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2022-11-05
Il Napoli va a vincere a Bergamo. Prove tecniche di fuga scudetto
Ansa
Non si ha memoria di quando Luciano Spalletti, travestito da dea Teti, abbia acchiappato per il tallone la creatura affidatagli da Aurelio De Laurentiis e da quella volpe di Cristiano Giuntoli, per immergerla nelle acque dello Stige e conferirle il dono dell’invulnerabilità. Fatto sta che i partenopei di oggi appaiono davvero come eroi mitologici inattaccabili, con l’aggiunta di un mistero: nessuno ancora sa dove sia il loro tallone, dunque il punto debole. Persino ieri, con il prodigioso georgiano Kvaratskhelia assente per lombalgia, hanno macinato gioco in casa dell’Atalanta, rispondendo colpo su colpo alle malizie tattiche di Gianpiero Gasperini. È finita 1-2, il Napoli ha espugnato lo stadio orobico, accelerando sul quadrimotore con cui sta seminando le inseguitrici. Sia chiaro, a Bergamo è andata in scena la partita dal tenore più europeo della Serie A: Dea e napoletani schierano giocatori che corrono come forsennati, sanno pressare, non conoscono la parola catenaccio e propongono idee capaci di gareggiare con le più formidabili corazzate continentali. Insomma, un match da Champions. I campani, nel tridente con Osimhen e Lozano, schierano Elmas, confermano il centrocampo di sempre e la difesa con il sudcoreano Kim. Gasperini dal canto suo punto su Lookman e Hojlund in avanti, assistiti da Ederson, con Malinovskyi e Zapata in panchina, Pasalic sulla mediana in luogo di De Roon, Scalvini nel terzetto di retroguardia a protezione di Musso. Proprio le panchine fanno balzare all’occhio un particolare gustoso: soprattutto in attacco, tra il Cholito Simeone e Raspadori, gli azzurri vantano un novero di possibilità insidioso, da far leccare le dita al loro allenatore. L’inizio delle ostilità è all’arma bianca. Gli orobici, nei primi 15 minuti, mancano il gol per due volte. Lookman serve Hojlund che calcia di prima intenzione impegnando il portiere Meret. Ancora Hojlund non riesce a spingere in porta il pallone da pochi passi, poi sulla respinta di Di Lorenzo si precipita Demiral con convinzione. Kim si frappone e devia in angolo. Ma è al minuto 17 che avviene un episodio decisivo. Osimhen tocca la palla col braccio nella propria area, l’arbitro consulta il Var e assegna il rigore alla Dea. Incaricato di battere è Lookman, l’esecuzione pare da manuale. Pallone da una parte - staffilata sotto il sette - portiere spiazzato dall’altra. Atalanta in vantaggio e quasi per la prima volta dall’inizio della stagione, Napoli sorpreso, costretto a rincorrere, a mostrare quel nerbo che emerge lampante soprattutto nelle annate assistite dalla buona sorte. Come quest’annata. Al 23’, Zielinski lascia partire un traversone come da schema collaudato post-calcio d’angolo, Osimhen consacra il suo ruolo di ariete, incorna di testa e per Musso non c’è nulla da fare: 1-1. Palla al centro. Fino al minuto 35. I calciatori di Spalletti sembrano tarantolati, non smettono di dar gas e sanno come colpire. Osimhen supera il turco Demiral, propone il pallone al centro, Elmas - sostituto di Kvara - stoppa, batte di sinistro, Hateboer devia involontariamente e plasma la rete del raddoppio: 1-2. Tutto da rifare per i bergamaschi, mentre il tecnico dei campani si sfrega le mani: sa quanto sia ghiotto il bottino della serata. Prima dell’intervallo, c’è ancora tempo per qualche scambio di colpi. Zielinski azzarda la conclusione, in verità troppo debole. In un capovolgimento di fronte, Hateboer sfrutta un traversone di Scalvini, Olivera devia fuori a pochi passi dalla porta. Il primo tempo è un florilegio di giocate a ritmo sopraffino che certificano, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il livello delle formazioni in campo. Insieme con il Milan, sono le compagini più attrezzate a intrattenere il pubblico negli stadi, offrendo uno spettacolo pirotecnico. Nella ripresa, Gasperini prova a incardinare il match verso binari vincenti. Maehle crossa, Hateboer prova la deviazione sul secondo palo, la palla esce. Qualche minuto dopo, Meret si supera su una conclusione di Lookman, con tanto di deviazione sulla traversa, mentre al minuto 57 il coreano Kim viene ammonito per fallaccio su Pasalic. Un minuto dopo, il cartellino giallo tocca a Hojlund. Proprio lo scandinavo cerca di raddrizzare la serata: deviazione sotto alla porta e sfera a lato di un soffio. Inizia la girandola di avvincendamenti: Spalletti inserisce Politano per Zielinski, Ndombèlé per Lozano. Gasperini risponde mandando in campo Zapata per Hojlund e Malinovskiy in luogo di Pasalic. In poche parole: il primo sa di dover amministrare, rallentando un poco la pressione, il secondo si gioca il tutto per tutto, attaccando alla baionetta. C’è spazio anche per Giovanni Simeone, dentro per far rifiatare Osimhen, e proprio il Cholito si mangia un’occasione servita su un piatto d’argento: Elmas tocca per Olivera, quest’ultimo gli gira il pallone, l’argentino figlio d’arte a poca distanza dal dischetto del rigore lascia partire una stoccata ma non centra la porta. Simeone, erroraccio a parte, dimostra grandi doti di inserimento e capacità dinamiche da punta completa, rivelandosi un’eccellente alternativa a Osimhen e un’ennesima dimostrazione di quanto il mercato allestito da Giuntoli sia stato assennato. Negli ultimi dieci minuti si fa vedere Duvan Zapata, provando a far valere la sua mole muscolare e beccandosi pure un cartellino giallo, ma le sue fatiche non sono premiate. L’assedio atalantino, culminato durante il recupero con un assolo sfortunato di Maehle, non sortisce i frutti sperati e la vittoria degli ospiti dà suffragio a numeri spaventosi: il Napoli è primo in classifica con 35 punti, otto in più della Dea, vanta 11 vittorie, due pareggi e zero sconfitte, ha segnato ben 32 gol, subendone soltanto 10. Considerata la scaramanzia che serpeggia sotto il Vesuvio, nessuno vorrà parlare di scudetto se non dietro debita toccata a un cornetto portafortuna, e in effetti è ancora presto per farlo. Ma al momento la banda Spalletti sta dando parecchi grattacapi alle rivali, soprattutto alle contendenti Milan e Inter.
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Un rigore porta in vantaggio l’Atalanta, poi però si scatena Victor Osimhen: colpo di testa per il pari e assist a Eljif Elmas per il 2-1 finale. Campani solidissimi anche senza Khvicha Kvaratskhelia, sono i favoriti per il tricolore. Non si ha memoria di quando Luciano Spalletti, travestito da dea Teti, abbia acchiappato per il tallone la creatura affidatagli da Aurelio De Laurentiis e da quella volpe di Cristiano Giuntoli, per immergerla nelle acque dello Stige e conferirle il dono dell’invulnerabilità. Fatto sta che i partenopei di oggi appaiono davvero come eroi mitologici inattaccabili, con l’aggiunta di un mistero: nessuno ancora sa dove sia il loro tallone, dunque il punto debole. Persino ieri, con il prodigioso georgiano Kvaratskhelia assente per lombalgia, hanno macinato gioco in casa dell’Atalanta, rispondendo colpo su colpo alle malizie tattiche di Gianpiero Gasperini. È finita 1-2, il Napoli ha espugnato lo stadio orobico, accelerando sul quadrimotore con cui sta seminando le inseguitrici. Sia chiaro, a Bergamo è andata in scena la partita dal tenore più europeo della Serie A: Dea e napoletani schierano giocatori che corrono come forsennati, sanno pressare, non conoscono la parola catenaccio e propongono idee capaci di gareggiare con le più formidabili corazzate continentali. Insomma, un match da Champions. I campani, nel tridente con Osimhen e Lozano, schierano Elmas, confermano il centrocampo di sempre e la difesa con il sudcoreano Kim. Gasperini dal canto suo punto su Lookman e Hojlund in avanti, assistiti da Ederson, con Malinovskyi e Zapata in panchina, Pasalic sulla mediana in luogo di De Roon, Scalvini nel terzetto di retroguardia a protezione di Musso. Proprio le panchine fanno balzare all’occhio un particolare gustoso: soprattutto in attacco, tra il Cholito Simeone e Raspadori, gli azzurri vantano un novero di possibilità insidioso, da far leccare le dita al loro allenatore. L’inizio delle ostilità è all’arma bianca. Gli orobici, nei primi 15 minuti, mancano il gol per due volte. Lookman serve Hojlund che calcia di prima intenzione impegnando il portiere Meret. Ancora Hojlund non riesce a spingere in porta il pallone da pochi passi, poi sulla respinta di Di Lorenzo si precipita Demiral con convinzione. Kim si frappone e devia in angolo. Ma è al minuto 17 che avviene un episodio decisivo. Osimhen tocca la palla col braccio nella propria area, l’arbitro consulta il Var e assegna il rigore alla Dea. Incaricato di battere è Lookman, l’esecuzione pare da manuale. Pallone da una parte - staffilata sotto il sette - portiere spiazzato dall’altra. Atalanta in vantaggio e quasi per la prima volta dall’inizio della stagione, Napoli sorpreso, costretto a rincorrere, a mostrare quel nerbo che emerge lampante soprattutto nelle annate assistite dalla buona sorte. Come quest’annata. Al 23’, Zielinski lascia partire un traversone come da schema collaudato post-calcio d’angolo, Osimhen consacra il suo ruolo di ariete, incorna di testa e per Musso non c’è nulla da fare: 1-1. Palla al centro. Fino al minuto 35. I calciatori di Spalletti sembrano tarantolati, non smettono di dar gas e sanno come colpire. Osimhen supera il turco Demiral, propone il pallone al centro, Elmas - sostituto di Kvara - stoppa, batte di sinistro, Hateboer devia involontariamente e plasma la rete del raddoppio: 1-2. Tutto da rifare per i bergamaschi, mentre il tecnico dei campani si sfrega le mani: sa quanto sia ghiotto il bottino della serata. Prima dell’intervallo, c’è ancora tempo per qualche scambio di colpi. Zielinski azzarda la conclusione, in verità troppo debole. In un capovolgimento di fronte, Hateboer sfrutta un traversone di Scalvini, Olivera devia fuori a pochi passi dalla porta. Il primo tempo è un florilegio di giocate a ritmo sopraffino che certificano, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il livello delle formazioni in campo. Insieme con il Milan, sono le compagini più attrezzate a intrattenere il pubblico negli stadi, offrendo uno spettacolo pirotecnico. Nella ripresa, Gasperini prova a incardinare il match verso binari vincenti. Maehle crossa, Hateboer prova la deviazione sul secondo palo, la palla esce. Qualche minuto dopo, Meret si supera su una conclusione di Lookman, con tanto di deviazione sulla traversa, mentre al minuto 57 il coreano Kim viene ammonito per fallaccio su Pasalic. Un minuto dopo, il cartellino giallo tocca a Hojlund. Proprio lo scandinavo cerca di raddrizzare la serata: deviazione sotto alla porta e sfera a lato di un soffio. Inizia la girandola di avvincendamenti: Spalletti inserisce Politano per Zielinski, Ndombèlé per Lozano. Gasperini risponde mandando in campo Zapata per Hojlund e Malinovskiy in luogo di Pasalic. In poche parole: il primo sa di dover amministrare, rallentando un poco la pressione, il secondo si gioca il tutto per tutto, attaccando alla baionetta. C’è spazio anche per Giovanni Simeone, dentro per far rifiatare Osimhen, e proprio il Cholito si mangia un’occasione servita su un piatto d’argento: Elmas tocca per Olivera, quest’ultimo gli gira il pallone, l’argentino figlio d’arte a poca distanza dal dischetto del rigore lascia partire una stoccata ma non centra la porta. Simeone, erroraccio a parte, dimostra grandi doti di inserimento e capacità dinamiche da punta completa, rivelandosi un’eccellente alternativa a Osimhen e un’ennesima dimostrazione di quanto il mercato allestito da Giuntoli sia stato assennato. Negli ultimi dieci minuti si fa vedere Duvan Zapata, provando a far valere la sua mole muscolare e beccandosi pure un cartellino giallo, ma le sue fatiche non sono premiate. L’assedio atalantino, culminato durante il recupero con un assolo sfortunato di Maehle, non sortisce i frutti sperati e la vittoria degli ospiti dà suffragio a numeri spaventosi: il Napoli è primo in classifica con 35 punti, otto in più della Dea, vanta 11 vittorie, due pareggi e zero sconfitte, ha segnato ben 32 gol, subendone soltanto 10. Considerata la scaramanzia che serpeggia sotto il Vesuvio, nessuno vorrà parlare di scudetto se non dietro debita toccata a un cornetto portafortuna, e in effetti è ancora presto per farlo. Ma al momento la banda Spalletti sta dando parecchi grattacapi alle rivali, soprattutto alle contendenti Milan e Inter.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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