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Simone Crolla (Imagoeconomica)
Il consigliere della Camera di commercio Usa Simone Crolla: «La Meloni è stata determinata, il rapporto con Trump potrebbe perfino rafforzarsi».
«Lo stato dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Italia prescinde dai battibecchi virtuali tra il presidente Donald Trump e la premier Giorgia Meloni, ed è un rapporto che è virtuoso nei numeri. C’è un interscambio commerciale che supera i 110 miliardi di dollari. Significa che esportiamo più di quanto importiamo ed è uno dei motivi che hanno spinto Trump a mettere i dazi.
Paesi come la Germania, la Francia e l’Italia hanno un surplus e quindi voleva riequilibrare questa bilancia commerciale. L’Italia esporta 75 miliardi di dollari di merci negli Usa e importiamo 40 miliardi. Il Made in Italy non è solo il classico fashion ma è prevalentemente farmaceutico, meccanico. Quindi il rapporto è saldo. Ogni giorno ci sono aerei pieni non solo di turisti ma soprattutto di uomini d’affari che portano opportunità o vanno a intensificarle». A parlare è il consigliere delegato della Camera di Commercio americana in Italia, Simone Crolla.
Non si dice che la politica e il business sono due binari paralleli?
«Il business è un binario ad alta velocità che prescinde dalle turbolenze del momento che chiaramente non devono diventare gravi ma non mi pare che stiamo a questo punto».
Il botta e risposta tra i due presidenti rischia di incrinare questi rapporti così solidi?
«Assolutamente no. Trump ha sempre apprezzato Giorgia Meloni e potrei dire che anzi questo scambio di battute ha fatto uscir fuori il temperamento determinato della premier. Da questo faccia a faccia, il rapporto potrebbe riuscirne addirittura rafforzato. Inoltre la discussione sulla politica commerciale di Trump rientra tra le competenze della Ue che sta negoziando con Washington sui dazi. Sul tavolo c’è l’accordo siglato in Scozia a luglio 2025 che prevedeva da parte degli Usa l’imposizione di un’aliquota generica al 15% poi soppresso da una sentenza della Corte Suprema americana e alfine riproposto. Si tratta però di qualcosa di temporaneo. L’unica cosa che può danneggiare il flusso virtuoso degli scambi è l’incertezza causata da questi stop and go. Non sono le litigate tra Trump e Meloni, ma le incertezze dovute all’applicazione o meno della sentenza e dei futuri dazi che l’amministrazione americana sta studiando per tornare al 15% pre sentenza della Corte Suprema».
Quanto durerà ancora questa sospensione?
«Fino a fine luglio e in quel momento ci si aspetta una decisione. Questo crea incertezza. Ma i dati mostrano che nonostante questo il Made in Italy va forte. C’è l’effetto per cui gli importatori americani hanno fatto incetta dei prodotti e dei materiali italiani proprio per evitare un nuovo round di sanzioni. Questo fenomeno gonfia il numero delle esportazioni italiane che comunque sono confermate dal volume delle vendite. L’export che nel 2025 avrebbero dovuto essere catastrofico per via dei dazi, ha segnato +7% rispetto all’anno precedente».
La decisione sui dazi a fine luglio potrebbe essere condizionata dalle frizioni tra i due presidenti?
«Intanto il 15% siccome è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema, non può essere riproposto. Ci possono essere altri strumenti che possono portare il dazio a quel livello ma sono comunque temporanei. Quindi sarà da capire se la decisione arriverà a fine luglio o più avanti anche perché sono in corso indagini per analizzare lo squilibrio commerciale. La situazione è molto fluida. Quanto alla possibilità che l’amministrazione americana possa fare ritorsioni per questa frizione tra Trump e Meloni, non lo credo possibile perché qui si tratta di un battibecco italo americano mentre le decisioni sui dazi si applicherebbero a tutta l’Ue. In più l’Italia rimane un Paese strategico per gli Stati Uniti».
Quanto strategico?
«Gli americani investono nel nostro Paese in modo nettamente superiore a quanto fanno in altri Paesi europei. Se il valore dello stock di investimenti in Spagna e in Francia è superiore si deve alla loro capacità di applicare condizioni di attrazione migliori. L’Italia però ha il valore aggiunto della stabilità politica del governo Meloni».
Alcuni esempi?
«Salesforce ha annunciato che investirà un ulteriore miliardo di dollari nel nostro Paese per potenziare le sue capacità di intelligenza artificiale in Italia, inclusa l’apertura di una nuova sede a Milano. Aws, la parte cloud di Amazon, lo stesso. IonQ ha programmato un piano di investimenti da 1 miliardo di dollari per il quantum computing, candidando l’Italia come uno dei principali poli di attrazione. Kkr, la società pioniera del private equity, apre un ufficio a Milano. Questo per dire che la tensione tra i due presidenti rimane politica, di non perfetto allineamento su specifici dossier ma non impatta a livello economico. Non credo affatto al rischio di una ritorsione. Questi progetti sono a medio lungo termine, e sono facilitati dalla presenza di un governo stabile come è quello Meloni. Se il battibecco fosse avvenuto con la Cina di Xi allora ci poteva anche essere una reazione da parte dello Stato cinese che ha un controllo maggiore sulle aziende ma non è il caso degli Usa dove sono tutte aziende quotate. L’Italia ha una alleanza indissolubile con gli Stati Uniti. Non ci dimentichiamo che c’è una comunità di oltre 20 milioni di italo americani a cui Trump non può non guardare come elettori nel voto di metà mandato. Quindi non è immaginabile una eccessiva severità nei confronti dell’alleato italiano».
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Beppe Sala (Imagoeconomica)
La città muore di caldo, però gli impianti pubblici per i cittadini comuni sono quasi tutti chiusi. Solo i vip si rinfrescano nei club esclusivi o nelle seconde case in Versilia.
Anche se la milanese si fa fritta, anche alla griglia non è male. Parola di Beppe Sala, che a Palazzo Marino ha i condizionatori al massimo, ma impone negli edifici pubblici fino a 26 gradi e come Ursula von der Leyen tiene gli impiegati di Palazzo Berlaymont in sobbollore per non disturbare l’ambiente, mentre lei ha i suoi uffici da circolo polare.
A Milano si sono sfiorati ieri i 37 gradi (chi crede alla temperatura percepita, che è una bufala dal punto di vista scientifico, parla di 39 gradi), ma il sindaco, novello Maria Antonietta, a chi gli faceva notare che di piscine aperte per un milione mezzo di abitanti ce ne sono solo tre, rispondeva: hanno caldo? Dategli i ventagli. E per imitare il suo compagno, Pedro Sánchez, aggiungeva: olè, che col ventaglio da flamenco ci cade a pennello! Oggi agibili ci sono solo le vasche Romano, Sant’Abbondio e Cardellino: via Zanoia in via Sant’Abbondio e in via del Cardellino, a Bisceglie. Altre due piscine disponibili sono la Lampugnano, della Federnuoto, dunque a orari ridotti, e la Caimi a pagamento (costo medio 25 euro). Della Milano socialista, che si era preoccupata della vasca in ogni quartiere, sotto la sinistra al caviale di Beppe Sala non è rimasto nulla. Negli anni della Belle Époque, molto prima delle offerte dell’Aga Khan con la Costa Smeralda e di Silvio Berlusconi con Villa Certosa (l’affare immobiliare del secolo: 350 milioni ha sborsato agli eredi del Cav lo sceicco del Qatar, Bin Jassim Al Thani) la ditta Maffei, in accordo col Comune di Cervia, edificò Milano Marittima, destinata alla villeggiatura delle sciure meneghine e contemporaneamente, sulla scorta del Bagno Diana - aperto nel 1842 a Porta Venezia - nascevano la piscina Argelati e la piscina Cozzi. Tutte pubbliche.
Oggi, in epoca Sala, devi per forza pagare fior di euri o essere iscritto a un club molto esclusivo. I ricchi la piscina ce l’hanno come il bosco, tutta verticale (oltre alla seconda casa in Versilia). Anche questo andrebbe detto: non c’è climatologo che non predichi di piantare alberi. Perché il gradiente tra una zona con asfalto e una con verde di alto fusto sfiora i 15 gradi. Ma nella Milano dove, d’accordo i giudici, per trasformare una casa da tre piani in un grattacielo basta dire al Comune: guarda che faccio un lavoretto, il bosco si fa all’insù ed esclusivo come le piscine dei grattacieli di San Siro, Corso Garibaldi e City life. Giusto per avere un’idea, al Vertigo - tre piscine prenotabili solo tramite l’albergo - i costi variano da 150 a 250 euro a persona. E gli altri? Su Facebook, Instagram, Tik Tok il tormentone è «Sala facci sudare». Scoppia così la rovente polemica del Lido di Milano. Nato negli anni Venti, era pensato un secolo fa come area destinata al divertimento popolare, al fianco dell’ippodromo di San Siro. Il Lido, dove si faceva il bagno con 10 euro per tutto il giorno, è chiuso dalla fine del 2022. Di fatto Sala lo ha privatizzato in cambio di una ristrutturazione affidata alla Go.Fit, nuovo concessionario che ha pensato bene di privilegiare i muscoli alla frescura. Il progetto prevede tante palestre e una piscina molto più piccola della precedente. La ragione è semplice. Con le palestre incassi tutto l’anno, con la piscina, anche se il riscaldamento globale ti dà una mano, fai affari per massimo sei mesi. I lavori dovevano finire il 20 dicembre del 2025, proroga successiva al 20 marzo 2026 e ora ulteriore determina per spostare la fine di un cantiere che prevede una piscina di 20 metri per 35 (la metà della vecchia), a fine anno.
Su Facebook, al sindaco che vuole stare al caldo, sarà per lo scampato pericolo che qualcuno del Comune finisse al fresco con le inchieste sull’urbanistica, a proposito del Lido ne dicono di ogni. In un post si legge: «La privatizzazione del Lido è una vergogna per noi residenti. Avete svenduto una storica piscina pubblica e popolare a una multinazionale privata». Verrebbe da dire, anche quando il termometro sale, nulla di nuovo sotto il sole cocente di Milano. Se tocchi gli immobili, nella città del compagno Sala, va così.
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Silvia Sardone (Imagoeconomica)
La leghista Silvia Sardone, pronta a correre come candidato sindaco: «Con un civico calato dall’alto perdiamo, meglio lasciar decidere i cittadini. Non dobbiamo convincere quelli di sinistra a votarci, bensì mobilitare chi si è astenuto».
«Facciamo le primarie di centrodestra. Lasciamo scegliere il sindaco ai cittadini. Risvegliamo quella parte di elettorato che non vota più da tempo: solo così riconquisteremo Milano».
Silvia Sardone, vicesegretario della Lega e parlamentare europeo, ha appena vinto la sfida dei gazebo, cioè la libera consultazione del partito per la corsa a sindaco di Milano. Con lei, in testa alle preferenze, figura il leader Matteo Salvini. Dopo questa indicazione «popolare», Lega e centrodestra devono trovare la quadra per un nome in vista del dopo-Sala. Sardone accetta la sfida, e propone di allargare la consultazione pre voto a tutto il centrodestra. «Sicurezza al primo punto, bisogna riportare la legalità in città. Milano deve avere un progetto che faccia sognare i cittadini, il centrodestra deve essere in grado di proporre una nuova visione della città. Una Milano che non si accontenta e che ritrovi l’orgoglio e lo slancio di grande città internazionale. Vannacci? Si è messo fuori dalla coalizione votando la sfiducia al governo e rivelandosi per ciò che davvero è: il miglior alleato della sinistra».
Alle ultime comunali lei è stata la più votata di tutto il centrodestra. E oggi incassa questa «incoronazione» dei gazebo.
«La considero una bellissima riconferma dell’affetto, ricambiato, che i milanesi nutrono nei miei confronti. Detto questo, so bene che si tratta di primarie di partito, e non di coalizione. La strada è lunga».
Ce la farete a riconquistare Milano, terra carica di ricordi per il centrodestra? Di nomi per la corsa a Palazzo Marino ne circolano fin troppi. Da Lupi a Cottarelli, passando per Pietro Tatarella.
«Cinque anni fa, facevamo fatica a trovare un candidato per Milano, perché ci muovemmo tardi. Stavolta di nomi ce ne sono diversi, ed è una cosa positiva, un segno di vitalità. Abbiamo tutti i titoli per giocare la partita. Adesso però è tempo di chiudere sul nome, il prima possibile».
Lei è una figura molto identitaria, assai conosciuta in città e in tv per le sue battaglie sulla sicurezza e contro l’immigrazione illegale. Ma in tanti pensano che per vincere a Milano serva un profilo più moderato, per rassicurare la borghesia e gli imprenditori. Che ne pensa?
«Cosa vuol dire oggi essere moderati? Ho militato per 19 anni in Forza Italia, che certamente non è un partito radicale. Sono liberale e atlantista. Alle comunali ho ricevuto preferenze da ogni settore. A Bruxelles ho buoni rapporti con tutti. Porto avanti alcune battaglie, in particolare sull’immigrazione, che non sono “estremiste”, ma semplicemente necessarie. Qualcuno, strumentalmente, mi giudica sulla base di qualche video che diventa virale sui social? Mi pare riduttivo».
Quindi?
«Alle ultime tornate elettorale la metà dei milanesi non è andata a votare quindi per vincere a Milano non si devono convincere quelli di sinistra a votare noi, ma far uscire di casa quelli di centrodestra che, se non hanno di fronte un candidato credibile, difficilmente vanno a votare. Mobilitare quel voto che si è rifugiato nell’astensione. Cominciando però dai nostri elettori, non da quelli degli altri».
Ma come?
«Ho una proposta: ci lascino fare le primarie di centrodestra. Facciamo decidere il candidato sindaco ai cittadini».
Difficile trovare un accordo su una soluzione del genere, non trova?
«Decideranno i leader della coalizione: troviamo in fretta un nome, altrimenti facciamo le primarie».
Qual è il rischio nella designazione di un candidato dall’alto?
«Mi permetto di far notare che calare dall’alto un candidato civico significa consegnarsi alla sconfitta. Come è accaduto nell’ultima tornata amministrativa. È fattuale, come direbbe Vittorio Feltri».
E dunque, si immagina una grande kermesse cittadina?
«Prendiamo esempio dall’ex sindaco Giuliano Pisapia. Ve la ricordate la “rivoluzione arancione” che lo portò a strappare Milano al centrodestra, imperniata sulle primarie? Tutti i cittadini si devono sentire protagonisti nella scelta del futuro della città».
È quello che si aspetta oggi dalla sua coalizione?
«Sì, dobbiamo puntare a una campagna lunga con le primarie, un confronto aperto per galvanizzare gli elettori, spingerli a partecipare, discutere dei problemi della città, quelli che Sala non ha mai voluto risolvere. Chiunque risulterà vincitore, avrà una legittimazione popolare, godrà dell’appoggio dell’intera coalizione. Ci guadagnano tutti».
Purché siano primarie vere. Spesso a sinistra il vincitore lo decidono prima…
«Assolutamente. Più sono vere, e più avremo possibilità di vincere. L’altro giorno ero al telefono con Tatarella, ci conosciamo da una vita, siamo stati anche compagni di banco in consiglio comunale. Anche a lui piace l’idea».
Immagino che il suo cavallo di battaglia sarebbe la sicurezza?
«È risultato il tema più sentito nei gazebo della Lega. E lo comprendo. A Milano l’insicurezza e il degrado non riguardano più solo le periferie, ma ormai interessano tutti i quartieri. Lo spaccio e gli accoltellamenti sono all’ordine del giorno. Ovunque ci sono immigrati irregolari che, nonostante il foglio di via, continuano a girare. Bisogna aumentare i filtri per il rilascio della cittadinanza, e introdurre un test che valuti l’integrazione prima di concederla».
Parla delle seconde generazioni?
«Va fatta una distinzione tra chi rispetta le regole e i molti che non hanno nessuna intenzione di integrarsi. A livello nazionale la Lega ha promosso nuove norme contro i cosiddetti “maranza”. In futuro serve sicuramente una linea diretta tra il ministero dell’Interno e città difficili come Milano. Il governo, in quest’ultimo anno di legislatura, deve insistere per rispettare le promesse fatte sulla sicurezza».
E Beppe Sala?
«Uno dei tanti che ha voluto usare Milano come un trampolino per fare carriera. Ma i suoi colleghi a sinistra gliel’hanno impedito. Albertini ha lasciato in eredità i grattacieli, Moratti ha lasciato l’Expo, Pisapia la Darsena. Sala ha lasciato alla città solo le piste ciclabili».
Se fosse lei il sindaco?
«Servono grandi opere, uno slancio internazionale. Milano è capitale del design e non si vede. La città purtroppo è sempre più degradata. Serve un rapporto più stretto tra il pubblico e il privato per gli investimenti in città. Milano deve tornare a correre e a essere la locomotiva del nostro Paese».
E l’area C?
«Vanno riviste tutte le misure green, in particolare quelle più ideologiche: bisogna tornare a garantire la viabilità. Milano significa velocità e lavoro. Va bene il rispetto per l’ambiente, ma in accordo con la libertà dei cittadini. Inoltre va rivista la mobilità, modificate alcune ciclabili, servono parcheggi di interscambio e investimenti sulle linee di trasporto e sulle metropolitane. Il sindaco di Milano dice che ha soppresso linee e corse dei bus perché mancano soldi, allora reintroduciamo il bigliettaio e facciamo pagare chi non paga il biglietto».
Cosa intende?
«C’è un gigantesco problema sugli affitti a Milano. Non si capisce chi siano gli inquilini. Le case occupate restano occupate. Conosco ogni metro quadro dei quartieri più degradati di Milano: un’amministrazione seria andrebbe a controllare porta a porta, e scoprirebbe che ci sono subaffitti illegali ovunque. I vigili urbani devono tornare ad occuparsi di legalità, mentre oggi si occupano solo di multe stradali per rimpinguare le casse comunali. Inoltre l’amministrazione si è arresa alla illegalità dei centri sociali e delle moschee abusive».
Tornando alla Lega: bisogna trovare un accordo con la fronda nordista, quella che chiede un profilo più «federale» per il partito. Quale ruolo per Luca Zaia?
«Salvini è stato eletto a congresso l’anno scorso e sta lavorando egregiamente al governo. Zaia ha svolto brillantemente il ruolo di governatore del Veneto. È una persona capace, ha consenso, ed è per questo che Salvini gli ha proposto dei ruoli rilevanti nel partito. In vista delle politiche è importante che la Lega, compatta, continui ad occuparsi dei temi che più da vicino toccano i cittadini».
Il suo nome alla corsa per il comune di Milano potrebbe essere un modo per frenare la fuga verso il partito di Vannacci. Ci sono punti di contatto?
«Ci sono temi che ci accomunano come la remigrazione, concetto che sicuramente non ha inventato lui, la Lega ne ha parlato prima di lui. Per il resto, viaggiamo su binari diversi. Un esempio: Vannacci propone il reddito di maternità, badate bene non anche paternità o in generale genitorialità. Per me è anacronistico, perché mi batto da sempre per la libertà delle donne e tra l’altro andrebbe per la maggioranza agli stranieri».
Bisogna coalizzarsi con il generale?
«È Vannacci che si è chiamato fuori, dopo essersi fatto eleggere con i voti della Lega. Ha votato la sfiducia al governo. Vuole accaparrarsi voti, anche a costo di far vincere gli avversari. Al momento, sta facendo il gioco della sinistra».
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Il capo di Futuro nazionale svela alle sue truppe la strategia per l’intesa col centrodestra e per mandare in tilt il campo largo. Salvini: «Mi ha fregato». La porta però non è chiusa: «Improbabile un patto, a oggi».
Roberto Vannacci, uno che conosce bene la guerra, con tutte le atrocità che comporta, e che proprio per questo la detesta, sta applicando alla perfezione nella sua azione politica la necessaria armonia di strategia e tattica, dove la prima è il piano a lungo termine che definisce la direzione generale e gli obiettivi da raggiungere e la seconda è l’insieme delle azioni a breve termine utilizzate per eseguire quel piano sul campo. Guarda a domani Vannacci e guarda anche al 2029, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e il prossimo Parlamento dovrà eleggere il successore. Bene: a quanto risulta alla Verità, in alcune conversazioni con i suoi, Vannacci ha anticipato cosa risponderà a chi gli chiederà chi vedrebbe bene al Quirinale: Giorgia Meloni.
Proprio così: Vannacci ha studiato questa mossa per disarticolare il campo avverso, ovvero il centrosinistra, e per far capire ai potenziali alleati di centrodestra di essere pronto, con le sue truppe parlamentari, a sostenere quella che sarebbe una vera e propria rivoluzione politica per l’Italia e per l’Europa intera: per la prima volta una donna capo dello Stato italiano, la donna che è stata anche la prima a sedere a Palazzo Chigi, e che avrà pure stabilito (scongiuri consentiti) il record di leader del governo più longevo della storia della Repubblica.
La proposta manderebbe in tilt il centrosinistra, che nelle ultime settimane dipinge Vannacci come il pericoloso estremista al quale non occorre consentire di essere determinante per l’elezione del successore di Mattarella. Proporre la Meloni, apprezzata a livello europeo e internazionale, metterebbe a tacere ogni grido di dolore (strumentale) da parte della sinistra italiana. Al tempo stesso, la prospettiva non può che ingolosire il centrodestra nostrano: la Meloni ha ampiamente dato dimostrazione di essere capace di mantenere alto il consenso della maggioranza e del governo, nonostante i tanti scivoloni di seconde file e comprimari.
Certo, a quel punto si porrebbe il tema di chi proporre come premier al posto di Giorgia: i nomi non mancano, qualcuno già circola, ma si vedrà al momento opportuno. Fin qui la strategia: dal punto di vista tattico, la mossa di Vannacci è altrettanto scaltra, perché se si vuole cogliere l’opportunità di avere per la prima volta in 80 anni un presidente della Repubblica di destra, occorre vincere le elezioni. E per vincerle, non si può prescindere da un’alleanza con Futuro nazionale, considerato che (vedrete) il centrosinistra un modo per mettere in piedi un’alleanza e indicare un leader lo troverà, proprio perché il prossimo Parlamento eleggerà il capo dello Stato, e le attuali opposizioni non possono permettersi il lusso di presentarsi al fischio d’inizio della partita delle politiche sapendo di aver già perso a causa di personalismi e divisioni interne, come accadde nel 2022. Non è un caso se le dichiarazioni degli esponenti di punta di Fratelli d’Italia e Forza Italia sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci diventano sempre meno gelide ora dopo ora, e non a causa delle temperature elevate: se Parigi val bene una messa, Roma val benissimo un generale in coalizione.
E Matteo Salvini? Il vicepremier è comprensibilmente deluso e amareggiato da Vannacci, e ieri, parlando a Milano Marittima a un evento della Lega giovani, lo ha ripetuto chiaramente: «Vannacci? Io non porto rancore. È più una delusione umana che politica nei suoi confronti», ha detto Salvini, «dura qualche ora poi si guarda avanti. Visto che gli abbiamo aperto le porte di casa nostra e gli abbiamo consegnato il nostro onore, la nostra storia e il nostro passato, vederlo rimangiarsi nel giro di qualche settimana tutta quest’apertura, da parte di un uomo in divisa che teoricamente dovrebbe essere cresciuto nel nome del rispetto della parola, degli ideali e del sapere far squadra, è stata una delusione. Farà quello che riterrà di fare. Se l’ho più sentito? No, mi freghi una volta, ma non mi freghi la seconda. E se ai loro convegni si salutano e si accolgono fra camerati», aggiunge, «io preferisco le giornate della Lega giovani, dove ci sono ragazze e ragazzi amici, fratelli compatrioti, autonomisti». Ok, ma l’ipotesi di un accordo per le politiche? «Arriveremo», argomenta Salvini, «con questa alleanza: con Vannacci a oggi evidentemente no. Ha votato contro il piano Casa e se ci ritiene dei falliti adesso non penso che cambierà idea tra un anno».
«A oggi no», «Non penso cambierà idea tra un anno»: Salvini in sostanza non esclude un’intesa con Vannacci e lascia la decisione finale al generale. Infine, la campagna elettorale: «Se guiderò la prossima campagna? C’è sempre la variabile ultraterrena», scherza il vicepremier, «non può essere stabilita da un congresso, se la salute lo permette, assolutamente si. La forza della Lega è sempre stata, e sempre sarà, la squadra. Non sarà una campagna elettorale solitaria, servono i capitani ma servono anche le truppe, perché capitani o generali o colonnelli, senza truppe motivate determinate e orgogliose, non vanno da nessuna parte. Quindi da Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, ai sindaci e ai governatori me li aspetto tutti, non dietro ma di fianco, per vincere. Guiderò la Lega altri tre anni. In caso di vittoria mi piacerebbe fare il ministro dell’Interno? A me piace portare a termine le cose, in questa legislatura vado a chiudere tutti i cantieri. Se vinciamo, sì».
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