
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2667116858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2667116858" data-published-at="1706565432" data-use-pagination="False">
True
2026-04-09
Hormuz bancomat di Teheran. Con i pedaggi sarà l’Europa a pagare il conto del conflitto
Lo Stretto rischia di trasformarsi in un «casello» marittimo: possibile joint venture tra Iran e Usa per guadagnare dai transiti. Sulle navi anche il salasso delle polizze.
La guerra è finita. Forse. Stati Uniti e Iran hanno concordato un cessate il fuoco provvisorio di due settimane, ponendo fine a sei settimane di conflitto. Chi si aspetta che le acque dello Stretto tornassero presto a essere quelle di prima, silenziosamente attraversate ogni giorno da oltre 100 petroliere e navi cargo senza chiedere il permesso a nessuno, si prepari però a cambiare idea.
Anche nell’ipotesi più ottimistica, ovvero che l’accordo regga e le navi riprendano a transitare senza incidenti, il mercato dell’energia porterà i segni di questa crisi per mesi. QatarEnergy ha già dichiarato che potrebbero volerci cinque anni per ricostituire la propria capacità produttiva, rinviando anche l’espansione del giacimento North Field per il gas naturale liquefatto. Diversi impianti di raffinazione e di estrazione nella penisola arabica hanno subito danni che richiedono tempo per essere riparati. Il jet fuel, in particolare, sarà scarso ancora per settimane.
Ma il problema più duraturo riguarda chi deciderà di mandare le proprie navi attraverso lo Stretto di Hormuz, ora che sa cosa può succedere. Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto ieri che il transito sicuro attraverso Hormuz «sarà possibile attraverso il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche». Considerato che prima del 28 febbraio non c’era bisogno di tutto ciò, appare chiaro che si va verso un controllo iraniano sullo Stretto. L’Iran, sempre ieri, a scanso di equivoci, ha avvisato le navi ancorate nel Golfo (centinaia) che chi vuole transitare deve ricevere l’autorizzazione di Teheran, altrimenti sarà considerato un bersaglio.
Donald Trump non ha reagito negativamente alla presa di posizione di Teheran, anzi ha raddoppiato. In alcune dichiarazioni, riprendendo quella che lunedì scorso sembrava solo una battuta, il presidente americano ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero inaugurare un sistema di pedaggi gestito insieme da Washington e Teheran. Nei giorni scorsi circolavano ipotesi di una gabella di un dollaro per ogni barile di petrolio. Lo Stretto sarebbe assimilato a un casello autostradale, insomma. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che nessun onere può essere imposto alle navi straniere per il solo fatto di attraversare il mare territoriale di un Paese. Però, come fa notare qualche osservatore, né l’Iran né gli Stati Uniti hanno ratificato quella convenzione, sulla cui reale portata è comunque lecito nutrire qualche dubbio. Il Bosforo è regolato dalla Turchia e la Danimarca riscuote tariffe per il «pilotaggio» (obbligatorio per le petroliere) tra gli isolotti delle sue acque territoriali. Lo Stretto di Hormuz potrebbe diventare qualcosa di simile, un passaggio formalmente libero ma soggetto a un certo controllo.
Di certo cambia, e molto, l’atteggiamento dell’Iran rispetto alla propria valenza strategica. La capacità di bloccare il passaggio di un quinto delle forniture mondiali di petrolio e Gnl era solo teorica fino al 28 febbraio scorso. Teheran non sapeva se sarebbe stata in grado di tenere chiuso davvero lo Stretto, per quanto tempo, con quali conseguenze. Ora lo sa, avendo attivato un semplice deterrente. In effetti non serve affondare le navi, è sufficiente la minaccia credibile di poterlo fare.
Se Usa e Iran troveranno un accordo sui pedaggi, e ciò allo stato è molto probabile, avremo una nuova realtà. Non è detto, però, che una tale stabilizzazione dello Stretto stia bene a tutti. Anzi, colpiti pesantemente da quanto è accaduto, i Paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein) stanno già pensando di investire con urgenza in nuovi oleodotti per evitare lo Stretto, rotte alternative, infrastrutture ridondanti. È possibile quindi che lo Stretto di Hormuz perda gradualmente importanza, come ha anticipato un commento del Wall Street Journal martedì scorso. Il momento della massima rilevanza di Hormuz potrebbe coincidere con l’inizio del suo declino come via strategica (salvo attentati a qualche tubo di bypass, naturalmente).
E la Cina? Nonostante si pensi il contrario, per Pechino l’Iran non è un partner cruciale, visto che nel 2025 il greggio iraniano rappresentava circa il 13% delle importazioni cinesi di petrolio via mare, con una media 1,4 milioni di barili al giorno, quantità non insostituibile. Assai più importanti sono gli altri Paesi del Golfo, da cui Pechino compra molto petrolio e dove sono investiti complessivamente oltre 200 miliardi di dollari. Ma la crisi di Hormuz ha rafforzato il convincimento cinese che sia necessario raggiungere al più presto l’indipendenza energetica. Dunque, accelerazione degli investimenti su carbone, rinnovabili, nucleare e grande impulso all’estrazione nazionale di gas, anche shale utilizzando nuove tecniche. Il fronte iraniano ha distratto Washington dall’Indo Pacifico e l’ha costretta a spendere decine di miliardi di dollari per sei settimane di bombardamenti.
In tutto ciò, il vaso di coccio è ancora una volta l’Europa, incapace di qualsiasi azione unitaria e balbettante sul fronte energetico. Tra nuovi pedaggi, scarsità temporanea, aumento dei costi di assicurazione e di trasporto, a pagare il conto del nuovo assetto nel Golfo saranno proprio i Paesi europei, i cui cittadini sono vittime del meccanismo perverso della globalizzazione. La sicurezza energetica europea richiede ridondanza, rotte alternative, diversificazione, riserve strategiche, infrastrutture di backup. Tutto questo ha un costo, che per decenni si è scelto di non pagare, perché tenere bassi i prezzi era funzionale al contenimento dei salari, necessario per competere sui mercati globali. È il paradigma europeo che si salda a quello della globalizzazione. Ne discende che per avere un sistema energetico sicuro occorre che i redditi crescano, poiché sposare il paradigma «bassi costi per bassi prezzi per bassi salari» significa restare esposti a qualunque shock prossimo venturo, causando soltanto impoverimento e aumento delle rendite di posizione.
Continua a leggereRiduci
2026-04-09
Meloni blinda il governo e rilancia: «Non scapperemo». Sulle accuse di mafia: «Fango, rispondo con i fatti»
True
Giorgia Meloni (Ansa)
Alla Camera la premier archivia le ipotesi di crisi dopo il referendum, respinge il «ritornello» sulla sua subalternità a Donald Trump e replica con durezza alle accuse di contiguità con la criminalità organizzata: «Tirano in ballo perfino un padre, morto peraltro, che non vedo da quando avevo undici anni».
Giorgia Meloni sceglie l’Aula per provare a chiudere insieme tre partite: assorbire il colpo politico del referendum sulla giustizia, respingere le voci di crisi di governo e riportare il confronto su un altro terreno, quello dei risultati rivendicati dall’esecutivo. Ma nel lungo intervento alla Camera c’è anche un passaggio che cambia tono e diventa quasi personale: la premier replica duramente alle accuse di contiguità con la criminalità organizzata, definendole una «palata di fango infilata nel ventilatore» e rivendicando di rispondere «con il sorriso e con i fatti».
Il messaggio di fondo è netto: il governo non è in ritirata, non pensa a rimpasti, non valuta dimissioni e intende arrivare fino alla fine della legislatura. Meloni liquida come «alchimie di palazzo» le ricostruzioni sulle conseguenze del voto referendario e rivendica una linea di continuità: «Non c’è alcuna ripartenza da fare», perché il governo «non si è mai fermato», e non servono nuove linee programmatiche, dal momento che «le nostre linee programmatiche sono da sempre scritte nel programma di governo». Quanto alle ipotesi di crisi, la chiusura è perentoria: «Ci siamo presi l’impegno di governare questa Nazione per cinque anni, ed è esattamente quello che faremo». E ancora: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo». Poi conferma la squadra di governo, dopo le voci di queste ultime settimane su un possibile rimpasto (, tra le crisi di Forza Italia e gli attacchi delle opposizioni al ministero dell'Interno Matteo Piantedosi: «Voglio ringraziare tutti i membri del Governo che hanno lavorato, e lavorano, senza sosta per costruire risultati concreti, a partire dai miei due Vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che sono orgogliosa di avere al mio fianco». «Non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto», scandisce Meloni, liquidando come «alchimie di palazzo» le letture che, dopo il referendum e dopo le uscite dal governo di alcuni ministri e sottosegretari, descrivono un esecutivo in fase di riassetto.
E sulle dimissioni dei giorni scorsi, da Andre Delmastro a Daniela Santanchè, rivendica una scelta politica precisa: «Ho chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo che pure, nell’esercizio delle loro deleghe, avevano lavorato bene», perché «abbiamo voluto ancora una volta anteporre l’interesse della Nazione a quello di partito»
La sconfitta sulla riforma della giustizia viene così rovesciata in un argomento politico: occasione persa, certo, ma non fine del cantiere. La premier parla del «rammarico di aver perso un’occasione storica di modernizzare l’Italia», ma insiste che «la riforma della giustizia rimane una necessità» e che sarebbe un errore storico abbandonarla. «I problemi sul tappeto rimangono», osserva, e il compito della politica resta quello di trovare «soluzioni concrete, coraggiose, efficaci», non «contro la magistratura», ma «a favore di una magistratura libera dai condizionamenti politici e ideologici».
Da qui parte una seconda operazione: trasformare una difesa in una sfida. Meloni chiama le opposizioni a misurarsi «sulla politica, sulla vera politica», e soprattutto «nel merito». Merito, nella sua impostazione, significa crisi internazionale, energia, competitività, Europa, sicurezza, immigrazione, lavoro. «Parliamo delle soluzioni, vediamo chi ne ha», scandisce, nel tentativo di spostare il baricentro del dibattito dall’usura politica interna a uno scenario più ampio, dove Palazzo Chigi può rivendicare iniziativa e centralità.
Il capitolo internazionale occupa infatti una parte decisiva del discorso. La presidente del Consiglio ribadisce la collocazione atlantica dell’Italia, ma respinge la lettura di una sua subalternità a Donald Trump. Lo fa anche in modo polemico, evocando «l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al Presidente americano Trump» o quello, dice, «ancora più scontato» secondo cui «la Meloni scelga tra Trump e l’Europa». La sua risposta è una formula che punta a tenere insieme fedeltà e autonomia: «Siamo testardamente occidentali», perché «solo se l’Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo».
In questa chiave cita i dazi, l’Afghanistan, la Groenlandia, l’Ucraina e soprattutto l’Iran, sottolineando che l’Italia non ha condiviso né partecipato all’operazione militare. «Come abbiamo fatto con la guerra in Iran», dice, «un’operazione militare che l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato». E sulla vicenda di Sigonella rivendica che l’Italia si è attenuta «scrupolosamente alla lettera dei trattati e degli accordi» con gli Stati Uniti, circostanza che, a suo dire, «fa giustizia della solita propaganda a buon mercato».
Meloni prova così a costruire una postura precisa: da un lato l’Europa deve rafforzarsi, diventare più pragmatica, meno ideologica, più autonoma sul piano strategico e della difesa; dall’altro, l’Occidente non può permettersi una rottura tra le due sponde dell’Atlantico. «Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione, l’Occidente è destinato alla paralisi», avverte. E aggiunge: «Continuo a credere nella necessità di lavorare per garantire l’unità dell’Occidente».
Ma se la politica estera serve a rivendicare statura, la politica economica serve a difendere il bilancio interno del governo. Meloni insiste sugli interventi per contenere il costo dell’energia e dei carburanti e presenta la diplomazia energetica come una necessità nazionale, non come «turismo diplomatico». «È preciso dovere del Presidente del Consiglio fare tutto il possibile per assicurare alle imprese e ai cittadini energia sufficiente e a prezzi il più possibile contenuti», afferma. E rivendica anche il taglio di 25 centesimi al litro su diesel e benzina, prorogato fino al 1° maggio: «Una scelta che rivendico».
Sul piano interno la premier passa in rassegna i risultati che considera identitari: conti pubblici in ordine, ritorno dell’avanzo primario, aumento degli investimenti esteri, crescita dell’export, rafforzamento dell’occupazione stabile, riduzione del precariato, salari in ripresa, calo del rischio di povertà. Qui il bersaglio polemico è soprattutto il Pd e la sua segretaria. Da giorni, osserva Meloni, Elly Schlein sostiene che con il centrodestra sia aumentata la precarietà. Ma per la premier «questa è, banalmente, una menzogna, verificabile». E insiste: «La verità è che, da quando si è insediato questo governo, è aumentato il lavoro stabile ed è diminuito il precariato». Fino alla stoccata politica: «La sinistra lo rivendicava, ma la destra lo ha fatto».
Il discorso si allarga poi ai prossimi dossier: lavoro povero, liste d’attesa, Piano Casa. Sul lavoro annuncia nuove misure «in vista della Festa dei Lavoratori» per rafforzare i diritti dei più fragili attraverso la contrattazione collettiva. Sulla casa, tema che definisce «particolarmente a cuore», promette un piano «robusto, strutturale» capace di mettere a disposizione «oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni».
Tuttavia, il passaggio più politico e più duro arriva quando il discorso tocca il tema mafia. Qui Meloni abbandona per qualche minuto il registro istituzionale e sceglie quello dello scontro frontale. Definisce «surreali» i teoremi costruiti su una sua presunta vicinanza alla criminalità organizzata e accusa l’opposizione di aver tirato in ballo perfino «un padre, morto peraltro, che non vedo da quando avevo undici anni». È uno dei punti emotivamente più marcati dell’intervento, nel quale la premier alza il tono: «Non accetto, non accetto, non accetto che i miei sacrifici possano essere usati per gli interessi di quelli che combatto dal 19 luglio del 1992, e non accetto lezioni su questo tema».
La controffensiva si muove su due livelli. Il primo è simbolico: Meloni rilancia la proposta di togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi, citando la legge a prima firma di Chiara Colosimo. Il secondo è quello dei numeri e della legislazione: ergastolo ostativo «messo in sicurezza», carcere duro salvato, oltre 130 latitanti catturati, più di 300 maxioperazioni, migliaia di arresti, 7,2 miliardi di beni sottratti alla criminalità, oltre 18 mila beni confiscati e restituiti alla collettività. La tesi è semplice e rivendicata senza sfumature: «Sui rapporti tra questo Governo e la criminalità organizzata parlano i fatti».
C’è poi un rovesciamento politico non secondario. Meloni dice di non voler interferire nel lavoro della Commissione Antimafia, ma chiede che si occupi dei tentativi di infiltrazione mafiosa nei partiti politici, «Fratelli d’Italia compreso». Un modo per mostrarsi non sulla difensiva, ma all’attacco; non chiusa nella smentita, ma pronta a rilanciare una verifica generale sul sistema politico. E subito dopo arriva la rivendicazione più personale: «Combatto la mafia fin da ragazzina, e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro, senza se e senza ma».
La linea è precisa: «A chi ci guarda con scetticismo risponderemo con i fatti. A chi spera nel nostro fallimento, risponderemo con la determinazione. A chi getta fango, risponderemo con l’orgoglio». Nessun passo indietro, nessuna fuga, nessuna resa alla polemica. E soprattutto nessuna disponibilità a lasciare che il terreno dello scontro sia scelto dagli altri.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini (Ansa)
La Lega organizza una manifestazione per il 18 aprile. I tedeschi sostengono il pressing di Roma su Bruxelles per avere maggiori margini di spesa. Il vicepresidente della Commissione: «Non escludiamo più flessibilità».
Si incrina, si sfilaccia, perde pezzi. Il fronte ostile alla sospensione del Patto di stabilità, che fino a ieri sembrava un muro di cemento armato firmato Bruxelles, oggi assomiglia sempre più a un tramezzo di cartongesso.
Basta appoggiarsi un po’ (magari con il peso di una crisi energetica globale e di una guerra che fa impennare il prezzo del carburante) e comincia a scricchiolare. A certificare che qualcosa sta cambiando non è un sovranista barricadero, ma un pezzo pregiato della macchina europea. In audizione davanti alle commissioni parlamentari italiane, il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Stéphane Séjourné ha scelto parole attente: «Uno stop al Patto di stabilità non si può escludere». Allora Giorgetti ha evidenziato «l’opportunità di regole flessibili per specifici, temporanei impatti negativi soprattutto in campo energetico». Séjourné l’ha assicurato: «Potete contare sulla Commissione quando ci sono crisi sistemiche per avere una maggiore flessibilità». E ancora: «La Commissione non lascerà sprofondare l’Italia». Certo «non ho il mandato da parte della Commissione europea per specificare meglio i dettagli di questo versante. Ci sono strumenti di flessibilità che la Commissione ha sempre concesso».
La crisi energetica non è un fastidio passeggero, è una minaccia esistenziale. E quando c’è di mezzo la sopravvivenza dell’intero sistema economico («questioni di vita e di morte per le industrie») i dogmi contabili diventano negoziabili. La realtà, come spesso accade, corre più veloce delle regole. E perfino i custodi dell’ortodossia iniziano a mostrare qualche dubbio.
Prendiamo la Banca centrale europea. Non è esattamente un covo di rivoluzionari. Eppure, tra i banchieri centrali serpeggia un dubbio tutt’altro che marginale: ha senso aspettare una recessione conclamata prima di attivare la clausola di salvaguardia? «Forse sarebbe il caso di anticipare queste misure», ragiona un veterano della politica monetaria. Intervenire prima che il paziente finisca in terapia intensiva potrebbe non essere una cattiva idea. Ancora più significativo è ciò che accade a Berlino, dove l’austerità è religione di Stato. La Germania, per la prima volta, si muove insieme ad altri Paesi - Italia inclusa - per chiedere alla Commissione una tassa sugli extra profitti alle multinazionali dell’energia per non imporre nuova austerità ai cittadini. Una lettera firmata dal ministro delle Finanze Lars Klingbeil insieme a Giancarlo Giorgetti e ai ministri dell’Economia di Spagna, Portogallo e Austria. Non è ancora una conversione ma il segnale che anche il rigore tedesco sa fare i conti con bollette e consenso elettorale. In questo scenario, l’Italia gioca la sua partita con la consueta miscela di pressione politica e retorica muscolare. Protagonista Matteo Salvini: «Il Patto di stabilità», dice, «è una camicia di forza». La priorità sono imprese e famiglie: «Chiediamo che il Patto possa essere derogato per aiutare imprese e famiglie su riscaldamento, luce e gas così come avviene per comprare armi». Perché «non farlo sarebbe veramente meschino».
Salvini alza la posta: «Penso che Italia e Germania possano diventare maggioranza». Una frase che, fino a qualche settimana fa, sarebbe sembrata fantapolitica. Non è solo questione di dichiarazioni. Il leader della Lega prepara anche la piazza: il 18 aprile a Milano è pronta una manifestazione in cui, tra le rivendicazioni principali, ci sarà proprio la sospensione del Patto di stabilità. Un modo per spostare il baricentro del confronto da Bruxelles alla politica interna, trasformando una regola contabile in un tema da comizio. Del resto, poche cose scaldano l’elettorato come la bolletta del gas.
Gli euroburocrati procedono con la cautela di chi cammina sulle uova. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen aspetta di capire come evolverà la crisi internazionale - con lo spettro della guerra e le tensioni legate all’Iran - prima di scoprire le carte. Ufficialmente, «le bocche sono cucite». Ufficiosamente, il dossier è sul tavolo.
Perché il punto è tutto qui: il Patto di stabilità, con il totem del 3%, nasce per tempi normali. Ma questi non sono tempi normali. Una crisi sistemica, un’economia sotto pressione e regole che rischiano di diventare un lusso insostenibile. La differenza è che questa volta il nemico non è un virus invisibile, ma qualcosa di molto più tangibile: la guerra e i suoi effetti sul costo dell’energia.
E allora la domanda, inevitabile, diventa politica prima ancora che economica: davvero l’Europa può permettersi di aspettare che la recessione sia «certificata» per intervenire? O non sarebbe più saggio - e meno costoso - anticipare le mosse? Il fronte del No, intanto, arretra. Non c’è ancora una resa, ma il cambio di clima è evidente.
Tra aperture prudenti, dubbi tecnici e pressioni politiche, l’idea che il Patto di Stabilità possa essere sospeso non è più un tabù.
Continua a leggereRiduci
JD Vance (Ansa)
La linea dei sionisti evangelici, che fanno riferimento a Hegseth, è fiaccata dall’esito deludente della guerra. Il vicepresidente, unico a opporsi ai raid, condurrà i negoziati a Islamabad: le controparti si fidano di lui. Intanto la stampa inchioda il segretario alla Difesa.
È il momento di JD Vance. Mentre Donald Trump concordava la tregua con l’Iran, il vicepresidente americano era in Ungheria a sostenere Viktor Orbán. Ma il fiasco mediorientale, un fardello sul groppone del tycoon e del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, renderà l’ex «montanaro» protagonista della prossima fase.
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.
Continua a leggereRiduci





