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2022-11-05
Il Napoli va a vincere a Bergamo. Prove tecniche di fuga scudetto
Ansa
Non si ha memoria di quando Luciano Spalletti, travestito da dea Teti, abbia acchiappato per il tallone la creatura affidatagli da Aurelio De Laurentiis e da quella volpe di Cristiano Giuntoli, per immergerla nelle acque dello Stige e conferirle il dono dell’invulnerabilità. Fatto sta che i partenopei di oggi appaiono davvero come eroi mitologici inattaccabili, con l’aggiunta di un mistero: nessuno ancora sa dove sia il loro tallone, dunque il punto debole. Persino ieri, con il prodigioso georgiano Kvaratskhelia assente per lombalgia, hanno macinato gioco in casa dell’Atalanta, rispondendo colpo su colpo alle malizie tattiche di Gianpiero Gasperini. È finita 1-2, il Napoli ha espugnato lo stadio orobico, accelerando sul quadrimotore con cui sta seminando le inseguitrici. Sia chiaro, a Bergamo è andata in scena la partita dal tenore più europeo della Serie A: Dea e napoletani schierano giocatori che corrono come forsennati, sanno pressare, non conoscono la parola catenaccio e propongono idee capaci di gareggiare con le più formidabili corazzate continentali. Insomma, un match da Champions. I campani, nel tridente con Osimhen e Lozano, schierano Elmas, confermano il centrocampo di sempre e la difesa con il sudcoreano Kim. Gasperini dal canto suo punto su Lookman e Hojlund in avanti, assistiti da Ederson, con Malinovskyi e Zapata in panchina, Pasalic sulla mediana in luogo di De Roon, Scalvini nel terzetto di retroguardia a protezione di Musso. Proprio le panchine fanno balzare all’occhio un particolare gustoso: soprattutto in attacco, tra il Cholito Simeone e Raspadori, gli azzurri vantano un novero di possibilità insidioso, da far leccare le dita al loro allenatore. L’inizio delle ostilità è all’arma bianca. Gli orobici, nei primi 15 minuti, mancano il gol per due volte. Lookman serve Hojlund che calcia di prima intenzione impegnando il portiere Meret. Ancora Hojlund non riesce a spingere in porta il pallone da pochi passi, poi sulla respinta di Di Lorenzo si precipita Demiral con convinzione. Kim si frappone e devia in angolo. Ma è al minuto 17 che avviene un episodio decisivo. Osimhen tocca la palla col braccio nella propria area, l’arbitro consulta il Var e assegna il rigore alla Dea. Incaricato di battere è Lookman, l’esecuzione pare da manuale. Pallone da una parte - staffilata sotto il sette - portiere spiazzato dall’altra. Atalanta in vantaggio e quasi per la prima volta dall’inizio della stagione, Napoli sorpreso, costretto a rincorrere, a mostrare quel nerbo che emerge lampante soprattutto nelle annate assistite dalla buona sorte. Come quest’annata. Al 23’, Zielinski lascia partire un traversone come da schema collaudato post-calcio d’angolo, Osimhen consacra il suo ruolo di ariete, incorna di testa e per Musso non c’è nulla da fare: 1-1. Palla al centro. Fino al minuto 35. I calciatori di Spalletti sembrano tarantolati, non smettono di dar gas e sanno come colpire. Osimhen supera il turco Demiral, propone il pallone al centro, Elmas - sostituto di Kvara - stoppa, batte di sinistro, Hateboer devia involontariamente e plasma la rete del raddoppio: 1-2. Tutto da rifare per i bergamaschi, mentre il tecnico dei campani si sfrega le mani: sa quanto sia ghiotto il bottino della serata. Prima dell’intervallo, c’è ancora tempo per qualche scambio di colpi. Zielinski azzarda la conclusione, in verità troppo debole. In un capovolgimento di fronte, Hateboer sfrutta un traversone di Scalvini, Olivera devia fuori a pochi passi dalla porta. Il primo tempo è un florilegio di giocate a ritmo sopraffino che certificano, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il livello delle formazioni in campo. Insieme con il Milan, sono le compagini più attrezzate a intrattenere il pubblico negli stadi, offrendo uno spettacolo pirotecnico. Nella ripresa, Gasperini prova a incardinare il match verso binari vincenti. Maehle crossa, Hateboer prova la deviazione sul secondo palo, la palla esce. Qualche minuto dopo, Meret si supera su una conclusione di Lookman, con tanto di deviazione sulla traversa, mentre al minuto 57 il coreano Kim viene ammonito per fallaccio su Pasalic. Un minuto dopo, il cartellino giallo tocca a Hojlund. Proprio lo scandinavo cerca di raddrizzare la serata: deviazione sotto alla porta e sfera a lato di un soffio. Inizia la girandola di avvincendamenti: Spalletti inserisce Politano per Zielinski, Ndombèlé per Lozano. Gasperini risponde mandando in campo Zapata per Hojlund e Malinovskiy in luogo di Pasalic. In poche parole: il primo sa di dover amministrare, rallentando un poco la pressione, il secondo si gioca il tutto per tutto, attaccando alla baionetta. C’è spazio anche per Giovanni Simeone, dentro per far rifiatare Osimhen, e proprio il Cholito si mangia un’occasione servita su un piatto d’argento: Elmas tocca per Olivera, quest’ultimo gli gira il pallone, l’argentino figlio d’arte a poca distanza dal dischetto del rigore lascia partire una stoccata ma non centra la porta. Simeone, erroraccio a parte, dimostra grandi doti di inserimento e capacità dinamiche da punta completa, rivelandosi un’eccellente alternativa a Osimhen e un’ennesima dimostrazione di quanto il mercato allestito da Giuntoli sia stato assennato. Negli ultimi dieci minuti si fa vedere Duvan Zapata, provando a far valere la sua mole muscolare e beccandosi pure un cartellino giallo, ma le sue fatiche non sono premiate. L’assedio atalantino, culminato durante il recupero con un assolo sfortunato di Maehle, non sortisce i frutti sperati e la vittoria degli ospiti dà suffragio a numeri spaventosi: il Napoli è primo in classifica con 35 punti, otto in più della Dea, vanta 11 vittorie, due pareggi e zero sconfitte, ha segnato ben 32 gol, subendone soltanto 10. Considerata la scaramanzia che serpeggia sotto il Vesuvio, nessuno vorrà parlare di scudetto se non dietro debita toccata a un cornetto portafortuna, e in effetti è ancora presto per farlo. Ma al momento la banda Spalletti sta dando parecchi grattacapi alle rivali, soprattutto alle contendenti Milan e Inter.
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Un rigore porta in vantaggio l’Atalanta, poi però si scatena Victor Osimhen: colpo di testa per il pari e assist a Eljif Elmas per il 2-1 finale. Campani solidissimi anche senza Khvicha Kvaratskhelia, sono i favoriti per il tricolore. Non si ha memoria di quando Luciano Spalletti, travestito da dea Teti, abbia acchiappato per il tallone la creatura affidatagli da Aurelio De Laurentiis e da quella volpe di Cristiano Giuntoli, per immergerla nelle acque dello Stige e conferirle il dono dell’invulnerabilità. Fatto sta che i partenopei di oggi appaiono davvero come eroi mitologici inattaccabili, con l’aggiunta di un mistero: nessuno ancora sa dove sia il loro tallone, dunque il punto debole. Persino ieri, con il prodigioso georgiano Kvaratskhelia assente per lombalgia, hanno macinato gioco in casa dell’Atalanta, rispondendo colpo su colpo alle malizie tattiche di Gianpiero Gasperini. È finita 1-2, il Napoli ha espugnato lo stadio orobico, accelerando sul quadrimotore con cui sta seminando le inseguitrici. Sia chiaro, a Bergamo è andata in scena la partita dal tenore più europeo della Serie A: Dea e napoletani schierano giocatori che corrono come forsennati, sanno pressare, non conoscono la parola catenaccio e propongono idee capaci di gareggiare con le più formidabili corazzate continentali. Insomma, un match da Champions. I campani, nel tridente con Osimhen e Lozano, schierano Elmas, confermano il centrocampo di sempre e la difesa con il sudcoreano Kim. Gasperini dal canto suo punto su Lookman e Hojlund in avanti, assistiti da Ederson, con Malinovskyi e Zapata in panchina, Pasalic sulla mediana in luogo di De Roon, Scalvini nel terzetto di retroguardia a protezione di Musso. Proprio le panchine fanno balzare all’occhio un particolare gustoso: soprattutto in attacco, tra il Cholito Simeone e Raspadori, gli azzurri vantano un novero di possibilità insidioso, da far leccare le dita al loro allenatore. L’inizio delle ostilità è all’arma bianca. Gli orobici, nei primi 15 minuti, mancano il gol per due volte. Lookman serve Hojlund che calcia di prima intenzione impegnando il portiere Meret. Ancora Hojlund non riesce a spingere in porta il pallone da pochi passi, poi sulla respinta di Di Lorenzo si precipita Demiral con convinzione. Kim si frappone e devia in angolo. Ma è al minuto 17 che avviene un episodio decisivo. Osimhen tocca la palla col braccio nella propria area, l’arbitro consulta il Var e assegna il rigore alla Dea. Incaricato di battere è Lookman, l’esecuzione pare da manuale. Pallone da una parte - staffilata sotto il sette - portiere spiazzato dall’altra. Atalanta in vantaggio e quasi per la prima volta dall’inizio della stagione, Napoli sorpreso, costretto a rincorrere, a mostrare quel nerbo che emerge lampante soprattutto nelle annate assistite dalla buona sorte. Come quest’annata. Al 23’, Zielinski lascia partire un traversone come da schema collaudato post-calcio d’angolo, Osimhen consacra il suo ruolo di ariete, incorna di testa e per Musso non c’è nulla da fare: 1-1. Palla al centro. Fino al minuto 35. I calciatori di Spalletti sembrano tarantolati, non smettono di dar gas e sanno come colpire. Osimhen supera il turco Demiral, propone il pallone al centro, Elmas - sostituto di Kvara - stoppa, batte di sinistro, Hateboer devia involontariamente e plasma la rete del raddoppio: 1-2. Tutto da rifare per i bergamaschi, mentre il tecnico dei campani si sfrega le mani: sa quanto sia ghiotto il bottino della serata. Prima dell’intervallo, c’è ancora tempo per qualche scambio di colpi. Zielinski azzarda la conclusione, in verità troppo debole. In un capovolgimento di fronte, Hateboer sfrutta un traversone di Scalvini, Olivera devia fuori a pochi passi dalla porta. Il primo tempo è un florilegio di giocate a ritmo sopraffino che certificano, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il livello delle formazioni in campo. Insieme con il Milan, sono le compagini più attrezzate a intrattenere il pubblico negli stadi, offrendo uno spettacolo pirotecnico. Nella ripresa, Gasperini prova a incardinare il match verso binari vincenti. Maehle crossa, Hateboer prova la deviazione sul secondo palo, la palla esce. Qualche minuto dopo, Meret si supera su una conclusione di Lookman, con tanto di deviazione sulla traversa, mentre al minuto 57 il coreano Kim viene ammonito per fallaccio su Pasalic. Un minuto dopo, il cartellino giallo tocca a Hojlund. Proprio lo scandinavo cerca di raddrizzare la serata: deviazione sotto alla porta e sfera a lato di un soffio. Inizia la girandola di avvincendamenti: Spalletti inserisce Politano per Zielinski, Ndombèlé per Lozano. Gasperini risponde mandando in campo Zapata per Hojlund e Malinovskiy in luogo di Pasalic. In poche parole: il primo sa di dover amministrare, rallentando un poco la pressione, il secondo si gioca il tutto per tutto, attaccando alla baionetta. C’è spazio anche per Giovanni Simeone, dentro per far rifiatare Osimhen, e proprio il Cholito si mangia un’occasione servita su un piatto d’argento: Elmas tocca per Olivera, quest’ultimo gli gira il pallone, l’argentino figlio d’arte a poca distanza dal dischetto del rigore lascia partire una stoccata ma non centra la porta. Simeone, erroraccio a parte, dimostra grandi doti di inserimento e capacità dinamiche da punta completa, rivelandosi un’eccellente alternativa a Osimhen e un’ennesima dimostrazione di quanto il mercato allestito da Giuntoli sia stato assennato. Negli ultimi dieci minuti si fa vedere Duvan Zapata, provando a far valere la sua mole muscolare e beccandosi pure un cartellino giallo, ma le sue fatiche non sono premiate. L’assedio atalantino, culminato durante il recupero con un assolo sfortunato di Maehle, non sortisce i frutti sperati e la vittoria degli ospiti dà suffragio a numeri spaventosi: il Napoli è primo in classifica con 35 punti, otto in più della Dea, vanta 11 vittorie, due pareggi e zero sconfitte, ha segnato ben 32 gol, subendone soltanto 10. Considerata la scaramanzia che serpeggia sotto il Vesuvio, nessuno vorrà parlare di scudetto se non dietro debita toccata a un cornetto portafortuna, e in effetti è ancora presto per farlo. Ma al momento la banda Spalletti sta dando parecchi grattacapi alle rivali, soprattutto alle contendenti Milan e Inter.
Ansa
Tema che dovrebbe stare a cuore di chi si batte per la Palestina, e quindi di tanti ProPal. E invece a quanto pare no. Poco importa se il flusso di denaro che dall’Italia è volato a Gaza avrebbe permesso di acquistare armi e immobili anziché portare cibo e servizi ai civili. La propria solidarietà, più che a quanti avrebbero avuto diritto agli aiuti e a quanto pare non li hanno mai ricevuti, meglio portarla al presidente dei palestinesi in Italia. Colui che nell’ipotesi della procura è l’ideatore di una grande operazione di triangolazione di fondi. E così ieri è scattato il tam tam via social e in 200 si sono radunati davanti al carcere Marassi di Genova per gridare contro quella che viene considerata una vera e propria «offensiva contro tutte le realtà e tutti gli attivisti cosiddetti “ProPal” scatenata dalla propaganda di regime». Tra gli organizzatori del meeting solidale, l’Unione democratica arabo palestinese e Si Cobas Genova che in un post spiega l’architettura che muoverebbe l’indagine della procura.
«Già con la repressione degli ultimi mesi […] è emersa chiaramente la volontà di individuare un nuovo nemico pubblico numero uno nella cosiddetta saldatura tra sinistra radicale e islam. Associare tutta la popolazione che ha manifestato e scioperato contro il genocidio palestinese, e in particolare gli organizzatori di queste mobilitazioni, al terrorismo islamico». Il riferimento è alla revoca del permesso di soggiorno ad Abbas, coordinatore sindacale e destinatario di un foglio di via per due anni da Brescia. Già il 12 dicembre, in occasione del provvedimento, Si Cobas aveva lanciato il medesimo slogan. «La vostra repressione non fermerà le nostre lotte». Ben prima della notizia dell’operazione Domino ma tant’è. L’accusa è buona per tutte le stagioni. E tutte le mobilitazioni. Anche a Piacenza, dove una serie di sigle e associazioni puntano il dito contro la regia di Israele. Tra gli altri Usb, Sgb, Laboratorio popolare della cultura e dell’arte, Collettivo Schiaffo, Resisto, Collettivo 26x1, ControTendenza e Una voce per Gaza. «L’impianto accusatorio - commentano - si basa essenzialmente, come scritto dagli stessi inquirenti, su documenti forniti da Israele», posizione ribadita anche dalle sedi locali di Potere al popolo e Rifondazione comunista in linea con quelle nazionali. «Un’indagine basata su documenti forniti da uno Stato accusato di genocidio dagli organismi internazionali e guidato da un premier condannato e ricercato come criminale di guerra, è in partenza completamente squalificata». Iniziata sabato a Milano poche ore dopo la notizia degli arresti al grido di «Liberi subito» e «La solidarietà non è terrorismo», l’onda delle mobilitazioni in soccorso di Hannoun viaggia in parallelo alle adesioni social, come quella di Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale di Thiene, Vicenza, sul suo profilo Instagram. «Criminalizzare tutto questo significa colpire l’idea stessa di solidarietà internazionale e trasformare l’aiuto umanitario in un reato. Sostenere il popolo palestinese non è terrorismo: è un dovere umano e politico».
Intanto, oggi Hannoun incontra il Gip per delle dichiarazioni spontanee. Non si sottoporrà a interrogatorio perché non sono ancora stati recapitati tutti gli atti depositati, spiegano gli avvocati Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo che tengono a precisare che l’attivista ha sempre operato in maniera tracciabile e con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele. Spiegano inoltre che non sarebbe stato in procinto di fuggire per la Turchia, come sostenuto dalla procura, perché il viaggio sarebbe stato parte di regolari attività di beneficenza. Dal 7 ottobre 2023 non aveva più possibilità di operare dall’Italia e, a causa del blocco dei conti, doveva portare i contanti in Turchia o in Egitto. In difesa del leader dei palestinesi in Italia, ieri è sceso anche il figlio e alcuni suoi familiari, che hanno preso parte ad un corteo sempre attorno al carcere di Genova dove non sono mancati cori anche contro la premier Giorgia Meloni: «Meloni fascista, sei tu la terrorista».
Se i «fondi per Gaza» finiti ad Hamas abbiano aiutato i palestinesi, lo chiarirà la procura ma certo è che nelle piazze a oggi non si scorge cenno alcuno che entri nel merito delle iniziative «finto benefiche» di Hannoun. Che pur essendo attualmente solo «presunte», con tutti i condizionali del caso, qualora dovessero essere confermate, costituirebbero un vero e proprio tradimento del popolo palestinese in nome del quale si continua a scendere in piazza.
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L’esperto confronta il trentennio 1960-1990, connotato dalla «crescita travolgente dell’industria farmaceutica con un solo obiettivo comune, la quantità e la qualità di vita dell’uomo - il risultato furono 52 nuove classi di farmaci con il 90% delle patologie guarite o cronicizzate» -, con quanto accadde dopo la nascita del marketing farmacologico. «L’obiettivo viene stravolto, diventa fare il massimo fatturato possibile. Parallelamente la politica capisce che la salute è una grande opportunità per rafforzare il potere e acquistare consenso, per cui trasforma il settore in azienda (nascono le Asl), mettendo a capo delle aziende non un medico ma un politico che per incapacità e clientelismo riesce a sopravvivere grazie a tagli feroci di posti letto, di personale medico e attrezzature».
Il risultato è che da allora il malato diventa per i secondi un potenziale elettore, per i primi un consumatore. «In questo contesto la finanza crea le Big Pharma, attraverso fusioni e acquisizioni delle classiche aziende farmaceutiche», interviene Franco Stocco, 35 anni trascorsi nel settore oncologico e poi nelle aree dell’immunologia di colossi quali Farmitalia Carlo Erba, Aventis Pharma, Sanofi. Aggiunge: «Non si limita a questo, ha un obiettivo ben preciso ovvero creare e raggiungere il nuovo enorme mercato, cioè la popolazione sana». Se per un farmaco il mercato non c’è, basta crearlo.
Il terreno di coltura che ha permesso l’evoluzione del pensiero scientifico verso il presente «risiede nella medicalizzazione della società umana, resa possibile dall’elencare un numero pressoché infinito di malattie le quali descrivono non solo una condizione di rischio, ma una specie di allontanamento più o meno marcato da un archetipo di perfezione. Ogni anomalia o devianza o disfunzione sono in definitiva riconducibili a una patologia o a una sindrome».
Per realizzare il progetto di trasformare le persone sane in potenziali malati, l’industria della salute «vende quindi anche “fattori di rischio”». In quest’ottica i vaccini ricoprono un ruolo chiave. Sfruttando il concetto che prevenire è meglio che curare, radicato nell’opinione comune, sono stati proposti o imposti nuovi prodotti «che non sono antigeni ma approcci genici», sottolinea Stocco.
Se la prevenzione è l’imperativo strategico dettato dalla grande industria farmacologica, che margine di azione ci può essere per impedire che a farne le spese sia il cittadino, non paziente afflitto da patologie, ma anche un servizio sanitario inutilmente gravato da diagnosi non necessarie? «Da un lato c’è il problema sociale di far passare il concetto di una sana sanità, non quella di stare bene subito con qualsiasi mezzo, e per questo obiettivo serve tanta informazione. Dall’altro, è necessario che le associazioni scientifiche siano meno influenzabili dalle case farmaceutiche», osserva Maria Rita Gismondo, già direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.
L’iper prevenzione «è una tendenza generalizzata», prosegue la professoressa, «basti vede quello che accade quando si consiglia una Rx e il paziente con un minimo di conoscenza chiede: “Ma non è meglio che faccia una risonanza magnetica o una Tac?”. Si chiede una cosa sempre più sofisticata. Sicuramente questo è dovuto alla pressione da parte delle case farmaceutiche che devono vendere sempre più strumenti, test e servizi, ma si fonda anche su un fatto sociale, su un concetto di salute che è cambiato. Se oggi mi alzo con il mal di testa o il mal di schiena non dico aspetto, mi passerà; c’è un abuso di antidolorifici e anti infiammatori. Su questo atteggiamento si fonda la speculazione della Big Pharma, che trova terreno fertile».
Un protocollo di prevenzione deve partire da una possibilità di ricadute positive superiori a quello che è il rischio della falsa diagnosi. Se lo aggiungiamo alla psicosi di un benessere estremizzato, «le conseguenze sono un dispendio di energie economiche e molto stress da parte del paziente».
Per Gismondo, occorre dunque «interrompere la catena deleteria sponsor-sperimentatore. Dall’altra, il ministero della Salute dovrebbe esercitare un controllo maggiore sulle linee guida date dalle associazioni scientifiche perché non si ecceda con i percorsi diagnostici, che rischiano di diventare inutili se non dannosi».
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Roberto Fico (Ansa)
Il partito di Matteo Renzi, a ieri sera, al momento in cui siamo andati in stampa, non aveva ancora raggiunto l’accordo al suo interno sul nome da proporre a Fico; solito marasma nel Pd, dove alla fine due posti su tre in giunta sono stati decisi (Mario Casillo ed Enzo Cuomo) mentre sul terzo è andato in scena lo psicodramma, con Elly Schlein che ha rotto lo schema che prevedeva almeno una donna e ha deciso, a quanto ci risulta, di nominare un terzo uomo (in pole Andrea Morniroli). Per il M5s in pole c’è la deputata Gilda Sportiello, fedelissima di Fico, mentre Vincenzo De Luca dovrebbe riuscire a vincere il braccio di ferro con Fico e ottenere una delega di peso per il suo ex vicepresidente, Fulvio Buonavitacola. Per il Psi certo l’ingresso in giunta di Enzo Maraio, per Avs Fiorella Zabatta, mentre Noi di centro, lista di Clemente Mastella, dovrebbe indicare Maria Carmela Serluca.
«Siamo agli sgoccioli», ha commentato Fico al termine della seduta, «a breve la giunta sarà annunciata. Non ci sono ritardi, la legge ci dice che possono passare fino a dieci giorni dall’insediamento del Consiglio per la nomina della giunta, siamo perfettamente nei tempi. Ci prendiamo il tempo giusto per la migliore giunta possibile. Penso che sia normale che ogni forza politica metta sul tavolo anche le proprie competenze, le proprie volontà e quindi si sta cercando solo un equilibrio giusto nell’interesse dei cittadini campani. Ma se devo dire che ci sono particolari discussioni, no».
Manco a dirlo a centrare il bersaglio al primo colpo è stato invece il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il cui fratello Massimiliano è stato eletto presidente del Consiglio regionale con 41 voti su 51 presenti. Considerato che il centrodestra ha votato per lui, a Manfredi jr sono mancati una decina di voti della maggioranza. I sospetti si addensano sui consiglieri della lista di Vincenzo De Luca, A testa alta, e su qualche mal di pancia in altre liste. «Nessun soccorso alla maggioranza, ma una scelta politica netta e motivata dal rispetto delle istituzioni e dagli interessi della Campania». Forza Italia, in una nota, «chiarisce» il senso del voto espresso per l’elezione del presidente del Consiglio regionale. «Non abbiamo votato Manfredi per far dispetto a qualcuno», hanno dichiarato capogruppo e vice di Fi, Massimo Pelliccia e Roberto Celano, «ma perché riteniamo che il presidente del Consiglio regionale debba essere la più alta espressione del Consiglio stesso. Una decisione che nasce da una valutazione autonoma e istituzionale. Non abbiamo guardato a quello che faceva De Luca, non ci interessavano dinamiche o contrapposizioni personali. Abbiamo guardato esclusivamente agli interessi dei campani». «A fronte di un’apertura istituzionale del centrodestra che ha votato compatto Manfredi», hanno poi precisato tutti i capigruppo del centrodestra, «dimostrando rigore istituzionale e collaborazione nell’interesse dei cittadini campani, la maggioranza di centrosinistra si lacera nelle sue divisioni interne. I fatti sono chiari nella loro oggettività, il centrosinistra parte male». In realtà anche la Lega è partita con un passo falso: caso più unico che raro un consigliere appena eletto, Mimì Minella, ha abbandonato alla prima seduta il Carroccio e si è iscritto al Misto. I problemi del centrosinistra si sono manifestati plasticamente quando, dopo una sospensione, i cinque consiglieri regionali del gruppo congiunto Casa riformista-Noi di centro non si sono ripresentati in aula. Clamorosa poi la protesta pubblica di Avs che con un comunicato durissimo in serata parla addirittura di «atti di forza che mortificano il confronto democratico e alterano gli equilibri della coalizione» e chiede al governatore di intervenire immediatamente.
Fico ha annunciato il ritiro da parte della Regione della querela contro la trasmissione Rai Report, presentata da Vincenzo De Luca e relativa a un servizio sulla sanità campana: «Per dare un segnale di distensione da subito», ha detto Fico, «annuncio il ritiro della querela. Sosterremo un’informazione locale plurale e di qualità, gli organi di stampa del territorio sono presidi di democrazia. Ognuno deve naturalmente fare il proprio mestiere, ma deve farlo liberamente e senza condizionamenti».
Da parte sua, il candidato del centrodestra sconfitto da Fico, il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, non ha sciolto l’interrogativo sulla sua permanenza in Consiglio come capo dell’opposizione: «Sto qua, sto bene, farò la mia parte», ha detto Cirielli, «poi si prenderanno decisioni ad alto livello istituzionale per garantire il miglior funzionamento del Consiglio regionale».
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Alfonso Signorini (Ansa)
I due avvocati hanno assunto da poco la difesa di Signorini sia in sede civile che penale «nell’ambito della complessa vicenda che lo vede vittima di gravi e continuate condotte criminose». Il riferimento è alle «accuse» sollevate dall’ex paparazzo che nella puntata dello scorso 15 novembre del suo format «Falsissimo» aveva parlato di un «sistema Grande Fratello» che sarebbe stato creato dallo stesso Signorini. Secondo Corona, chi voleva accedere al reality show doveva cedere alle avances sessuali del direttore di Chi: questo «sistema» sarebbe andato avanti per circa dieci anni coinvolgendo oltre 500 persone.
Nell’immediatezza delle accuse, Signorini aveva subito presentato una querela in Procura a seguito della quale è stata poi aperta un’inchiesta. E la Procura aveva iscritto Fabrizio Corona nel registro degli indagati per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito. Da questa indagine è scaturita una perquisizione a casa di Corona, avvenuta sabato scorso. L’ex fotoreporter, a quel punto, ha deciso di essere sentito dai pm ai quali per oltre due ore ha raccontato «il sistema». All’indomani delle festività natalizie è emerso che il direttore di Chi avrebbe deciso di prendere una pausa dai social dal momento che il suo profilo Instagram è stato «rimosso». I legali di Signorini hanno motivato la sua scelta: «Per fronteggiare queste gravissime condotte illecite, a tutti evidenti, e soprattutto il capillare riverbero che trovano su alcuni disinvolti media, il dottor Alfonso Signorini, professionista che ha costruito con scrupolo, serietà e abnegazione un’intera carriera di giornalista, autore, regista e conduttore televisivo, si vede costretto a sospendere in via cautelativa ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset».
Secondo gli avvocati Missaglia e Aiello, «è noto il principale responsabile di questa surreale e virulenta aggressione, soggetto che, nonostante le precedenti condanne penali, oggi vorrebbe assumere le vesti di giudice e pubblico ministero, imponendo proprie regole per un tornaconto personale e non certo per l’interesse di giustizia. Il tutto al costo di danni irreparabili ed enormi per le vittime designate».
Mediaset «agirà con determinazione in tutte le sedi sulla base esclusiva di elementi oggettivi e fatti verificati per contrastare la diffusione di contenuti e ricostruzioni diffamatorie o calunniose, a tutela del rispetto delle persone, dei fatti e dei propri interessi», ha reso l’azienda in un comunicato. Per Mediaset «chi opera per l’azienda è tenuto ad attenersi a chiari principi di correttezza, responsabilità e trasparenza, come definiti dal codice etico, che viene applicato senza eccezioni. Sono in corso tutti gli accertamenti e verifiche per garantirne il suo rispetto». L’azienda ha accolto la decisione di Signorini di autosospendersi «stante l’esigenza di tutelare sé stesso e le persone interessate nella vicenda mediatica in cui è rimasto suo malgrado coinvolto».
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