica rispetto alla politica estera di Trump. «Se la logica è quella dei processi alle intenzioni», argomenta ancora Crosetto, «allora non mi pare un approccio razionale, perché l’unico modo sarebbe di dire di chiudere le basi. E perché dovremmo chiuderle? Perché dovremmo chiudere un accordo internazionale? Perché pensiamo di non aver più bisogno dell’Alleanza atlantica e dell’alleanza con gli Usa? Perché c’è qualcuno qua dentro che pensa che per speculazione politica, qualche punto percentuale, noi possiamo chiudere un accordo internazionale in un momento drammatico come questo?». No, naturalmente no. Il dibattito in Aula, però, vede la sinistra continuare a chiedere ciò che non si può ottenere.
Al termine, conversando con i cronisti, Crosetto non nasconde la sua delusione: «Non hanno neanche capito», sottolinea il ministro della Difesa, «sono dispiaciuto del livello che ho trovato. Vorrei un livello più alto del Parlamento. Io ho detto: signori, io ho fatto quello che al mio posto avrebbe fatto Guerini e se fossi stato al posto di Guerini avrei fatto quello che ha fatto lui o un altro ministro. Stiamo applicando dei trattati che sono chiari e definiti e non ci è data la possibilità di interpretarli, di cambiarli ma li dobbiamo applicare».
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Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Attesa per l’informativa dell’esecutivo in Parlamento. Gli esperti del Comitato tecnico sul gas studiano possibili contromisure. Sul tavolo la diminuzione dell’aria condizionata negli uffici statali e l’incremento di smart working e trasporto pubblico.
L’informativa in Parlamento fissata per domani sarà un appuntamento di snodo per il governo. Nata per fare il punto dopo l’esito referendario e i cambi nel governo, ha ora un altro contenuto. Il conflitto iraniano, di cui non si vede una svolta, sta provocando una crisi energetica dagli esiti difficili da delineare soprattutto per un Paese come l’Italia fortemente dipendente per gli approvvigionamenti energetici dai Paesi del Golfo.
Il premier Giorgia Meloni non ha nascosto la preoccupazione per la durata delle scorte di gas e petrolio. I tecnici del Comitato tecnico sul gas stanno in queste ore sondando il terreno al fine di tracciare uno scenario su quello che potrebbe accadere qualora il conflitto in Iran e la chiusura del canale di Hormuz dovessero protrarsi ancora.
Dal confronto tra il ministro Gilberto Pichetto Fratin e la premier dovrebbe essere definita la linea che il governo prenderà, per far fronte all’emergenza. Da giorni circola l’ipotesi di un razionamento delle risorse energetiche da realizzarsi tramite una serie di misure che riecheggiano in parte il periodo del lockdown pandemico e in parte la grande crisi energetica del 1973. L’anticipo della bella stagione con l’aumento delle temperature suggerisce un allarme in più poiché a breve scatterà l’accensione dei condizionatori, grandi consumatori di elettricità. Sul tavolo del governo c’è un pacchetto di misure che vanno dalla riduzione del consumo di gas da aria condizionata allo smart working, alle targhe alterne e al contingentamento dell’illuminazione pubblica.
La strategia prevede di alzare i condizionatori di un grado (o di usarli un’ora in meno). L’obiettivo è risparmiare fino a 80 miliardi di metri cubi di gas. Potrebbe tornare lo smart working «modello Covid». Verrebbe incentivato specialmente nella Pubblica amministrazione, per svuotare gli uffici e abbattere i consumi di luce e aria condizionata. Sul tavolo anche l’ipotesi di introdurre la circolazione a targhe alterne per limitare l’uso dei mezzi privati e incentivare il trasporto pubblico. Allo studio anche la possibilità di ridurre l’illuminazione di monumenti, edifici pubblici e lampioni stradali. Ad essere particolarmente colpite saranno le industrie energivore (acciaio e meccanica), che potrebbero subire rimodulazioni forzate dei turni e della produzione. Un sistema di sanzioni colpirebbe le violazioni. Scuola e sanità dovrebbero (per ora) rimanere zone franche per evitare il ritorno alla didattica a distanza a fine anno scolastico o il taglio delle visite mediche. L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha inserito tra le misure per contenere la domanda di petrolio, il taglio dei limiti di velocità, la riduzione dei voli e un maggior ricorso al trasporto pubblico. La parola d’ordine per la primavera potrebbe essere austerità.
Sempre l’Aie sottolinea che diversi governi hanno già attivato o incoraggiato forme di smart working insieme ad altri interventi per ridurre i consumi. In Egitto è stato introdotto un giorno settimanale obbligatorio di lavoro da remoto per il settore amministrativo, mentre dopo le 9 di sera si riduce l’illuminazione pubblica. In Indonesia il venerdì è diventato giornata «agile» per i dipendenti pubblici. In Myanmar il mercoledì è obbligatorio il lavoro a distanza e sono in vigore le targhe alterne per i privati. In Pakistan e nelle Filippine settimana corta di quattro giorni nel pubblico.
Dalle regioni a più alto tasso di imprese si intensificano i segnali di allarme. Confindustria Reggio Emilia teme la competitività del settore manifatturiero. Secondo l’ufficio studi dell’associazione se i prezzi di marzo 2026 dovessero consolidarsi come riferimento strutturale la bolletta energetica annuale dell’industria provinciale peserebbe oltre 115 milioni di euro in più rispetto a quanto già oneroso costo di febbraio. In Piemonte le imprese temono la recessione. Secondo le stime, le bollette elettriche per il terziario potrebbero aumentare tra l’8,5% e il 13,9%, pari a circa 2.853 euro rispetto ai livelli registrati nel primo bimestre del 2026.
Il premier Meloni attende anche un segnale da Bruxelles dove oggi è prevista una riunione del gruppo europeo di coordinamento sul petrolio, mentre domani è in programma un incontro del gruppo di coordinamento sul gas, per discutere delle ripercussioni della guerra. «Stiamo monitorando costantemente la situazione, anche in stretta collaborazione con i nostri Stati membri», ha detto la portavoce della Commissione europea per l’Energia, Anna-Kaisa Itkonen, nel briefing quotidiano con la stampa, «sono forum in cui vengono affrontate eventuali carenze, nonché le misure che adotteremo».
Su Le Figaro, Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), sostiene che siamo di fronte a una crisi energetica «più grave di quelle del 1973, del 1979 e del 2022 messe insieme. Non solo petrolio e gas, ma anche fertilizzanti, prodotti petrolchimici, elio e molte altre cose. Il mondo non ha mai sperimentato un’interruzione delle forniture energetiche di questa portata».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione ammetterà lo sforamento del 3% soltanto con grave recessione Roma e Berlino: tasse su extra profitti a società energetiche per aiutare le imprese.
«Non c’è una situazione economica tale da giustificare la sospensione del Patto di stabilità». Una sentenza praticamente che arriva da un portavoce della Commissione europea. L’attivazione della clausola generale del Patto è prevista solo in caso «di grave recessione e a condizione che non metta in pericolo la sostenibilità fiscale nel medio termine. E al momento non siamo in questo scenario», spiega, aggiungendo che «non abbiamo ricevuto richieste dagli Stati per valutare la possibilità di attivare la clausola nazionale di salvaguardia che sospende il Patto di stabilità per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia.
Le due procedure sono molto diverse perché, per attivare la clausola generale, serve l’iniziativa della Commissione, mentre per quella nazionale sono gli Stati che possono avviare il processo».
«La nostra Ue ha già superato una crisi energetica grazie all’unità e alla determinazione. La sicurezza energetica dell’Europa è la nostra priorità e responsabilità comune. Nessuno Stato membro può proteggersi da solo. Ma come Unione possiamo farcela insieme, attingendo ai punti di forza che ci consentono di superare ogni crisi: stabilità, resilienza e forza di volontà», il messaggio del presidente Ursula von der Leyen, che ribadisce velatamente quanto già spiegato dal portavoce: «Le eventuali misure nazionali non devono portare inflazione e aumento del deficit, ed è nostro compito vigilare affinché ogni iniziativa nazionale sia coordinata a livello europeo».
Eppure, lo scorso venerdì, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avvisato che se la crisi in Medio Oriente proseguisse sarebbe inevitabile per l’Ue valutare un nuovo stop del Patto, come già avvenuto dopo il Covid. Inoltre, il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha fornito uno scenario (non una vera previsione economica) secondo cui a causa della situazione attuale l’economia dell’Ue e dell’Eurozona crescerà quest’anno dello 0,4% in meno rispetto alle precedenti previsioni (rispettivamente 1,4% e 1,2%), mentre con un conflitto più lungo l’impatto sarà dello 0,6% sia nel 2026 e sia nel 2027. A questo punto si attendono le prossime previsioni in arrivo il 21 maggio per capire se lo scenario fornito sarà effettivamente confermato.
L’emergenza, in ogni caso, esiste ed è concreta. Per questo si pensa a diverse ipotesi. Cinque Paesi, tra cui Italia e Germania, hanno chiesto di tassare gli extra profitti delle società energetiche per ridurre i prezzi di benzina e gas. Lo ha fatto sapere Bruxelles. «La Commissione la sta valutando e agirà a tempo debito. Riconosciamo di non trovarci nella stessa situazione, ma è comunque importante tenere conto di quanto accaduto nel 2022 e trarre insegnamenti da quanto appreso», la spiegazione del portavoce della Commissione. A chiedere una tassa sugli extra profitti in Italia è soprattutto Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle sui social ha scritto: «Urge un intervento serio sul piano interno. Questo caro carburante è costato agli italiani in 2 giorni 1,3 miliardi: un vero salasso.
Il premier Meloni convochi un Consiglio dei ministri straordinario ma non per adottare le solite misure elettoralistiche e palliative, ma per introdurre una vera tassa sugli extra profitti», perché, secondo Conte, «in questi anni, non in questi giorni, le aziende energetiche, le imprese bancarie assicurative, le industrie delle armi hanno accumulato profitti ingenti: utilizziamo quelli con la tassa sugli extra profitti per redistribuirli alle famiglie in difficoltà e alle stesse imprese a cui un anno fa, ricordiamocelo, Giorgia Meloni aveva promesso 25 miliardi di aiuti. Gli italiani sono stanchi, basta con le promesse, vogliono fatti concreti».
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