Andrea Dini (Imagoeconomica)
La Procura di Milano accusa Andrea Dini, ad di Dama, S.p.A di caporalato nella realizzazione di capi di abbigliamento.
Una giacca venduta nelle boutique a centinaia di euro nasceva spesso in stanze che sembrano l’opposto di quel mondo. Locali bassi, con poca aria e quasi sempre senza luce naturale. Camere trasformate in dormitori improvvisati dentro lo stesso capannone dove si lavora: un letto addossato al muro, accanto una piastra elettrica, pentole, bottiglie e vestiti ammassati. Le fotografie scattate durante i controlli mostrano ambienti ingombri di oggetti e utensili, dove mangiare, dormire e vivere avveniva nello stesso spazio. Secondo gli investigatori quei locali erano stati ricavati abusivamente dentro l’opificio, senza adeguata aerazione. È qui che, secondo le carte dell’ultima indagine della procura di Milano sul mondo della moda, si viveva e si lavorava nello stesso tempo.
È il contesto che emerge dalle carte dell’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari, su un segmento della filiera della moda lombarda. Al centro delle verifiche compare la società M&G Confezioni Srl, con sede a Garbagnate Milanese e amministrata da Xia Jingyun, che secondo gli accertamenti operava come uno degli anelli produttivi nella catena di subfornitura di aziende dell’alta moda. Tra i principali clienti della società risultano Alberto Aspesi, Dama S.p.A. - proprietaria del marchio Paul & Shark - e Herno S.p.A.
Gli indagati indicati negli atti sono Guo Yinli, indicata come amministratrice di fatto di alcune società della filiera, Chen Jianqing, amministratore di diritto della Gmax 365, Xia Jingyun, amministratore della M&G Confezioni, Francesco Umile Chiappetta, presidente del consiglio di amministrazione di Aspesi, e Andrea Dini, amministratore delegato di Dama S.p.A, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana (entrambi furono prosciolti nelle indagini sui camici durante il periodo Covid).
I reati contestati riguardano principalmente l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.). Secondo la Procura, i lavoratori sarebbero stati impiegati approfittando dello stato di bisogno, con paghe molto inferiori ai minimi, pagamenti in contanti e assenza di contratti, spesso vivendo negli stessi locali di produzione.
Alle società della filiera è contestata anche la responsabilità amministrativa prevista dal d.lgs. 231/2001, per non avere adottato controlli e modelli organizzativi idonei a prevenire lo sfruttamento nella catena produttiva.
Le dichiarazioni dei lavoratori raccolte dagli investigatori raccontano un sistema che si reggeva su paghe minime e assenza di contratti. C.D.W. ha riferito di cucire abiti interi ricevendo tra 20 e 30 euro per capo; T.H.B. ha parlato di circa 5 euro l’ora per lavori di cucitura, paga indicata anche da Y.X.Z. T.R. ha raccontato di percepire circa 15 euro al giorno per turni dalle 8 del mattino a mezzogiorno, mentre Z.C.Y. ha riferito di avere ricevuto 25 euro il primo giorno e 28 il secondo, per circa cinque ore di lavoro. Un altro operaio ha spiegato di guadagnare circa 1.000 euro al mese lavorando sei giorni alla settimana, mentre un lavoratore che nel laboratorio si occupava anche di cucina e pulizie ha parlato di circa 1.500 euro mensili, parte dei quali inviati direttamente in Cina.
Molti di loro hanno dichiarato di non avere mai firmato un contratto e di essere stati pagati sempre in nero, in contanti. Il lavoro, hanno raccontato, veniva trovato tramite annunci online o conoscenti ed era spesso accettato perché l’azienda offriva vitto e alloggio nei locali di lavoro.
Le testimonianze mostrano anche un altro elemento: diversi operai non erano nemmeno in grado di indicare il nome della società per cui lavoravano e l’indirizzo dove vivevano.
Secondo gli atti dell’indagine, quasi tutti i lavoratori vivevano direttamente nell’opificio, dormendo negli stessi spazi dove durante il giorno si cucivano giacche e altri capi di abbigliamento. Quando sono arrivati i controlli delle forze dell’ordine, alcuni di loro si sarebbero nascosti all’interno dei locali.
Accanto a questo quadro di vita quotidiana, le indagini ricostruiscono anche la dimensione economica del sistema. La M&G Confezioni Srl, costituita nel 2016 con un capitale di 10.000 euro, ha registrato negli anni un volume d’affari in forte crescita: 730.345 euro nel 2019, 1.249.954 euro nel 2020, 1.557.859 euro nel 2021, 2.579.162 euro nel 2022 e 3.398.428 euro nel 2023.
Le fatture analizzate dagli investigatori mostrano che tra il 2019 e il 2024 la società ha lavorato stabilmente per tre clienti principali del settore moda: circa 6,6 milioni di euro fatturati a Dama S.p.A., oltre 3,7 milioni di euro ad Alberto Aspesi & C. S.p.A. e circa 733.000 euro a Herno S.p.A.. Solo nel 2023, ad esempio, risultano oltre 2 milioni di euro di fatture verso Dama, più di 626.000 euro verso Aspesi e 484.000 euro verso Herno.
Secondo gli accertamenti investigativi, mentre erano già in corso verifiche e accertamenti sulla M&G Confezioni, nel 2024 è stata costituita la Gmax 365 Srl nello stesso indirizzo della società, che - secondo la ricostruzione degli inquirenti - avrebbe di fatto proseguito l’attività produttiva rilevandone clienti, attrezzature e gran parte dei lavoratori.
Il fascicolo si inserisce nelle indagini della Procura di Milano sul caporalato nella filiera della moda, già emerso in inchieste che hanno coinvolto marchi come Armani, Dior, Valentino Bags, Loro Piana e Alviero Martini.
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Corte di Cassazione (Ansa). Nel riquadro, l'avvocato Romolo Reboa
Al quinto piano della Cassazione hanno sede (gratis) l’Anm e una fondazione che vale 15 milioni abolita, sulla carta, nel 2010.
Sono un avvocato e ho ricevuto un incarico professionale da parte del Comitato nazionale per il Sì: accertare se il Comitato per il No promosso dall’Anm occupi il sesto piano del Palazzaccio in virtù di un provvedimento amministrativo e se esso e la pur prestigiosa associazione privata che lo ospita paghino degli oneri per la concessione.
L’esito della mia ricerca è ormai di dominio pubblico: l’Anm non paga nulla, non vi sono provvedimenti amministrativi che abbiano autorizzato il Comitato per il No a utilizzare il sesto piano della Suprema Corte.
In più, il documento del 1959 citato dal responsabile della Commissione manutenzione della Cassazione per sostenere la legittimità dell’utilizzo da parte dell’Associazione magistrati non è un atto del ministero della Giustizia alla cui «diretta dipendenza» tale commissione è sottoposta in base a un Regio decreto del 1911.
La direzione di Roma Capitale dell’Agenzia del demanio ha ritenuto di affermare la propria non competenza nella vicenda, citando un altro Regio decreto, questa volta del 1923. Il Demanio sostiene che, stante l’uso del Palazzaccio a ufficio giudiziario, dovrebbe essere il ministero della Giustizia a far pagare l’Anm.
Peccato che il Demanio dimentichi che proprio le norme che cita stabiliscano che, in assenza di un utilizzo come uffici giudiziari, la gestione passi «all’amministrazione delle finanze».
Il Demanio è smentito pure dall'Associazione magistrati che si è difesa sui media spiegando di aver richiesto nel 2023 di pagare e di averlo fatto proprio per il silenzio dell’Agenzia.
Il solito italico palleggiamento di responsabilità, ove il danneggiato è sempre lo Stato e, quindi, tutti i cittadini. Si chiama danno erariale, ma deve essere la Corte dei Conti ad attivarsi per ottenere il risarcimento.
Passeggiando per l’edificio della Corte di Cassazione si fanno delle interessanti scoperte: oltre a una banca, che dal sito Internet dell’Agenzia del Demanio risulta pagare regolarmente il dovuto (a riprova che il Demanio deve incassare per i locali del palazzo adibiti a un uso diverso da quello giudiziario), ve ne sono altri sui quali non sono state rinvenute informazioni: un’attività di ristorazione, dei distributori automatici installati nei corridoi, un ufficio postale che forse meriterebbe maggiore attenzione, ora che Poste Italiane è una società per azioni e non più un ente pubblico.
Salire al sesto piano per cercare la sede dell’Anm fa anche scoprire che i pulsanti dell’ascensore denominano tale piano come quinto, mentre sui cartelloni è denominato come 4/A: misteri del Palazzaccio!
Così si scopre che il 4/A o quinto piano è parzialmente utilizzato da parte di un ente denominato Istituto nazionale di previdenza e mutualità fra i magistrati italiani, conosciuto anche come Fondazione Acampora.
Per scoprire cosa sia basta aprire il suo sito Internet www.fondazioneacampora.it/ e leggere che l’«Istituto è stato costituito con il Regio decreto legge 1598 del 2 settembre 1919», che esso «provvede alla previdenza, alla mutualità e all’assistenza a vantaggio dei magistrati e al sostegno delle loro famiglie» e che, a suo favore, «la legge 1560 del 18 dicembre 1951 ha stabilito la ritenuta mensile sugli stipendi dei magistrati nella misura dello 0,30% del trattamento globale».
Il sito Internet informa che il suo Consiglio centrale è altamente prestigioso e rappresenta il gotha della magistratura italiana, essendo composto da queste illustri toghe: il primo presidente della Corte di Cassazione che è di diritto il presidente dell’Istituto e lo rappresenta in tutti i rapporti con terzi e che può delegare nella gestione ordinaria le sue funzioni al presidente aggiunto della Corte; il procuratore generale presso la Corte di Cassazione; dal presidente di sezione anziano della Corte di Cassazione; il presidente della Corte di Appello di Roma; il procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma; il presidente del Tribunale di Roma; il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma.
La porta chiusa con delle sbarre tipo cella stimola, però, la curiosità e, così, consultando Normattiva, si scopre che il Regio decreto sul quale tale ente dichiara di fondare la propria esistenza è stato abrogato dal decreto legislativo 212 del 2010.
Il quesito sorge spontaneo: dato che la norma è stata abrogata, l’ente non dovrebbe trovarsi in liquidazione?
Andando a fondo nelle ricerche si scoprono altre anomalie: l’indirizzo Pec dell’Istituto non risulta inserito nel portale Ipa dell’Agenzia per l’Italia digitale come previsto dalla normativa in materia. Ciò vale anche per il suo codice fiscale, che, peraltro, non è stato nemmeno reperito altrove nel Web.
Siamo certi che il codice fiscale sia stato regolarmente attribuito, dato che l’ente è strettamente collegato con l’Anm, che lo ha inserito nel proprio sito, parlando di una convenzione con lo stesso risalente al 2016. Si tratta, quindi, solo di un problema di trasparenza.
Trasparenza che, in questo caso, non sembra pienamente rispettata, dato che nel sito della Fondazione Acampora non sono presenti i bilanci preventivi e consuntivi, fatto che stupisce visto che il decreto legislativo 33 del 2013 ne impone la pubblicazione a tutti gli enti pubblici.
Invero un’accurata ricerca ha consentito di rinvenire tali bilanci su un periodico sicuramente sconosciuto alla maggioranza dei cittadini, denominato Bollettino ufficiale del ministero della Giustizia e da esso edito: nel numero 15 del 15 agosto 2025 (Ferragosto), alle pagine 3 e 4, informa che l’ente ha un’elevata consistenza patrimoniale, pari a 15.644.325,32 di euro.
Incidentalmente, per quanto riguarda il quinto piano del Palazzaccio (o 4/A), emerge dal bilancio il suo utilizzo a titolo gratuito, considerata l’assenza di costi relativi a locazioni e/o concessioni di spazi.
In sintesi il cittadino non ha modo di conoscere come venga gestito lo 0,30% detratto annualmente dallo stipendio lordo di tutti i magistrati (circa 2,2 milioni di euro annui) e perché ciò avvenga da parte di un ente del quale il legislatore nel 2010 sembra aver decretato lo scioglimento.
Nessuno sostiene che tali fondi non siano correttamente utilizzati, ma il cittadino si aspetta che i Palazzi di giustizia siano trasparenti come il vetro.
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Roberto Speranza (Ansa)
L’avvocato Mauro Sandri in commissione Covid mostra come il ministro fece deliberatamente confusione tra agente virale e malattia. Così giustificò le somministrazioni, nonostante sapesse che i sieri non evitano il contagio.
L’inganno vaccinale nei confronti degli italiani da parte dell’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato smascherato ieri nel corso dell’audizione in commissione Covid dei rappresentanti di Condav Odv (Coordinamento nazionale danneggiati da vaccino). L’avvocato Mauro Sandri ha ripercorso i passaggi del piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione delle infezioni da Sars-CoV-2, che doveva garantire il massimo livello di copertura vaccinale sul territorio nazionale, rivelando le «manipolazioni» dell’allora ministro e il via libera a somministrazioni di vaccini «per un’indicazione diversa da quella per cui erano stati approvati».
L’avvocato ha ricordato che già a ottobre 2020 uno studio di Peter Doshi pubblicato sul Bmj rivelava che «nessuno degli studi attualmente in corso è progettato per rilevare una riduzione di esiti gravi come ricoveri ospedalieri, utilizzo della terapia intensiva o decessi. Né i vaccini vengono studiati per determinare se possono interrompere la trasmissione del virus». Infatti Agenzia europea del farmaco e Commissione Ue non hanno mai autorizzato l’uso di vaccini per la funzione di prevenzione delle infezioni da Sars-CoV-2.
Speranza non poteva non saperlo, eppure il 2 dicembre 2020 informava il Parlamento di avere opzionato dosi ingenti di vaccini «prima di conoscerne l’esatta funzione e, quindi, prima di verificare che essa collimasse con quella effettivamente stabilita dal legislatore. Il Parlamento è stato indotto in errore da una falsa prospettazione della realtà normativo-scientifica e su tale errore ha votato l’informativa», ha tuonato Sandri. Il 2 gennaio 2021, l’allora ministro della Salute emanava un decreto non regolamentare, definendolo in modo formale «Piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione delle infezioni da Sars-CoV-2». All’articolo 1, comma 2, del decreto, ribadiva che il piano era finalizzato al contenimento dell’epidemia da Sars-CoV-2, confermando di avere ben compreso l’obbligo di adottare vaccini con questa specifica funzione. Tuttavia, all’articolo 2 compariva un’aggiunta: «Vaccinazione anti-Sars-CoV-2/Covid-19» e nel decreto venivano elencati solo marche e produttori di vaccini anti-Covid-19. In allegato, nei documenti, nei provvedimenti successivi Speranza ha continuato ad abbinare, sovrapponendole, le nozioni di Sars-CoV-2 e Covid-19. «Con tale espediente ha modificato di nuovo il contenuto dell’originaria dicitura unica Sars-CoV-2 espressa nella legge di delega n. 178/2020», precisava l’avvocato in audizione. Il risultato sono stati piani strategici vaccinali «in violazione del pilastro scientifico della netta differenziazione tra agente virale e malattia, come esplicitata dall’Oms e dalla comunità scientifica».
Le raccomandazioni e soprattutto gli obblighi vaccinali per diverse categorie di lavoratori e per gli over 50, le scellerate politiche dei green pass riguardavano vaccini autorizzati per altra diversa funzione, di prevenzione della malattia Covid-19. Un vaccino per la prevenzione delle infezioni da Sars-CoV-2 evita al ricevente di essere contagiato dal virus e di diventare a sua volta contagioso verso terzi. Un vaccino anti-Covid-19, invece, può svolgere la funzione di proteggere chi lo riceve dall’insorgenza della malattia, ma non impedisce che lo stesso si contagi e che contagi altri.
L’inefficacia dei vaccini a contrastare la diffusione dell’infezione Sars-CoV-2 era stata segnalata alle autorità politiche dal Comitato tecnico scientifico (Cts) già nel verbale 4 di marzo 2021, cioè il giorno precedente l’introduzione dell’obbligo vaccinale. Invece, «nei corpi dei cittadini italiani sono stati iniettati vaccini aliud pro alio rispetto a quelli stabiliti come obbligatori dal Parlamento. Per tale motivo si ritiene che effetti avversi verificatisi come conseguenza di un obbligo illegittimo si possano imputare a responsabilità dell’ex ministro della Salute», ha dichiarato Sandri.
Ricordando che mentre le stesse aziende produttrici di vaccini rendevano noto che dai loro test avevano escluso persone immunocompromesse, donne in gravidanza o in allattamento «le autorità politiche dell’epoca mentirono agli italiani, asserendo che l’inoculazione sarebbe servita a interrompere la trasmissione del virus», ha affermato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid. «Non si tratterebbe di un semplice caso di incompetenza, ma di un vero e proprio stato di illegalità […] Da questo episodio deriverebbero responsabilità gravi di natura politica, erariale, penale in capo all’ex ministro Speranza che vanno approfondite», fa sapere Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fdi in commissione Covid.
Sandri ieri ha chiesto al ministro della Salute Orazio Schillaci di disporre una ispezione presso la Procura della Repubblica di Roma. Afferma che malgrado le numerose denunce, presentate anche nei confronti di Speranza, nulla si è mosso. La richiesta è di «accertare se i magistrati titolari dei fascicoli in oggetto svolgano correttamente la funzione magistratuale o stiano, piuttosto, favorendo la commissione di reati». Un pensiero a chi soffre come conseguenza delle somministrazioni imposte è stato rivolto da Francesco Ciancitto, vicepresidente della commissione Covid, dopo la testimonianza di Nadia Gatti, presidente del Condav Odv, che ricordava il dramma di persone già danneggiate da altri vaccini e comunque costrette a inocularsi anche l’anti Covid. Il deputato ha tenuto a far sapere che «Fdi è al fianco, concretamente e non a parole, di chi vuole legittimamente vedere affermato il proprio diritto al risarcimento per i danni di salute subìti».
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Imagoeconomica
Si dimette Joe Kent, capo dell’Antiterrorismo: «Non posso sostenere il conflitto». La replica del tycoon: «Era un debole. Stiamo vincendo, faremo a meno della Nato».
Si è aperta una crepa nell’amministrazione americana in merito alla guerra in Iran: il capo del Centro per l’antiterrorismo americano, Joe Kent, ha rassegnato le dimissioni, rimproverando al presidente americano Donald Trump di essere cascato nella trappola di Israele e della lobby americana. Soprattutto perché «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente».
Il malcontento sulla linea adottata dal tycoon emerge chiaramente nella lettera che l’alto funzionario gli ha indirizzato: «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». Secondo Kent «all’inizio di questa amministrazione, alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha completamente minato l’America first» e «incoraggiato la guerra».
Kent, che ha prestato servizio nelle Forze speciali dell’esercito e nella Cia, nella lettera ha ricordato anche la moglie uccisa dall’Isis in Siria nel 2019. Con le sue dimissioni, la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard ha perso uno dei suoi principali collaboratori di stampo più moderato in politica estera.
A screditare l’analisi del capo del Centro per l’antiterrorismo americano è stata la Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha subito dichiarato: «Ci sono molte false affermazioni», tra cui quella che «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente». E Trump non si vuole mostrare toccato dalla questione: «Sono felice che sia fuori. Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza».
La stessa sicurezza il tycoon l’ha ostentata anche nei confronti degli alleati della Nato. Dopo il loro rifiuto a intervenire nello Stretto di Hormuz, Trump ha scritto su Truth: «Grazie ai successi militari che abbiamo ottenuto, non abbiamo più bisogno dell’assistenza dei Paesi della Nato». Ma Trump si è spinto oltre. Ha avvertito che gli Stati Uniti dovranno «riflettere» sulla loro adesione all’Alleanza atlantica. Anche perché: «la Nato ha appoggiato la nostra azione, nessuno ha detto «non dovresti farlo'». Ora sta commettendo un errore stupido. Noi, come Stati Uniti, dovremo ricordarcene».
Si dice convinto, in ogni caso, che sarà ripristinata la sicurezza dello Stretto di Hormuz a breve: «Non credo che ci vorrà molto. Stiamo mettendo in sicurezza la costa. Si tratta fondamentalmente della costa e delle acque» ha fatto sapere. E sul tema, ha elogiato, oltre a Israele, anche «i Paesi mediorientali», tra cui il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che «hanno aiutato molto» gli Stati Uniti. Dall’altra parte, l’Iran ha fatto sapere che «la situazione dello Stretto non tornerà al suo status pre-bellico».
Tra l’altro pare che proprio i Paesi del Golfo stiano spingendo il tycoon a proseguire l’operazione contro l’Iran. A rivelarlo sono state tre fonti a Reuters. Gli Stati arabi dell’area non hanno chiesto alla Casa Bianca di iniziare la guerra, ma la posizione sarebbe cambiata dopo che Teheran ha «oltrepassato ogni linea rossa». Parallelamente, pare che l’amministrazione americana stia facendo pressione su questi Paesi per convincerli a entrare nel conflitto a fianco degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre, sempre secondo l’agenzia britannica, pare che Washington, poco prima dello scoppio del conflitto, avesse chiesto alla Siria di inviare le sue forze nel Libano orientale per disarmare Hezbollah. Ma Damasco avrebbe rifiutato.
Sulle tempistiche del conflitto, il presidente americano è stato ancora vago. Ha comunicato: «Non siamo ancora pronti ad andarcene, ma ce ne andremo nel prossimo futuro». E dopo che Teheran ha avvertito che un’invasione di terra diventerebbe una nuova Vietnam, Trump ha risposto di «non avere paura di nulla». A tal proposito, stando a quanto riferito dalla Cnn, prosegue il tragitto della nave da guerra USS Tripoli con a bordo migliaia di marines per arrivare in Medio Oriente. Partita dal Giappone, ieri si stava avvicinando allo Stretto di Malacca, al largo di Singapore.
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