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2020-10-05
Niente vaccini per 2 italiani su 3
Chi ha meno di 60 anni rischia di restare senza il vaccino antinfluenzale. In una situazione di normalità, questa fascia di popolazione non prende in considerazione la possibilità di cautelarsi dal virus stagionale, ma l'eccezionalità imposta dal Covid ha fatto saltare tutte le abitudini e le statistiche. Le Regioni si sono aggiudicate scorte di vaccino dai produttori per circa 17,9 milioni di dosi. Sono destinate agli over 60 e alle persone di età inferiore considerate a rischio o appartenenti a categorie professionali a contatto con il pubblico: forze dell'ordine, insegnanti, vigili urbani, personale ospedaliero, chi vive o lavora con anziani, bambini che frequentano i nonni, conviventi con persone a rischio, chi ha avuto un'operazione.
Costoro possono rivolgersi al medico di famiglia per essere vaccinati gratuitamente. E gli altri che non rientrano in questo target, che fanno? Devono andare in farmacia e pagare. Non sarebbe nemmeno una grande spesa, visto che il prezzo medio è tra 10 e 15 euro da considerare, come ripetono in queste settimane molti virologi, come un investimento sulla propria salute. Il problema è un altro: l'incetta fatta dalle Regioni, sfruttando il loro diritto di prelazione, ha sguarnito i dispensari. Ogni punto vendita può contare solo su 12 dosi, che peraltro devono ancora arrivare. Le Regioni hanno promesso una fornitura di 250.000 vaccini mentre Federfarma ha stimato che per soddisfare le richieste ne servirebbero circa 2 milioni. Il rischio è che 2 su 3 non riescano a vaccinarsi. E sono persone attive sul lavoro, l'asse produttivo del Paese.
Le farmacie sono state già prese d'assalto e le prenotazioni hanno superato di gran lunga le scorte. E l'inverno non è ancora iniziato. Il governo insieme all'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sta valutando la possibilità di comprare il prodotto all'estero, ma i tempi non saranno brevi e non si preannuncia nemmeno un'operazione facile in un mercato in cui la domanda, a livello globale, è cresciuta in modo esponenziale. L'anno scorso erano state distribuite 12,5 milioni di dosi. Ma basteranno 5,5 milioni di dosi in più per una situazione eccezionale come quella di quest'anno? Roberto Rossi, presidente dell'Ordine provinciale dei medici di Milano, è pessimista: «La Lombardia ha acquistato 2,4 milioni di vaccini, l'80% in più dello scorso anno, ma noi temiamo che siano insufficienti a coprire la platea di chi ne ha diritto gratuitamente. A maggior ragione potrebbero non bastare per tutti gli altri ai quali il ministero della Salute ha consigliato la somministrazione».
L'Organizzazione mondiale della sanità e il Piano nazionale di prevenzione vaccinale del ministero della Salute indicano come obiettivo minimo il 75% di vaccinazioni tra gli ultrasessantacinquenni e negli altri gruppi a rischio. Ma sono target superati. Quest'anno l'età di prescrizione è stata abbassata da 65 a 60 anni e la platea dei soggetti a rischio si è allargata. Le 18 milioni di dosi sarebbero insufficienti se decidesse di vaccinarsi il 100% degli individui ritenuti a rischio, forse anche meno dal momento che il rifornimento è stato fatto considerando l'andamento degli anni passati. Il ministero della Salute conta sul fatto che simili percentuali non sono mai state raggiunte. Lo scorso anno, tra gli over 65 si è vaccinato il 54,6%, nel 2018 il 53,1%. Il tasso di vaccinazione antinfluenzale nella popolazione generale è invece sensibilmente più basso: intorno al 17%. Stiamo parlando però di situazioni di normalità.
La domanda degli anziani e dei soggetti a rischio sarà sicuramente più alta e anche chi di solito non considerava di immunizzarsi, quest'anno potrebbe farlo. Numerose aziende stanno sollecitando i propri dipendenti a vaccinarsi per evitare di veder moltiplicare le assenze per malattia. Gran parte della popolazione si troverà scoperta e in una situazione di caos, tra le lunghe file degli ambulatori e i farmacisti che non potranno far altro che ingrossare le liste delle prenotazioni.
La responsabilità è delle Regioni che, come dice la Fondazione Gimbe, specializzata nelle analisi dell'efficienza della sanità in Italia, «non hanno previsto con largo anticipo la necessità di aumentare le scorte per la popolazione non a rischio». A questo si aggiunge che è esplosa la domanda sui mercati internazionali e i bandi di gara sono stati indetti in ritardo, impedendo ad alcune Regioni di aggiudicarsi tutte le dosi richieste.
Era una situazione prevedibile sin dall'inizio della pandemia e il sistema sanitario aveva tutto il tempo per organizzarsi e arrivare preparato al periodo invernale. La situazione è che 7 Regioni e le 2 Province autonome hanno scorte per coprire meno del 75% della popolazione over 60, mentre 12 Regioni si sono aggiudicate un quantitativo adeguato di vaccini. Ma la disponibilità di dosi residue per la popolazione non a rischio è molto variabile.
Perché vaccinarsi è considerato così importante, se l'immunizzazione non riguarda il Covid-19? Il centro cardiologico Monzino di Milano, studiando la diffusione del contagio nelle varie regioni italiane, ha rilevato che quelle con un più alto tasso di copertura contro l'influenza nella popolazione over 65 mostravano un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi, di malati in terapia intensiva e di decessi. I dati, appena pubblicati su Vaccines, una rivista internazionale del gruppo Multidisciplinary digital publishing institute, supportano l'ipotesi che la vaccinazione antinfluenzale possa aiutare a prevenire la diffusione del Covid.
Nello studio si dice che il virus dell'influenza stagionale e quello del coronavirus hanno vie di trasmissione simili e alcuni sintomi in comune, ma, come è noto a tutti, sono molto differenti in termini di gravità e mortalità in caso di infezione, e per i gruppi di età colpiti. Mentre l'influenza colpisce soprattutto bambini e adolescenti, il Covid contagia prevalentemente i più anziani. Dallo studio del Monzino emerge dunque che la diffusione e la gravità del Covid sono inversamente proporzionali al tasso di vaccinazione antinfluenzale: meno vaccini, più Covid. La conclusione è che aumentando soltanto dell'1% la copertura vaccinale negli over 65, cioè circa 140.000 dosi a livello nazionale, si sarebbero potuti evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti. Confermano questa ipotesi anche le raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie, a partire dall'Organizzazione mondiale della sanità.
Ma c'è anche una motivazione sociale. I sintomi dell'influenza e del Covid sono simili, e alla comparsa di qualche linea di febbre accompagnata da colpi di tosse si può entrare nel panico. Significa aumentare l'afflusso negli ambulatori di persone in preda all'ansia, con tutti i disagi che ne conseguono. Per questo è ritenuta fondamentale una copertura vaccinale molto ampia anche nelle fasce non a rischio che, di fatto, includono la maggior parte dei lavoratori ai quali è affidata la ripresa economica del Paese. Peraltro il Covid, come s'è visto negli ultimi mesi, non risparmia nemmeno trentenni e quarantenni e tanti giovani, in condizioni lavorative precarie, sono tornati a vivere in famiglia.
«Le carenze segnalate due mesi fa ma nessuno ha mosso un dito»
«La popolazione sotto i 60 anni, quella produttiva, l'asse portante del Paese, rischia di restare senza vaccino antinfluenzale. Chi è escluso dalla copertura gratuita non può comprare il prodotto in farmacia perché non c'è e quando le dosi arriveranno saranno insufficienti. Siamo in una situazione eccezionale. La domanda globale è cresciuta con percentuali senza precedenti. Il nostro sistema sanitario potrebbe trovarsi in difficoltà». L'allarme è di Federfarma che ha raccolto le segnalazioni delle farmacie e dei distributori intermedi. «L'industria non ha più dosi da distribuire. Alle farmacie arriveranno dalle Regioni solo 250.000 vaccini, cioè 12 per ogni punto vendita», afferma Roberto Tobia, segretario nazionale dell'associazione.
Perché l'allarme risuona solo adesso?
«Noi abbiamo evidenziato una carenza di vaccino già due mesi fa, in estate, quando le farmacie ci hanno detto che non avevano notizie della disponibilità di dosi, perché l'industria non ne ha».
Come è possibile che l'industria non abbia vaccini?
«La produzione mondiale non riesce a soddisfare la richiesta. In Italia le Regioni hanno richiesto quantitativi più elevati, il 42% in più. Hanno voluto ampliare la disponibilità a vaccinare, approvvigionandosi in maniera più corposa, anche in previsione di un aumento della richiesta. Ricordo che i sintomi dell'influenza stagionale sono sovrapponibili a quelli del Covid».
Vuol dire che chi ha meno di 60 anni deve preoccuparsi?
«Abbiamo fatto presente la situazione al ministro della Salute, Roberto Speranza, e siamo riusciti ad avere una rimodulazione delle quote vaccinali in modo da assegnarne una percentuale alle farmacie. Ma le Regioni, e neanche tutte, sono disposte a dare alle farmacie solo l'1,5%, cioè 250.000 dosi. Davvero insufficienti. Lo scorso anno abbiamo dispensato dalle farmacie dalle 800.000 alle 900.000 dosi. Quest'anno si prevede che le richieste saranno almeno 1,5-2 milioni. Se non si hanno 60 anni e non si fa parte di una categoria protetta, il vaccino non è gratuito: nessuna Regione garantisce la copertura dell'asse produttivo del Paese. Pensate al rischio di prendere l'influenza non sapendo che è Covid, quindi il panico. Tant'è che il ministro ha invitato tutti a vaccinarsi. Ma se i vaccini non ci sono?».
E le 250.000 dosi che vi sono state assegnate?
«Ancora non sono arrivate. Ce le hanno promesse ma non c'è una data di consegna, non sappiamo nulla. E poi su una rete di 19.000 farmacie, sono 12 dosi e mezza per ciascuna».
Che soluzione proponete?
«Abbiamo segnalato il problema. La strada che potrebbe seguire il ministero della Salute è acquisire il prodotto all'estero, che però va autorizzato dall'Aifa. Noi ci siamo messi a disposizione anche per trovare una soluzione alla difficoltà di somministrare tante dosi. Sono circa 18 milioni in tre mesi, non è facile. Perfino alcuni sindacati dei medici hanno dubitato sulla possibilità di riuscire a vaccinare tutti».
Le farmacie si offrono di fare i vaccini?
«Abbiamo fatto presente alle autorità che l'Italia è tra i pochi Paesi in Europa in cui la vaccinazione in farmacia non può essere effettuata. In Europa 14 nazioni su 28 hanno autorizzato l'inoculo del vaccino antinfluenzale e lo stesso avviene in 60 Paesi nel mondo tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Argentina. In Italia un Regio decreto del 1934 impedisce al farmacista di fare un'iniezione. È un atto anacronistico. Noi siamo pronti, abbiamo seguito corsi per preparare il farmacista a questa funzione. Ma occorre una modifica legislativa».
Somministrare in farmacia il vaccino avrebbe un costo?
«Sì, dovrebbe essere remunerato, ma il problema primario è che i vaccini mancano. Arriverà un momento in cui al primo colpo di tosse si avrà il terrore che sia Covid e non influenza. Il vaccino antinfluenzale dà una mano a identificare i casi di coronavirus. E non dimentichiamo che si muore anche per le complicanze dell'influenza. Siamo pronti a collaborare, ci dicano come».
Quanto costa acquistare un vaccino in farmacia?
«Dipende dalla tipologia, si va dai 10 ai 14 euro, non si tratta di una cifra alta. La nostra intenzione non è fare margine sul prodotto ma fornire un servizio alla collettività».
«Per fare le punture a tutti studi medici aperti anche sabato e domenica»
«Calma, non c'è motivo di affollarsi negli ambulatori. Per fare il vaccino antinfluenzale ci sono tre mesi. E basta allarmismi: le dosi per tutti i soggetti a rischio ci sono». Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Federazione medici di base (Fimmg), lancia messaggi rassicuranti: «Vedo troppe persone in preda all'ansia, soprattutto coloro che non hanno patologie importanti e non sono nell'età più a rischio».
La Fimmg ha rilevato un aumento del flusso negli ambulatori per vaccinarsi?
«Abbiamo richieste tra l'80 e il 90% dei pazienti, quando non si superava il 50%. Gli studi si stanno attrezzando per accelerare la somministrazione: molti rimarranno aperti il fine settimana, compresi sabati e domeniche, altri ancora stanno reclutando spazi all'aperto maggiori. Abbiamo previsto percorsi Covid. Io ricevo chi ha sintomi febbrili, con appuntamento, dopo le 19, al di fuori dell'orario normale, per evitare che il paziente entri in contatto con altre persone. Le persone, come è ovvio, sono preoccupate e chiedono spiegazioni. C'è tanta confusione e su questo è facile specularci sopra. Noi spieghiamo ai nostri assistiti che la corsa al vaccino non è giustificabile. Anzi c'è il rischio che chi fa la puntura in anticipo possa restare scoperto nel periodo di picco dell'influenza».
Ma la campagna per l'antinfluenzale non è stata anticipata?
«Facciamo chiarezza. L'influenza arriva di solito a metà dicembre e comincia a manifestarsi al Nord, poi scende al Sud. Il vaccino dà la massima copertura a partire da due settimane successive alla somministrazione fino a tre mesi, poi scende gradualmente. Quindi chi fa la puntura ora rischia di restare scoperto a febbraio e di doverne fare un'altra. La precedenza ce l'hanno i malati a rischio, poi vengono gli altri, non capisco questo allarmismo. I dati sull'influenza che arrivano dall'Australia sono incoraggianti. L'uso di mascherine e il distanziamento hanno fatto sì che fosse una stagione con poche preoccupazioni. È ciò che mi auguro anche per l'Italia».
Le farmacie reclamano più dosi, sostengono che 250.000 vaccini sono insufficienti per la domanda crescente.
«La priorità ce l'hanno le persone a rischio, e quest'anno è stata ampliata la platea di quanti possono avere l'antinfluenzale in modo gratuito. Solo una piccola quota di popolazione è fuori. Secondo le previsioni, i medici di base e i pediatri prenderanno in carico dall'80 al 90% dei pazienti».
Ma così resta fuori chi ha meno di 60 anni, cioè la popolazione che lavora?
«Non è del tutto così. La copertura vaccinale è stata allargata anche a chi è sotto i 60 anni e si trova in determinate situazioni professionali, ha patologie ed è a contatto con anziani. Un quarantenne insegnante può fare il vaccino gratuitamente. Così un bambino accompagnato dal nonno a scuola e perfino chi è in sovrappeso. L'elenco delle categorie incluse è lungo».
Le farmacie chiedono di poter somministrare i vaccini.
«È come se noi medici chiedessimo di poter distribuire le medicine».
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Medici e virologi consigliano di immunizzarsi. Le Regioni hanno fatto incetta. Risultato: farmacie sguarnite e lavoratori a rischio.Il segretario nazionale di Federfarma, Roberto Tobia: «L'anno scorso abbiamo distribuito 900.000 dosi di antinfluenzale, quest'anno il sistema pubblico ce ne ha promesse solamente 250.000. E non ha ancora fatto le consegne».Il rappresentante dei medici di base, Pier Luigi Bartoletti: «Ai pazienti suggerisco di non anticipare troppo per non restare scoperti in inverno».Lo speciale contiene tre articoli.Chi ha meno di 60 anni rischia di restare senza il vaccino antinfluenzale. In una situazione di normalità, questa fascia di popolazione non prende in considerazione la possibilità di cautelarsi dal virus stagionale, ma l'eccezionalità imposta dal Covid ha fatto saltare tutte le abitudini e le statistiche. Le Regioni si sono aggiudicate scorte di vaccino dai produttori per circa 17,9 milioni di dosi. Sono destinate agli over 60 e alle persone di età inferiore considerate a rischio o appartenenti a categorie professionali a contatto con il pubblico: forze dell'ordine, insegnanti, vigili urbani, personale ospedaliero, chi vive o lavora con anziani, bambini che frequentano i nonni, conviventi con persone a rischio, chi ha avuto un'operazione. Costoro possono rivolgersi al medico di famiglia per essere vaccinati gratuitamente. E gli altri che non rientrano in questo target, che fanno? Devono andare in farmacia e pagare. Non sarebbe nemmeno una grande spesa, visto che il prezzo medio è tra 10 e 15 euro da considerare, come ripetono in queste settimane molti virologi, come un investimento sulla propria salute. Il problema è un altro: l'incetta fatta dalle Regioni, sfruttando il loro diritto di prelazione, ha sguarnito i dispensari. Ogni punto vendita può contare solo su 12 dosi, che peraltro devono ancora arrivare. Le Regioni hanno promesso una fornitura di 250.000 vaccini mentre Federfarma ha stimato che per soddisfare le richieste ne servirebbero circa 2 milioni. Il rischio è che 2 su 3 non riescano a vaccinarsi. E sono persone attive sul lavoro, l'asse produttivo del Paese.Le farmacie sono state già prese d'assalto e le prenotazioni hanno superato di gran lunga le scorte. E l'inverno non è ancora iniziato. Il governo insieme all'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sta valutando la possibilità di comprare il prodotto all'estero, ma i tempi non saranno brevi e non si preannuncia nemmeno un'operazione facile in un mercato in cui la domanda, a livello globale, è cresciuta in modo esponenziale. L'anno scorso erano state distribuite 12,5 milioni di dosi. Ma basteranno 5,5 milioni di dosi in più per una situazione eccezionale come quella di quest'anno? Roberto Rossi, presidente dell'Ordine provinciale dei medici di Milano, è pessimista: «La Lombardia ha acquistato 2,4 milioni di vaccini, l'80% in più dello scorso anno, ma noi temiamo che siano insufficienti a coprire la platea di chi ne ha diritto gratuitamente. A maggior ragione potrebbero non bastare per tutti gli altri ai quali il ministero della Salute ha consigliato la somministrazione».L'Organizzazione mondiale della sanità e il Piano nazionale di prevenzione vaccinale del ministero della Salute indicano come obiettivo minimo il 75% di vaccinazioni tra gli ultrasessantacinquenni e negli altri gruppi a rischio. Ma sono target superati. Quest'anno l'età di prescrizione è stata abbassata da 65 a 60 anni e la platea dei soggetti a rischio si è allargata. Le 18 milioni di dosi sarebbero insufficienti se decidesse di vaccinarsi il 100% degli individui ritenuti a rischio, forse anche meno dal momento che il rifornimento è stato fatto considerando l'andamento degli anni passati. Il ministero della Salute conta sul fatto che simili percentuali non sono mai state raggiunte. Lo scorso anno, tra gli over 65 si è vaccinato il 54,6%, nel 2018 il 53,1%. Il tasso di vaccinazione antinfluenzale nella popolazione generale è invece sensibilmente più basso: intorno al 17%. Stiamo parlando però di situazioni di normalità.La domanda degli anziani e dei soggetti a rischio sarà sicuramente più alta e anche chi di solito non considerava di immunizzarsi, quest'anno potrebbe farlo. Numerose aziende stanno sollecitando i propri dipendenti a vaccinarsi per evitare di veder moltiplicare le assenze per malattia. Gran parte della popolazione si troverà scoperta e in una situazione di caos, tra le lunghe file degli ambulatori e i farmacisti che non potranno far altro che ingrossare le liste delle prenotazioni.La responsabilità è delle Regioni che, come dice la Fondazione Gimbe, specializzata nelle analisi dell'efficienza della sanità in Italia, «non hanno previsto con largo anticipo la necessità di aumentare le scorte per la popolazione non a rischio». A questo si aggiunge che è esplosa la domanda sui mercati internazionali e i bandi di gara sono stati indetti in ritardo, impedendo ad alcune Regioni di aggiudicarsi tutte le dosi richieste.Era una situazione prevedibile sin dall'inizio della pandemia e il sistema sanitario aveva tutto il tempo per organizzarsi e arrivare preparato al periodo invernale. La situazione è che 7 Regioni e le 2 Province autonome hanno scorte per coprire meno del 75% della popolazione over 60, mentre 12 Regioni si sono aggiudicate un quantitativo adeguato di vaccini. Ma la disponibilità di dosi residue per la popolazione non a rischio è molto variabile.Perché vaccinarsi è considerato così importante, se l'immunizzazione non riguarda il Covid-19? Il centro cardiologico Monzino di Milano, studiando la diffusione del contagio nelle varie regioni italiane, ha rilevato che quelle con un più alto tasso di copertura contro l'influenza nella popolazione over 65 mostravano un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi, di malati in terapia intensiva e di decessi. I dati, appena pubblicati su Vaccines, una rivista internazionale del gruppo Multidisciplinary digital publishing institute, supportano l'ipotesi che la vaccinazione antinfluenzale possa aiutare a prevenire la diffusione del Covid.Nello studio si dice che il virus dell'influenza stagionale e quello del coronavirus hanno vie di trasmissione simili e alcuni sintomi in comune, ma, come è noto a tutti, sono molto differenti in termini di gravità e mortalità in caso di infezione, e per i gruppi di età colpiti. Mentre l'influenza colpisce soprattutto bambini e adolescenti, il Covid contagia prevalentemente i più anziani. Dallo studio del Monzino emerge dunque che la diffusione e la gravità del Covid sono inversamente proporzionali al tasso di vaccinazione antinfluenzale: meno vaccini, più Covid. La conclusione è che aumentando soltanto dell'1% la copertura vaccinale negli over 65, cioè circa 140.000 dosi a livello nazionale, si sarebbero potuti evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti. Confermano questa ipotesi anche le raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie, a partire dall'Organizzazione mondiale della sanità.Ma c'è anche una motivazione sociale. I sintomi dell'influenza e del Covid sono simili, e alla comparsa di qualche linea di febbre accompagnata da colpi di tosse si può entrare nel panico. Significa aumentare l'afflusso negli ambulatori di persone in preda all'ansia, con tutti i disagi che ne conseguono. Per questo è ritenuta fondamentale una copertura vaccinale molto ampia anche nelle fasce non a rischio che, di fatto, includono la maggior parte dei lavoratori ai quali è affidata la ripresa economica del Paese. 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La domanda globale è cresciuta con percentuali senza precedenti. Il nostro sistema sanitario potrebbe trovarsi in difficoltà». L'allarme è di Federfarma che ha raccolto le segnalazioni delle farmacie e dei distributori intermedi. «L'industria non ha più dosi da distribuire. Alle farmacie arriveranno dalle Regioni solo 250.000 vaccini, cioè 12 per ogni punto vendita», afferma Roberto Tobia, segretario nazionale dell'associazione. Perché l'allarme risuona solo adesso? «Noi abbiamo evidenziato una carenza di vaccino già due mesi fa, in estate, quando le farmacie ci hanno detto che non avevano notizie della disponibilità di dosi, perché l'industria non ne ha». Come è possibile che l'industria non abbia vaccini? «La produzione mondiale non riesce a soddisfare la richiesta. In Italia le Regioni hanno richiesto quantitativi più elevati, il 42% in più. Hanno voluto ampliare la disponibilità a vaccinare, approvvigionandosi in maniera più corposa, anche in previsione di un aumento della richiesta. Ricordo che i sintomi dell'influenza stagionale sono sovrapponibili a quelli del Covid». Vuol dire che chi ha meno di 60 anni deve preoccuparsi? «Abbiamo fatto presente la situazione al ministro della Salute, Roberto Speranza, e siamo riusciti ad avere una rimodulazione delle quote vaccinali in modo da assegnarne una percentuale alle farmacie. Ma le Regioni, e neanche tutte, sono disposte a dare alle farmacie solo l'1,5%, cioè 250.000 dosi. Davvero insufficienti. Lo scorso anno abbiamo dispensato dalle farmacie dalle 800.000 alle 900.000 dosi. Quest'anno si prevede che le richieste saranno almeno 1,5-2 milioni. Se non si hanno 60 anni e non si fa parte di una categoria protetta, il vaccino non è gratuito: nessuna Regione garantisce la copertura dell'asse produttivo del Paese. Pensate al rischio di prendere l'influenza non sapendo che è Covid, quindi il panico. Tant'è che il ministro ha invitato tutti a vaccinarsi. Ma se i vaccini non ci sono?». E le 250.000 dosi che vi sono state assegnate? «Ancora non sono arrivate. Ce le hanno promesse ma non c'è una data di consegna, non sappiamo nulla. E poi su una rete di 19.000 farmacie, sono 12 dosi e mezza per ciascuna». Che soluzione proponete? «Abbiamo segnalato il problema. La strada che potrebbe seguire il ministero della Salute è acquisire il prodotto all'estero, che però va autorizzato dall'Aifa. Noi ci siamo messi a disposizione anche per trovare una soluzione alla difficoltà di somministrare tante dosi. Sono circa 18 milioni in tre mesi, non è facile. Perfino alcuni sindacati dei medici hanno dubitato sulla possibilità di riuscire a vaccinare tutti». Le farmacie si offrono di fare i vaccini? «Abbiamo fatto presente alle autorità che l'Italia è tra i pochi Paesi in Europa in cui la vaccinazione in farmacia non può essere effettuata. In Europa 14 nazioni su 28 hanno autorizzato l'inoculo del vaccino antinfluenzale e lo stesso avviene in 60 Paesi nel mondo tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Argentina. In Italia un Regio decreto del 1934 impedisce al farmacista di fare un'iniezione. È un atto anacronistico. Noi siamo pronti, abbiamo seguito corsi per preparare il farmacista a questa funzione. Ma occorre una modifica legislativa». Somministrare in farmacia il vaccino avrebbe un costo? «Sì, dovrebbe essere remunerato, ma il problema primario è che i vaccini mancano. Arriverà un momento in cui al primo colpo di tosse si avrà il terrore che sia Covid e non influenza. Il vaccino antinfluenzale dà una mano a identificare i casi di coronavirus. E non dimentichiamo che si muore anche per le complicanze dell'influenza. Siamo pronti a collaborare, ci dicano come». Quanto costa acquistare un vaccino in farmacia? «Dipende dalla tipologia, si va dai 10 ai 14 euro, non si tratta di una cifra alta. La nostra intenzione non è fare margine sul prodotto ma fornire un servizio alla collettività». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niente-vaccini-per-2-italiani-su-3-2648097536.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-fare-le-punture-a-tutti-studi-medici-aperti-anche-sabato-e-domenica" data-post-id="2648097536" data-published-at="1601901758" data-use-pagination="False"> «Per fare le punture a tutti studi medici aperti anche sabato e domenica» «Calma, non c'è motivo di affollarsi negli ambulatori. Per fare il vaccino antinfluenzale ci sono tre mesi. E basta allarmismi: le dosi per tutti i soggetti a rischio ci sono». Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Federazione medici di base (Fimmg), lancia messaggi rassicuranti: «Vedo troppe persone in preda all'ansia, soprattutto coloro che non hanno patologie importanti e non sono nell'età più a rischio». La Fimmg ha rilevato un aumento del flusso negli ambulatori per vaccinarsi? «Abbiamo richieste tra l'80 e il 90% dei pazienti, quando non si superava il 50%. Gli studi si stanno attrezzando per accelerare la somministrazione: molti rimarranno aperti il fine settimana, compresi sabati e domeniche, altri ancora stanno reclutando spazi all'aperto maggiori. Abbiamo previsto percorsi Covid. Io ricevo chi ha sintomi febbrili, con appuntamento, dopo le 19, al di fuori dell'orario normale, per evitare che il paziente entri in contatto con altre persone. Le persone, come è ovvio, sono preoccupate e chiedono spiegazioni. C'è tanta confusione e su questo è facile specularci sopra. Noi spieghiamo ai nostri assistiti che la corsa al vaccino non è giustificabile. Anzi c'è il rischio che chi fa la puntura in anticipo possa restare scoperto nel periodo di picco dell'influenza». Ma la campagna per l'antinfluenzale non è stata anticipata? «Facciamo chiarezza. L'influenza arriva di solito a metà dicembre e comincia a manifestarsi al Nord, poi scende al Sud. Il vaccino dà la massima copertura a partire da due settimane successive alla somministrazione fino a tre mesi, poi scende gradualmente. Quindi chi fa la puntura ora rischia di restare scoperto a febbraio e di doverne fare un'altra. La precedenza ce l'hanno i malati a rischio, poi vengono gli altri, non capisco questo allarmismo. I dati sull'influenza che arrivano dall'Australia sono incoraggianti. L'uso di mascherine e il distanziamento hanno fatto sì che fosse una stagione con poche preoccupazioni. È ciò che mi auguro anche per l'Italia». Le farmacie reclamano più dosi, sostengono che 250.000 vaccini sono insufficienti per la domanda crescente. «La priorità ce l'hanno le persone a rischio, e quest'anno è stata ampliata la platea di quanti possono avere l'antinfluenzale in modo gratuito. Solo una piccola quota di popolazione è fuori. Secondo le previsioni, i medici di base e i pediatri prenderanno in carico dall'80 al 90% dei pazienti». Ma così resta fuori chi ha meno di 60 anni, cioè la popolazione che lavora? «Non è del tutto così. La copertura vaccinale è stata allargata anche a chi è sotto i 60 anni e si trova in determinate situazioni professionali, ha patologie ed è a contatto con anziani. Un quarantenne insegnante può fare il vaccino gratuitamente. Così un bambino accompagnato dal nonno a scuola e perfino chi è in sovrappeso. L'elenco delle categorie incluse è lungo». Le farmacie chiedono di poter somministrare i vaccini. «È come se noi medici chiedessimo di poter distribuire le medicine».
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.