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2020-10-05
Niente vaccini per 2 italiani su 3
Chi ha meno di 60 anni rischia di restare senza il vaccino antinfluenzale. In una situazione di normalità, questa fascia di popolazione non prende in considerazione la possibilità di cautelarsi dal virus stagionale, ma l'eccezionalità imposta dal Covid ha fatto saltare tutte le abitudini e le statistiche. Le Regioni si sono aggiudicate scorte di vaccino dai produttori per circa 17,9 milioni di dosi. Sono destinate agli over 60 e alle persone di età inferiore considerate a rischio o appartenenti a categorie professionali a contatto con il pubblico: forze dell'ordine, insegnanti, vigili urbani, personale ospedaliero, chi vive o lavora con anziani, bambini che frequentano i nonni, conviventi con persone a rischio, chi ha avuto un'operazione.
Costoro possono rivolgersi al medico di famiglia per essere vaccinati gratuitamente. E gli altri che non rientrano in questo target, che fanno? Devono andare in farmacia e pagare. Non sarebbe nemmeno una grande spesa, visto che il prezzo medio è tra 10 e 15 euro da considerare, come ripetono in queste settimane molti virologi, come un investimento sulla propria salute. Il problema è un altro: l'incetta fatta dalle Regioni, sfruttando il loro diritto di prelazione, ha sguarnito i dispensari. Ogni punto vendita può contare solo su 12 dosi, che peraltro devono ancora arrivare. Le Regioni hanno promesso una fornitura di 250.000 vaccini mentre Federfarma ha stimato che per soddisfare le richieste ne servirebbero circa 2 milioni. Il rischio è che 2 su 3 non riescano a vaccinarsi. E sono persone attive sul lavoro, l'asse produttivo del Paese.
Le farmacie sono state già prese d'assalto e le prenotazioni hanno superato di gran lunga le scorte. E l'inverno non è ancora iniziato. Il governo insieme all'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sta valutando la possibilità di comprare il prodotto all'estero, ma i tempi non saranno brevi e non si preannuncia nemmeno un'operazione facile in un mercato in cui la domanda, a livello globale, è cresciuta in modo esponenziale. L'anno scorso erano state distribuite 12,5 milioni di dosi. Ma basteranno 5,5 milioni di dosi in più per una situazione eccezionale come quella di quest'anno? Roberto Rossi, presidente dell'Ordine provinciale dei medici di Milano, è pessimista: «La Lombardia ha acquistato 2,4 milioni di vaccini, l'80% in più dello scorso anno, ma noi temiamo che siano insufficienti a coprire la platea di chi ne ha diritto gratuitamente. A maggior ragione potrebbero non bastare per tutti gli altri ai quali il ministero della Salute ha consigliato la somministrazione».
L'Organizzazione mondiale della sanità e il Piano nazionale di prevenzione vaccinale del ministero della Salute indicano come obiettivo minimo il 75% di vaccinazioni tra gli ultrasessantacinquenni e negli altri gruppi a rischio. Ma sono target superati. Quest'anno l'età di prescrizione è stata abbassata da 65 a 60 anni e la platea dei soggetti a rischio si è allargata. Le 18 milioni di dosi sarebbero insufficienti se decidesse di vaccinarsi il 100% degli individui ritenuti a rischio, forse anche meno dal momento che il rifornimento è stato fatto considerando l'andamento degli anni passati. Il ministero della Salute conta sul fatto che simili percentuali non sono mai state raggiunte. Lo scorso anno, tra gli over 65 si è vaccinato il 54,6%, nel 2018 il 53,1%. Il tasso di vaccinazione antinfluenzale nella popolazione generale è invece sensibilmente più basso: intorno al 17%. Stiamo parlando però di situazioni di normalità.
La domanda degli anziani e dei soggetti a rischio sarà sicuramente più alta e anche chi di solito non considerava di immunizzarsi, quest'anno potrebbe farlo. Numerose aziende stanno sollecitando i propri dipendenti a vaccinarsi per evitare di veder moltiplicare le assenze per malattia. Gran parte della popolazione si troverà scoperta e in una situazione di caos, tra le lunghe file degli ambulatori e i farmacisti che non potranno far altro che ingrossare le liste delle prenotazioni.
La responsabilità è delle Regioni che, come dice la Fondazione Gimbe, specializzata nelle analisi dell'efficienza della sanità in Italia, «non hanno previsto con largo anticipo la necessità di aumentare le scorte per la popolazione non a rischio». A questo si aggiunge che è esplosa la domanda sui mercati internazionali e i bandi di gara sono stati indetti in ritardo, impedendo ad alcune Regioni di aggiudicarsi tutte le dosi richieste.
Era una situazione prevedibile sin dall'inizio della pandemia e il sistema sanitario aveva tutto il tempo per organizzarsi e arrivare preparato al periodo invernale. La situazione è che 7 Regioni e le 2 Province autonome hanno scorte per coprire meno del 75% della popolazione over 60, mentre 12 Regioni si sono aggiudicate un quantitativo adeguato di vaccini. Ma la disponibilità di dosi residue per la popolazione non a rischio è molto variabile.
Perché vaccinarsi è considerato così importante, se l'immunizzazione non riguarda il Covid-19? Il centro cardiologico Monzino di Milano, studiando la diffusione del contagio nelle varie regioni italiane, ha rilevato che quelle con un più alto tasso di copertura contro l'influenza nella popolazione over 65 mostravano un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi, di malati in terapia intensiva e di decessi. I dati, appena pubblicati su Vaccines, una rivista internazionale del gruppo Multidisciplinary digital publishing institute, supportano l'ipotesi che la vaccinazione antinfluenzale possa aiutare a prevenire la diffusione del Covid.
Nello studio si dice che il virus dell'influenza stagionale e quello del coronavirus hanno vie di trasmissione simili e alcuni sintomi in comune, ma, come è noto a tutti, sono molto differenti in termini di gravità e mortalità in caso di infezione, e per i gruppi di età colpiti. Mentre l'influenza colpisce soprattutto bambini e adolescenti, il Covid contagia prevalentemente i più anziani. Dallo studio del Monzino emerge dunque che la diffusione e la gravità del Covid sono inversamente proporzionali al tasso di vaccinazione antinfluenzale: meno vaccini, più Covid. La conclusione è che aumentando soltanto dell'1% la copertura vaccinale negli over 65, cioè circa 140.000 dosi a livello nazionale, si sarebbero potuti evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti. Confermano questa ipotesi anche le raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie, a partire dall'Organizzazione mondiale della sanità.
Ma c'è anche una motivazione sociale. I sintomi dell'influenza e del Covid sono simili, e alla comparsa di qualche linea di febbre accompagnata da colpi di tosse si può entrare nel panico. Significa aumentare l'afflusso negli ambulatori di persone in preda all'ansia, con tutti i disagi che ne conseguono. Per questo è ritenuta fondamentale una copertura vaccinale molto ampia anche nelle fasce non a rischio che, di fatto, includono la maggior parte dei lavoratori ai quali è affidata la ripresa economica del Paese. Peraltro il Covid, come s'è visto negli ultimi mesi, non risparmia nemmeno trentenni e quarantenni e tanti giovani, in condizioni lavorative precarie, sono tornati a vivere in famiglia.
«Le carenze segnalate due mesi fa ma nessuno ha mosso un dito»
«La popolazione sotto i 60 anni, quella produttiva, l'asse portante del Paese, rischia di restare senza vaccino antinfluenzale. Chi è escluso dalla copertura gratuita non può comprare il prodotto in farmacia perché non c'è e quando le dosi arriveranno saranno insufficienti. Siamo in una situazione eccezionale. La domanda globale è cresciuta con percentuali senza precedenti. Il nostro sistema sanitario potrebbe trovarsi in difficoltà». L'allarme è di Federfarma che ha raccolto le segnalazioni delle farmacie e dei distributori intermedi. «L'industria non ha più dosi da distribuire. Alle farmacie arriveranno dalle Regioni solo 250.000 vaccini, cioè 12 per ogni punto vendita», afferma Roberto Tobia, segretario nazionale dell'associazione.
Perché l'allarme risuona solo adesso?
«Noi abbiamo evidenziato una carenza di vaccino già due mesi fa, in estate, quando le farmacie ci hanno detto che non avevano notizie della disponibilità di dosi, perché l'industria non ne ha».
Come è possibile che l'industria non abbia vaccini?
«La produzione mondiale non riesce a soddisfare la richiesta. In Italia le Regioni hanno richiesto quantitativi più elevati, il 42% in più. Hanno voluto ampliare la disponibilità a vaccinare, approvvigionandosi in maniera più corposa, anche in previsione di un aumento della richiesta. Ricordo che i sintomi dell'influenza stagionale sono sovrapponibili a quelli del Covid».
Vuol dire che chi ha meno di 60 anni deve preoccuparsi?
«Abbiamo fatto presente la situazione al ministro della Salute, Roberto Speranza, e siamo riusciti ad avere una rimodulazione delle quote vaccinali in modo da assegnarne una percentuale alle farmacie. Ma le Regioni, e neanche tutte, sono disposte a dare alle farmacie solo l'1,5%, cioè 250.000 dosi. Davvero insufficienti. Lo scorso anno abbiamo dispensato dalle farmacie dalle 800.000 alle 900.000 dosi. Quest'anno si prevede che le richieste saranno almeno 1,5-2 milioni. Se non si hanno 60 anni e non si fa parte di una categoria protetta, il vaccino non è gratuito: nessuna Regione garantisce la copertura dell'asse produttivo del Paese. Pensate al rischio di prendere l'influenza non sapendo che è Covid, quindi il panico. Tant'è che il ministro ha invitato tutti a vaccinarsi. Ma se i vaccini non ci sono?».
E le 250.000 dosi che vi sono state assegnate?
«Ancora non sono arrivate. Ce le hanno promesse ma non c'è una data di consegna, non sappiamo nulla. E poi su una rete di 19.000 farmacie, sono 12 dosi e mezza per ciascuna».
Che soluzione proponete?
«Abbiamo segnalato il problema. La strada che potrebbe seguire il ministero della Salute è acquisire il prodotto all'estero, che però va autorizzato dall'Aifa. Noi ci siamo messi a disposizione anche per trovare una soluzione alla difficoltà di somministrare tante dosi. Sono circa 18 milioni in tre mesi, non è facile. Perfino alcuni sindacati dei medici hanno dubitato sulla possibilità di riuscire a vaccinare tutti».
Le farmacie si offrono di fare i vaccini?
«Abbiamo fatto presente alle autorità che l'Italia è tra i pochi Paesi in Europa in cui la vaccinazione in farmacia non può essere effettuata. In Europa 14 nazioni su 28 hanno autorizzato l'inoculo del vaccino antinfluenzale e lo stesso avviene in 60 Paesi nel mondo tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Argentina. In Italia un Regio decreto del 1934 impedisce al farmacista di fare un'iniezione. È un atto anacronistico. Noi siamo pronti, abbiamo seguito corsi per preparare il farmacista a questa funzione. Ma occorre una modifica legislativa».
Somministrare in farmacia il vaccino avrebbe un costo?
«Sì, dovrebbe essere remunerato, ma il problema primario è che i vaccini mancano. Arriverà un momento in cui al primo colpo di tosse si avrà il terrore che sia Covid e non influenza. Il vaccino antinfluenzale dà una mano a identificare i casi di coronavirus. E non dimentichiamo che si muore anche per le complicanze dell'influenza. Siamo pronti a collaborare, ci dicano come».
Quanto costa acquistare un vaccino in farmacia?
«Dipende dalla tipologia, si va dai 10 ai 14 euro, non si tratta di una cifra alta. La nostra intenzione non è fare margine sul prodotto ma fornire un servizio alla collettività».
«Per fare le punture a tutti studi medici aperti anche sabato e domenica»
«Calma, non c'è motivo di affollarsi negli ambulatori. Per fare il vaccino antinfluenzale ci sono tre mesi. E basta allarmismi: le dosi per tutti i soggetti a rischio ci sono». Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Federazione medici di base (Fimmg), lancia messaggi rassicuranti: «Vedo troppe persone in preda all'ansia, soprattutto coloro che non hanno patologie importanti e non sono nell'età più a rischio».
La Fimmg ha rilevato un aumento del flusso negli ambulatori per vaccinarsi?
«Abbiamo richieste tra l'80 e il 90% dei pazienti, quando non si superava il 50%. Gli studi si stanno attrezzando per accelerare la somministrazione: molti rimarranno aperti il fine settimana, compresi sabati e domeniche, altri ancora stanno reclutando spazi all'aperto maggiori. Abbiamo previsto percorsi Covid. Io ricevo chi ha sintomi febbrili, con appuntamento, dopo le 19, al di fuori dell'orario normale, per evitare che il paziente entri in contatto con altre persone. Le persone, come è ovvio, sono preoccupate e chiedono spiegazioni. C'è tanta confusione e su questo è facile specularci sopra. Noi spieghiamo ai nostri assistiti che la corsa al vaccino non è giustificabile. Anzi c'è il rischio che chi fa la puntura in anticipo possa restare scoperto nel periodo di picco dell'influenza».
Ma la campagna per l'antinfluenzale non è stata anticipata?
«Facciamo chiarezza. L'influenza arriva di solito a metà dicembre e comincia a manifestarsi al Nord, poi scende al Sud. Il vaccino dà la massima copertura a partire da due settimane successive alla somministrazione fino a tre mesi, poi scende gradualmente. Quindi chi fa la puntura ora rischia di restare scoperto a febbraio e di doverne fare un'altra. La precedenza ce l'hanno i malati a rischio, poi vengono gli altri, non capisco questo allarmismo. I dati sull'influenza che arrivano dall'Australia sono incoraggianti. L'uso di mascherine e il distanziamento hanno fatto sì che fosse una stagione con poche preoccupazioni. È ciò che mi auguro anche per l'Italia».
Le farmacie reclamano più dosi, sostengono che 250.000 vaccini sono insufficienti per la domanda crescente.
«La priorità ce l'hanno le persone a rischio, e quest'anno è stata ampliata la platea di quanti possono avere l'antinfluenzale in modo gratuito. Solo una piccola quota di popolazione è fuori. Secondo le previsioni, i medici di base e i pediatri prenderanno in carico dall'80 al 90% dei pazienti».
Ma così resta fuori chi ha meno di 60 anni, cioè la popolazione che lavora?
«Non è del tutto così. La copertura vaccinale è stata allargata anche a chi è sotto i 60 anni e si trova in determinate situazioni professionali, ha patologie ed è a contatto con anziani. Un quarantenne insegnante può fare il vaccino gratuitamente. Così un bambino accompagnato dal nonno a scuola e perfino chi è in sovrappeso. L'elenco delle categorie incluse è lungo».
Le farmacie chiedono di poter somministrare i vaccini.
«È come se noi medici chiedessimo di poter distribuire le medicine».
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Medici e virologi consigliano di immunizzarsi. Le Regioni hanno fatto incetta. Risultato: farmacie sguarnite e lavoratori a rischio.Il segretario nazionale di Federfarma, Roberto Tobia: «L'anno scorso abbiamo distribuito 900.000 dosi di antinfluenzale, quest'anno il sistema pubblico ce ne ha promesse solamente 250.000. E non ha ancora fatto le consegne».Il rappresentante dei medici di base, Pier Luigi Bartoletti: «Ai pazienti suggerisco di non anticipare troppo per non restare scoperti in inverno».Lo speciale contiene tre articoli.Chi ha meno di 60 anni rischia di restare senza il vaccino antinfluenzale. In una situazione di normalità, questa fascia di popolazione non prende in considerazione la possibilità di cautelarsi dal virus stagionale, ma l'eccezionalità imposta dal Covid ha fatto saltare tutte le abitudini e le statistiche. Le Regioni si sono aggiudicate scorte di vaccino dai produttori per circa 17,9 milioni di dosi. Sono destinate agli over 60 e alle persone di età inferiore considerate a rischio o appartenenti a categorie professionali a contatto con il pubblico: forze dell'ordine, insegnanti, vigili urbani, personale ospedaliero, chi vive o lavora con anziani, bambini che frequentano i nonni, conviventi con persone a rischio, chi ha avuto un'operazione. Costoro possono rivolgersi al medico di famiglia per essere vaccinati gratuitamente. E gli altri che non rientrano in questo target, che fanno? Devono andare in farmacia e pagare. Non sarebbe nemmeno una grande spesa, visto che il prezzo medio è tra 10 e 15 euro da considerare, come ripetono in queste settimane molti virologi, come un investimento sulla propria salute. Il problema è un altro: l'incetta fatta dalle Regioni, sfruttando il loro diritto di prelazione, ha sguarnito i dispensari. Ogni punto vendita può contare solo su 12 dosi, che peraltro devono ancora arrivare. Le Regioni hanno promesso una fornitura di 250.000 vaccini mentre Federfarma ha stimato che per soddisfare le richieste ne servirebbero circa 2 milioni. Il rischio è che 2 su 3 non riescano a vaccinarsi. E sono persone attive sul lavoro, l'asse produttivo del Paese.Le farmacie sono state già prese d'assalto e le prenotazioni hanno superato di gran lunga le scorte. E l'inverno non è ancora iniziato. Il governo insieme all'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sta valutando la possibilità di comprare il prodotto all'estero, ma i tempi non saranno brevi e non si preannuncia nemmeno un'operazione facile in un mercato in cui la domanda, a livello globale, è cresciuta in modo esponenziale. L'anno scorso erano state distribuite 12,5 milioni di dosi. Ma basteranno 5,5 milioni di dosi in più per una situazione eccezionale come quella di quest'anno? Roberto Rossi, presidente dell'Ordine provinciale dei medici di Milano, è pessimista: «La Lombardia ha acquistato 2,4 milioni di vaccini, l'80% in più dello scorso anno, ma noi temiamo che siano insufficienti a coprire la platea di chi ne ha diritto gratuitamente. A maggior ragione potrebbero non bastare per tutti gli altri ai quali il ministero della Salute ha consigliato la somministrazione».L'Organizzazione mondiale della sanità e il Piano nazionale di prevenzione vaccinale del ministero della Salute indicano come obiettivo minimo il 75% di vaccinazioni tra gli ultrasessantacinquenni e negli altri gruppi a rischio. Ma sono target superati. Quest'anno l'età di prescrizione è stata abbassata da 65 a 60 anni e la platea dei soggetti a rischio si è allargata. Le 18 milioni di dosi sarebbero insufficienti se decidesse di vaccinarsi il 100% degli individui ritenuti a rischio, forse anche meno dal momento che il rifornimento è stato fatto considerando l'andamento degli anni passati. Il ministero della Salute conta sul fatto che simili percentuali non sono mai state raggiunte. Lo scorso anno, tra gli over 65 si è vaccinato il 54,6%, nel 2018 il 53,1%. Il tasso di vaccinazione antinfluenzale nella popolazione generale è invece sensibilmente più basso: intorno al 17%. Stiamo parlando però di situazioni di normalità.La domanda degli anziani e dei soggetti a rischio sarà sicuramente più alta e anche chi di solito non considerava di immunizzarsi, quest'anno potrebbe farlo. Numerose aziende stanno sollecitando i propri dipendenti a vaccinarsi per evitare di veder moltiplicare le assenze per malattia. Gran parte della popolazione si troverà scoperta e in una situazione di caos, tra le lunghe file degli ambulatori e i farmacisti che non potranno far altro che ingrossare le liste delle prenotazioni.La responsabilità è delle Regioni che, come dice la Fondazione Gimbe, specializzata nelle analisi dell'efficienza della sanità in Italia, «non hanno previsto con largo anticipo la necessità di aumentare le scorte per la popolazione non a rischio». A questo si aggiunge che è esplosa la domanda sui mercati internazionali e i bandi di gara sono stati indetti in ritardo, impedendo ad alcune Regioni di aggiudicarsi tutte le dosi richieste.Era una situazione prevedibile sin dall'inizio della pandemia e il sistema sanitario aveva tutto il tempo per organizzarsi e arrivare preparato al periodo invernale. La situazione è che 7 Regioni e le 2 Province autonome hanno scorte per coprire meno del 75% della popolazione over 60, mentre 12 Regioni si sono aggiudicate un quantitativo adeguato di vaccini. Ma la disponibilità di dosi residue per la popolazione non a rischio è molto variabile.Perché vaccinarsi è considerato così importante, se l'immunizzazione non riguarda il Covid-19? Il centro cardiologico Monzino di Milano, studiando la diffusione del contagio nelle varie regioni italiane, ha rilevato che quelle con un più alto tasso di copertura contro l'influenza nella popolazione over 65 mostravano un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi, di malati in terapia intensiva e di decessi. I dati, appena pubblicati su Vaccines, una rivista internazionale del gruppo Multidisciplinary digital publishing institute, supportano l'ipotesi che la vaccinazione antinfluenzale possa aiutare a prevenire la diffusione del Covid.Nello studio si dice che il virus dell'influenza stagionale e quello del coronavirus hanno vie di trasmissione simili e alcuni sintomi in comune, ma, come è noto a tutti, sono molto differenti in termini di gravità e mortalità in caso di infezione, e per i gruppi di età colpiti. Mentre l'influenza colpisce soprattutto bambini e adolescenti, il Covid contagia prevalentemente i più anziani. Dallo studio del Monzino emerge dunque che la diffusione e la gravità del Covid sono inversamente proporzionali al tasso di vaccinazione antinfluenzale: meno vaccini, più Covid. La conclusione è che aumentando soltanto dell'1% la copertura vaccinale negli over 65, cioè circa 140.000 dosi a livello nazionale, si sarebbero potuti evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti. Confermano questa ipotesi anche le raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie, a partire dall'Organizzazione mondiale della sanità.Ma c'è anche una motivazione sociale. I sintomi dell'influenza e del Covid sono simili, e alla comparsa di qualche linea di febbre accompagnata da colpi di tosse si può entrare nel panico. Significa aumentare l'afflusso negli ambulatori di persone in preda all'ansia, con tutti i disagi che ne conseguono. Per questo è ritenuta fondamentale una copertura vaccinale molto ampia anche nelle fasce non a rischio che, di fatto, includono la maggior parte dei lavoratori ai quali è affidata la ripresa economica del Paese. Peraltro il Covid, come s'è visto negli ultimi mesi, non risparmia nemmeno trentenni e quarantenni e tanti giovani, in condizioni lavorative precarie, sono tornati a vivere in famiglia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niente-vaccini-per-2-italiani-su-3-2648097536.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-carenze-segnalate-due-mesi-fa-ma-nessuno-ha-mosso-un-dito" data-post-id="2648097536" data-published-at="1601901758" data-use-pagination="False"> «Le carenze segnalate due mesi fa ma nessuno ha mosso un dito» «La popolazione sotto i 60 anni, quella produttiva, l'asse portante del Paese, rischia di restare senza vaccino antinfluenzale. Chi è escluso dalla copertura gratuita non può comprare il prodotto in farmacia perché non c'è e quando le dosi arriveranno saranno insufficienti. Siamo in una situazione eccezionale. La domanda globale è cresciuta con percentuali senza precedenti. Il nostro sistema sanitario potrebbe trovarsi in difficoltà». L'allarme è di Federfarma che ha raccolto le segnalazioni delle farmacie e dei distributori intermedi. «L'industria non ha più dosi da distribuire. Alle farmacie arriveranno dalle Regioni solo 250.000 vaccini, cioè 12 per ogni punto vendita», afferma Roberto Tobia, segretario nazionale dell'associazione. Perché l'allarme risuona solo adesso? «Noi abbiamo evidenziato una carenza di vaccino già due mesi fa, in estate, quando le farmacie ci hanno detto che non avevano notizie della disponibilità di dosi, perché l'industria non ne ha». Come è possibile che l'industria non abbia vaccini? «La produzione mondiale non riesce a soddisfare la richiesta. In Italia le Regioni hanno richiesto quantitativi più elevati, il 42% in più. Hanno voluto ampliare la disponibilità a vaccinare, approvvigionandosi in maniera più corposa, anche in previsione di un aumento della richiesta. Ricordo che i sintomi dell'influenza stagionale sono sovrapponibili a quelli del Covid». Vuol dire che chi ha meno di 60 anni deve preoccuparsi? «Abbiamo fatto presente la situazione al ministro della Salute, Roberto Speranza, e siamo riusciti ad avere una rimodulazione delle quote vaccinali in modo da assegnarne una percentuale alle farmacie. Ma le Regioni, e neanche tutte, sono disposte a dare alle farmacie solo l'1,5%, cioè 250.000 dosi. Davvero insufficienti. Lo scorso anno abbiamo dispensato dalle farmacie dalle 800.000 alle 900.000 dosi. Quest'anno si prevede che le richieste saranno almeno 1,5-2 milioni. Se non si hanno 60 anni e non si fa parte di una categoria protetta, il vaccino non è gratuito: nessuna Regione garantisce la copertura dell'asse produttivo del Paese. Pensate al rischio di prendere l'influenza non sapendo che è Covid, quindi il panico. Tant'è che il ministro ha invitato tutti a vaccinarsi. Ma se i vaccini non ci sono?». E le 250.000 dosi che vi sono state assegnate? «Ancora non sono arrivate. Ce le hanno promesse ma non c'è una data di consegna, non sappiamo nulla. E poi su una rete di 19.000 farmacie, sono 12 dosi e mezza per ciascuna». Che soluzione proponete? «Abbiamo segnalato il problema. La strada che potrebbe seguire il ministero della Salute è acquisire il prodotto all'estero, che però va autorizzato dall'Aifa. Noi ci siamo messi a disposizione anche per trovare una soluzione alla difficoltà di somministrare tante dosi. Sono circa 18 milioni in tre mesi, non è facile. Perfino alcuni sindacati dei medici hanno dubitato sulla possibilità di riuscire a vaccinare tutti». Le farmacie si offrono di fare i vaccini? «Abbiamo fatto presente alle autorità che l'Italia è tra i pochi Paesi in Europa in cui la vaccinazione in farmacia non può essere effettuata. In Europa 14 nazioni su 28 hanno autorizzato l'inoculo del vaccino antinfluenzale e lo stesso avviene in 60 Paesi nel mondo tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Argentina. In Italia un Regio decreto del 1934 impedisce al farmacista di fare un'iniezione. È un atto anacronistico. Noi siamo pronti, abbiamo seguito corsi per preparare il farmacista a questa funzione. Ma occorre una modifica legislativa». Somministrare in farmacia il vaccino avrebbe un costo? «Sì, dovrebbe essere remunerato, ma il problema primario è che i vaccini mancano. Arriverà un momento in cui al primo colpo di tosse si avrà il terrore che sia Covid e non influenza. Il vaccino antinfluenzale dà una mano a identificare i casi di coronavirus. E non dimentichiamo che si muore anche per le complicanze dell'influenza. Siamo pronti a collaborare, ci dicano come». Quanto costa acquistare un vaccino in farmacia? «Dipende dalla tipologia, si va dai 10 ai 14 euro, non si tratta di una cifra alta. La nostra intenzione non è fare margine sul prodotto ma fornire un servizio alla collettività». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niente-vaccini-per-2-italiani-su-3-2648097536.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-fare-le-punture-a-tutti-studi-medici-aperti-anche-sabato-e-domenica" data-post-id="2648097536" data-published-at="1601901758" data-use-pagination="False"> «Per fare le punture a tutti studi medici aperti anche sabato e domenica» «Calma, non c'è motivo di affollarsi negli ambulatori. Per fare il vaccino antinfluenzale ci sono tre mesi. E basta allarmismi: le dosi per tutti i soggetti a rischio ci sono». Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Federazione medici di base (Fimmg), lancia messaggi rassicuranti: «Vedo troppe persone in preda all'ansia, soprattutto coloro che non hanno patologie importanti e non sono nell'età più a rischio». La Fimmg ha rilevato un aumento del flusso negli ambulatori per vaccinarsi? «Abbiamo richieste tra l'80 e il 90% dei pazienti, quando non si superava il 50%. Gli studi si stanno attrezzando per accelerare la somministrazione: molti rimarranno aperti il fine settimana, compresi sabati e domeniche, altri ancora stanno reclutando spazi all'aperto maggiori. Abbiamo previsto percorsi Covid. Io ricevo chi ha sintomi febbrili, con appuntamento, dopo le 19, al di fuori dell'orario normale, per evitare che il paziente entri in contatto con altre persone. Le persone, come è ovvio, sono preoccupate e chiedono spiegazioni. C'è tanta confusione e su questo è facile specularci sopra. Noi spieghiamo ai nostri assistiti che la corsa al vaccino non è giustificabile. Anzi c'è il rischio che chi fa la puntura in anticipo possa restare scoperto nel periodo di picco dell'influenza». Ma la campagna per l'antinfluenzale non è stata anticipata? «Facciamo chiarezza. L'influenza arriva di solito a metà dicembre e comincia a manifestarsi al Nord, poi scende al Sud. Il vaccino dà la massima copertura a partire da due settimane successive alla somministrazione fino a tre mesi, poi scende gradualmente. Quindi chi fa la puntura ora rischia di restare scoperto a febbraio e di doverne fare un'altra. La precedenza ce l'hanno i malati a rischio, poi vengono gli altri, non capisco questo allarmismo. I dati sull'influenza che arrivano dall'Australia sono incoraggianti. L'uso di mascherine e il distanziamento hanno fatto sì che fosse una stagione con poche preoccupazioni. È ciò che mi auguro anche per l'Italia». Le farmacie reclamano più dosi, sostengono che 250.000 vaccini sono insufficienti per la domanda crescente. «La priorità ce l'hanno le persone a rischio, e quest'anno è stata ampliata la platea di quanti possono avere l'antinfluenzale in modo gratuito. Solo una piccola quota di popolazione è fuori. Secondo le previsioni, i medici di base e i pediatri prenderanno in carico dall'80 al 90% dei pazienti». Ma così resta fuori chi ha meno di 60 anni, cioè la popolazione che lavora? «Non è del tutto così. La copertura vaccinale è stata allargata anche a chi è sotto i 60 anni e si trova in determinate situazioni professionali, ha patologie ed è a contatto con anziani. Un quarantenne insegnante può fare il vaccino gratuitamente. Così un bambino accompagnato dal nonno a scuola e perfino chi è in sovrappeso. L'elenco delle categorie incluse è lungo». Le farmacie chiedono di poter somministrare i vaccini. «È come se noi medici chiedessimo di poter distribuire le medicine».
Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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