Asaad al-Shaibani, ministro degli Esteri siriano (Ansa)
Il ministro degli Esteri di Damasco, Asaad al-Shaibani: «Stiamo ricostruendo lo Stato, Israele si fermi».
Nel complesso scacchiere mediorientale la Siria sembra sempre più vicina ad essere coinvolta negli scontri. Israele ha attaccato alcuni obiettivi militari nella Siria meridionale, precisamente nel governatorato di Suwayda, con il dichiarato intento di difendere la minoranza drusa.
Nel luglio scorso Tel Aviv aveva ripetutamente colpito il Sud della nazione confinante e diversi obiettivi nella capitale Damasco, prendendo per la prima volta le difese dei drusi, un gruppo etno-religioso che vive in Siria, Libano, Giordania e anche in Israele. I drusi israeliani sono parte integrante della società e prestano servizio nell’esercito, con un battaglione dedicato. Sono cittadini perfettamente inseriti e come i loro fratelli oltre frontiera non hanno nessuna rivendicazione territoriale o nazionalista. In Siria però tutte le minoranze sono sotto attacco da quando Ahmad al Shara ha preso il potere abbattendo il regime di Bashar al Assad. Prima gli alawiti, colpevoli di essere ancora fedeli alla famiglia Assad, poi i drusi, contro i quali sono stati usati i beduini del deserto e anche la minoranza cristiana, ridotta ad un quinto della popolazione originaria, vive nella preoccupazione. Asaad al Shaibani è il ministro degli Esteri di Damasco da quando gli ex miliziani di al Qaeda hanno preso il potere. Vecchio sodale e compagno d’armi dell’attuale presidente, al Shaibani ha cercato di cambiare la politica estera della sua nazione aprendo ai Paesi del Golfo, alla Turchia, visitando Russia e Cina e creando un canale anche con Israele.
Ministro al Shaibani, Israele ha attaccato ancora una volta il Sud della Siria, accusando l’esercito nazionale di aver ucciso alcuni membri della minoranza drusa.
«Il governo siriano si è impegnato a difendere tutte le minoranze che compongono il mosaico della nostra nazione. I fatti avvenuti con gli alawiti erano giustificati perché stavano organizzando un colpo di Stato, mentre con i drusi, gli armeni, i circassi e i cristiani vogliamo convivere pacificamente. Nella scorsa estate la violenza è scoppiata per questioni di pascolo con alcune tribù beduine ed è falso che l’esercito li avesse armati per uccidere i drusi. Oggi la situazione è sotto controllo e Israele deve cessare immediatamente ogni tipo di attacco. L’aggressione israeliana è in flagrante violazione del diritto internazionale e della sovranità siriana».
Una milizia drusa indipendente ha parlato di nove morti, arresti e addirittura di rapimenti, accusando le forze armate di Damasco.
«Si tratta di propaganda fatta da chi ha soltanto interesse a spaccare la Siria. Questi sedicenti miliziani sono dei criminali senza nessuna credibilità e lo dimostra il fatto che nessun leader druso ha appoggiato le loro dichiarazioni. Stiamo ricostruendo il paese dopo decenni di dittatura e in troppi hanno interessi a dividerci per mantenerci deboli».
A luglio scorso ha avuto un incontro con alcuni funzionari israeliani, mediato dall’inviato speciale di Washington Tom Barrack. Quali sono i rapporti con Tel Aviv oggi?
«Il meeting serviva ad aprire una trattativa per pacificare il confine meridionale, ma gli equilibri restano estremamente precari. In Israele c’è chi non crede alla buona fede del nostro governo, ma noi siamo disposti a parlare anche delle alture del Golan, una questione che rimane in sospeso dal 1967».
In molti dicono che la vostra politica estera sia mediata dalla Turchia che ha enormi interessi in Siria
«La Turchia è una nazione amica che ha accettato di addestrare le nostre forze armate. Ankara ha il secondo esercito più grande della Nato e una grande esperienza militare. Ma la Siria resta indipendente e sovrana, senza essere subalterna a nessuno. Non prendiamo ordini e confermo quello che ha detto l’ambasciatore Tom Barrack sul nostro coinvolgimento in Libano, nessuno ce lo ha chiesto e nessuno può imporcelo».
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Dalla baby-sitter brasiliana «al centro di una richiesta di sesso a tre» alle offese a una psicoterapeuta: l’affaire Fresa si allarga.
Gli audio choc del sostituto procuratore generale della Cassazione, Mario Fresa, pubblicati ieri dalla Verità, hanno scosso anche i timpani dei consiglieri del Csm che appena tre mesi fa avevano votato contro il trasferimento del magistrato dal Palazzaccio per incompatibilità ambientale.
Da parte sua il procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta, non aveva ritenuto necessario avviare l’azione disciplinare (che deve valutare anche il possibile vulnus all’immagine della magistratura, a prescindere dai risvolti penali), nonostante la controversa vicenda che coinvolgeva una donna ucraina che, dopo una serata passata in compagnia del magistrato, contemporaneamente amante e datore di lavoro, era stata trovata ferita sul lungomare di Fregene.
Le carte del procedimento aperto a Civitavecchia avevano registrato una vicenda con punti oscuri, che, però, non avevano portato al rinvio a giudizio di Fresa soprattutto per mancanza di denuncia. Alla fine l’uomo ha incassato 12 voti a favore e 7 contrari, mentre sei consiglieri si sono astenuti. All’epoca il togato del Csm Marco Bisogni aveva ammesso che la delibera lasciava «la porta aperta se dovessero esserci sviluppi». Mentre per la collega laica Isabella Bertolini aveva sottolineato che «su questa vicenda occorre una riflessione profonda».
silenzio d’attesa
Ieri nessuno dei consiglieri del Csm ha accettato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sul caso per evitare accuse di violazione del silenzio elettorale connesso al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Ma, comunque, un paio di membri di Palazzo Bachelet ci hanno confessato che, subito dopo il voto di oggi e domani, chiederanno l’apertura di una pratica sulla complessa vicenda per capire se Fresa sia ancora in grado di svolgere con serenità il proprio lavoro.
Intanto prosegue la battaglia legale tra Fresa e l’ex coniuge, che chiameremo B.. La donna, di origine sudamericana, il 16 marzo, è stata convocata dai carabinieri per l’identificazione e la nomina del difensore in quanto indagata per inosservanza al provvedimento del giudice civile che ha prescritto l’affido condiviso del figlio. Infatti da luglio la signora sta provando a impedire all’uomo di vedere il bambino di sette anni, temendo, sostiene, per l’incolumità del piccolo. Ma, come vedremo, assistenti sociali e Tribunale non hanno ravvisato situazioni di pericolo.
L’estate scorsa il bambino era tornato da casa del padre con un bernoccolo. B., per questo, lo aveva portato al Pronto soccorso e, il 26 luglio, aveva presentato denuncia presso la stazione dei carabinieri. «Mio figlio mi ha raccontato che erano venuti degli agenti […] presso l’abitazione […] forse allertati dai vicini che avevano sentito il signor Fresa litigare con la signora N.. Il bambino gli era vicino mentre litigavano e, credo accidentalmente, ha ricevuto un forte colpo con il gomito dalla signora», fa mettere a verbale B.
Ma è lo stesso Fresa, in una chat con la moglie, sostanzialmente, ad ammettere il fatto, almeno in parte: «Ciao, ti tranquillizzo nel senso che» il bambino «non ha assistito ad alcuna colluttazione. Stava tranquillamente giocando con N. quando, accidentalmente, le ha dato una testata. N. a quel punto si è messa a urlare e i vicini hanno chiamato il 118. Hanno quindi constatato che» il piccolo «non aveva nulla e sono andati via. N. insisteva che si era fatta male, ma pure lei non aveva alcun segno. Anche il referto che leggo conferma che» il bambino «sta bene e non ha nulla».
Certo, non tutti i vicini chiamano la polizia o il 118 se nell’appartamento a fianco un ragazzino si scontra fortuitamente con una signora di cinquant’anni. Le urla di quest’ultima devono essere state davvero forti per indurre i vicini a chiamare i soccorsi e forse difficilmente spiegabili con la ricostruzione offerta da Fresa. Detto questo, i giudici devono avere creduto più al loro collega che all’ex moglie sudamericana, definita da Fresa, nota toga progressista, «straniera morta di fame».
Il gip di Roma, Giuseppe Boccarato, il 22 ottobre 2025, ha accolto la richiesta di archiviazione della pm Valentina Bifulco del procedimento nato dalla denuncia presentata da B. il 30 gennaio 2024 e delle integrazioni di querela del 22 febbraio e del 12 marzo 2024, evidenziando che, «escussa a sommarie informazioni testimoniali il 3 luglio 2024, S. B., già collaboratrice domestica di Fresa, dichiarava di non aver mai assistito a umiliazioni della querelante da parte dell’indagato ma, al contrario, di aver riscontrato l’esatto contrario», dal momento che sarebbe stata l’ex consorte «che dava fastidio al signor Fresa quotidianamente». Il gip ammetteva che «le 28 registrazioni effettuate dalla querelante nel corso di circa 4 anni» documentavano «il coinvolgimento del minore nelle dinamiche conflittuali che agitavano i genitori», ma sosteneva che «alcune frasi obiettivamente ingiuriose e denigratorie pronunciate da Fresa nei confronti» dell’ex moglie, «in alcune occasioni anche alla presenza del figlio o della collaboratrice domestica», non consentivano, «per la loro episodicità e per la valutazione resa dal consulente tecnico d’ufficio nel giudizio civile, di […] ricondurre le condotte nell’ambito dell’ipotesi delittuosa di maltrattamenti in famiglia».
Da parte sua, il giudice Francesca Cosentino della sezione famiglia del Tribunale civile della Capitale ha rigettato la richiesta di modifica delle condizioni della separazione avanzata da B. evidenziando come «non si ravvisino gli estremi per sospendere o limitare la frequentazione di Fresa con il figlio non riscontrandosi provati elementi di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti sul punto, anche considerando il ridimensionamento della vicenda per come si desume dalle stesse deduzioni della difesa» di B. «che chiedeva, in un secondo momento, di escludere solo i pernotti». Il giudice ha anche raccomandato ai genitori di «evitare di coinvolgere il figlio minore nelle dinamiche conflittuali, all’evidenza ancora esistenti tra loro» e a B. di osservare «le disposizioni stabilite nella sentenza di separazione». Che, però, la donna non avrebbe rispettato.
sesso con altre donne
L’ex moglie, però, non si è demoralizzata e il 30 gennaio è tornata alla carica con un’altra denuncia, convinta della pericolosità dell’ex marito, chiedendo ai magistrati di Roma di valutare una eventuale responsabilità penale di Fresa per «maltrattamenti, almeno sotto il profilo psicologico, in danno di un bambino» e ha denunciato «l’ambiente e le condizioni di vita che lo stesso Fresa ha creato e tollera nella sua abitazione di Roma, tali da porre a rischio lo sviluppo armonico e ordinato della personalità morale e psicologica» del bambino.
Nella querela, B. ricostruisce gli anni del matrimonio: «Sebbene Fresa abbia tenuto relazioni sessuali con altre donne, imponendomi una convivenza con esse nella stessa casa coniugale, malgrado le violenze fisiche e le ingiurie quotidiane, avrei continuato, soprattutto nell’interesse di nostro figlio, a sforzarmi di smussare gli spigoli del suo carattere, purtroppo facile ad esplosioni di violenza. Per questa ragione ho cooperato affinché fosse archiviata una prima denunzia per maltrattamenti». Il rapporto sarebbe stato definitivamente interrotto nel marzo del 2024 dopo l’amara constatazione che una donna «assunta come badante» sarebbe, in realtà, diventata la sua «concubina». B. ammette di avere valutato male l’ex marito: «Avrei dovuto da prima comprendere la sua distorta struttura psicologica sul piano strettamente sessuale dalla proposta, ripetuta, di un rapporto a tre con una escort convocata al bisogno». Fresa le avrebbe rivolto pressoché quotidianamente «espressioni offensive improntate a un disprezzo venato da superiorità razziale», minacciando anche di farla espellere dall’Italia, essendo lei una cittadina extracomunitaria «incapace di sostentamento autonomo».
B. si è dilungata anche sul rapporto tra Fresa e N., che avrebbe evitato di denunciare il compagno per il rapporto economico che la lega a lui, poiché percepirebbe «una retribuzione di oltre 2.000 euro mensili quale infermiera personale». Accuse gravi tutte da verificare. Nella denuncia, la donna riporta la presunta confidenza, raccolta de relato, di una baby sitter brasiliana che avrebbe stazionato a casa Fresa per pochi giorni, prima di darsela a gambe: «La donna aveva lasciato il lavoro dopo che Mario e N. si erano introdotti di notte nella sua stanza completamente nudi, proponendo un incontro a tre».
insulti alla docente
L’ex moglie ritiene significativi anche alcuni comportamenti tenuti da Fresa durante le sedute di psicoterapia famigliare previste nella sentenza di separazione. Durante uno degli incontri con una docente universitaria Fresa ha perso il controllo e, a voce alta, è sbottato: «Ma come lavora professoressa?». E accusandola di non sapere riconoscere gli atti, si è rivolto alla professionista in modo poco urbano: «Ma questa è una sentenza secondo lei?». La donna, giustamente, si inalbera: «Le chiedo di riparare rispetto a quello che mi ha detto altrimenti oggi chiudiamo e io relazionerò (il Tribunale, ndr) sul motivo per cui chiudiamo […] Lei mi ha detto che io non so lavorare».
Fresa si rimette a gridare: «A me lo dicono tutti i giorni che non so lavorare, però, c’è gente anche che mi ringrazia. Lo sa di che cosa mi sono occupato io oggi? Mi sono occupato di 47 minori stuprati dalle suore e adesso mi devo occupare anche di queste stupidaggini. E mi hanno anche ringraziato i padri e le madri perché li ho salvati dopo che la Chiesa per anni...». In teoria i pm della Cassazione non devono occuparsi di salvare nessuno, al massimo devono accogliere o respingere ricorsi e la notizia delle «suore stupratrici» non l’abbiamo trovata su nessun giornale. Ma forse abbiamo cercato male noi.
lo scontro
A questo punto Fresa si prende gioco della docente («È bravissima, è la migliore psicoterapeuta del mondo») e la specialista lo rimette al suo posto: «Non usi il sarcasmo con me che non me lo merito». Quindi chiede al magistrato di riconoscere «il grave errore». In un’altra seduta, Fresa fa ascoltare alla professoressa una registrazione realizzata durante un colloquio con il figlio in cui gli pone domande come queste: «Ti ha tolto il giocattolo per metterti in punizione, mamma?»; «Ma tu le hai detto che non avevi fatto niente, perché t’ha trattato così male, mamma?»; «Ma s’è arrabbiata, ti ha dato degli schiaffi, mamma?»; «Tu stai soffrendo molto in questi tempi, anche perché non vedi papà, stai soffrendo?». La psicoterapeuta prima le definisce «domande induttive», poi prova ad arginare il magistrato: «Oddio, guardi… glielo dico nel suo interesse… se lei fa sentire queste registrazioni…». L’uomo insiste e allora lei è costretta a fermarlo con risolutezza: «Basta… non voglio più sentire niente, le consiglio di far ascoltare (le registrazioni, ndr)» alla sua consulente tecnica di parte, «la quale le consiglierà di non farle sentire perché sono piene di domande induttive…». La professoressa suggerisce anche il parent training dove «un professionista dà informazioni ai genitori sulle conseguenze dei loro comportamenti», concedendo che anche «nelle migliori famiglie può capitare che non si osservi un confine giusto tra adulti e bambini». B. conclude: «Questa è una cosa grave nei confronti del bambino, e il papà lo sa essendo magistrato da 38 anni».
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Indagini in corso sul caccia statunitense danneggiato da Teheran. Se il vettore che ha raggiunto il jet fosse uno ad alta velocità, si tratterebbe di un’arma fornita dallo zar.
Anche ai migliori può succedere di trovarsi in situazioni dalle quali è difficile uscire indenni, anche se «invisibili». È capitato il 19 marzo al pilota di un F-35 statunitense danneggiato dal fuoco delle difese iraniane durante una missione della quale il Pentagono non ha voluto confermare né luogo, né l’obbiettivo. Nessun aeroplano è tanto superiore ai sistemi di difesa attuali da esserne immune, men che meno l’F-35 di questa vicenda, risalente al 2006, ma il fatto fa notizia perché fino a oggi nessun aereo di questo tipo è mai stato abbattuto in combattimento, anche se una dozzina di esemplari sono andati persi per incidenti attribuiti a guasti ed errori umani.
Da quanto hanno confermato i militari del Comando Centrale delle Operazioni Usa (Centcom), il velivolo sarebbe stato agganciato da un missile terra-aria con sistema di ricerca a raggi infrarossi che ha puntato l’emissione di calore del motore. I missili di questo tipo, contrariamente a quelli a guida radar, non emettono alcuna radiazione «rilevabile» e a fare la differenza sono diversi aspetti: la posizione dell’aereo, la disponibilità di falsi bersagli a incandescenza (flares) e la capacità del pilota di accorgersi della minaccia ed evitarla. La riserva di flares poteva essere terminata per la missione compiuta e nell’analisi dell’accaduto che viene fatta a terra «scaricando» i dati di missione si comprenderà anche se l’F-35 avrebbe potuto essere avvistato e «scovato» nonostante sia un aereo a bassa visibilità radar. Magari dalle trasmissioni del sistema di bordo «Link-16», proprio uno di quelli che gli consentono di essere collegato a una rete informativa e che lo rendono temibile. Un missile a ricerca di calore esplode quando il bersaglio è in prossimità e non quando lo colpisce, così diventa plausibile la tesi che l’F-35 sia stato danneggiato ma non al punto da precipitare, né da farne perdere il controllo, riuscendo a rientrare in una base non specificata del Kuwait. Ma facendo i conti con il proprio stato (pare fosse ferito), con il carburante residuo e con l’avaria. Inizialmente le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano diffuso il video di una telecamera a infrarossi che mostrava un F-35, un missile in avvicinamento e l’esplosione, ma la genuinità delle riprese è dubbia. Nell’ultimo fotogramma c’è una seconda traccia termica accanto al motore, ma tanto piccola da far pensare a una perdita di carburante. Una cosa è certa: talune difese antiaeree iraniane sono ancora attive dopo 20 giorni di guerra ed è interessante capire quale abbia preso di mira l’F-35. Da qui la deduzione che la Russia sia coinvolta, poiché la gamma di missili che avrebbero potuto usare è limitata. Se il caccia Usa si trovava a bassa quota e lento, gli iraniani avrebbero potuto usare un lanciatore spalleggiabile (Manpads); se invece si trovava ad alta quota sono noti altri sistemi: i missili anti-drone 358 o 359 come mostrerebbe il video, ma piccoli, lenti e con testate di piccole dimensioni. Ma poiché essi utilizzano un sistema di guida visiva simile a quello dei droni, è improbabile che abbiano intercettato quell’aereo. Se il video è falso e l’F-35 è stato colpito da un missile ad alta velocità, nell’arsenale Irgc ci sono vecchi sistemi di tipo Raad e Khordad, i missili S-300 e 400 o i Sam, tutti russi. Oltre allo spionaggio, a esportare informazioni e dettagli su come fare missili in grado di aggredire gli F-35 potrebbero essere stati i turchi. Ricordiamo che Trump, durante il suo primo mandato, li escluse dal programma mentre costruivano parte del motore e altre componenti, e dal quel momento in Turchia erano frequenti le visite di tecnici cinesi e russi. A oggi l’operazione Epic Fury ha comportato la perdita di tre F-15E abbattuti da fuoco amico; tre aerocisterne KC-135 Stratotanker (sei morti), due per una collisione in volo e una per un drone iraniano che l’ha colpita a terra. Oltre a questi, gli Usa hanno perso almeno sei droni, e a giustificare in parte tali perdite è il ritmo degli attacchi: 5.700 sortite da parte di Israele e 6.500 quelle degli Usa.
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Intercettati i due missili contro la base Diego Garcia. L’Idf mette in allerta le capitali europee. Bersagliata Dimona. Israele nega di aver attaccato il sito atomico, ma annuncia almeno altre due settimane di guerra.
A distanza di tre settimane dall’inizio del conflitto, il regime iraniano ha svelato un asso nella manica: tentando di colpire l’isola di Diego Garcia, nel mezzo dell’Oceano indiano, ha mostrato che le sue armi hanno una gittata maggiore di quanto dichiarato.
A entrare nel mirino del regime è stata infatti la base militare angloamericana situata nell’atollo. L’attacco a Diego Garcia non è però andato a segno visto che i due missili balistici non hanno colpito la base: uno avrebbe infatti subito un guasto tecnico, mentre l’altro è stato abbattuto da un missile intercettore SM-3 lanciato da una nave da guerra statunitense. E nonostante Teheran non possa vantarsi di aver distrutto gli obiettivi americani, i raid sembrano confermare che l’Iran abbia missili con una gittata superiore ai 2.000 chilometri stimati, visto che l’isola dista quasi 4.000 chilometri dal territorio iraniano. A tal proposito l’agenzia iraniana Mehr ha spiegato: «Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti».
«Questi missili non erano destinati a colpire Israele. La loro gittata raggiunge le capitali europee: Berlino, Parigi e Roma sono tutte a portata di tiro diretto», ha dichiarato ieri il capo di stato maggiore dell’Idf. Peraltro, la base militare angloamericana è stata l’oggetto del recente dissidio tra il presidente americano, Donald Trump, e il premier britannico, Keir Starmer. Il Regno Unito ha infatti deciso di cedere la sovranità dell’arcipelago delle Chagos, in cui si trova anche Diego Garcia, alle Mauritius. L’attività della base militare è però garantita da un contratto di locazione.
Al di là delle dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo cui «il signor Starmer sta mettendo in pericolo vite britanniche permettendo che le basi del Regno Unito vengano utilizzate per l’aggressione» degli Stati Uniti «contro l’Iran», sembra che l’attacco iraniano sia stato condotto qualche ora prima del via libera britannico.
Dall’altra parte, ieri il principale bersaglio dell’operazione Furia epica è stato l’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz, ritenuto essere il cuore del progetto nucleare degli ayatollah. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha rilevato che «non è stato segnalato alcun aumento dei livelli di radiazione al di fuori del sito». E pare che l’azione sia stata unilaterale: le Idf hanno infatti smentito di aver partecipato, aggiungendo di non poter commentare le attività condotte dagli Stati Uniti. La ferma condanna è arrivata dall’«amico leale» del regime: Mosca ha bollato l’attacco a Natanz come «una palese violazione del diritto internazionale».
Se in questo episodio l’attacco non è avvenuto di concerto, la collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti prosegue per comprendere la sorte del leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei. Stando a quanto riferito da Axios, la Cia e il Mossad ritengono che sia ancora vivo e vegeto. Anche una fonte della sicurezza israeliana ha confermato a Ynet che Khamenei è in vita «ma non in condizioni tali da poter essere visto in pubblico».
E mentre il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha affermato che l’unica strada per terminare la guerra è «la cessazione immediata delle aggressioni da parte di Stati Uniti e Israele, accompagnata da garanzie contro una loro ripresa», i media israeliani, citando un funzionario politico, hanno fatto sapere che il conflitto andrà avanti per almeno altre due settimane.
Nel frattempo, prosegue la rappresaglia iraniana. Contro Israele, i pasdaran hanno rivendicato di aver colpito i depositi di carburante destinati agli aerei militari all’aeroporto di Tel Aviv e di aver distrutto un F-16 israeliano nei cieli dell’Iran. Nel pomeriggio un missile iraniano ha bersagliato un edificio a Dimona, nel Sud di Israele, ferendo 39 persone: si tratta della «risposta agli attacchi contro Natanz e Bushehr» hanno affermato le autorità iraniane. Proseguendo con la lista dei raid, a detta dell’emittente statale Irib, la base logistica dell’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita per tre volte venerdì. Ma a essere finito nel mirino iraniano è stato anche il quartiere generale del Servizio di intelligence dell’Iraq, colpevole di collaborare con i consiglieri americani. Negli Emirati Arabi Uniti sono stati intercettati tre missili e otto droni lanciati dall’Iran. Irib ha rivelato che sono state attaccate le basi militari di Al-Minhad negli Emirati e di Ali Al Salem in Kuwait, ma non ci sono conferme ufficiali. Le difese aeree sono state attivate anche in Arabia Saudita e in Bahrain.
Sull’altro fronte del conflitto, quello libanese, le Idf hanno reso noto nella mattinata di aver ucciso quattro terroristi di Hezbollah «durante un’operazione di terra nel Libano meridionale». Ciò si aggiunge agli attacchi condotti a Beirut «contro obiettivi dell’organizzazione terroristica». Nel pomeriggio Hezbollah ha riferito che i suoi combattenti si sono scontrati per quattro ore con le forze israeliane «nella città di Khiam».
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