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A Perugia, davanti allo scandalo dei legali spiati in carcere, il problema sembrano gli scoop della «Verità» e l’«esposizione mediatica». L’ex pm Cannevale: «A rischio le garanzie costituzionali e i diritti umani».
A Perugia magistrati e rappresentanti locali dell’avvocatura provano a siglare la pace dopo che, sulla Verità, l’ex pm Alessandro Cannevale, oggi legale, ha denunciato la realizzazione di decine di intercettazioni illegittime (durate, come vedremo, oltre 30 ore complessive) dentro al carcere di Capanne.
L’ex procuratore di Spoleto assiste la collega Daniela Paccoi, indagata in un’inchiesta per droga insieme con un suo cliente ristretto in carcere. Ma le captazioni non hanno riguardato solo i colloqui tra i due nella casa circondariale (in questo caso le intercettazioni erano autorizzate dal gip), ma hanno registrato circa 70 conversazioni tra avvocati e detenuti non coinvolti nel procedimento. Uno scandalo che ha convinto l’Unione delle Camere penali italiane a indire uno sciopero di cinque giorni e una manifestazione nazionale proprio nel capoluogo umbro, prevista per l’11 giugno.
In un comunicato congiunto, il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, e i presidenti delle sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e dell’associazione dei penalisti, rispettivamente Carlo Orlando e Luca Gentili, hanno «assicurato la massima attenzione sui fatti emersi di recente, i quali risultano tuttora in fase di verifica, anche da parte degli organi istituzionali competenti, tempestivamente interessati dallo stesso procuratore generale». Sottani e gli avvocati hanno concordato sul fatto che «eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi proprie» e, seppur senza nominarlo espressamente, hanno criticato la scelta di Cannevale di denunciare sul nostro giornale la vicenda: «Il clamore mediatico, come in ogni caso, non giova a un sereno e rigoroso accertamento dei fatti», si legge nel comunicato.
L’avvocato, tirato per la toga, non vede, però, controindicazioni nella battaglia che ha lanciato dalle pagine della Verità e non pare condividere la pace «preventiva» stipulata dagli organi di rappresentanza degli avvocati perugini: «Questi ultimi non hanno il potere, diciamo, di “rimettere la mia querela”, né io ho sentito il bisogno di chiedere udienza al pg o di sottrarre la vicenda al dibattito pubblico. Infatti ritengo che i fatti siano già accertati quanto basta. Purtroppo il procuratore generale, nei suoi comunicati, non ha neppure ipotizzato l’adozione di misure idonee a evitare che i decreti d’intercettazione possano portare ad attività non autorizzate nel carcere di Perugia. Il che mi convince sempre più di avere fatto benissimo a rivolgermi alla Verità».
Dalle indagini difensive di Cannevale e delle sue colleghe Silvia Lorusso, Silvia Egidi e Maria Luce Fagiolo stanno emergendo particolari sempre più inquietanti: «Abbiamo calcolato la durata complessiva delle intercettazioni illegittime, perché non autorizzate dal giudice. Sono stati registrati complessivamente 31 ore e 26 minuti di colloqui difensivi effettivi, escludendo i tempi nei quali veniva registrata la sala vuota, prima o dopo il colloquio». Ma il presidente della Camera penale di Perugia, Gentili, in un’intervista a Radio Radicale ha parlato di registrazioni di pochi minuti… «I colloqui intercettati illegittimamente sono, come sa, 70. Le faccio la top five: il più lungo, del 28 novembre 2025, dura 2 ore e 3 minuti, poi ce n’è uno di un’ora e 36 minuti, altri 3 sono andati avanti per più di 50 minuti. Poi ce ne sono sopra i 40, sopra i 30 e sopra i 20. Può controllare se ho fatto bene i conti dal verbale di attività compiute dalle colleghe Silvia Lorusso e Maria Luce Fagiolo. Un’altra cosa curiosa è che a volte tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne venivano intercettate contemporaneamente, come se l’avvocato Paccoi e il suo cliente G.C. (detenuto e coindagato nell’inchiesta per droga, ndr) avessero il dono dell’ubiquità».
Per Cannevale l’intricata vicenda non può essere risolta in un incontro istituzionale: «Il problema non riguarda solo il procuratore generale, né, con tutto il rispetto per i colleghi, la Camera penale e il Consiglio dell’Ordine. Intanto perché nel carcere di Capanne arrivano detenuti di tutta Italia, difesi da avvocati di tutta Italia. E, poi, perché il procuratore generale è titolare del potere-dovere di vigilanza sui magistrati del distretto, ma qui che i pm siano stati più o meno disattenti, o se e in che modo abbiano o meno preso cognizione di dati illegittimamente acquisiti, è solo uno dei problemi».
Cannevale elenca alcuni dei punti oscuri che non trovano risposta nei verbali di inizio e fine delle operazioni: «Quando la polizia giudiziaria ottiene un decreto di intercettazione dei dialoghi che avvengono nelle salette destinate agli avvocati del carcere di Perugia, deve confrontarsi con la direzione o è tutto un fai-da-te? Le quattro sale colloqui hanno microspie allestite in permanenza o sono installate solo quando il giudice autorizza le intercettazioni e subito dopo disinstallate? Come mai l’installazione e la disinstallazione non sono state verbalizzate?». Facciamo notare che Sottani ha assicurato che di queste registrazioni non verrà fatto alcun uso processuale. Cannevale pensa che questa sia un’ovvietà: «Lo sapevo bene fin dall’inizio e, d’altra parte, non mi sembra una grande concessione: cosa volete che se ne facciano, nel processo a carico dell’avvocato Paccoi e del suo assistito, dei colloqui difensivi con persone che col processo non c’entrano nulla?».
Però, per l’avvocato, quelle registrazioni illecite potrebbero essere utilizzate in modo del tutto improprio: «Il problema è: a cosa potrebbero servire in astratto? Se la polizia giudiziaria intercetta senza autorizzazione i colloqui dei detenuti e di chi parla con loro, può farsi banche dati abusive, esercitare pressioni sui detenuti, facendo leva sui dati acquisiti sulla loro famiglia, promuovere ritorsioni contro chi denunci di essere stato picchiato, eccetera eccetera. La distruzione delle registrazioni a babbo morto non serve assolutamente a nulla». Ma Cannevale non vuole gettare la croce addosso alla polizia giudiziaria, di cui dice di «fidarsi ciecamente»: «Qui il problema è che le garanzie costituzionali non possono essere concesse dalla graziosa magnanimità di chi indaga. I diritti umani si chiamano così perché appartengono a tutti gli uomini. L’altro ieri ho sentito un maestro di scuola spiegare a bambini di quinta elementare, al termine di una bella recita sul lavoro minorile, che la democrazia si conquista ogni giorno e che se ne può perdere un pezzettino per volta, nei piccoli fatti di ogni giorno».
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A Milano la prima edizione di Crossings, il format dedicato alle trasformazioni aziendali: al centro del dibattito l’equilibrio aziendale tra esperienza e innovazione.
Cinque generazioni in azienda, cinque modi diversi di intendere il lavoro. Con un unico imperativo: imparare a costruire ponti fra generazioni, invece di muri. È questo il filo conduttore della prima edizione di Crossings, il nuovo format dedicato alle trasformazioni che accelerano il cambiamento e ridefiniscono mercati e organizzazioni, andato in scena il 28 maggio, presso la sede milanese di Italpress.
Condotto dal giornalista e opinionista televisivo Claudio Brachino, l’incontro ha riunito imprenditori, manager, docenti universitari e professionisti chiamati a confrontarsi sulle nuove sfide delle imprese: il professor Carmine Tripodi, docente di Economia Aziendale presso l’Università della Valle d’Aosta; Isabella Pierantoni, sociologa, futurist e fondatrice di Generation Mover™; lo strategic advisor e già CEO di Roberto Cavalli e Dsquared2, Sergio Azzolari; il General Manager di Borsalino, Mauro Baglietto; e Riccardo Adamo, founder di Aerre Partners e 50yet. Infine, un contributo video di Lello Caldarelli, Founder & CEO di Antony Morato.
Il tema centrale dell’evento è stato il valore strategico del capitale umano multigenerazionale. Un concetto che può sembrare astratto, ma che nella pratica quotidiana delle imprese, in realtà, si traduce in scelte del tutto concrete: chi assumere, come formare, come trattenere i talenti.
Adamo ha messo subito in chiaro la strada più corretta da imboccare: «Il tema non è scegliere fra giovani e senior, quanto piuttosto trovare un dialogo, un ponte perché l'esperienza possa “scivolare” verso le nuove generazioni». Un invito a smontare quella narrazione — diffusa quanto superficiale — che vuole le generazioni in conflitto strutturale. «Non è vero che una generazione sostituisca un'altra. In realtà convivono nella complessità dello stesso contesto».
La Dott.ssa Pierantoni, autrice del libro Il secolo delle generazioni. Scoprire il capitale multigenerazionale e anticipare il futuro, pubblicato da Il Mulino, ha offerto una prospettiva sociologica: oggi, nelle aziende, coesistono cinque generazioni con cinque mentalità diverse sul lavoro. Il vero cambio di paradigma, però, non è soltanto demografico. «È cambiato il valore del tempo», ha osservato. Per le generazioni più giovani, difatti, la vita fuori dal lavoro ha un peso molto maggiore rispetto a quanto valesse per i loro predecessori.
Per anni, oltretutto, si è trascurato un valore fondamentale per le aziende: l'esperienza. Adamo lo ha dichiarato senza mezzi termini: «Per molto tempo abbiamo associato gioventù e startup all'innovazione. Ma oggi le aziende capiscono che l'innovazione deve gestire delle complessità». Da qui il «ritorno dell'esperienza» come cardine di un modello vincente.
Azzolari, che ha guidato brand come Roberto Cavalli e Dsquared2, ha scelto un'immagine efficace: «Il manager esperto ha tante cicatrici, perché ha vissuto tante battaglie e ne è sopravvissuto». Precisando, però, che ciò che conta davvero sono «la sete di conoscenza, la curiosità e la velocità di pensiero». L'età, in sostanza, non è mai il fattore determinante.
Tripodi ha spostato l'attenzione sulle imprese come produttrici di cultura, prima ancora che di profitto. È necessario creare percorsi di formazione chiari, accompagnare i giovani nei diversi aspetti del lavoro e far comprendere loro che entrare in azienda è una responsabilità. «Bisogna spiegare per filo e per segno cosa si aspetta l'azienda dai ragazzi, così da renderli in grado di scegliere consapevolmente se intendono farne parte».
Baglietto ha sintetizzato la questione dal punto di vista manageriale: alla luce della complessità dei mercati, serve «una contaminazione di esperienza e freschezza» per tenere il passo nei processi decisionali.
In un mercato che cambia a velocità supersonica, la capacità di mettersi in discussione e di continuare ad apprendere vale più di qualsiasi dato anagrafico. E in effetti, come sentenzia giustamente Adamo, «il talento non ha età».
Ansa
Dopo tre anni di confronto l’associazione Agesci arruola educatori omosessuali e transgender per superare «pregiudizi omolesbobitransfobici». Pro vita: «Così si tradisce la fiducia delle famiglie sugli insegnamenti impartiti a migliaia di bambini.
L’importante è non perdere la bussola.
Soprattutto per un boy scout che affronta la vita con lo strumento in tasca. Per orientarsi meglio sul pianeta genderfluid con lampi di woke, più intricato della Foresta Nera, l’associazione ha deciso di aggiungere ai suoi princìpi anche quello denominato «identità di genere e orientamento sessuale». Significa che per gli educatori «la tendenza affettiva non può costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare per svolgere un ruolo educativo». Traduzione: apertura totale al mondo gay e trans, in linea con i parametri sociali di oggi.
Il passo è legittimo, neppure nel corpo dei Marines sono più tollerate le discriminazioni e la legge «Dont ask, dont tell» (quella che impediva a omosessuali e bisessuali di dichiararlo) è stata abolita da Barack Obama 16 anni fa. Il passo è legittimo ma va contestualizzato. Non si sa come la pensi il fondatore Robert Baden-Powell, il generale inglese che nel 1907 varò il movimento dei ragazzi-esploratori. Ma questo conta poco, è già un successo che in nome della Cancel culture alcuni squatter londinesi (i filosofi) coadiuvati da docenti di Oxford molto progressisti (la manovalanza) non abbiano gettato nel Tamigi una sua statua.
Più interessante sapere da dove arriva il colpo d’ala, qualcuno direbbe «la fuga in avanti». Non dall’Associazione mondiale, non da Scouting America, non dall’italiano Corpo nazionale giovani esploratori (laico). Arriva dall’Agesci, l’associazione guide cattoliche che ha avvertito l’urgenza di codificare la svolta sull’identità di genere. Una spinta singolare, visto che la dottrina cattolica sul tema è molto prudente e la polemica sugli orientamenti sessuali degli educatori (anche lì) continua ad agitare le acque vaticane. Dove la lobby gay è potente e dove papa Francesco incrinò la cupola di San Pietro con la frase: «C’è già troppa frociaggine». Era una risposta alla richiesta di ammettere candidati omosessuali nei seminari e il pontefice ribadiva in romanesco il suo No senza incenso.
La faccenda è delicata anche perché - esattamente come per le problematiche oratoriane con certi sacerdoti - gli educatori dei boy scout hanno a che fare continuamente con allievi minorenni. A esplorare sentieri, a montare tende canadesi, ad affacciarsi su panorami immortali in divisa (camicia azzurra con fazzolettone rosso e bermuda blu) si comincia da Lupetti e Coccinelle a otto anni. L’Agesci ritiene di avere tutto sotto controllo e ha tirato dritto. Lo spiega il documento che istituzionalizza la novità. «L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione». Questo perché «la pedagogia dell’accoglienza, radicata nella quotidianità del nostro servizio educativo, rende imprescindibile promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omo-lesbo-bi-trans-fobici».
La riflessione era partita nel Consiglio generale del 2022, che aveva dato mandato ai vertici operativi «di avviare percorsi capaci di creare spazi e occasioni di ascolto rivolti alle persone Lgbtqia+ - capi, ragazzi e ragazze, presenti o già usciti dall’associazione - così come alle comunità dei capi, alle famiglie, alle zone e alle regioni, raccogliendo da tutte le parti riflessioni e testimonianze». In questi casi non è difficile virare nella sociologia. Del resto lo scautismo non si limita a valorizzare dettami fisici, ma anche spirituali e morali. Quindi ecco che «sono emerse storie di sofferenza, silenzi e allontanamenti dovuti a pregiudizi, mancanza di strumenti o linguaggi non rispettosi». Da qui il convincimento che l’orientamento sessuale non poteva più essere tra i criteri di scelta delle guide.
Non è il primo adeguamento nella storia del movimento, che oggi conta su 60 milioni di adepti in 200 Paesi del mondo. Nel 1966 la parola «boy» è stata fatta sparire per aprire anche all’universo femminile che premeva per condividere e trasmettere gli insegnamenti universali. Il Metodo Scout di fatto è un codice di valori sul principio dell’«imparare facendo», che delinea la crescita personale degli individui tramite la concretezza del fare a supporto e traino dell’insegnamento teorico.
È il nobile intento di una comunità planetaria, che nei decenni ha visto aumentare il prestigio e ha saputo metabolizzare con il sorriso della saggezza la feroce battuta di George Bernard Shaw: «Gli scout sono bambini vestiti da cretini, guidati da cretini vestiti da bambini». Sciocchezze. Allora zaino in spalla e si parte. Come diceva il fondatore Baden-Powell: «Guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancora più lontano». Oltre l’orizzonte potreste anche vedere il Gay pride e salire su un carro accanto a un trans in tanga che si crede la Madonna. No problem, basta non dimenticare la bussola.
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- Nella cerchia di Sánchez sono sotto accusa parenti, consiglieri, magistrati e politici. Scandalo oltre la corruzione: casi di associazione a delinquere e traffico di influenze.
- I dati smentiscono i fan dell’esempio green di Madrid per abbassare i costi in bolletta. Nel 2025 la spesa media è salita a 54 euro al mese (+14%), in Italia è addirittura scesa.
Lo speciale contiene due articoli.
Moglie, fratello, consiglieri, ministri, magistrati e leader politici, a cominciare da Zapatero, l’ex premier nonché icona del progressismo all’amatriciana, pizzicato con un tesoro di 3 milioni prima di volare a Caracas: ci sono proprio tutti nella cerchia (diretta e indiretta) del capo del governo Pedro Sánchez, quella coinvolta nel mega scandalo di corruzione esploso mentre il premier e leader del Partito socialista spagnolo (Psoe) era in visita da papa Leone XIV. Uno scandalo che copre tutti i livelli, con capi d’imputazione che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, il traffico d’influenze, la rivelazione di segreti d’ufficio, la falsa testimonianza, il falso documentale e altri reati contro le istituzioni dello Stato. Non è chiaro, a questo punto, come Sánchez possa ancora escludere elezioni anticipate e ribadire che la legislatura andrà avanti fino al 2027, mentre i cittadini marciano contro la Moncloa e il braccio operativo della magistratura, la Guardia Civil, è mobilitata massicciamente contro l’esecutivo.
Lo scandalo è nato all’inizio del 2024 con il cosiddetto caso Koldo, che ha coinvolto Koldo García, ex consigliere politico dell’allora ministro dei trasporti José Luis Ábalos, figura di spicco del Psoe, anch’egli imputato: i due si trovano attualmente in carcere in custodia cautelare per corruzione - l’accusa è di aver intascato tangenti in cambio di appalti pubblici - traffico di influenze e frodi nell’acquisto di mascherine e Dpi durante la pandemia (indagini che in Italia si sono concluse con assoluzioni e proscioglimenti, ndr). Ad aprile 2024 anche la moglie del premier Begoña Gómez era finita nel mirino delle toghe: un tribunale di Madrid aveva aperto un’indagine preliminare su di lei per presunto traffico di influenze e corruzione, a giugno era stata iscritta nel registro degli indagati e da allora l’indagine si è allargata fino a coinvolgere Santos Cerdán, già segretario del Psoe ritenuto il coordinatore politico dell’operazione e Isabel Pardo de Vera, ex capo delle Ferrovie spagnole Adif ed ex viceministro dei Trasporti, accusata di irregolarità nei contratti.
La Mani Pulite spagnola ruota intorno alle rivelazioni di Víctor de Aldama, imprenditore oggi pentito, considerato l’intermediario del caso Koldo: ha dichiarato di aver consegnato mazzette di contanti ai vertici del Psoe e lo accusano di essere stato il trait d’union con il regime venezuelano di Nicolás Maduro. Sempre nel 2024 sono scattate le indagini anche sul fratello minore del premier, David Sánchez, accusato di assunzioni irregolari, assenteismo e irregolarità fiscali nel suo ruolo di direttore delle Arti sceniche a Badajoz, in Estremadura.
La vicenda Koldo ha implicato anche Ángel Torres, attuale ministro delle politiche territoriali e María Jesús Montero, ex vicepresidente dell’esecutivo ed ex ministro delle finanze, accusata da Aldama di aver ricevuto tangenti, ma i due non sono ancora indagati. Nel girone dei corrotti è finito perfino Álvaro García Ortiz, giurista e magistrato spagnolo, ex procuratore generale dello Stato e primo capo della Procura spagnola a essere condannato per rivelazione di segreti d’ufficio.
Nel 2024 Sánchez aveva sospeso gli impegni pubblici per cinque giorni per riflettere sulle possibili dimissioni (poi rimase incollato alla poltrona, tra gli applausi dei socialisti europei, a cominciare dal Pd di Elly Schlein). Proprio in quei giorni, secondo i giudici, nella sede del Psoe si sarebbero riuniti i mammasantissima del Psoe per avviare un’azione di boicottaggio nei confronti di chiunque indagasse sul governo. A coordinare la rete era la giornalista freelance Leire Diez, che sarebbe stata pagata circa 4.000 euro al mese per queste attività (in un’intercettazione, avrebbe chiesto un dossier per colpire un comandante della Guardia Civil) attraverso fatture false emesse da società legate al partito, per cui risulta indagata anche l’amministratrice del Psoe, Ana Maria Fuentes.
Il governo di Sánchez, nato con la promessa solenne di ripulire le istituzioni, vive insomma in un clima di assedio permanente.
E il «miracolo» energetico è un bluff
Per anni è stata raccontata così: la Spagna come il paradiso terrestre dell’energia, l’Italia come il girone infernale della bolletta. Da una parte il «miracolo iberico» fatto di sole e di vento, dall’altra un sistema impiccato al gas. Poi arrivano i numeri. E i numeri non partecipano alle campagne pubblicitarie. I dati Eurostat aggiornati a maggio 2026, infatti, fanno saltare parecchie certezze costruite negli ultimi anni attorno al presunto «miracolo energetico» spagnolo intessuto di ideologia green. La realtà è assai meno cinematografica della propaganda
Per un cliente domestico con consumi pari a 2 MWh annui, la spesa media mensile in Italia è scesa nel 2025 a 59 euro al mese. Nel 2024 erano 60. Poco? Certo. Ma comunque un calo. In Spagna, invece, accade l’opposto: la bolletta sale da 48 a 54 euro mensili. Tradotto: più 14%.
Risultato finale? Quel fossato che veniva raccontato come la prova vivente dell’inferiorità italiana si restringe da 12 euro al mese a soli 5 euro. E allora viene da chiedersi: dov’è finito il miracolo? Perché il racconto dominante era molto semplice, quasi didattico. La Spagna aveva trovato la formula magica: rinnovabili, intervento pubblico, modello iberico, ecologismo intelligente, prezzi sotto controllo. L’Italia, invece, sarebbe rimasta il solito dinosauro alimentato a gas e petrolio. Una narrazione perfetta. Peccato che la realtà abbia il vizio di presentare il conto. Il dato più interessante, infatti, non è soltanto la riduzione del differenziale. È che oggi il costo dell’elettricità per le famiglie italiane è sostanzialmente allineato alla media dell’Area Euro, pari a 57 euro mensili.
A certificare il salto di parametro è l’Eurostat, l’istituto di statistica europeo. Se si allarga lo sguardo, il quadro diventa persino imbarazzante per certi sacerdoti del catastrofismo energetico italiano. La Germania resta sopra i 70 euro mensili. Stiamo parlando del Paese che dopo aver smantellato il nucleare si è ritrovata a comprare gas mentre predicava sostenibilità al resto del continente.
La Francia resta leggermente sotto l’Italia. Ma anche lì la dinamica di riduzione appare meno marcata. E soprattutto Parigi continua a beneficiare di un fattore che molti commentatori dimenticano quando fanno i confronti internazionali: il nucleare costruito negli anni Settanta, cioè esattamente quel tipo di investimento strutturale che oggi gli stessi ambientalisti osteggiano con zelo missionario. La verità è che il mercato energetico europeo è infinitamente più complesso delle favole buone per i titoli dei giornali.
Prendiamo la composizione della bolletta. Nel dibattito pubblico si parla sempre del «costo dell’energia» come se fosse l’unica variabile. Ma dentro una bolletta ci sono anche reti, imposte, oneri, fiscalità, sussidi incrociati e tutta quella foresta di componenti che i governi usano come bancomat silenzioso. Ed è qui che il mito di Madrid comincia a scricchiolare. Nel 2025, infatti, in Spagna cresce significativamente il peso fiscale e degli altri oneri. Mentre in Italia tali componenti restano relativamente stabili. Risultato: una parte importante del vantaggio evapora proprio dentro quella struttura dei costi che per anni era stata ignorata nel racconto pubblico.
In pratica, il Paese indicato come esempio di efficienza energetica si ritrova a fare i conti con l’aritmetica. E l’aritmetica, a differenza della propaganda, non concede sconti. Sulla base dei dati Eurostat quello spagnolo appare un bluff narrativo, più che un miracolo economico.
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