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2023-07-06
«Mutui più lunghi contro il rialzo dei tassi»
Ansa
È «urgente e indispensabile» trovare un accordo con le banche sulla possibilità di allungare le rate dei mutui a tasso variabile per aiutare famiglie e imprese ad affrontare i rincari. L’appello è stato lanciato ieri dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alla platea dei banchieri riuniti a Roma per l’assemblea dell’Abi, l’associazione di categoria. Del resto, chi ha scelto il variabile per il proprio mutuo in alcuni casi lo ha fatto spinto dalla propria banca. Con la scorsa legge di bilancio, ha ricordato il titolare del Mef, «il governo ha reintrodotto la facoltà di rinegoziare, a determinate condizioni, i mutui ipotecari a tasso variabile trasformandoli in mutui a tasso fisso» e «i dati più recenti mostrano che queste misure hanno registrato un grande successo e stiamo lavorando per individuare modalità che ci consentano di confermarle anche nel prossimo futuro». In un contesto che appare «positivo» per le banche, «mi aspetto un rapido avvicinamento tra i margini di interesse applicati ai crediti erogati e quelli riconosciuti sulle somme accantonate nei conti correnti», ha detto Giorgetti. Nello stesso senso, «riteniamo meritevoli di particolare attenzione le raccomandazioni formalizzate da Bankitalia nella comunicazione del 15 febbraio con la quale ha invitato tutte le banche a valutare con estrema attenzione l’opportunità di rivedere le modifiche contrattuali a sfavore dei clienti che avessero precedentemente attuato».
Di fronte all’appello di Giorgetti, il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha replicato che «le banche in Italia mantengono quasi i due terzi dei mutui a tasso fisso, con tassi di raccolta in continuo aumento. Su richiesta, possono allungare la durata dei mutui per chi è in regola con i pagamenti o realizzare surroghe». Intanto, la più grande banca del Paese ovvero Intesa Sanpaolo ha garantito la disponibilità a raccogliere la sollecitazione del Mef: Intesa allungherà le rate dei mutui a tasso variabile per andare incontro alle difficoltà delle famiglie, ha detto il presidente Gian Maria Gros-Pietro ricordando che ci sono regole da rispettare imposte dalla Bce che neanche il governo può cambiare. Quando il prestito viene ristrutturato, se la variazione supera l’1% va considerato deteriorato. L’allungamento delle rate per un maggior numero di anni consente di non oltrepassare questo limite. Per Gros-Pietro l’allungamento delle rate dei mutui variabili non sarà dunque oggetto di un protocollo - «non serve» - ma frutto di decisioni individuali dei singoli istituti. Nel frattempo, i banchieri rilanciano chiedendo di abbassare le tasse sul credito. «Le banche sopportano da anni una pressione fiscale più elevata del 3,5% rispetto alle altre imprese, con un’Ires del 27,5% rispetto all’aliquota ordinaria del 24%, cui si aggiunge il 26% di ritenuta di acconto per i dividendi dei risparmiatori azionisti, e garantiscono anche un cospicuo livello di sottoscrizione del debito pubblico», ha precisato Patuelli. Un modo per ricordare al governo che non sarebbe opportuna una tassa sugli extraprofitti delle banche, perché gli istituti di credito «non hanno rendite di posizione».
L’Abi è intanto impegnata anche nella trattativa con i sindacati per il rinnovo del contratto nazionale dei bancari: Patuelli ha richiamato «la qualità delle relazioni sindacali nel settore che negli ultimi anni hanno consentito di trovare sempre soluzioni valide anche in fasi complesse». Un passaggio apprezzato dal segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni. Il tema del rinnovo dei contratti è un tema particolarmente caldo dopo che Intesa Sanpaolo ha revocato il mandato di rappresentanza ad Abi per essere presente alla trattativa con la formula dell’invito permanente.
Sullo sfondo, resta il nodo della politica monetaria della Bce che, ha ribadito nel suo intervento all’assemblea il governatore della Bankitalia, Ignazio Visco, deve essere improntata alla prudenza. Valutando e anticipando anche gli effetti della restrizione monetaria. A metà giugno l’Eurotower ha ulteriormente aumentato i tassi di 25 punti base portando quello sui depositi detenuti dalle banche presso l’Eurosistema al 3,5%, 4 punti percentuali in più rispetto al luglio 2022. «Ora che i tassi sono in territorio restrittivo, calibrare la durata della stretta monetaria, piuttosto che aumentarne eccessivamente l’ampiezza, avrebbe il vantaggio di agevolare un’analisi più informata degli effetti dell’azione fin qui condotta», ha evidenziato Visco. «Non comprendo e continuo a non condividere osservazioni anche di recente avanzate che spingerebbero a preferire il rischio di essere più, anziché meno, restrittivi. Ritengo che si debba essere cauti quanto basta». Confermando che gli effetti della stretta monetaria si fanno sentire sui pagamenti dei mutui. Nei primi tre mesi di quest’anno l’incidenza del flusso di prestiti che presentano ritardi nei pagamenti, anche se non ancora tali da richiedere una classificazione come deteriorati, è raddoppiata, all’1,6% del complesso dei finanziamenti in bonis in ragione d’anno. Secondo la Fabi, sono i mutui non rimborsati ammontano a 6,7 miliardi.
La Yellen inizia oggi la visita in Cina. Xi l’accoglie con lo sgarbo sui chip
Non parte esattamente sotto i migliori auspici il viaggio in Cina del segretario al Tesoro americano Janet Yellen, che arriverà oggi a Pechino per una visita di quattro giorni. Appena lunedì scorso, la Repubblica popolare ha infatti annunciato che, a partire da agosto, limiterà l’export di alcuni metalli necessari per la realizzazione di semiconduttori e veicoli elettrici. Una stretta che ieri è stata definita come «solo l’inizio» dall’ex viceministro del Commercio cinese, Wei Jianguo. Ricordiamo che buona parte delle tensioni in corso tra Washington e Pechino riguarda proprio il delicato settore dei semiconduttori. Inoltre, il Global Times (organo di stampa del Partito comunista cinese) si è mostrato irritato martedì, dopo che il dipartimento di Stato Usa aveva esortato i cittadini americani a riconsiderare i loro viaggi in Cina a causa del rischio di detenzioni arbitrarie. Insomma, la visita della Yellen parte decisamente in salita.
A livello generale, il segretario al Tesoro, che lunedì ha avuto un incontro con l’ambasciatore cinese a Washington Xie Feng, cercherà di stabilizzare le complicate relazioni tra Stati Uniti e Cina. Funzionari statunitensi hanno detto ieri a Reuters di non attendersi delle svolte eclatanti: la Yellen, hanno affermato, «spingerà per aprire nuove linee di comunicazione e coordinamento su questioni economiche e sottolineerà le conseguenze della fornitura di aiuti letali alla Russia». Già il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva tentato a giugno di diminuire la tensione durante un viaggio nella Repubblica popolare, dove aveva avuto un incontro anche con Xi Jinping. Un (parziale) rasserenamento durato appena poche ore: Joe Biden definì infatti subito dopo il proprio omologo cinese come un «dittatore», portando la fibrillazione tra i due Paesi a salire di nuovo. È anche su questo fronte che la Yellen tenterà di gettare prevedibilmente acqua sul fuoco.
Ricordiamo che, insieme con l’inviato speciale per il clima John Kerry, il segretario al Tesoro è uno degli esponenti più favorevoli alla distensione con Pechino all’interno dell’amministrazione Biden. Nella primavera dell’anno scorso, si disse propensa a revocare almeno alcuni dei dazi che Donald Trump aveva imposto alla Repubblica popolare. «Alcuni di essi mi sembrano infliggere più danni ai consumatori e alle imprese e non sono molto strategici nel senso di affrontare i problemi reali che abbiamo con la Cina», disse a maggio del 2022. Era invece il mese scorso, quando, parlando alla Camera dei rappresentanti, si è schierata contro il decoupling dalla Cina, definendolo «disastroso».
All’interno dell’attuale amministrazione americana, la Yellen si fa d’altronde portavoce dei grandi mondi economici statunitensi che, da Wall Street alla Silicon Valley, puntano a mantenere buoni rapporti con il Dragone: si tratta tra l’altro di mondi che, in larga maggioranza, finanziarono il Partito democratico americano alle elezioni del 2020. Il problema, per Biden, è tuttavia duplice. Primo: una parte del suo elettorato, vale a dire i colletti blu della Rust belt, auspica una linea dura sul commercio nei confronti della Cina. Secondo: all’interno della sua amministrazione non tutti condividono l’approccio soft della Yellen e di Kerry (a partire dal Consiglio per la sicurezza nazionale). Si tratta di spaccature interne notevoli, rispetto a cui la debole leadership di Biden non è finora riuscita a trovare una sintesi efficace. Una situazione che ha portato l’attuale Casa Bianca ad assumere spesso una linea ondivaga e contraddittoria sul dossier cinese, azzoppando così la capacità di deterrenza di Washington nei confronti di Pechino. Il grosso rischio per l’Occidente è che il Dragone possa approfittarne.
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Durante l’assemblea, l’Abi apre all’appello di Giancarlo Giorgetti. Ignazio Visco critico sulla scelta Bce di continuare con gli aumenti: già raddoppiati i pagamenti in ritardo. Nonostante lo strappo con Intesa, Antonio Patuelli mostra ottimismo sul rinnovo del contratto dei bancari. Il segretario Usa cerca la distensione. Ma Pechino blocca l’export di gallio e germanio.Lo speciale contiene due articoli.È «urgente e indispensabile» trovare un accordo con le banche sulla possibilità di allungare le rate dei mutui a tasso variabile per aiutare famiglie e imprese ad affrontare i rincari. L’appello è stato lanciato ieri dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alla platea dei banchieri riuniti a Roma per l’assemblea dell’Abi, l’associazione di categoria. Del resto, chi ha scelto il variabile per il proprio mutuo in alcuni casi lo ha fatto spinto dalla propria banca. Con la scorsa legge di bilancio, ha ricordato il titolare del Mef, «il governo ha reintrodotto la facoltà di rinegoziare, a determinate condizioni, i mutui ipotecari a tasso variabile trasformandoli in mutui a tasso fisso» e «i dati più recenti mostrano che queste misure hanno registrato un grande successo e stiamo lavorando per individuare modalità che ci consentano di confermarle anche nel prossimo futuro». In un contesto che appare «positivo» per le banche, «mi aspetto un rapido avvicinamento tra i margini di interesse applicati ai crediti erogati e quelli riconosciuti sulle somme accantonate nei conti correnti», ha detto Giorgetti. Nello stesso senso, «riteniamo meritevoli di particolare attenzione le raccomandazioni formalizzate da Bankitalia nella comunicazione del 15 febbraio con la quale ha invitato tutte le banche a valutare con estrema attenzione l’opportunità di rivedere le modifiche contrattuali a sfavore dei clienti che avessero precedentemente attuato». Di fronte all’appello di Giorgetti, il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha replicato che «le banche in Italia mantengono quasi i due terzi dei mutui a tasso fisso, con tassi di raccolta in continuo aumento. Su richiesta, possono allungare la durata dei mutui per chi è in regola con i pagamenti o realizzare surroghe». Intanto, la più grande banca del Paese ovvero Intesa Sanpaolo ha garantito la disponibilità a raccogliere la sollecitazione del Mef: Intesa allungherà le rate dei mutui a tasso variabile per andare incontro alle difficoltà delle famiglie, ha detto il presidente Gian Maria Gros-Pietro ricordando che ci sono regole da rispettare imposte dalla Bce che neanche il governo può cambiare. Quando il prestito viene ristrutturato, se la variazione supera l’1% va considerato deteriorato. L’allungamento delle rate per un maggior numero di anni consente di non oltrepassare questo limite. Per Gros-Pietro l’allungamento delle rate dei mutui variabili non sarà dunque oggetto di un protocollo - «non serve» - ma frutto di decisioni individuali dei singoli istituti. Nel frattempo, i banchieri rilanciano chiedendo di abbassare le tasse sul credito. «Le banche sopportano da anni una pressione fiscale più elevata del 3,5% rispetto alle altre imprese, con un’Ires del 27,5% rispetto all’aliquota ordinaria del 24%, cui si aggiunge il 26% di ritenuta di acconto per i dividendi dei risparmiatori azionisti, e garantiscono anche un cospicuo livello di sottoscrizione del debito pubblico», ha precisato Patuelli. Un modo per ricordare al governo che non sarebbe opportuna una tassa sugli extraprofitti delle banche, perché gli istituti di credito «non hanno rendite di posizione». L’Abi è intanto impegnata anche nella trattativa con i sindacati per il rinnovo del contratto nazionale dei bancari: Patuelli ha richiamato «la qualità delle relazioni sindacali nel settore che negli ultimi anni hanno consentito di trovare sempre soluzioni valide anche in fasi complesse». Un passaggio apprezzato dal segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni. Il tema del rinnovo dei contratti è un tema particolarmente caldo dopo che Intesa Sanpaolo ha revocato il mandato di rappresentanza ad Abi per essere presente alla trattativa con la formula dell’invito permanente. Sullo sfondo, resta il nodo della politica monetaria della Bce che, ha ribadito nel suo intervento all’assemblea il governatore della Bankitalia, Ignazio Visco, deve essere improntata alla prudenza. Valutando e anticipando anche gli effetti della restrizione monetaria. A metà giugno l’Eurotower ha ulteriormente aumentato i tassi di 25 punti base portando quello sui depositi detenuti dalle banche presso l’Eurosistema al 3,5%, 4 punti percentuali in più rispetto al luglio 2022. «Ora che i tassi sono in territorio restrittivo, calibrare la durata della stretta monetaria, piuttosto che aumentarne eccessivamente l’ampiezza, avrebbe il vantaggio di agevolare un’analisi più informata degli effetti dell’azione fin qui condotta», ha evidenziato Visco. «Non comprendo e continuo a non condividere osservazioni anche di recente avanzate che spingerebbero a preferire il rischio di essere più, anziché meno, restrittivi. Ritengo che si debba essere cauti quanto basta». Confermando che gli effetti della stretta monetaria si fanno sentire sui pagamenti dei mutui. Nei primi tre mesi di quest’anno l’incidenza del flusso di prestiti che presentano ritardi nei pagamenti, anche se non ancora tali da richiedere una classificazione come deteriorati, è raddoppiata, all’1,6% del complesso dei finanziamenti in bonis in ragione d’anno. Secondo la Fabi, sono i mutui non rimborsati ammontano a 6,7 miliardi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mutui-piu-lunghi-2662234025.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-yellen-inizia-oggi-la-visita-in-cina-xi-laccoglie-con-lo-sgarbo-sui-chip" data-post-id="2662234025" data-published-at="1688637932" data-use-pagination="False"> La Yellen inizia oggi la visita in Cina. Xi l’accoglie con lo sgarbo sui chip Non parte esattamente sotto i migliori auspici il viaggio in Cina del segretario al Tesoro americano Janet Yellen, che arriverà oggi a Pechino per una visita di quattro giorni. Appena lunedì scorso, la Repubblica popolare ha infatti annunciato che, a partire da agosto, limiterà l’export di alcuni metalli necessari per la realizzazione di semiconduttori e veicoli elettrici. Una stretta che ieri è stata definita come «solo l’inizio» dall’ex viceministro del Commercio cinese, Wei Jianguo. Ricordiamo che buona parte delle tensioni in corso tra Washington e Pechino riguarda proprio il delicato settore dei semiconduttori. Inoltre, il Global Times (organo di stampa del Partito comunista cinese) si è mostrato irritato martedì, dopo che il dipartimento di Stato Usa aveva esortato i cittadini americani a riconsiderare i loro viaggi in Cina a causa del rischio di detenzioni arbitrarie. Insomma, la visita della Yellen parte decisamente in salita.A livello generale, il segretario al Tesoro, che lunedì ha avuto un incontro con l’ambasciatore cinese a Washington Xie Feng, cercherà di stabilizzare le complicate relazioni tra Stati Uniti e Cina. Funzionari statunitensi hanno detto ieri a Reuters di non attendersi delle svolte eclatanti: la Yellen, hanno affermato, «spingerà per aprire nuove linee di comunicazione e coordinamento su questioni economiche e sottolineerà le conseguenze della fornitura di aiuti letali alla Russia». Già il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva tentato a giugno di diminuire la tensione durante un viaggio nella Repubblica popolare, dove aveva avuto un incontro anche con Xi Jinping. Un (parziale) rasserenamento durato appena poche ore: Joe Biden definì infatti subito dopo il proprio omologo cinese come un «dittatore», portando la fibrillazione tra i due Paesi a salire di nuovo. È anche su questo fronte che la Yellen tenterà di gettare prevedibilmente acqua sul fuoco. Ricordiamo che, insieme con l’inviato speciale per il clima John Kerry, il segretario al Tesoro è uno degli esponenti più favorevoli alla distensione con Pechino all’interno dell’amministrazione Biden. Nella primavera dell’anno scorso, si disse propensa a revocare almeno alcuni dei dazi che Donald Trump aveva imposto alla Repubblica popolare. «Alcuni di essi mi sembrano infliggere più danni ai consumatori e alle imprese e non sono molto strategici nel senso di affrontare i problemi reali che abbiamo con la Cina», disse a maggio del 2022. Era invece il mese scorso, quando, parlando alla Camera dei rappresentanti, si è schierata contro il decoupling dalla Cina, definendolo «disastroso». All’interno dell’attuale amministrazione americana, la Yellen si fa d’altronde portavoce dei grandi mondi economici statunitensi che, da Wall Street alla Silicon Valley, puntano a mantenere buoni rapporti con il Dragone: si tratta tra l’altro di mondi che, in larga maggioranza, finanziarono il Partito democratico americano alle elezioni del 2020. Il problema, per Biden, è tuttavia duplice. Primo: una parte del suo elettorato, vale a dire i colletti blu della Rust belt, auspica una linea dura sul commercio nei confronti della Cina. Secondo: all’interno della sua amministrazione non tutti condividono l’approccio soft della Yellen e di Kerry (a partire dal Consiglio per la sicurezza nazionale). Si tratta di spaccature interne notevoli, rispetto a cui la debole leadership di Biden non è finora riuscita a trovare una sintesi efficace. Una situazione che ha portato l’attuale Casa Bianca ad assumere spesso una linea ondivaga e contraddittoria sul dossier cinese, azzoppando così la capacità di deterrenza di Washington nei confronti di Pechino. Il grosso rischio per l’Occidente è che il Dragone possa approfittarne.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».