«L’affluenza è una buona notizia, in generale la democrazia è una buona notizia». Così il premier Giorgia Meloni, all’uscita del seggio di Spinaceto, a Roma, dove si è recata questa mattina per il voto al referendum sulla giustizia, rispondendo a una domanda.
Carolina Orlandi (Ansa)
La figlia del capo della comunicazione di Mps: «La commissione parlamentare ha certificato che fu ucciso. Ma a Siena c’è omertà».
«Quella mattina, prima di uscire per andare in banca, mi prestò le sue pantofole: è l’ultimo ricordo che mi resta di lui». Quella mattina era il 6 marzo 2013, esattamente tredici anni fa. David Rossi, il potente - come lo descrivono le cronache «guardone» - direttore della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, la banca rossa più antica del mondo trascinata dai rossi e non solo in uno scandalo finanziario gigantesco, non tornerà più a casa. Alle 19 e 59 le telecamere - ma solo un filmato sarà disponibile con l’orario peraltro sbagliato - registrano il volo di David dal terzo piano di Rocca Salimbeni.
Si schianta di schiena sul piancito di vicolo Monte Pio che costeggia sul retro la «fortezza» medievale della banca. Per 29 minuti resta agonizzante senza che nessuno faccia nulla per soccorrerlo; nei filmati si vede un uomo che dal fondo del vicolo osserva: resta fermo qualche minuto col cellulare all’orecchio quasi a volersi accertare che Rossi sia davvero morente mentre lacrima dal cielo una nebbia di pioggia. Ammonisce un proverbio Sioux: «Prima di giudicare qualcuno, cammina per tre lune nei suoi mocassini». Carolina Orlandi da 156 lune cammina in quelle pantofole e di David Rossi e per David Rossi sa tutto e tutto ha lottato. «Avevo vent’anni e il mio tempo s’è fermato lì: la verità su David la devo a lui, a me stessa, a mia mamma Antonella, ma anche alla giustizia e ai tantissimi che di lui conservano l’eredità umana». Quella verità è emersa tra mille difficoltà, tra cento depistaggi, da un coro di maldicenza che rimbalza dai vicoli aviti di Siena alle stanze ovattate della finanza e forse delle Procure, nell’ultimo mese; David Rossi non si è suicidato: è stato ammazzato.
C’è sollievo, rabbia, ancora più energia? Come si reagisce a sapere dopo 13 anni di aver avuto ragione e di essersi vista chiudere le porte in faccia fino alla derisione?
«C’è prima di tutto la speranza di poter piangere finalmente tutte le lacrime che non ho pianto per tredici anni. A mia mamma e a me hanno rubato perfino la possibilità del dolore. Perché abbiamo dovuto, noi che chiedevamo giustizia, che volevamo la verità, difenderci dall’infamia, da accuse assurde, da una indifferenza sospetta. E poi sì, c’è ancora più energia. Io no so se siamo all’ultimo miglio, anzi, ma so che ora lo sforzo per arrivare alla definizione della verità e all’individuazione dei colpevoli deve essere massimo. Sono, siamo consapevoli che le conclusioni a cui è approdata la seconda commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dall’onorevole Gianluca Vinci che non finirò mai di ringraziare ha stabilito con certezza che David è stato prima aggredito, poi appeso fuori dalla finestra del suo ufficio, infine lasciato cadere. Sappiamo che è stato assassinato, ma non sappiamo né da chi, né perché. Ora voglio vedere se la magistratura sentirà l’obbligo di indagare».
Perché non è ancora approdata la nuova inchiesta a Siena?
«Non lo so e in tutta franchezza faccio fatica a spiegarmelo. So che la Procura di Siena per ora non ha riaperto l’inchiesta, ma semplicemente posto a modello 45, quello dove si annotano le notizie che non costituiscono reato, alcune comunicazioni che le sono pervenute dalla seconda commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di David. Se abbiano intenzione di procedere non è dato sapere».
Ma come? Il Parlamento dice che quello di Rossi è un omicidio e ancora non si riapre l’inchiesta?
«Non è neppure la prima volta. Quando ha concluso i lavori la prima commissione d’inchiesta parlamentare - l’onorevole Walter Rizzetto allora come oggi, quando dichiara che assegnare il fascicolo di nuovo a Siena è un errore, si è battuto oltre ogni limite - il fascicolo approdò a Genova e non se ne fece niente. Stavolta ci sono perizie, relazioni del medico legale, c’è quel filmato che io non riesco neppure a guardare che ricostruisce punto per punto come andò quella sera, ci sono le prove che le indagini sono state sbagliate, a essere buoni, ci sono testimoni, c’è l’indagine sull’uomo che si vede nel filmato in fondo al vicolo, eppure nulla, per adesso, a livello di Procura si muove».
Che impressione le fa sapere che i magistrati che hanno indagato sulla morte di David e che archiviarono il caso come suicidio sono rimasti quasi tutti a Siena?
«Per me è sconvolgente: lo è come parte di questa vicenda, ma aggiungo che da cittadina mi sento in pericolo».
Il caso Rossi è un altro caso Garlasco?
«Da ciò che ha stabilito la commissione parlamentare d’inchiesta di sicuro ci sono indagini malfatte, ci sono omissioni, ci sono pregiudizi. In questo senso – ammesso che ciò che si dice dell’inchiesta su Garlasco sia vero – ci sono delle similitudini, ma fermiamoci qui. Nel caso dell’assassinio di David c’è un sistema che deve essere indagato. A Siena la banca era, e forse ancora è, tutto. Indagare sulla morte di David significa scoperchiare qualcosa che invece deve essere lasciato dormiente. Lui forse poteva rivelare cose che riguardavano più livelli di potere e credo che questo condizionamento ci sia anche sull’inchiesta. Una cosa è sicura: io alla sola negligenza nelle indagini non ci ho mai creduto e a maggior ragione non ci credo oggi».
Della pista di ‘ndrangheta che ne pensa? Possibile che Rossi sia stato ucciso su commissione?
«Non ho elementi per dirlo e soprattutto non spetta a me dirlo. So che si sta seguendo una pista che porta a Viadana in zona Banca Antonveneta che peraltro è all’origine del caso Montepaschi e dove la criminalità organizzata ha interessi finanziari forti. Ma credo che la decisione di uccidere David sia maturata per altri motivi».
Quali?
«Lui nei giorni prima del 13 marzo era molto spaventato. Non riusciva a spiegarsi perché avessero perquisito il suo ufficio e lui stesso fosse stato oggetto di perquisizioni. Dal suo ufficio passavano le relazioni esterne del Monte, le sponsorizzazioni, gli investimenti pubblicitari, ma lui non aveva una cognizione diretta degli affari della banca. Per questo aveva deciso di parlare con i magistrati. Sì, lui temeva per noi e per la sua vita in quei giorni ed è vero che disse a mia mamma: quando questa tempesta finisce me ne vado, facciamo altro. Credo che David abbia firmato con una mail la sua condanna a morte».
In che senso?
«Lui ha scritto al dottor Fabrizio Viola che era amministratore delegato del Monte una mail in cui annunciava la sua intenzione di farsi interrogare dalla Procura perché temeva che i magistrati non avessero inquadrato bene la sua figura, quello che era il suo ruolo in banca. Lo aveva iniziato a sospettare da quelle perquisizioni. Credo che quella mail l’abbiano letta in tanti e che lo abbiano buttato giù dalla finestra per tappargli la bocca».
Tant’è che la commissione d’inchiesta ha stabilito che una mail in cui Rossi annunciava di volersi suicidare è falsa. È una della tante stranezze…
«Hanno archiviato con l’indicazione che David si è suicidato, invece sappiamo che è stato suicidato. Più stranezza di questa?».
David Rossi al Monte dei Paschi è arrivato non subito: prima aveva una sua agenzia di comunicazione, poi ha lavorato con Pierluigi Piccini sindaco di Siena che ha fatto importanti rivelazioni e con lui è approdato al Monte. Come si spiega che dei racconti di Piccini non si è tenuto conto?
«Me lo spiego perché a Siena c’è un sistema di potere che tutto pervade e c’è un comportamento omertoso. Le rivelazioni del sindaco Piccini che denunciava collusioni dovevano essere prese molto più sul serio. Ancora oggi c’è chi ci accusa di volere fomentare il caos in città. David è vittima anche del sistema Siena anche se per fortuna oggi c’è molta più gente che ci sostiene, che vuole la verità».
Un sistema che ha portato addirittura a processo sua madre e il giornalista Davide Vecchi per violazione della privacy per la pubblicazione di quella famosa e mail tra David e Viola?
«Sì e non era mai accaduto prima. È stato un calvario nel calvario per mia madre: durato tre anni. L’assoluzione è avvenuta nel 2018 e il giudice Alessio Innocenti in sentenza dà una lezione a chi li ha indagati dicendo che quel processo non sarebbe mai dovuto iniziare».
Oggi come sta Antonella?
«Lei non si è mai più ripresa, da tredici anni vive in un limbo popolato da incubi. Non ha mai smesso di chiedere la verità e ora finalmente le viene un po’ di speranza dalle conclusioni dell’inchiesta del Parlamento. Però attende che la verità venga proclamata dai giudici».
E lei Carolina, che non è la figlia biologica di David, come vive?
«Grazie di questa domanda sul rapporto tra me e David. Lui e mia mamma si sono messi insieme che io avevo 5 anni: tre quarti della mia vita, prima che lui fosse ucciso, li ho passati con David. Ero una ragazza e sono una donna fortunata perché ho avuto quattro genitori: ho un ottimo rapporto con la nuova compagna di mio padre e con mio padre, ma David è colui il quale mi ha indicato la strada. Ho scelto di scrivere, di vivere scrivendo perché da piccolina andavo in ufficio con lui e mi insegnava a leggere i giornali, mi insegnava a guardare il mondo con gli occhi della curiosità. Come vivo? Spero di poter piangere perché finora ho dovuto lottare. L’assassinio di David mi ha lasciato una cicatrice profonda: non mi fido più di nessuno, faccio fatica a entrare in sintonia. Ma spero che questa verità che è emersa e le tante persone che mi stano positivamente intorno mi servano a poter riascoltare le mie emozioni».
Una curiosità: ha un conto al Monte dei Paschi?
«L’ho chiuso subito. Mia madre no, deve tenerlo aperto perché ha il mutuo da pagare. David non ha neppure maturato la pensione in banca, lei vive con la pensione da giornalista».
Continua a leggereRiduci
Farian Sabahi (Ansa)
L’esperta: «Le decapitazioni mirate non affosseranno il regime. Gli sfollati sono 3,5 milioni e molti potrebbero arrivare in Europa».
Una guerra che durerà fino a maggio, almeno, e un regime change sempre più improbabile per Trump che sperava di chiudere la guerra in poche settimane. Farian Sabahi, scrittrice di origini iraniane, docente all’Università dell’Insubria, ha dedicato la sua vita a studiare l’Iran, ed è convinta che gli Stati Uniti abbiano cominciato una guerra contro un Paese che non era una minaccia.
Dopo l’uccisione di Khamenei, l’Iran ha subito una nuova perdita: la morte del generale Larijani. Ci spiega perché Larijani era un leader così importante?
«Il paragone tra i due è inappropriato. Khamenei era il leader supremo, anche chiamato l’Ali del suo tempo, ovvero il primo Imam dopo l’ayatollah Khomeini. Ali Larijani aveva 67 anni, era nato a Najaf, in Iraq, in una famiglia importante. Times Magazine li aveva soprannominati i Kennedy iraniani. Suo fratello Sadeq presiede l’Assemblea degli Esperti, incaricata di eleggere il leader supremo e di dirimere le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani. Cresciuto in una famiglia di ayatollah, Ali Larijani si era dapprima laureato in matematica e aveva poi conseguito il dottorato in Filosofia occidentale, scrivendo la tesi sul filosofo tedesco Emmanuel Kant. Era un politico di lungo corso. Dal 2005 al 2007 aveva ricoperto il ruolo di negoziatore sul nucleare, dal 2008 al 2020 era stato il portavoce del Parlamento. Ad agosto scorso, il presidente Pezeshkian lo aveva nominato a capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Era in grado di mediare tra i militari più integralisti e le forze politiche. Era un uomo colto, spesso definito un conservatore moderato. La moderazione è, lo sappiamo però, altra cosa, e mal si concilia col fatto che a gennaio Larijani abbia dato ordine di massacrare migliaia di iraniani. Dopo la decapitazione dei vertici di Teheran, il 1° marzo aveva cambiato i toni anche in politica estera, diventando ancora più aggressivo nei confronti di Israele e degli Usa, affermando che “Trump era finito nella trappola di Netanyahu”».
Ma sul lungo periodo può funzionare la strategia israeliana della decapitazione dei vertici del regime? Perché per ogni testa che salta ne spuntano due…
«Non credo possa funzionare perché, come ha osservato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in una recente intervista all’emittente al-Jazeera, c’è sempre qualcun altro pronto a ricoprire l’incarico: la Repubblica islamica dell’Iran ha una solida struttura con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate che non si basa su un singolo individuo».
Oggi il regime change è ancora una strada possibile?
«È possibile, ma non probabile. Per cambiare la teocrazia in modo radicale bisognerebbe invadere l’Iran e mettere fuori gioco non solo l’attuale leadership ma anche le forze armate regolari, i pasdaran e i miliziani basij. L’Iran non è però l’Iraq del 2003: il territorio iracheno è poco meno di una volta e mezza l’Italia, mentre l’Iran è grande cinque volte e mezza l’Italia, il suo terreno è arido, montagnoso, paludoso. Non facilissimo da invadere. Inoltre, se nel 2003 l’Iraq aveva 24 milioni di abitanti, oggi l’Iran ne ha 92 milioni. Di questi, circa 15 milioni rappresentano lo zoccolo duro del regime. Una cifra non buttata lì a caso: sono coloro che avevano votato per il candidato ultraconservatore alle ultime presidenziali, più una ulteriore quota di coloro che avevano scelto Pezeshkian».
L’Iran punta al logoramento degli avversari americani, anche attraverso le conseguenze economico del blocco di Hormuz?
«Di certo il blocco di Hormuz fa crescere il prezzo dell’energia, e fa quindi male a numerose economie, ma non a tutte. Sicuramente all’Europa. Il danno maggiore viene però dal bombardamento israeliano del giacimento di gas iraniano South Pars, a cui l’Iran ha risposto attaccando quello stesso giacimento, ma la parte qatarina. Quel giacimento è, infatti, condiviso da Iran e Qatar. Ora, l’amministratore delegato di QatarEnergy ha dichiarato che potrebbe non essere in grado di garantire le forniture quinquennali a diversi Paesi, tra cui l’Italia. Le forniture di quel giacimento, il più grande al mondo, sono fondamentali anche nella produzione dei fertilizzanti. Dobbiamo quindi aspettarci un aumento rilevante del costo dei fertilizzanti e quindi dei prodotti agricoli. Trump ha chiesto a Israele di non attaccare ulteriori impianti di energia, ma non è detto che Netanyahu gli dia retta».
C’è anche la volontà di portare allo stremo gli altri Paesi del Golfo e di far crescere in loro un sentimento anti occidentale?
«Di certo c’è la volontà della dirigenza della Repubblica islamica di mettere in crisi i Paesi del Golfo, che sono filo Usa e filo Israele (gli Emirati hanno firmato un accordo con Netanyahu). Ma i continui attacchi iraniani verso i Paesi del Golfo stanno facendo crescere non solo l’apprensione araba ma anche i sentimenti anti iraniani. Dopo la guerra, quando questa finirà, l’Iran si ritroverà sempre più isolato».
Il numero uno dell’intelligence americana Tulsi Gabbard ha ammesso: l’Iran non era una minaccia. Lei crede che l’Iran fosse fuori controllo?
«I negoziatori iraniani si erano seduti al tavolo delle trattative, a Ginevra, con le loro controparti statunitensi. Credo che Gabbard avesse ragione quando diceva che l’Iran non era una minaccia. Di certo, non una minaccia immediata. Detto questo, per Israele il pericolo Iran è ovvio, per almeno due motivi: le continue invettive del regime di Teheran, e i finanziamenti di Teheran nei confronti dei suoi proxy regionali (Hezbollah, Hamas, Huthi)».
In Iraq e Afghanistan la guerra è durata per anni, per poi lasciare spazio a conflitti civili e governi ostili all’Occidente. La storia non rischia di ripetersi?
«Purtroppo, sì. Finora nessuno ha accennato alla possibilità di una commissione di riconciliazione nazionale, in caso di caduta del regime. In Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid nel 1994, la commissione di riconciliazione nazionale permise di ricostruire il Paese. Per ora, da parte dell’opposizione – in particolare quella monarchica che appoggia Reza Pahlavi – ho soltanto sentito e letto minacce nei confronti di coloro che non sostengono le loro tesi. Persino la Nobel per la Pace 2023 Narges Mohammadi è considerata, dai monarchici, pro regime sebbene sia in carcere in Iran».
Per settimane le piazze in rivolta contro gli ayatollah sono state represse dal regime: gli iraniani ora aspettano l’arrivo dei marines per ribellarsi?
«L’Iran è un grande Paese, con 92 milioni di abitanti. Ovviamente non rappresentano un fronte compatto. Il desiderio di libertà è condiviso da milioni di persone, ma sulle modalità non vi è – ovviamente – una sola posizione. Di certo, i bombardamenti israeliani e statunitensi anche sulle scuole elementari (come quella di Minab che ha ucciso 175 persone, di cui 165 bambine, ndr), sugli ospedali e sui quartieri residenziali lasciano pensare a uno scenario più simile a Gaza che a una “liberazione”».
Lei è figlia di un iraniano e di una italiana, come molti esuli che si sono espressi in queste settimane. Cosa risponde a chi pensa che siate «occidentalizzati» e scollati dalla realtà in Iran perché «lontani»?
«Nessuno mi ha mai accusata di essere scollata dalla realtà: ho dedicato buona parte della mia vita allo studio e alla divulgazione dell’Iran, mantengo contatti molto frequenti con parenti e amici nel Paese e nella diaspora. In ogni caso, non è sufficiente avere passaporto iraniano per poter decifrare una realtà così complessa».
Come vive la popolazione queste settimane di guerra?
«Venerdì 20 marzo gli iraniani e tanti altri nel mondo (curdi, tagiki, uzbeki, azerbaigiani) hanno celebrato il Nowruz, il Capodanno persiano chiedendo per il nuovo anno pace, prosperità e libertà. Anche se la guerra dovesse finire domani, le iraniane si ritroverebbero a vivere in un Paese le cui infrastrutture sono state distrutte dalle bombe israeliane e statunitensi. Ci vorranno decenni prima di poter ripartire. E l’economia, già in ginocchio prima della guerra, sarà del tutto a pezzi. Inoltre, non è detto che Trump e Netanyahu riescano a far cadere il regime. Se la Repubblica islamica dovesse sopravvivere, ci aspetta un ulteriore repressione nei confronti di tutti coloro che sono stati accusati di avere collaborato con Israele».
Quanto pensa che durerà ancora il conflitto in Iran?
«Probabilmente ancora qualche settimana, forse fino a inizio maggio. Dipenderà da molteplici fattori. Dubito che la leadership di Teheran accetti un cessate il fuoco in tempi rapidi. Al momento stanno chiedendo il risarcimento dei danni subiti dall’aggressione israeliana e statunitense. L’impressione è che vogliano infliggere il maggior danno possibile ai Paesi vicini, incluso Israele, e alle basi statunitensi, affinché sia meno probabile un ulteriore attacco nel giro di qualche mese. Dopotutto, non dimentichiamo che la diplomazia iraniana aveva avviato trattative con Washington sia a giugno 2025 sia poco prima dell’aggressione del 28 febbraio».
Qual è il fronte più preoccupante nell’allargamento della guerra?
«Si tratta di fronti molteplici. Qui in Europa badiamo maggiormente alla dimensione economica, e quindi all’aumento esponenziale del prezzo dell’energia e alla conseguente prospettiva di recessione. Ma in Medio Oriente i problemi sono i morti, i mutilati, le famiglie distrutte. Tre milioni e mezzo di iraniani hanno dovuto abbandonare le loro case perché sono state bombardate: pensate se tutti gli abitanti di Roma dovessero andarsene! Queste persone potrebbero varcare le frontiere e bussare alle porte dell’Europa, diventando rifugiati. Non dimentichiamo l’impatto della guerra sui Paesi del Golfo: avevano investito nella finanza e nel turismo, ma sarà difficile tornare indietro e ripristinare l’immagine di Paesi sicuri e lussuosi».
Continua a leggereRiduci
iStock
I nemici dei diritti umani? Sono i fan dell’accoglienza illimitata, che permette alle multinazionali di sfruttare gli irregolari. Lo spiega Martin Sellner, accusato di razzismo da chi non ha letto il suo libro. Che dal 25 marzo è disponibile con «La Verità» e «Panorama».
Provate per un attimo a cambiare prospettiva. È un esercizio semplice, in fondo, ma richiede un piccolo sforzo iniziale che non è da tutti. Occorre infatti liberarsi dei condizionamenti e dei pregiudizi che anni di propaganda martellante hanno conficcato nelle menti di chiunque, soprattutto a sinistra ma anche a destra. Provate allora a pensare per qualche istante che l’immigrazione non sia un «fenomeno epocale» e «inevitabile», e che l’accoglienza non sia «una questione di umanità». Si tratta, appunto, di ribaltare il punto di vista, e di ancorarlo alla realtà.
Ci è stato ripetuto fino allo sfinimento che non si può fare nulla per fermare i flussi di stranieri che dall’Africa e dall’Asia continuano ad arrivare in Europa. Ci è stato detto che abbiamo il dovere di abbracciare questi poveri cristi che arrivano in cerca di una vita migliore. Ma la verità - provata dai fatti - è estremamente diversa. La realtà ci mostra che l’immigrazione di massa è una gigantesca macchina che produce morte e sofferenza. Non è un fenomeno epocale o strutturale, qualcosa di fatale, naturale o connaturato all’uomo. Nel modo in cui si manifesta da qualche decennio a questa parte è, al contrario, un fenomeno indotto, deliberatamente favorito per fini squisitamente politici e economici.
I flussi sono «armi di immigrazione di massa», come li ha definiti l’autorevole studiosa americana Kelly Greenhill. A sfruttare queste armi sono gli Stati che utilizzano gli esseri umani come strumento di ricatto o leva politica, e questa è solo una parte tutto sommato superficiale del problema. Scendendo appena più in profondità ci si rende conto che l’immigrazione serve a reclutare quell’esercito industriale di riserva su cui perfino Karl Marx aveva messo in guardia. Un esempio di scuola lo fornisce il caso dei cosiddetti rider: spesso sono stranieri, talvolta stranieri irregolari che sono disposti (o costretti) a sottoporsi a turni massacranti per stipendi da fame e alimentano una economia delle piattaforme di cui non beneficia nessuno se non qualche grande azienda digitale. Se non ci fosse il sistema dell’immigrazione, questo tipo di economia probabilmente non esisterebbe, o comunque sarebbe molto meno invasiva. Invece grazie alla manodopera a bassissimo costo che continuiamo a importare essa è divenuta dominante.
È un piccolo esempio fra tanti, ma mostra il «mondo senza confini» per quello che realmente è: un sistema di sfruttamento dei più deboli. In questa prospettiva, l’immigrazione diviene un male da combattere per evitare che milioni di persone siano sradicate dalla propria terra, siano costrette a sottoporsi a viaggi atroci a rischio della vita per poi finire sulle strade come manovalanza per la criminalità o come massa di sfruttati senza diritti. Ecco, se cominciamo a pensare all’immigrazione in questi termini ci rendiamo conto che spalancare le frontiere e sostenere l’accoglienza senza limiti non sono affatto azioni caritatevoli o umanitarie, anzi sono clamorosi errori che favoriscono il perdurare di un ecosistema mortifero. In questo quadro, a emergere come pratica umanitaria e rispettosa della diversità e dei diritti di tutti è invece la remigrazione.
Se ne parla tanto, da qualche tempo, per lo più a sproposito. Come sempre, chi la propone viene accusato di essere fascista, razzista, addirittura nazista. Martin Sellner, l’autore del libro che tenete fra le mani, viene ogni volta dipinto come una sorta di mostro. Ma basta sfogliare il suo saggio per rendersi conto che non lo è affatto. Egli ripete più volte che razzismo e discriminazione non c’entrano nulla con le sue idee, e che sia vero risulta chiaro a chiunque voglia ascoltare e leggere senza pregiudizi. La remigrazione si basa sulla convinzione che esista un diritto a rimanere in patria e a vivere serenamente nella propria terra, senza essere costretti a lasciare tutto perché non si hanno mezzi sufficienti per vivere. La remigrazione prevede che i popoli dell’Europa non debbano più essere costretti ad affrontare i disagi sociali causati dallo spostamento massivo di orde di uomini che tutti hanno attualmente sotto gli occhi. La remigrazione non consiste nella deportazione violenta o nella persecuzione di chicchessia, anzi prevede un aiuto concreto per chi decidesse di ritornare nella propria terra d’origine. È insomma, un progetto sostenibile, umano, rispettoso. Comprenderlo non è difficile, basta appunto cambiare prospettiva per un attimo, liberarsi dei pregiudizi e delle false credenze che troppo a lungo hanno annebbiato la mente occidentale. Certo, si può sostenere che mettere in pratica la remigrazione sia difficile, se non impossibile. Il punto, però, è che dell’argomento bisognerebbe per lo meno discutere, a prescindere da ogni eventuale approdo politico. Si tratta di una proposta che dovrebbe essere valutata prima di tutto sul piano teorico, affrontata con profondità e attenzione, e poi eventualmente adattata alle diverse sensibilità e circostanze.
Il vero problema è che, finora, è stato praticamente impossibile anche solo affrontare serenamente il tema. I convegni sull’argomento vengono sabotati o impediti con la forza. I promotori del progetto sono costantemente attaccati dai media e subiscono incredibili ingiustizie (è il caso di Martin Sellner, che ha difficoltà pure a mantenere rapporti sereni con le banche). Insomma una riflessione seria è impedita in ogni modo. Il risultato è che sulla remigrazione si sentono per lo più luoghi comuni e falsità, a ogni latitudine. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare il saggio originale di Martin Sellner: per dare a tutti la possibilità di leggere e valutare con la propria testa. Si può ovviamente non approvare la remigrazione, si può discuterla o avere forti riserve in merito. Ma bisogna almeno sapere che cosa sia davvero. E per farlo non vi resta che leggere.
Continua a leggereRiduci







