
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2649667565.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2649667565" data-published-at="1609186627" data-use-pagination="False">
A Roma, all’incontro Non solo 8 marzo, organizzato da Giornaliste Italiane, familiari di vittime di femminicidio hanno raccontato come segnalazioni e leggi non siano bastate a fermare gli assassini. Tra le voci, proposte per cambiare cultura e rafforzare l’applicazione delle norme sul codice rosso.
«Bisogna fermare questa strage». L'urlo arriva da una sorella che non ha più una famiglia. Elena Tiron ricorda Gabriela Trandafir e la nipote Renata, madre e figlia uccise nel 2022 a Cavazzona, nel Modenese. Undici denunce presentate contro l'uomo che poi le ha assassinate. Undici segnalazioni che non sono bastate a evitare la tragedia. La sua testimonianza è una delle più dure emerse all'incontro Non solo 8 marzo. Storie di donne e giustizia negata, organizzato dall'associazione Giornaliste Italiane al CeoForLife, in piazza Montecitorio, a Roma.
Un appuntamento che ha voluto riportare al centro tre vicende simbolo di quella che i familiari delle vittime definiscono senza mezzi termini «malagiustizia»: Noemi Durini, uccisa nel 2017 nel Leccese dal fidanzato; Marianna Manduca, assassinata nel 2007 in Sicilia dall'ex marito; e Gabriela Trandafir con la figlia Renata, uccise a Castelfranco Emilia dal marito della donna. Storie diverse, con un elemento in comune: le segnalazioni precedenti alla violenza che non sono riuscite a fermare l'escalation. La madre di Noemi Durini ha puntato il dito contro il sistema dei benefici penitenziari. «Basta permessi premio a chi uccide le donne», ha detto, annunciando una proposta di legge popolare per eliminarli nei casi di femminicidio. «Siamo determinate e stiamo già raccogliendo le cinquantamila firme necessarie». Carmelo Calì, cugino di Marianna Manduca, ha insistito sulla prevenzione culturale. «L'importante è entrare nelle scuole e cambiare la cultura dei ragazzi, altrimenti non andiamo da nessuna parte».
All'evento era presente anche il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Eugenia Roccella. «Ogni femminicidio spacca il cuore. Le leggi ci sono e sono state rafforzate ulteriormente, ma bisogna puntare l'attenzione sulla valutazione del rischio, perché da questo dipende tutto il resto. Abbiamo messo a disposizione gli strumenti legislativi, ora tocca ai magistrati». Il tema dell'applicazione delle norme è stato sollevato anche dalla giornalista Rai Vittoriana Abate, che ha ricordato il caso Durini sottolineando come «intervenire tempestivamente può essere vitale» e come i giudici non sempre valutino correttamente la violenza di genere. Luca Pipitone, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Roma, ha ricordato che i casi di violenza sulle donne «sono all'ordine del giorno» e che la formazione degli operatori è centrale nella gestione dei reati legati al codice rosso.
Tra gli strumenti citati, l'ammonimento del questore: nel 2024, secondo i dati della Polizia di Stato, l'ottanta per cento dei soggetti ammoniti non è tornato a commettere reati. Il magistrato Valerio De Gioia ha ricordato come il legislatore abbia potenziato il codice rosso, introducendo strumenti come il reato di femminicidio e il braccialetto elettronico. Eppure, come hanno sottolineato i familiari delle vittime, tra le norme scritte e la loro applicazione resta spesso uno scarto difficile da colmare.
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Enrico Grosso (Imagoeconomica)
Il vice di Matteo Zuppi rinuncia all’evento: «Suggerire un’opzione elettorale non mi compete». Ma poi si sbilancia lo stesso.
Mi si nota di più se vengo o se non vengo? Prima che da Sant’Agostino, monsignor Francesco Savino dev’essere stato folgorato da Nanni Moretti. Non solo per le sue posizioni politiche ma anche per gli approcci modaioli. Ieri il vicepresidente della Cei era atteso a Roma al congresso di Magistratura democratica, il braccio armato dell’Anm, front line del No al referendum sulla giustizia. Ma alla kermesse della sinistra giudiziaria non si è fatto vedere.
Ha rinunciato all’ultimo momento. Ha scoperto il «non expedit» solo qualche ora prima di salire sul palco del nuovo cinema Aquila al Pigneto. Ufficialmente per non farsi tirare per la tonaca, motivando così: «Non compete a un vescovo suggerire un’opzione elettorale, sarebbe improprio sul piano istituzionale e riduttivo su quello spirituale».
Il vice del cardinal Matteo Zuppi, vescovo della diocesi di Cassano all’Jonio, deve aver annusato l’aria e colto il messaggio per nulla subliminale di papa Leone XIV con il siluro a don Corrado Krajewski, cardinal Bolletta, rimandato in Polonia. Le libere uscite movimentiste, le passeggiate sulle barricate dell’opposizione con fremiti giacobini non sono più tollerate da questo pontefice, meglio tornare nella cesta. Poi, non potendo fare a meno di rendere noto il suo pensiero del tutto personale, il più a sinistra dei prelati non si è trattenuto e ha fatto sapere alle agenzie di stampa esattamente ciò «che non compete». Con la coerenza di chi smentisce un minuto dopo ciò che aveva affermato un minuto prima, ha suggerito la sua opzione elettorale con una motivazione sorprendente.
«La Costituzione è l’infrastruttura istituzionale della coesione sociale: non un marcatore di parte, ma una casa comune che precede le maggioranze e non umilia le minoranze. Una legge superiore perché ricorda a tutti, soprattutto a chi esercita il potere, che esistono limiti invalicabili: la dignità della persona, i diritti inviolabili, le garanzie. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto. Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi, la libertà diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi».
A piedi uniti, anche con qualche interpretazione lunare o creativa stile Nicola Gratteri, monsignor Savino cavalca il No con le stesse argomentazioni teocratiche di Angelo Bonelli e Maurizio Landini: l’inesistente allarme democratico fondato sul presupposto (falso) dell’indebolimento dell’indipendenza della magistratura. È la conferma di una scelta di campo politica, anzi partitica, che non ha nulla a che vedere con l’approccio evangelico di un prelato. Su questi pilastri, il vicepresidente della Cei potrebbe costruire un movimento come la nuova Margherita. Altro che non compete, lui vuole competere eccome. E per farlo si appella all’inviolabilità della Costituzione, parlandone come se fosse un dogma intoccabile, una verità di fede, pura teologia; l’articolo 107 equiparato al Vangelo di Marco, la separazione delle carriere come la messa in dubbio della Santissima Trinità. Più che un ragionamento da sacerdote è un’imposizione da ayatollah del diritto.
Monsignor Savino non è nuovo a questi deragliamenti da comitato centrale. Nel dibattito sul fine vita aveva sposato le ragioni dello scientismo abbandonando la dottrina della Chiesa. In quello sui diritti Lgbtq+ aveva negato la morale sessuale cattolica per sposare le posizioni della lobby arcobaleno. Pure sull’autonomia differenziata era intervenuto per schierare i sacerdoti contro le scelte legittime di uno Stato laico. Quando sottolinea «l’alta responsabilità del magistrato, la cui funzione non si esaurisce nell’applicazione della norma, ma domanda coscienza, rettitudine e senso del limite» verrebbe da chiedergli dove sia «la coscienza» nella gestione della famiglia nel bosco, dove sia «la rettitudine» negli arresti a strascico, dove sia «il senso del limite» nelle invasioni di campo per imporre alla maggioranza eletta una gestione da casta dell’immigrazione clandestina.
L’intervento mancato di Francesco Savino si sovrappone a quello di Enrico Grosso, promotore del Comitato per il No. Che ripete a nastro: «È in atto un attacco senza precedenti nel nostro Paese al principio di autonomia e indipendenza della magistratura su cui si regge l’effettività della separazione dei poteri. La riforma Nordio non danneggia i magistrati ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini. Nel dubbio la Costituzione non cambiamola, soprattutto se ci dicono di non preoccuparci. Se ci dicono di non preoccuparci, preoccupiamoci di più».
Allarme democratico, massimalismo in purezza. Con l’avallo del numero due della Cei, il quale chiude il suo non-intervento con un invito: «L’astensionismo somiglia a una resa silenziosa. Quindi andate a votare, non disertate le urne. Il voto non è un automatismo emotivo, ma un atto di coscienza e di discernimento». Morale da attivista da sacrestia: andate a votare ma votate No. Se l’equidistanza è questa, serve un prevosto anche a Katowice.
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Per il ritorno della Tetralogia di Richard Wagner al Teatro alla Scala di Milano, il musicologo Marco Targa ci guida nella trama e nella musica del Ring, dall’Oro del Reno fino al Crepuscolo degli dei, soffermandosi sulla celeberrima Cavalcata delle Valchirie.
Alfonso Orazio Maria Pappalardo e Enrico Infante (Imagoeconomica)
Oltre al presidente del Tribunale di Bari, l’evento della Regione ospita anche Infante, il «delfino» dell’ex presidente dell’Anm.
Altro convegno del No al referendum, altra gaffe. Ieri abbiamo dato notizia dell’incontro che si dovrebbe tenere a Rieti il 18 marzo con la partecipazione del procuratore del capoluogo laziale Paolo Auriemma e del procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini, tutti e due contrari alla riforma. Peccato che Auriemma, in passato, riferendosi a Cascini, avesse chiesto in chat a Luca Palamara se, oltre al Csm e alla sistemazione del fratello non volesse anche «una fetta di culo».
Oggi a Vieste il Pd ha organizzato un convegno ancora più divertente e dal titolo inequivocabile: «Difendere la Costituzione. Le ragioni del No». A organizzare l’incontro è stata la consigliera regionale del Pd Rossella Falcone. Con lei parteciperanno Pierpaolo d’Arienzo, segretario provinciale dem di Foggia, Raffaele Piemontese, assessore regionale alle Infrastrutture e mobilità ed ex assessore alla Sanità, il procuratore foggiano Enrico Infante e il presidente del Tribunale di Bari Alfonso Orazio Maria Pappalardo. Sui social la Falcone spiega che l’incontro è «uno spazio aperto, serio, rispettoso, in cui ragionare insieme su un tema che riguarda tutti. La Costituzione non è qualcosa di distante, è la casa comune che protegge i diritti di ciascuno di noi». La conclusione è scontata: «Votare No significa scegliere di difendere l’equilibrio attuale della Costituzione, mantenere una magistratura unitaria e preservare un sistema di garanzie che negli anni ha tutelato la democrazia del nostro Paese». Con tanto di chiamata alla mobilitazione in stile Zio Sam: «Conta ogni singolo voto. Anche il tuo».
Per questo la Falcone ha messo insieme uomini di partito e uomini di legge. Nel frattempo, il 10 marzo, il Pd, che governa la Regione da circa 20 anni, ha dovuto fare i conti pubblicamente con una notizia ferale: Il disavanzo della sanità in Puglia, relativo al 2025, ammonta a 369 milioni di euro. La cifra è emersa nell’incontro tra i tecnici regionali e i dirigenti del ministero dell’Economia e delle finanze e del ministero della Salute che si è tenuto a Roma quattro giorni fa. La Regione ha evidenziato che sull’aumento della spesa 2025 hanno inciso «prevalentemente la mobilità passiva (pazienti che vanno a curarsi in altre Regioni italiane), la spesa farmaceutica, il costo del personale per i rinnovi contrattuali e le assunzioni».
Bene. Ma chi ha creato questo buco? Probabilmente toccherà alla Procura o alla Corte dei conti scoprirlo. Noi sappiamo solo che proprio nella scheda di Piemontese presente sul sito della Regione, si puntualizza che il politico, da assessore della Sanità (incarico ricoperto a partire dall’ottobre 2024) «ha avviato lo sblocco delle assunzioni dopo anni di fermo, rafforzato la sanità territoriale, finalizzato investimenti sui grandi ospedali per migliorare l’accesso alle cure».
Piemontese, che è anche un avvocato civilista, nel novembre scorso, è stato rieletto con una valanga di preferenze, più di trentamila.
Quando è stato scelto per la Sanità dall’allora governatore Michele Emiliano (un pm prestato alla politica), di cui era vicepresidente, dichiarò: «È un impegno difficile […]. Ringrazio il presidente Michele Emiliano per la fiducia e ce la metterò tutta». Il nuovo governatore Antonio De Caro, nonostante il successo elettorale di Piemontese, ha deciso di non confermarlo nel ruolo e, adesso, ha annunciato che, con l’affiancamento dei ministeri competenti, «saranno individuate le azioni necessarie al ripianamento della spesa pregressa». Oggi, intanto, Piemontese si siederà in mezzo a due magistrati. In veste di relatore. A difendere le ragioni del No e lo status quo. Lo spalleggerà una toga dalla biografia molto interessante. Stiamo parlando di Enrico Infante, procuratore di Foggia, la città di Piemontese. È lui l’uomo che Luca Palamara individuò come segretario ideale per la sua corrente, Unicost, mentre era sotto indagine per corruzione.
GIOCHI DI CORRENTE
L’ex presidente dell’Anm, in quelle ore frenetiche, stava tentando di spostare a destra l’asse del Csm e di scegliere i capi di alcune Procure strategiche. Ma anche di nominare come nuovi vertici del suo gruppo persone di stretta fiducia. Il 29 marzo 2019 Palamara spiega a un collega: «O Caputo o Infante». Il 7 aprile scrive: «Non preoccuparti. Infante segue. Gli altri verranno adeguatamente contenuti». Il 10 aprile Palamara, come riportano i finanzieri del Gico in un’informativa, dice al predestinato di «mantenere la riservatezza» e di «restare tutti uniti». Quindi gli illustra il piano: «Nella mia testa tu devi essere la sintesi e, quindi, tu farai il segretario generale con una segreteria forte composta da quattro […] ritorniamo ad avere un riferimento. Per quanto mi riguarda è come se fossi con voi, quindi per me va bene così, si può ripartire per affrontare (incomprensibile) importanti». Il 15 aprile la collega Pina Casella informa Palamara: «Ho detto a Carmelo di Infante. È d’accordo». Risposta dell’ex ras delle nomine: «Grande!».
Il magistrato radiato rassicura Infante: «Stiamo lavorando per te». Poi i due si mettono d’accordo per un incontro. Il giorno successivo parlano di nuovo. Infante esordisce chiedendo se fosse il caso di avvisare i «leccesi» e Palamara conferma: «Sì, lavorali, lavorali per bene, con la formula che ti ho detto io…». Infante annuisce. Palamara gli dà un ulteriore consiglio: «Non dirgli “io farò il segretario”». E gli suggerisce l’argomento da usare: «Dobbiamo essere partecipi di un’operazione di rilancio della corrente […] tu fai questo discorso, acchiappali così». Infante è entusiasta: «Sì, sì, sì, così non cadono dalle nuvole e non dicono…». Il 7 maggio, al telefono con un altro fedelissimo, Palamara spiega che bisogna «trovare un segretario di mediazione, che è individuabile nella persona di Enrico Infante». Il 22 maggio l’ex presidente dell’Anm manda questo messaggio: «È inevitabile il compromesso: votare Sciacca e Infante come presidente e segretario e abbozzare per segreteria a otto persone». Il 25 maggio Palamara offre la corretta interpretazione della corsa per la segreteria: «Vittoria su Infante, sconfitta su Sabelli (Rodolfo, candidato alternativo, ndr)».
In un’altra comunicazione ribadisce: «La mia partita è vinta su Infante. Ho perso su Sabelli». Quindi annuncia: «Infante segretario».
RIVENDICAZIONE
Lo stesso giorno, in una successiva conversazione, l’ex magistrato rivendica: «Infante è stata una mia vittoria».
Il 26 maggio rimarca: «Per quanto riguarda la corrente l’operazione Infante ci permette controllo». Il giorno successivo un collega chiede a Palamara: «Come vedi elezione Sciacca presidente Unicost e segretario Infante?». E Palamara ha un moto d’orgoglio: «Mia operazione». Quindi confida: «A te dico tutto. Top secret. Infante mio. Sciacca compromesso». Per chi avesse ancora dei dubbi c’è la chat diretta tra Palamara e Infante.
Il 16 aprile 2019 quest’ultimo cerca il primo, che risponde: «Enrico sono in udienza ti chiamo appena finisco. Un abbraccio». Quando Palamara spiega di essere ancora «bloccato», Infante scrive: «Non preoccuparti. Sono a un noioso convegno di Area in Cassazione. Se quando finisci non sarà per te troppo tardi fammi tranquillamente uno squillo. Altrimenti ci possiamo vedere domattina. Io ho Gec (la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati, ndr) alle 13».
Il giorno dopo Palamara dà appuntamento al suo candidato in piazza Mazzini alle 8.50 del mattino e Infante si mette subito in moto. Quando giunge sul posto scrive: «Caro Luca, quando arrivi fammi sapere in che parte della piazza sei e ti raggiungo. Io sono nei pressi dell’edicola». Nelle ore successive Palamara ha una richiesta: «Enrico aggiornami su clima in giunta». L’argomento deve essere sensibile. E Infante replica: «Proprio ora ne stiamo parlando. È teso. Ti chiamo tra pochissimo». Il 24 maggio Infante spedisce al suo pigmalione lo «schema discorso UpC (Unità per la Costituzione, ovvero Unicost, ndr) 25 maggio 2019». Il futuro segretario cerca consigli: «Ho inviato il possibile schema di un intervento.
Sappimi dire se è troppo teorico, troppo scoperto a sinistra o a destra, troppo generico o impegnativo. Se è da cambiare/cestinare/integrare». Palamara risponde: «Lo leggo e ti richiamo». Il giorno dopo l’ex presidente dell’Anm si complimenta con il suo candidato per l’intervento: «Sei stato fantastico!». A stretto giro Infante risponde: «Caro Luca, sono appena tornato a casa, finalmente solo (nel treno ero in compagnia dei leccesi), a eccezione di moglie e figli, che mi reclamano. Domani ti chiamo e faremo il punto sulla giornata di oggi e sulle prospettive future del gruppo. Per ora, il mio più sentito grazie. Senza di te, ora, non sarei certo dove sono. A domani».
SCOPPIA IL CASO
Il 29 maggio scoppia sui giornali il caso Palamara e la corrente di Unicost è la più coinvolta. A luglio Infante lascia l’incarico di segretario, pur ritenendo di avere «operato bene». Nell’occasione lamenta che alla sua segreteria «è stato impedito di svolgere» l’attività di «direzione e raccordo politico». Infante attacca l’Anm (con cui oggi marcia unito) per «la mancanza di confronto su importanti decisioni»: «Non si è voluto interagire minimamente con la segreteria di Unicost», osserva il magistrato. È arrabbiato anche per essere stato tenuto all’oscuro degli incontri avuti dal sindacato delle toghe con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E, a proposito del progetto di riforma del governo dell’epoca, denuncia che «l’interlocuzione con la segreteria su quella che è probabilmente la questione fondamentale per il futuro dell’ordinamento giudiziario non c’è stata». Sette anni dopo Infante è in trincea proprio con l’Anm e con i nemici di allora per difendere l’immutabilità del sistema giudiziario.
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