Negli Usa Landini non c’è: sindacati contro Stellantis
Maurizio Landini (Ansa)
In America i rappresentanti dei lavoratori chiedono all’azienda chiarezza sugli investimenti promessi ma non realizzati. In Italia, il leader della Cgil parla di tutto tranne che dei tagli e della Cig all’ex Fiat.

Finalmente il sindacato si sveglia e chiede conto alla Fiat – pardon, a Stellantis – di quali siano i piani aziendali per il futuro di alcuni stabilimenti. I rappresentanti dei lavoratori infatti, paiono preoccupati dalla nebbia che sovrasta le strategie del gruppo automobilistico. La notizia è però che a chiedere lumi su investimenti e produzione non sono Maurizio Landini e compagni, ma i delegati di United auto workers, ovvero i sindacati americani, i quali vogliono vedere chiaro nelle scelte aziendali e sono pronti, nel caso le loro richieste venissero disattese, anche a mobilitarsi per uno sciopero. Negli Stati Uniti in effetti c’è molto fermento nel settore, soprattutto dopo che sia Ford che Gm, ovvero i due grandi competitor di Stellantis che con Chrysler è uno dei gruppi più importanti dell’automotive d’oltreoceano, hanno annunciato tagli al personale. Il gigante di Dearborn, sobborgo di Detroit in Michigan, ha deciso di ridurre i dipendenti impegnati nella produzione dei veicoli elettrici a causa del rallentamento delle vendite. Mentre il colosso guidato da Mary Barra due giorni fa ha comunicato il licenziamento di mille lavoratori impegnati nella divisione software e servizi.

Insomma, sul settore automobilistico a stelle e strisce tira una brutta aria e i dipendenti di Stellantis intendono conoscere quali siano le direttive del gruppo. In particolare, che fine abbia fatto il piano di investimenti che prevedeva la costruzione di un nuovo impianto per batterie da 3,2 miliardi di dollari e la nuova fabbrica di autocarri di medie dimensioni che avrebbe dovuto sorgere in Illinois, con uno sforzo finanziario da 1,5 miliardi, da cui sarebbero scaturiti, secondo le promesse, cinquemila nuovi posti di lavoro, ma di cui al momento non si vede l’ombra. United auto workers ha saputo che la casa automobilistica non avvierà gli investimenti secondo le tempistiche concordate, e siccome nessuno ha spiegato se il piano di espansione è cancellato o slittato è sul piede di guerra.

Tutto ciò, ribadiamo, negli Stati Uniti. E in Italia? Al momento, sul fronte sindacale si registra un silenzio di tomba. L’ex Fiat mette in cassa integrazione i dipendenti, ritarda i piani di investimento o semplicemente li annulla mentre dalle fabbriche del gruppo esce una quantità sempre più bassa di veicoli (gli ultimi dati parlano di poco più di 300.000 auto, tra autovetture e veicoli commerciali, con una riduzione rispetto all’anno precedente intorno al 35 per cento), ma il sindacato non ha nulla da dire.

O meglio: Landini e compagni parlano molto, anzi moltissimo, ma non di Fiat (pardon, Stellantis). Non passa giorno o quasi che il segretario della Cgil non apra bocca per spiegare che l’autonomia differenziata sarà un disastro e sostenere dunque il referendum da lui voluto contro la riforma introdotta dalla maggioranza di centrodestra. Che cosa c’entrino le attribuzioni di poteri tra Stato e Regioni con la situazione di fabbriche e uffici, ma soprattutto di salari dei lavoratori, non è chiarissimo, ma il leader del sindacato rosso prosegue imperterrito la sua campagna, che sembra più rivolta al proprio futuro che a quello industriale del Paese.

Infatti Landini, che spesso è intervistato da Repubblica, organo di casa Agnelli, sui temi che riguardano la produzione di automobili, cioè il destino di quello che un tempo era il più grande gruppo privato del Paese, interviene con grande parsimonia, quasi da suscitare il sospetto che il riserbo sulla materia sia dovuto all’intenzione di non disturbare il manovratore, cioè la Sacra famiglia di Torino. Da marzo ad agosto, sono stati messi in cassa integrazione (e poi in ferie) i 2.200 operai addetti alla 500 e alla Maserati. Da Mirafiori a Melfi, da Atessa a Pomigliano d’Arco, per non parlare di Cassino, la produzione del gruppo in Italia procede a singhiozzo. Come ha fatto notare Paolo Del Debbio pochi giorni fa su questo giornale, nell’ennesima intervista a Repubblica Landini se l’è presa con Sergio Marchionne, scomparso sei anni fa. La sua colpa: non aver creduto nell’elettrico. Cioè in vetture che senza incentivi pubblici non si riescono a vendere. Se questo è un sindacalista, io sono cappuccetto rosso.

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