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Il leader di Enosi Angelo Strazzella: «Affianchiamo i proprietari con imprenditori, non consulenti. La divisione fashion offre metodo e sinergie».
Enosi Holding debutta nel settore fashion con il lancio di Enosi Moda, una nuova divisione dedicata allo sviluppo e alla crescita internazionale di brand italiani ad alto potenziale. Un progetto che unisce investimenti, visione industriale e valorizzazione del Made in Italy, con l’obiettivo di accompagnare le Pmi della moda in percorsi di consolidamento e apertura ai mercati globali. Ne parliamo con Angelo Strazzella, fondatore di Enosi Holding e promotore di questa nuova iniziativa che punta a creare un ponte tra creatività, impresa e sviluppo internazionale.
Lei definisce Enosi Moda una piattaforma di sviluppo industriale per il fashion: qual è oggi, secondo lei, il principale limite delle Pmi italiane della moda nel crescere a livello internazionale?
«Le Pmi sono da sempre il nostro segmento di riferimento indipendentemente dal settore in cui operano. Conosciamo molto bene le criticità delle piccole e medie aziende e crediamo che uno dei limiti che frenano la loro possibilità di sviluppo sia la difficoltà nel reperire personale qualificato capace di guidare i loro piani di crescita. Proprio per questo motivo il nostro modello è quello di affiancare i proprietari da imprenditori e non da consulenti, mettendo a loro disposizione tutti i servizi che abbiamo in house e creando una rete sinergica coordinata da professionisti del settore che parlano il loro linguaggio. A questo aggiungiamo che il nostro accorpato parla ad oggi ben sette lingue e vanta una presenza fisica nei principali mercati internazionali di riferimento».
Perché avete deciso di entrare proprio ora nel settore fashion e lifestyle? Quali opportunità avete individuato nel mercato?
«L’Italia è da sempre espressione della moda e del lifestyle. In questo momento l’intero settore sta vivendo una crisi a livello mondiale, e crediamo che fornire supporto a realtà che siamo certi che in futuro avranno valore sia assolutamente necessario. La scelta di entrare ora in questo segmento è legata anche al fatto che abbiamo finalmente identificato i partner giusti per approcciare e sviluppare il mercato».
Enosi Holding arriva da settori come tecnologia, servizi e innovazione: quali competenze trasversali porterete nel mondo della moda?
«La strutturazione e la gestione finanziaria di un’operazione passa, soprattutto, attraverso il metodo, che rappresenta la condizione necessaria al successo indipendentemente dal settore industriale in cui trova applicazione. Il vero elemento moltiplicativo del nostro lavoro di analisi e gestione risiede nell’integrazione con persone che di quel settore conoscono le dinamiche più celate, che ragionano in sincronia con esso capaci di fare breccia al suo interno. Enosi Moda nasce proprio da questo combinato disposto, con l’ambizione di generare casi di successo nel segmento contemporary del fashion Made in Italy attraverso l’azione sinergica di persone che sappiano interpretare, controllare e valutare numeri, processi e opportunità in un’ottica di rottura di schemi pregressi e di conseguente creazione di valore per il nostro territorio. Se poi a un gruppo di persone competente e affiatato si aggiunge una componente tecnologica, ci si trova davanti ad una sfida che sicuramente vale la pena intraprendere».
Quanto conta oggi l’integrazione tra retail fisico, digitale e distribuzione internazionale nello sviluppo di un brand Made in Italy?
«La strategia multichannel è fondamentale. In una situazione di mercato instabile come quella attuale, Italia ed Europa sono al centro del nostro core business distributivo. Attualmente ci stiamo concentrando sullo sviluppo di una consolidata rete wholesale di alto livello poiché siamo convinti che questo canale debba generare una quota importante di fatturato. Stiamo attivando una serie di partnership mirate e strategiche con i top retailer. L’integrazione digitale è fondamentale ma solo ed esclusivamente se fatta con partner di primo livello».
Avete scelto di debuttare con Crida, marchio fondato da Cristina Parodi e Daniela Palazzi: cosa vi ha convinto di questo progetto e quali potenzialità vedete nel brand?
«Crida è stato scelto accuratamente come brand per il lancio del progetto Enosi Moda in quanto rispecchia tutti i principi cardine del nostro progetto. Italianità, posizionamento, visione e possibilità di sviluppo in tutti i mercati globali».
La partnership con Giglio Boutique sembra centrale nel progetto: quale ruolo avranno i retailer strategici nel modello Enosi Moda?
«I retailer saranno al centro del nostro progetto distributivo e avranno un ruolo fondamentale al suo interno. Giglio è stato il primo retailer scelto da noi. Siamo convinti che i negozi multibrand vadano rimessi al centro dell’attenzione, ma non vedendoli più come clienti a cui fatturare ma come veri e propri partner strategici con cui studiare piani di azioni mirate».
Parlate di valorizzazione del Made in Italy creativo e produttivo: in che modo intendete proteggere autenticità e artigianalità pur puntando alla crescita globale?
«Il Made in Italy è un asset fondamentale che intendiamo preservare e valorizzare attraverso il supporto alle Pmi che stanno dietro ad esso. Le nostre scelte a livello di brand si concentreranno su eccellenze dei singoli comparti. Il nostro apporto sarà fortemente concentrato nel riuscire ad utilizzare tutte le forme di supporto finanziario (Simest, Cassa depositi e prestiti, etc…) che il governo mette e a disposizione delle aziende, strumenti troppo spesso poco utilizzati a causa delle difficoltà burocratiche e del poco tempo che gli imprenditori dedicano a esse. Il nostro compito sarà quello di guidare le aziende nell’accedere a queste risorse facendo rete e sistema».
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Luca Josi
Il brand manager di Tim, Luca Josi assieme alla moglie, ha scritto un libro su Marcantonio Bragadin: «Fu un generale veneziano, scuoiato vivo dai turchi dopo l’assedio di Famagosta. Mia nonna mi raccontava le sue imprese».
Luca Josi, lei ha inventato il romanzo parentale?
«Assolutamente no, ho solo traslato i racconti di una nonna che di cognome faceva Bragadin e aveva sostituito le fiabe dei fratelli Grimm con la saga del mio avo Marcantonio».
Dalla nonna alla moglie, Allegra Scattaglia, è un romanzo scritto a quattro mani.
«Siamo una coppia in cui il 99% del talento è in mano a lei mentre e me resta l’1% per far fallire il progetto».
Un sodalizio creativo già provato dalla scoperta di Sven Otten, il ballerino del tormentone della Tim di qualche anno fa, scovato da sua moglie.
«Lì la sua quota era del 100%».
È un romanzo parentale anche per la discendenza da Marcantonio Bragadin: perché ha deciso di raccontarne ora la storia?
«Mio padre ironizza molto sul fatto che abbia la vocazione al martirio, forse riferendosi al fatto che sono diventato craxiano nel 1992».
Già produttore tv con Einstein multimedia e capo della struttura Brand strategy e media di Tim, vulcanico imprenditore della comunicazione, ora Luca Josi pubblica, con Allegra Scattaglia, Venetians. Il segreto dell’Arsenale (Sonzogno), primo di una serie di romanzi storici su Marcantonio Bragadin, l’eroico generale della Repubblica di Venezia, scuoiato vivo dai turchi durante l’assedio di Famagosta perché rifiutò di convertirsi all’islam. Leggendolo, ci si accorge che è una sceneggiatura già pronta per la tv.
La vocazione al martirio spunta anche nella scelta d’imbarcarsi in quest’impresa?
«In famiglia ci sono due stelle polari. Da parte della nonna paterna che faceva Monti Bragadin, e da parte di quella materna, che ci ha regalato uno zio, il tenente Piero Borrotzu che si fece fucilare a 22 anni per salvare i 70 abitanti di Chiusola, rastrellati dai nazisti. Queste due storie non mi garantiscono nessun onore, né coraggio o lustrini, semmai oneri nel doverle e volerle tramandare».
Cominciando dall’eroe di Famagosta.
«Tre anni fa era il 500° anniversario della nascita e ce lo siamo perso. Marcantonio nasce il 21 aprile del 1523 e m’impegnai, con scarsissimi risultati, a far commemorare un signore che, se non fosse esistito, probabilmente il mondo occidentale di oggi sarebbe diverso. Contro il mondo islamico, prima e dopo, ci sono state la battaglia di Poitiers e quella di Vienna. Ma se non ci fosse stata la resistenza disperata di Famagosta, la Lega santa non avrebbe trovato il tempo materiale per organizzare la flotta e poi contro i musulmani la motivazione morale in ragione del supplizio di Bragadin di fermare la storia».
Senza Bragadin non ci sarebbe stata la vittoria di Lepanto.
«Il primo 7 ottobre della storia, 1571, si consuma con una vittoria dell’Occidente totalmente inaspettata che innesca una serie di eventi fino alla divisione del mondo attuale. Io non credo alle cabale e altre suggestioni numerologiche, ma registro che abbiamo avuto altri 7 ottobre: quello dell’Achille Lauro, nel 1985, e quello tragico del 2023, in Israele, esattamente 500 anni dopo la nascita di Bragadin».
Il dedalo di calli e campielli è la cornice perfetta del conflitto tra cattolici, ebrei e musulmani?
«È la città incubatrice che anticipa un’infinità di fenomeni e sistemi e consente a diverse etnie di convivere nella piccola dimensione dei suoi quartieri. Venezia concepisce e dà il nome al primo ghetto della storia».
Perché Marcantonio Bragadin è da riscoprire?
«Intanto, perché è un dimenticato. Non a caso abbiamo deciso di dedicare il libro, oltre che a lui, agli smarriti della storia. Abbiamo una memoria e una capacità mentale limitata. Serve un po’ di tenacia per mantenere vive e ricordare alcune storie invece di altre».
Ma nello specifico che cosa rappresenta?
«È la testimonianza della lealtà alla propria appartenenza. Fior di storici etichettano Bragadin come uno dei tanti ufficiali violenti dell’epoca. Mi sembrano come coloro che discettano nei salotti tv di quanto dovrebbe essere educata e gentile la gestione della politica e non si sa sarebbero in grado di gestire un’assemblea condominio».
Perché anche la Serenissima è da riscoprire?
«In quest’anno in cui si celebra il 250° anniversario dell’Indipendenza americana sarebbe un orgoglio italiano ricordarsi che i fondatori, Thomas Jefferson per esempio, citano Filippo Mazzei tra gli ispiratori della Costituzione americana in quanto debitrice dell’architettura legislativa della Serenissima del Cinquecento».
Quest’orgoglio non ce l’abbiamo?
«Non lo sappiamo nemmeno. L’America l’abbiamo scoperta grazie al mio conterraneo Cristoforo Colombo, poi ne abbiamo ispirata la Costituzione grazie a quella di Venezia. Abbiamo buone quote azionarie del processo formativo di quello che oggi è, ancora, non si sa per quanto, il Primo mondo».
Venezia come simbolo e patria dell’Occidente e anche porta d’Oriente?
«Come si direbbe oggi, Venezia era un hub, un luogo di scambi con tutto il mondo conosciuto che vive producendo ricchezza, attraverso la forza dei commerci, della ricerca e la solidità delle sue istituzioni. Nel 1540 di Bragadin, siamo a 50 anni dalla scoperta dell’America, il mondo si sta spostando verso Ovest».
Venezia, patria occidentale in quanto patria di dialogo e commerci?
«È la città che fa convivere la quantità più numerosa di etnie e lingue in un sistema di modernità che anticipa una serie di fenomeni e meccanismi industriali. Negli arsenali si costruiscono due galee al giorno, anziché una Biennale ogni due anni, e nelle procuratie nascono i sistemi di intelligence così come li concepiamo oggi: protezione dei commerci e tutela dei brevetti. Venezia, con Manuzio, inventa il nostro formato di libro ed è la prima Silicon valley della storia perché è la valle del vetro».
Oggi rispolverare il Bragadin di Famagosta e Lepanto vuol dire alzare muri?
«No, è storia che non può essere guardata o scordata a seconda delle opportunità».
Come giudica il fatto che in molte città europee sopravvivono enclavi musulmane poco integrate che minano il senso di sicurezza dei cittadini?
«Il mondo vive di contaminazioni che diventano virtuose se reciproche e simmetriche».
Pietrangelo Buttafuoco ha parlato della Biennale che presiede come di un «giardino di pace»: è un’immagine valida anche per Venezia?
«Diciamo che Bragadin è in pace col Signore e se avesse capitolato forse avremmo avuto ancora prima un presidente islamico della Biennale».
Fedelissimo di Bettino Craxi nel momento della gogna dell’Hotel Raphael, si è definito «un salmone orfano»: anche Buttafuoco lo è andando controcorrente in un momento in cui il fascismo è morto?
«Non so, oggi la destra è ancora al potere, per cui mi sembra che a Buttafuoco sia andata abbastanza bene. Non lo vedo orfano. E mi sembra che la Biennale gli sia arrivata in ragione della Meloni al governo e non di altre categorie dello spirito».
Quindi il fascismo è attivo come si sostiene in molti talk show?
«Chiedersi se il fascismo sia ancora vivo nel 2026 equivarrebbe, nel 1920, a guardare a Napoleone Bonaparte invece che a Filippo Tommaso Marinetti e Benito Mussolini. Oggi bisognerebbe interrogarsi sui tecnofascismi del nostro tempo».
Come avviene spesso a Otto e mezzo, come ci si trova?
«Intanto, mi ospitano con curiosità. Poi posso dire quello che voglio, quindi mi trovo bene».
Assodato che i padiglioni della Biennale sono di proprietà dei singoli Stati, lei è favorevole a bocciare le partecipazioni di alcuni Paesi?
«No. Vorrei che fosse davvero aperta a tutti. I socialisti, nel 1977, fecero la Biennale del dissenso; i sovranisti nel 2026 del consenso in cui il dissenso maggiore è verso il loro stesso governo».
C’è la Biennale degli Stati e quella del team della curatrice Koyo Kouoh, deceduta.
«Non sono un tuttologo ma un pocologo, i miei amici esperti segnalano l’assenza di artisti italiani fuori dal padiglione Italia. Morta la curatrice hanno tenuto la lista che lei aveva redatto, non sappiamo se è incompleta o wokista. Tuttavia, in una Biennale di un governo sovranista quest’assenza si coglie».
Sbaglia Massimo Cacciari a sostenere che, in assenza di forme di propaganda, tenendo aperto il confronto, l’arte e la ricerca scientifica, possono facilitare la ripresa dei rapporti una volta cessate le ostilità?
«No, assolutamente. Infatti, la domanda è se interessa conoscere l’opera dei parenti del ministro Sergej Viktorovic Lavrov o degli enne artisti dissidenti, di quella come delle altre autocrazie del mondo, che navigano nelle solitudini e nelle ossessioni di sistemi che non li lasciano esprimere».
Gli Stati, Italia compresa, scelgono i loro artisti, ma devono sottostare ai diktat delle burocrazie europee non elette da nessuno?
«Diciamo che ci siamo portati avanti avendo avuto enne governi non eletti da nessuno».
Sembra che ci stiamo ravvedendo.
«Speriamo. Dopo aver distrutto classi dirigenti e infamato la politica in ogni sua forma, oggi far politica è un atto di misericordia e un’infamia sociale».
Ribellarsi alle burocrazie calate dall’alto può essere un primo passo?
«Le burocrazie devono essere in funzione delle visioni politiche e non il contrario».
Andando oltre il diritto alla libertà espressiva, è possibile che quasi sempre le esposizioni artistiche contengano critica dell’Occidente, denuncia del capitalismo e del colonialismo?
«Lo è perché noi, Venezia e l’Occidente, nasciamo come mondo delle libertà e le Biennali le facciamo. Nel nostro Occidente prima di questa crisi ospitavamo sui nostri territori e nelle nostre banche migliaia di oligarchi con conti correnti, barche e ville. Contemporaneamente non si ha notizia di miliardari occidentali con dacie, conti correnti o panfili in mondi dell’Est. Il che significa che, almeno sul piano materiale, l’Occidente aveva stravinto».
Si può dire oggi del governo israeliano quello che, commentando il depistaggio riguardante le trame contro la Serenissima, Marco Bragadin dice degli ebrei come «utili capri espiatori»?
«Benjamin Netanyahu ha realizzato un capolavoro di autodistruzione dando la stura a un antisemitismo che fa tornare attuale la frase di Isaiah Berlin: “Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario”».
Secondo lei il centrodestra al governo ha davvero un progetto di egemonia culturale?
«Se se ne parla significa che non c’è perché l’egemonia si compie quando una serie di soggetti in azione nei vari ambiti della società vengono identificati per la loro appartenenza politica solo dagli addetti ai lavori o dalle controparti. Quando questo avviene è egemonia, altrimenti è lottizzazione».
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2026-05-16
Terrorismo globale, raid di Usa e Israele: uccisi due leader jihadisti tra Nigeria e Gaza
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I funerali di Izz al-Din al-Haddad, comandante militare di alto rango del braccio armato di Hamas, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, ucciso insieme ai suoi familiari in un attacco israeliano a Gaza City (Gertty Images)
Washington annuncia l’eliminazione del numero due dell’Isis in Africa durante un’operazione in Nigeria. A Gaza Israele colpisce il comandante militare di Hamas Izz al-Din al-Haddad. Nuova offensiva contro i vertici del jihadismo internazionale.
La guerra globale al terrorismo è tornata al centro della scena internazionale con due operazioni che, nel giro di poche ore, hanno colpito alcuni dei principali vertici del jihadismo internazionale tra Africa e Medio Oriente. Da un lato l’eliminazione in Nigeria di Abu Bilal al-Minuki, indicato da Donald Trump come il numero due mondiale dello Stato Islamico. Dall’altro l'assassinio mirato di Izz al-Din al-Haddad, comandante militare di Hamas nella Striscia di Gaza e considerato da Israele uno degli ultimi grandi architetti del massacro del 7 ottobre 2023.
Due operazioni diverse, ma accomunate da un messaggio preciso: Stati Uniti e Israele stanno intensificando la strategia delle eliminazioni mirate contro i vertici delle organizzazioni jihadiste. L’operazione più clamorosa è avvenuta nel nord della Nigeria, dove forze speciali americane e unità dell’esercito nigeriano hanno ucciso Abu Bilal al-Minuki durante un raid definito dalla Casa Bianca «meticolosamente pianificato». A confermare l’azione è stato lo stesso Donald Trump con un messaggio pubblicato su Truth Social. Il presidente americano ha parlato di una missione estremamente complessa, sostenendo che il leader jihadista fosse «il terrorista più attivo del mondo» e il secondo comandante globale dell’Isis. Secondo Trump, al-Minuki credeva di potersi nascondere in Africa, ma l’intelligence americana monitorava da tempo i suoi movimenti.
Un capo sfuggente ma centrale nella strategia dell’Isis in Africa
Dietro il nome di Abu Bilal al-Minuki si nascondeva una delle figure più importanti del terrorismo jihadista africano. Nato nel 1982 nello Stato di Borno, nel nord-est della Nigeria, era conosciuto anche con il nome di Abu Bakr ibn Muhammad ibn Ali al-Mainuki ed era considerato uno dei principali coordinatori delle attività dello Stato Islamico nell’Africa occidentale e nel Sahel. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, svolgeva un ruolo centrale nella gestione delle «province» dell’Isis sparse nel mondo, fungendo da collegamento tra il comando centrale e le cellule operative regionali. Washington lo aveva inserito nel 2023 nella lista dei terroristi globali più pericolosi. La sua eliminazione rappresenta un colpo simbolico e operativo per lo Stato Islamico, soprattutto in Africa, continente dove il jihadismo continua a espandersi approfittando di instabilità politica, povertà e confini fragili. Il nord della Nigeria è ormai da anni uno dei principali teatri della guerra al terrorismo. Non solo Boko Haram, ma anche le cellule affiliate all’Isis hanno trasformato vaste aree del Paese in territori segnati da rapimenti, massacri e attacchi contro civili e forze di sicurezza. Secondo fonti americane, negli ultimi mesi la cooperazione militare tra Washington e Abuja è stata rafforzata in modo significativo. Già durante il periodo natalizio gli Stati Uniti avevano effettuato bombardamenti nello Stato di Sokoto contro obiettivi riconducibili allo Stato Islamico.
L’operazione contro al-Minuki conferma inoltre come l’Africa sia diventata il nuovo epicentro del jihadismo globale. Negli ultimi anni lo Stato Islamico ha perso gran parte del territorio conquistato tra Siria e Iraq, ma ha contemporaneamente rafforzato le proprie reti nel Sahel, in Somalia, in Mozambico e nell’Africa occidentale. Per gli apparati di sicurezza occidentali il rischio è che il continente africano diventi la nuova piattaforma operativa per attentati internazionali, traffici illegali e reclutamento jihadista.
A Gaza ucciso il capo milizare di Hamas
Quaasi in simultanea, un’altra operazione militare ha riacceso il conflitto in Medio Oriente. A Gaza, Israele ha annunciato di aver colpito Izz al-Din al-Haddad, leader dell’ala militare di Hamas e successore dei fratelli Sinwar alla guida del gruppo armato palestinese. Con lui sono morte la moglie e la figlia. L’attacco israeliano è avvenuto nel quartiere di Rimal, a Gaza City, dove l’aviazione avrebbe colpito un edificio ritenuto un nascondiglio del comandante jihadista. Secondo fonti militari israeliane, tre caccia avrebbero sganciato tredici bombe sull’obiettivo, mentre un secondo raid avrebbe colpito un veicolo in fuga per impedire eventuali tentativi di evacuazione. Israele sostiene che Haddad fosse responsabile diretto della pianificazione dell’attacco del 7 ottobre 2023, che provocò circa 1.200 morti e il rapimento di 251 persone.
Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno rivendicato personalmente l’operazione, definendo Haddad «uno dei principali artefici del massacro del 7 ottobre». Secondo Israele, il comandante di Hamas ha coordinato omicidi, sequestri e attacchi contro civili israeliani e militari delle Forze di Difesa Israeliane, mantenendo inoltre numerosi ostaggi come scudi umani durante la guerra. Haddad era considerato una figura quasi leggendaria all’interno delle Brigate al-Qassam. Parlava ebraico, utilizzava continui spostamenti tra rifugi sotterranei e nascondigli e aveva assunto il comando di Hamas a Gaza dopo la morte di Muhammad Sinwar nel maggio 2025. Prima di lui, la leadership era passata da Yahya Sinwar, eliminato da Israele nell’ottobre 2024. Per questo motivo Haddad rappresentava l’ultimo grande comandante della vecchia struttura militare di Hamas sopravvissuto alla campagna israeliana.
L’eliminazione simultanea di leader jihadisti in Africa e Medio Oriente mostra come la guerra globale al terrorismo stia entrando in una nuova fase. Dopo anni concentrati soprattutto sulla competizione con Cina e Russia, gli Stati Uniti stanno tornando a investire pesantemente nelle operazioni contro il jihadismo internazionale, mentre Israele continua la sua strategia di decapitazione sistematica dei vertici di Hamas. Il messaggio politico è chiaro: colpire i leader per destabilizzare le organizzazioni terroristiche, ridurne la capacità operativa e impedire la ricostruzione delle reti internazionali. Le operazioni condotte tra Nigeria e Gaza dimostrano come la guerra globale al terrorismo sia entrata in una nuova fase caratterizzata da raid chirurgici, intelligence sempre più avanzata e cooperazione internazionale tra eserciti e servizi segreti. Stati Uniti e Israele stanno puntando a smantellare le catene di comando delle organizzazioni jihadiste colpendo direttamente i leader più esperti e difficili da sostituire. Dall’Africa occidentale al Medio Oriente, il confronto contro Isis e Hamas continua quindi a evolversi in un conflitto permanente e ad alta intensità, dove la superiorità tecnologica e informativa è diventata decisiva quanto la forza militare sul terreno.
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2026-05-16
India, dall’euforia alla disciplina: l’economia di Nuova Delhi entra in una nuova fase
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Una veduta del mercato di Karol Bagh a Nuova Delhi (Getty Images)
Tra volatilità dei mercati, pressioni sulla rupia e investimenti più selettivi, l’India affronta una fase di maggiore cautela. Il nodo ora è trasformare ambizioni economiche e peso geopolitico in crescita più solida e credibile.
L’India non è mai stata un mercato semplice. È troppo grande, troppo federale, troppo stratificata politicamente e troppo diseguale nel suo sviluppo per essere letta con categorie sbrigative. Chi ha immaginato di trovarvi la scala della Cina, la rapidità esecutiva del Golfo e le uscite finanziarie della Silicon Valley ha finito per scontrarsi con una realtà diversa. L’India non premia il capitale impaziente. Premia chi sa distinguere tra potenziale demografico e costruzione reale di valore.
La fase attuale va letta in questa chiave. Il rallentamento di alcuni flussi di investimento, la maggiore prudenza dei fondi, la volatilità dei mercati e le pressioni sulla rupia non indicano necessariamente un indebolimento strutturale del Paese. Segnalano piuttosto il passaggio da una stagione di entusiasmo a una stagione di selezione. Dopo anni in cui l’India ha beneficiato della liquidità globale, del riposizionamento delle catene produttive, della ricerca di alternative alla Cina e dell’attrazione politica di una grande democrazia asiatica, era inevitabile che alcuni prezzi venissero messi alla prova.
Questo non è un fallimento della storia indiana. È una sua maturazione.
Per diversi anni, una parte degli investimenti è stata sostenuta non solo dai fondamentali, ma anche dal racconto. Il mercato indiano è stato presentato come l’alternativa naturale alla Cina, il grande spazio del consumo futuro, il laboratorio digitale del Sud globale, il ponte tra demografia e tecnologia. Molto di questo è vero. Ma nessuna economia, per quanto promettente, può vivere a lungo di aspettative senza essere richiamata alla disciplina degli utili, della produttività e dell’esecuzione.
Una maggiore cautela degli investitori può persino essere salutare. L’India non ha bisogno di capitali che arrivano solo per inseguire il momentum e si ritirano al primo segnale di volatilità. Ha bisogno di capitali capaci di accompagnare cicli lunghi: infrastrutture, manifattura, transizione energetica, logistica, sanità, agricoltura, inclusione finanziaria, digitalizzazione dei consumi. Sono settori che non offrono sempre ritorni immediati, ma costruiscono capacità nazionale.
La critica sulle valutazioni merita attenzione. Molti asset indiani sono costosi. Molti imprenditori valutano le proprie società come se la crescita futura fosse già acquisita. I mercati pubblici hanno talvolta alimentato questa fiducia. È comprensibile, dunque, che gli investitori chiedano maggiore disciplina. Ma anche questa non è una cattiva notizia. Può obbligare imprese familiari, fondatori e fondi a un confronto più serio sul valore reale, sulla governance, sui margini e sulla qualità della crescita.
L’India sta pagando, come molte economie emergenti, un contesto internazionale meno favorevole. Le tensioni in Medio Oriente pesano sul prezzo dell’energia. La vulnerabilità delle rotte marittime incide sulle catene di approvvigionamento. L’incertezza monetaria globale rende più selettivo il capitale. Per un Paese che importa gran parte del proprio fabbisogno energetico, ogni scossa nel Golfo o nello Stretto di Hormuz può tradursi rapidamente in pressione su inflazione, conti esterni e bilanci familiari.
Ma vulnerabilità non significa fragilità.
Negli ultimi anni l’India ha costruito riserve, rafforzato il sistema bancario, contenuto il deficit delle partite correnti, ampliato la base fiscale e investito in infrastrutture con una continuità rara nella sua storia recente. Il sistema dei pagamenti digitali, la formalizzazione di parti dell’economia, l’espansione delle reti logistiche e la maggiore solidità del credito hanno modificato la capacità dello Stato e delle imprese di assorbire shock esterni. I rischi restano, ma non colpiscono più la stessa economia di dieci anni fa.
Il punto centrale è che l’India non può più essere giudicata solo come un mercato emergente promettente. Viene giudicata rispetto alle proprie ambizioni. Ed è un test più severo.
Per attrarre la prossima fase di capitale, non basteranno la demografia, la dimensione del mercato interno o la posizione geopolitica. Serviranno uscite più chiare per gli investitori, mercati obbligazionari più profondi, tempi giudiziari più rapidi, regole fiscali più prevedibili, migliore governance urbana, contratti più facilmente esigibili e costi logistici più bassi. Queste non sono richieste ostili all’India. Sono le condizioni perché l’ambizione indiana diventi pienamente credibile.
La trasformazione di fondo, tuttavia, resta intatta. Il mercato interno è ancora ampio e sotto-penetrato. Il ciclo infrastrutturale non è esaurito. Il sistema bancario è più sano. La spinta manifatturiera è imperfetta, ma reale. L’infrastruttura pubblica digitale ha creato una piattaforma che pochi Paesi emergenti possono eguagliare. La rilevanza geopolitica dell’India è aumentata, non diminuita, mentre governi e aziende cercano alternative a una dipendenza eccessiva dalla Cina.
Qui sta la differenza tra una correzione e un’inversione di rotta. Una correzione impone disciplina. Un’inversione segnala perdita di direzione. L’India oggi affronta la prima, non la seconda.
Esiste anche un equivoco frequente. L’India non sta cercando di crescere seguendo un modello puramente export-led. La sua strategia combina domanda interna, investimenti pubblici, politica industriale selettiva, welfare, digitalizzazione e posizionamento geopolitico. Questo rende il percorso più complesso, ma anche meno dipendente da una sola fonte di crescita. I capitali esteri sono importanti, portano disciplina e reti globali. Ma non definiscono da soli la traiettoria del Paese.
La vera questione non è se alcuni investitori stiano diventando più prudenti. La vera questione è se l’India saprà usare questa prudenza per migliorare la qualità della propria crescita. Un momento di maggiore selettività può diventare utile se accelera le riforme necessarie: energia più sicura, infrastrutture più efficienti, giustizia commerciale più rapida, mercati del lavoro e della terra più prevedibili, maggiore trasparenza regolatoria.
L’India non deve rispondere allo scetticismo con la retorica. Deve rispondere con l’esecuzione. Le grandi formule sul 2047 e sullo status di economia sviluppata hanno senso solo se accompagnate da risultati visibili nei porti, nella logistica, nella formazione, nell’industria, nella fiscalità, nelle città e nella fiducia istituzionale.
Un’India più matura sarà inevitabilmente meno spettacolare dell’India dei roadshow finanziari. Avrà correzioni, delusioni, valutazioni riviste, cicli meno euforici. Ma avrà anche scala, resilienza, risparmio interno, capacità tecnologica e una posizione strategica che pochi altri Paesi possono rivendicare.
La domanda, dunque, non è se la storia economica indiana si stia esaurendo. È se il mondo è pronto a guardarla con meno superficialità. L’India non è un miracolo da celebrare né una bolla da liquidare. È una grande economia in costruzione, con tutte le frizioni che questo comporta.
E proprio per questo, forse, la fase attuale non indebolisce il caso indiano. Lo rende più serio.
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