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2018-09-24
Con la condanna degli intermediari in Nigeria i pm puntano Descalzi. Ma l'assoluzione di Orsi è un salvagente per l'Eni
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Ansa
A San Donato non hanno avuto nemmeno il tempo di festeggiare l'assoluzione dell'ex amministratore delegato
Paolo Scaroni sull'inchiesta in Algeria. L'indomani lo stesso tribunale di Milano ha condannato a quattro anni Obi Emeka e Gianluca Di Nardo, due degli imputati nel processo Eni Nigeria, accusati di essere gli intermediari della presunta tangente da un miliardo e 300 milioni di dollari che sarebbe stata versata da Eni e Shell (entrambe a processo) al governo della Nigeria per l'acquisizione del giacimento Opl-245 sul delta del Niger. Entrambe le compagnie petrolifere hanno sempre negato ogni addebito spiegando di essersi comportante correttamente. Il prossimo 26 settembre incomincerà il troncone del processo principale, dove dovranno rispondere alle accuse di corruzione internazionale lo stesso Scaroni e l'attuale numero uno del cane a sei zampe Claudio Descalzi. Gli avvocati lo hanno capito subito. La condanna di Obi e Di Nardo potrebbe ricadere proprio sul nuovo processo, perché la sentenza di giovedì firmata dal gup Giusi Barbara stabilisce che la corruzione internazionale dei politici nigeriani c'è stata.
Ma
Descalzi rischia qualcosa? La nomina dell'attuale numero uno del cane a sei zampe è sempre stata molto dibattuta. Già nel 2014, quando fu Matteo Renzi a volerlo al posto di Scaroni. Pochi giorni dopo la nomina scoppiò appunto l'indagine Nigeria, ma l'allora presidente del Consiglio decise di difenderlo. Nel 2017 Descalzi è stato riconfermato dal governo di Paolo Gentiloni. Il suo mandato scade nel 2020. Eni è da sempre terreno di scontro in politica e scatena gli appetiti di tutte le maggioranze di governo. Dopo l'insediamento dell'esecutivo gialloblu di Giuseppe Conte a saltare sono stati solo i vertici di Ferrovie dello Stato. Le altre nomine nelle partecipate sono blindate. È evidente che se dovesse arrivare una condanna per Descalzi prima della prossima primavera forse il suo incarico potrebbe essere messo in discussione. Ma il processo è molto lungo. E da quel che si capisce la sentenza potrebbe arrivare non prima di un anno. In sostanza è probabile che l'Africano, come lo chiamano a San Donato, resti in sella fino alla scadenza naturale del mandato, sempre che la pressione mediatica non si faccia sentire nei giorni caldi delle udienze. In più, a quanto pare, Descalzi vanta un buon rapporto con la Lega del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti e del vicepremier Matteo Salvini. Tra i 5 Stelle invece c'è chi vorrebbe che il suo posto lo prendesse Francesco Starace. È ancora presto. Il prossimo anno andrà in scadenza poi il consiglio di amministrazione di Snam, dove siede come amministratore delegato Marco Alverà, un'intera carriera in Eni e di sicuro un possibile nuovo numero uno del cane a sei zampe in futuro. In ogni caso bisognerà aspettare l'esito del processo. Al momento a tirare un sospiro di sollievo è Scaroni, che non è stato ritenuto colpevole di corruzione internazionale nell'altro processo sulla presunta maxi tangente pagata da Saipem in Algeria. I giudici hanno anche assolto anche Antonio Vella, manager di Eni, ex responsabile del gruppo per l'area del Nord Africa. Giudicato non colpevole anche il gruppo del cane a sei zampe. A essere condannata è stata la controllata Saipem, ora anche in pancia a Cassa depositi e prestiti (12%). Secondo l'impianto accusatorio i dirigenti di quella che è considerata tra i più importanti contractor a livello mondiale per la costruzione e manutenzione delle infrastrutture petrolifere, avrebbe versato a una cerchia di politici algerini una maxi tangente da 198 milioni di euro in cambio di commesse petrolifere del valore complessivo di 8 miliardi. Ma l'Algeria non è la Nigeria. Nella seconda inchiesta i magistrati italiani sospettano siano stati proprio Eni e Shell a usare tangenti per ottenere i diritti sull'Opl nel 2011, un giacimento petrolifero offshore che si stima possa arrivare a nove miliardi di barili di greggio. Giovedì scorso il tribunale il giudice italiano ha ordinato la confisca di 98 milioni di dollari a Obi e 21 milioni di franchi svizzeri a Di Nardo dopo averli riconosciuti colpevoli di «corruzione internazionale»: sarebbero parte della tangente destinata agli intermediari. Antonio Tricarico, della Ong italiana Re: Common, da sempre in prima linea in quello che è stato definito il processo del secolo ha spiegato: «I pubblici ministeri di Milano hanno avuto il coraggio di portare coraggiosamente Eni e Shell e i loro top manager a processo. È giunto il momento che il governo italiano, in quanto principale azionista di Eni, consideri di sospendere tutti i dirigenti coinvolti nella causa fino al giudizio finale». Parole al momento cadute nel vuoto.
Le motivazioni dell'appello bis di Orsi: «Nessuna prova di accordo né corruzione»
Sono state depositate le motivazioni dell'assoluzione nell'appello bis dell'ex amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi. «Non vi è alcuna prova evidente di accordo di corruzione con funzionario pubblico straniero, come asserito nell'accusa». Erano attese da mesi, anche perché adesso spetterà al procuratore generale Gianluigi Fontana decidere se ricorrere o meno in Cassazione, cioè al terzo grado di giudizio. Nel 2016, dopo l'assoluzione nel 2014, Orsi e Bruno Spagnolini, ex numero uno di Agusta Westland, erano stati condannati in secondo grado dal tribunale di Milano per corruzione internazionale sulla nota vicenda degli elicotteri Aw101 venduti in India con una maxi commessa da 560 milioni di euro del 2010. Poi dopo la scoperta di un vizio di forma è stato concesso un nuovo appello. L'inchiesta nasce nel 2013, quando Orsi fu arrestato su ordine della procura di Napoli che indagava sulla corruzione ai piani alti di piazzale Montegrappa. Negli anni il processo si è snodato tra Milano, Busto Arsizio e poi di nuovo Milano. Mentre nel frattempo anche l'India ha aperto un procedimento per incastrare la famiglia del maresciallo Sashi Tyagi, ex capo di stato maggiore dell'Air Force India, che è stato accusato di aver modificato il capitolato di gara per far vincere proprio Agusta Westland, in cambio di una tangente da 50 milioni di euro, poi suddivisa tra tutti gli intermediari dell'operazione. In India la vicenda ha assunto i tratti di una battaglia politica tra il partito di governo di Narendra Modi e l'opposizione di Sonia Gandhi, di origine italiana e per questo accusata di aver anche lei favorito lo scandalo. Il processo Finmeccanica ebbe impatto sulla gestione del nostro colosso della Difesa, ma soprattutto sui rapporti tra Italia e India, già impegnate nella difficile gestione del caso dei due marò.
Le motivazioni, firmate dal presidente Francesca Marcelli, provano a mettere un po' di chiarezza sulla vicenda. I giudici milanesi evidenziano nella sentenza di 322 pagine la mancanza di un riscontro di un pagamento diretto proprio al maresciallo Tyagi. E riprendono in parte l'assoluzione nel primo grado di giudizio. Perché il ragionamento accusatorio, secondo l'accusa, si fondava proprio su questo: che l'intermediaro Guido Haschke, i cittadino svizzero che ha patteggiato una pena a 1 anno e 10 mesi, avesse pagato tutta la famiglia Tyagi. Ma, sostengono i giudici che hanno assolto Orsi e Spagnolini, la somma di denaro pattuita agli indiani si è fermata solo ai fratelli e non al maresciallo. Quindi, «senza il nesso diretto con il pubblico ufficiale straniero», i pagamenti sono stati valutati solo come «consulenziali e di intermediazione». Al contempo viene alleggerita anche la posizione di Christian Michel, il manager inglese che ha affiancato Haschke nell'affare, arrestato a Dubai questa estate come raccontato dalla Verità. L'India ne chiede l'estradizione per processarlo, ma nelle motivazioni della sentenza si legge che l'istruttoria dibattimentale non ha consegnato alcun ruolo ascrivibile a Michel, in particolare proprio nella determinazione dei requisiti di gara né contatti con i maresciallo Tyagi o con i fratelli. Ora si aspettano le decisioni del procuratore generale Fontana.
Alessandro Da Rold
In India la principessa Latifa. Dubai pensa di scambiarla con Michel il presunto intermediaro (scagionato dall'ultima sentenza)
Il deposito delle motivazioni per l'assoluzione di Giuseppe Orsi hanno ricadute sia sul piano internazionale che interno alla nuova Finmeccanica, ovvero Leonardo. Le parole dei giudici milanesi scagionano non solo l'ex amministratore delegato, ma anche gli altri indagati, accusati di aver partecipato ormai più di dieci anni fa a truccare la maxi commessa per i 12 elicotteri di AgustaWestland in cambio di tangenti. Dal 18 luglio scorso si trova nelle carceri di Dubai
Christian Michel, il manager inglese, presunto intermediario della tangente, ora in attesa dell'estradizione verso l'India. In due processi collegati a quello principale, l'intermediario britannico è stato scagionato. Le motivazioni della sentenza confermano la sua estraneità ai fatti. La questione è molto sentita a Nuova Dehli, soprattutto per questioni politiche. Il governo di Nerendra Modi si è costituito parte civile in tutti i processi in Italia e ha chiesto di processare anche Orsi e Bruno Spagnolini, ma la richiesta non è stata concessa dal nostro ministero degli Esteri.
Negli Emirati Arabi Uniti la questione potrebbe essere risolta diversamente. Modi vuole mostrare al suo elettorato di aver fatto tutto il possibile per punire i responsabili di questo caso di corruzione che avrebbe toccato esponenti dell'opposizione. E
Michel è il pesce più facile da catturare. Non solo. A Dubai negli ultimi mesi è successo un fatto molto strano su cui vige la massima riservatezza. A marzo è scomparsa la principessa Latifa bint Mohammed al Maktoum, figlia dello sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, primo ministro degli Emirati Arabi Uniti ed emiro di Dubai. Lo ha annunciato in un video pubblicato su Youtube creando non pochi imbarazzi alla famiglia reale. La donna è fuggita sullo yacht Nostromo con alcuni amici ma sarebbe stata intercettata proprio al largo della coste dell'India, a 50 miglia da Goa. Secondo quanto ricostruito dai quotidiani stranieri e da Amnesty International, che da mesi chiede chiarezza sulla vicenda, la barca è stata fermata il 3 marzo dalla Guardia costiera indiana. Sarebbero state due in particolare, la Icgs Shoor e la Cgs Samarth, navi militari usate dal governo Modi per pattugliare le coste. All'operazione avrebbero partecipato anche due incrociatori da guerra degli Emirati Arabi, aeri militari e un elicottero. Da marzo della principessa non si sa più nulla. Amnesty ha portato la vicenda anche alle Nazioni Unite, ma di risposte non ne sono arrivate.
A Dubai c'è chi sostiene che l'aiuto da parte degli indiani nel ritrovamento di Latifa potrebbe essere compensato appunto con l'estradizione di
Michel, che potrebbe essere presto portato nelle carceri indiane. Insomma si tratterebbe di un classico caso di scambio diplomatico tra i due Paesi. La prossima settimana sarà decisiva per sapere se l'estradizione andrà in porto o meno. Nel frattempo in piazzale Montegrappa e tra gli ex dirigenti della gestione di Pierfrancesco Guarguaglini c'è chi ha iniziato a ricordare come la scelta del 2014 dell'allora amministratore delegato Mauro Moretti di patteggiare non sia stata così lungimirante. AgustaWestland infatti ammise le proprie responsabilità sulla vicenda accettando così la confisca di 7 milioni e mezzo di euro come profitto del presunto reato di corruzione internazionale in India nel 2010. Ora le motivazioni della sentenza hanno ribaltato il giudizio e messo in cattiva luce quella decisione.
Alessandro Da Rold
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Assolto Paolo Scaroni per le presunte tangenti a Lagos, il tribunale di Milano ha inflitto quattro anni a Obi Emeka e Gianluca Di Nardo. Gli avvocati Eni temono che possa avere ricaschi sul secondo processo: per i giudici infatti c'è stata corruzione internazionale. Pubblichiamo in esclusiva le motivazioni della sentenza bis per l'ex manager di Finmeccanica. «Non vi è alcuna prova evidente di accordo di corruzione con funzionario pubblico straniero, come asserito nell'accusa», si legge nel testo che fa luce nella districata battaglia politica. Una schema che potrebbe applicarsi perfino al dibattimento che coinvolge gli attuali vertici del Cane a sei zampe.Mistero a Dubai. La principessa Latifa bint Mohammed al Maktoum, figlia dello sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, dopo aver lasciato l'Emirato sarebbe stata fermata in India. Il Paese di Modi medita di scambiarla con Christian Michel, il presunto intermediario della tangente AgustaWestland. Nuova Dehli lo vuole a tutti i costi anche se l'ultimo pronunciamento dei magistrati italiani sembra assolverlo. Lo speciale contiene tre articoli e documenti esclusivi. A San Donato non hanno avuto nemmeno il tempo di festeggiare l'assoluzione dell'ex amministratore delegato Paolo Scaroni sull'inchiesta in Algeria. L'indomani lo stesso tribunale di Milano ha condannato a quattro anni Obi Emeka e Gianluca Di Nardo, due degli imputati nel processo Eni Nigeria, accusati di essere gli intermediari della presunta tangente da un miliardo e 300 milioni di dollari che sarebbe stata versata da Eni e Shell (entrambe a processo) al governo della Nigeria per l'acquisizione del giacimento Opl-245 sul delta del Niger. Entrambe le compagnie petrolifere hanno sempre negato ogni addebito spiegando di essersi comportante correttamente. Il prossimo 26 settembre incomincerà il troncone del processo principale, dove dovranno rispondere alle accuse di corruzione internazionale lo stesso Scaroni e l'attuale numero uno del cane a sei zampe Claudio Descalzi. Gli avvocati lo hanno capito subito. La condanna di Obi e Di Nardo potrebbe ricadere proprio sul nuovo processo, perché la sentenza di giovedì firmata dal gup Giusi Barbara stabilisce che la corruzione internazionale dei politici nigeriani c'è stata. Ma Descalzi rischia qualcosa? La nomina dell'attuale numero uno del cane a sei zampe è sempre stata molto dibattuta. Già nel 2014, quando fu Matteo Renzi a volerlo al posto di Scaroni. Pochi giorni dopo la nomina scoppiò appunto l'indagine Nigeria, ma l'allora presidente del Consiglio decise di difenderlo. Nel 2017 Descalzi è stato riconfermato dal governo di Paolo Gentiloni. Il suo mandato scade nel 2020. Eni è da sempre terreno di scontro in politica e scatena gli appetiti di tutte le maggioranze di governo. Dopo l'insediamento dell'esecutivo gialloblu di Giuseppe Conte a saltare sono stati solo i vertici di Ferrovie dello Stato. Le altre nomine nelle partecipate sono blindate. È evidente che se dovesse arrivare una condanna per Descalzi prima della prossima primavera forse il suo incarico potrebbe essere messo in discussione. Ma il processo è molto lungo. E da quel che si capisce la sentenza potrebbe arrivare non prima di un anno. In sostanza è probabile che l'Africano, come lo chiamano a San Donato, resti in sella fino alla scadenza naturale del mandato, sempre che la pressione mediatica non si faccia sentire nei giorni caldi delle udienze. In più, a quanto pare, Descalzi vanta un buon rapporto con la Lega del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti e del vicepremier Matteo Salvini. Tra i 5 Stelle invece c'è chi vorrebbe che il suo posto lo prendesse Francesco Starace. È ancora presto. Il prossimo anno andrà in scadenza poi il consiglio di amministrazione di Snam, dove siede come amministratore delegato Marco Alverà, un'intera carriera in Eni e di sicuro un possibile nuovo numero uno del cane a sei zampe in futuro. In ogni caso bisognerà aspettare l'esito del processo. Al momento a tirare un sospiro di sollievo è Scaroni, che non è stato ritenuto colpevole di corruzione internazionale nell'altro processo sulla presunta maxi tangente pagata da Saipem in Algeria. I giudici hanno anche assolto anche Antonio Vella, manager di Eni, ex responsabile del gruppo per l'area del Nord Africa. Giudicato non colpevole anche il gruppo del cane a sei zampe. A essere condannata è stata la controllata Saipem, ora anche in pancia a Cassa depositi e prestiti (12%). Secondo l'impianto accusatorio i dirigenti di quella che è considerata tra i più importanti contractor a livello mondiale per la costruzione e manutenzione delle infrastrutture petrolifere, avrebbe versato a una cerchia di politici algerini una maxi tangente da 198 milioni di euro in cambio di commesse petrolifere del valore complessivo di 8 miliardi. Ma l'Algeria non è la Nigeria. Nella seconda inchiesta i magistrati italiani sospettano siano stati proprio Eni e Shell a usare tangenti per ottenere i diritti sull'Opl nel 2011, un giacimento petrolifero offshore che si stima possa arrivare a nove miliardi di barili di greggio. Giovedì scorso il tribunale il giudice italiano ha ordinato la confisca di 98 milioni di dollari a Obi e 21 milioni di franchi svizzeri a Di Nardo dopo averli riconosciuti colpevoli di «corruzione internazionale»: sarebbero parte della tangente destinata agli intermediari. Antonio Tricarico, della Ong italiana Re: Common, da sempre in prima linea in quello che è stato definito il processo del secolo ha spiegato: «I pubblici ministeri di Milano hanno avuto il coraggio di portare coraggiosamente Eni e Shell e i loro top manager a processo. È giunto il momento che il governo italiano, in quanto principale azionista di Eni, consideri di sospendere tutti i dirigenti coinvolti nella causa fino al giudizio finale». Parole al momento cadute nel vuoto. Leggi qui la sentenza Gamacchio.pdf<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nigeria-eni-descalzi-orsi-2607076216.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-motivazioni-dell-appello-bis-di-orsi-nessuna-prova-di-accordo-ne-corruzione" data-post-id="2607076216" data-published-at="1781251100" data-use-pagination="False"> Le motivazioni dell'appello bis di Orsi: «Nessuna prova di accordo né corruzione» Sono state depositate le motivazioni dell'assoluzione nell'appello bis dell'ex amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi. «Non vi è alcuna prova evidente di accordo di corruzione con funzionario pubblico straniero, come asserito nell'accusa». Erano attese da mesi, anche perché adesso spetterà al procuratore generale Gianluigi Fontana decidere se ricorrere o meno in Cassazione, cioè al terzo grado di giudizio. Nel 2016, dopo l'assoluzione nel 2014, Orsi e Bruno Spagnolini, ex numero uno di Agusta Westland, erano stati condannati in secondo grado dal tribunale di Milano per corruzione internazionale sulla nota vicenda degli elicotteri Aw101 venduti in India con una maxi commessa da 560 milioni di euro del 2010. Poi dopo la scoperta di un vizio di forma è stato concesso un nuovo appello. L'inchiesta nasce nel 2013, quando Orsi fu arrestato su ordine della procura di Napoli che indagava sulla corruzione ai piani alti di piazzale Montegrappa. Negli anni il processo si è snodato tra Milano, Busto Arsizio e poi di nuovo Milano. Mentre nel frattempo anche l'India ha aperto un procedimento per incastrare la famiglia del maresciallo Sashi Tyagi, ex capo di stato maggiore dell'Air Force India, che è stato accusato di aver modificato il capitolato di gara per far vincere proprio Agusta Westland, in cambio di una tangente da 50 milioni di euro, poi suddivisa tra tutti gli intermediari dell'operazione. In India la vicenda ha assunto i tratti di una battaglia politica tra il partito di governo di Narendra Modi e l'opposizione di Sonia Gandhi, di origine italiana e per questo accusata di aver anche lei favorito lo scandalo. Il processo Finmeccanica ebbe impatto sulla gestione del nostro colosso della Difesa, ma soprattutto sui rapporti tra Italia e India, già impegnate nella difficile gestione del caso dei due marò. Le motivazioni, firmate dal presidente Francesca Marcelli, provano a mettere un po' di chiarezza sulla vicenda. I giudici milanesi evidenziano nella sentenza di 322 pagine la mancanza di un riscontro di un pagamento diretto proprio al maresciallo Tyagi. E riprendono in parte l'assoluzione nel primo grado di giudizio. Perché il ragionamento accusatorio, secondo l'accusa, si fondava proprio su questo: che l'intermediaro Guido Haschke, i cittadino svizzero che ha patteggiato una pena a 1 anno e 10 mesi, avesse pagato tutta la famiglia Tyagi. Ma, sostengono i giudici che hanno assolto Orsi e Spagnolini, la somma di denaro pattuita agli indiani si è fermata solo ai fratelli e non al maresciallo. Quindi, «senza il nesso diretto con il pubblico ufficiale straniero», i pagamenti sono stati valutati solo come «consulenziali e di intermediazione». Al contempo viene alleggerita anche la posizione di Christian Michel, il manager inglese che ha affiancato Haschke nell'affare, arrestato a Dubai questa estate come raccontato dalla Verità. L'India ne chiede l'estradizione per processarlo, ma nelle motivazioni della sentenza si legge che l'istruttoria dibattimentale non ha consegnato alcun ruolo ascrivibile a Michel, in particolare proprio nella determinazione dei requisiti di gara né contatti con i maresciallo Tyagi o con i fratelli. Ora si aspettano le decisioni del procuratore generale Fontana.Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nigeria-eni-descalzi-orsi-2607076216.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-india-la-principessa-latifa-dubai-pensa-di-scambiarla-con-michel-il-presunto-intermediaro-scagionato-dall-ultima-sentenza" data-post-id="2607076216" data-published-at="1781251100" data-use-pagination="False"> In India la principessa Latifa. Dubai pensa di scambiarla con Michel il presunto intermediaro (scagionato dall'ultima sentenza) Il deposito delle motivazioni per l'assoluzione di Giuseppe Orsi hanno ricadute sia sul piano internazionale che interno alla nuova Finmeccanica, ovvero Leonardo. Le parole dei giudici milanesi scagionano non solo l'ex amministratore delegato, ma anche gli altri indagati, accusati di aver partecipato ormai più di dieci anni fa a truccare la maxi commessa per i 12 elicotteri di AgustaWestland in cambio di tangenti. Dal 18 luglio scorso si trova nelle carceri di Dubai Christian Michel, il manager inglese, presunto intermediario della tangente, ora in attesa dell'estradizione verso l'India. In due processi collegati a quello principale, l'intermediario britannico è stato scagionato. Le motivazioni della sentenza confermano la sua estraneità ai fatti. La questione è molto sentita a Nuova Dehli, soprattutto per questioni politiche. Il governo di Nerendra Modi si è costituito parte civile in tutti i processi in Italia e ha chiesto di processare anche Orsi e Bruno Spagnolini, ma la richiesta non è stata concessa dal nostro ministero degli Esteri. Negli Emirati Arabi Uniti la questione potrebbe essere risolta diversamente. Modi vuole mostrare al suo elettorato di aver fatto tutto il possibile per punire i responsabili di questo caso di corruzione che avrebbe toccato esponenti dell'opposizione. E Michel è il pesce più facile da catturare. Non solo. A Dubai negli ultimi mesi è successo un fatto molto strano su cui vige la massima riservatezza. A marzo è scomparsa la principessa Latifa bint Mohammed al Maktoum, figlia dello sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, primo ministro degli Emirati Arabi Uniti ed emiro di Dubai. Lo ha annunciato in un video pubblicato su Youtube creando non pochi imbarazzi alla famiglia reale. La donna è fuggita sullo yacht Nostromo con alcuni amici ma sarebbe stata intercettata proprio al largo della coste dell'India, a 50 miglia da Goa. Secondo quanto ricostruito dai quotidiani stranieri e da Amnesty International, che da mesi chiede chiarezza sulla vicenda, la barca è stata fermata il 3 marzo dalla Guardia costiera indiana. Sarebbero state due in particolare, la Icgs Shoor e la Cgs Samarth, navi militari usate dal governo Modi per pattugliare le coste. All'operazione avrebbero partecipato anche due incrociatori da guerra degli Emirati Arabi, aeri militari e un elicottero. Da marzo della principessa non si sa più nulla. Amnesty ha portato la vicenda anche alle Nazioni Unite, ma di risposte non ne sono arrivate. A Dubai c'è chi sostiene che l'aiuto da parte degli indiani nel ritrovamento di Latifa potrebbe essere compensato appunto con l'estradizione di Michel, che potrebbe essere presto portato nelle carceri indiane. Insomma si tratterebbe di un classico caso di scambio diplomatico tra i due Paesi. La prossima settimana sarà decisiva per sapere se l'estradizione andrà in porto o meno. Nel frattempo in piazzale Montegrappa e tra gli ex dirigenti della gestione di Pierfrancesco Guarguaglini c'è chi ha iniziato a ricordare come la scelta del 2014 dell'allora amministratore delegato Mauro Moretti di patteggiare non sia stata così lungimirante. AgustaWestland infatti ammise le proprie responsabilità sulla vicenda accettando così la confisca di 7 milioni e mezzo di euro come profitto del presunto reato di corruzione internazionale in India nel 2010. Ora le motivazioni della sentenza hanno ribaltato il giudizio e messo in cattiva luce quella decisione. Alessandro Da Rold
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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