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2021-10-18
Morto Colin Powell: la colomba che diventò falco
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Colin Powell (Ansa)
«Il generale Colin L. Powell, ex segretario di Stato degli Stati Uniti e capo di Stato maggiore congiunto, è morto questa mattina a causa di complicazioni dovute al Covid 19», ha scritto la famiglia Powell su Facebook. «Abbiamo perso un marito, un padre, un nonno e un grande americano straordinari e amorevoli», ha aggiunto il post, specificando che il generale fosse vaccinato.
Powell è stato consigliere per la sicurezza nazionale ai tempi di Ronald Reagan e presidente dello Stato maggiore congiunto sotto George H. W. Bush, per poi diventare il primo segretario di Stato afroamericano della storia statunitense durante il primo mandato del figlio di quest'ultimo, George Walker. Repubblicano di area centrista, è stato considerato più volte un possibile candidato alla presidenza degli Stati Uniti (sia nel 1996 che nel 2000), ma ha alla fine sempre evitato di scendere in campo per la Casa Bianca. Durante il suo servizio da capo di Stato maggiore congiunto e negli anni della presidenza Clinton, Powell si distinse per una politica di stampo realista e conseguentemente polemica nei confronti dell'interventismo militare umanitario all'epoca sostenuto dai democratici.
La dottrina che portava il suo nome –elaborata ai tempi della guerra del Golfo– vincolava d'altronde strettamente ogni intervento militare agli interessi nazionali vitali e a una vasta coalizione di partner. Una linea, questa, che –durante la presidenza di Bush jr– determinò degli attriti con l'allora segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld. Costui riteneva l'approccio di Powell troppo limitato per un contesto internazionale che si stava facendo sempre più caotico. L'allora capo del Pentagono preferiva invece puntare su un esercito agile e in grado di spostarsi rapidamente da uno scenario a un altro, non rinunciando ad adottare un approccio improntato all'unilateralismo. Al di là di queste turbolenze, Powell –inizialmente restio a rovesciare il regime di Saddam Hussein– ha successivamente visto il proprio nome legato alla guerra in Iraq, soprattutto dopo che –davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite– difese le ragioni dell'intervento militare con delle prove che si sarebbero rivelate poi fallaci.
Lasciato il Dipartimento di Stato nel 2005, ha lasciato trapelare una certa freddezza nei confronti di Bush jr, mentre nel 2008 si avvicinò notevolmente a Barack Obama. Pur restando nel Partito repubblicano, Powell si è rivelato uno dei più aspri critici di Donald Trump e, l'anno scorso, annunciò che avrebbe votato per il democratico Joe Biden. L'addio formale all'elefantino, per passare tra gli indipendenti, è invece arrivato lo scorso gennaio, dopo l'irruzione in Campidoglio. Con la morte di Powell, avvenuta pochi mesi dopo quella di Rumsfeld, se ne va un altro protagonista di una controversa stagione della politica estera statunitense. Nello stesso anno, tra l'altro, della catastrofica conclusione del conflitto in Afghanistan.
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È morto oggi, all'età di 84 anni, il generale statunitense Colin Powell. «Il generale Colin L. Powell, ex segretario di Stato degli Stati Uniti e capo di Stato maggiore congiunto, è morto questa mattina a causa di complicazioni dovute al Covid 19», ha scritto la famiglia Powell su Facebook. «Abbiamo perso un marito, un padre, un nonno e un grande americano straordinari e amorevoli», ha aggiunto il post, specificando che il generale fosse vaccinato. Powell è stato consigliere per la sicurezza nazionale ai tempi di Ronald Reagan e presidente dello Stato maggiore congiunto sotto George H. W. Bush, per poi diventare il primo segretario di Stato afroamericano della storia statunitense durante il primo mandato del figlio di quest'ultimo, George Walker. Repubblicano di area centrista, è stato considerato più volte un possibile candidato alla presidenza degli Stati Uniti (sia nel 1996 che nel 2000), ma ha alla fine sempre evitato di scendere in campo per la Casa Bianca. Durante il suo servizio da capo di Stato maggiore congiunto e negli anni della presidenza Clinton, Powell si distinse per una politica di stampo realista e conseguentemente polemica nei confronti dell'interventismo militare umanitario all'epoca sostenuto dai democratici. La dottrina che portava il suo nome –elaborata ai tempi della guerra del Golfo– vincolava d'altronde strettamente ogni intervento militare agli interessi nazionali vitali e a una vasta coalizione di partner. Una linea, questa, che –durante la presidenza di Bush jr– determinò degli attriti con l'allora segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld. Costui riteneva l'approccio di Powell troppo limitato per un contesto internazionale che si stava facendo sempre più caotico. L'allora capo del Pentagono preferiva invece puntare su un esercito agile e in grado di spostarsi rapidamente da uno scenario a un altro, non rinunciando ad adottare un approccio improntato all'unilateralismo. Al di là di queste turbolenze, Powell –inizialmente restio a rovesciare il regime di Saddam Hussein– ha successivamente visto il proprio nome legato alla guerra in Iraq, soprattutto dopo che –davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite– difese le ragioni dell'intervento militare con delle prove che si sarebbero rivelate poi fallaci. Lasciato il Dipartimento di Stato nel 2005, ha lasciato trapelare una certa freddezza nei confronti di Bush jr, mentre nel 2008 si avvicinò notevolmente a Barack Obama. Pur restando nel Partito repubblicano, Powell si è rivelato uno dei più aspri critici di Donald Trump e, l'anno scorso, annunciò che avrebbe votato per il democratico Joe Biden. L'addio formale all'elefantino, per passare tra gli indipendenti, è invece arrivato lo scorso gennaio, dopo l'irruzione in Campidoglio. Con la morte di Powell, avvenuta pochi mesi dopo quella di Rumsfeld, se ne va un altro protagonista di una controversa stagione della politica estera statunitense. Nello stesso anno, tra l'altro, della catastrofica conclusione del conflitto in Afghanistan.
In occasione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali che ricorre ogni 17 gennaio, oltre alla versione in italiano, il numero 3660 – in edicola (e su Panini.it) da mercoledì 14 gennaio – è disponibile in Emilia-Romagna, Liguria, Calabria e Valle d'Aosta in 4 versioni speciali, con la storia Paperino lucidatore a domicilio, scritta da Vito Stabile per i disegni di Francesco D'Ippolito, tradotta in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano. Le copie con la storia in dialetto saranno distribuite unicamente nelle edicole della zona regionale di competenza linguistica, mentre nelle altre regioni verrà distribuita la versione in italiano. Sarà però possibile trovare tutte le versioni in fumetteria, su Panini.it, e dal proprio edicolante su Primaedicola.it.
Per declinare Paperino lucidatore a domicilio in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano, Panini Comics si è avvalsa nuovamente della collaborazione di Riccardo Regis – Professore ordinario di Linguistica italiana dell'Università degli Studi di Torino, esperto di dialettologia italiana – che ha coordinato un team di linguisti composto da Daniele Vitali e Roberto Serra (bolognese), Stefano Lusito (genovese), Michele Cosentino (catanzarese) e Fabio Armand (francoprovenzale valdostano).
«Quando un anno fa varammo l' “Operazione dialetti“ non avevamo la minima idea di quello che sarebbe accaduto. Eravamo partiti dal semplice proposito di valorizzare su Topolino la straordinaria varietà linguistica del nostro Paese. La complessità dell'impresa spaventava. Abbiamo lavorato per mesi dietro le quinte e chiesto supporto ad alcuni tra i più riconosciuti esperti in materia. Il successo è stato debordante. Siamo stati assediati dalle richieste di chi non era riuscito ad accaparrarsi la propria copia. Siamo dovuti correre ai ripari andando in ristampa. L'iniziativa è diventata un esempio concreto e paradigmatico di come a volte il fumetto e la cultura pop in genere, col loro linguaggio diretto e immediato e la loro facilità di dialogare coi giovani possano diventare importanti vettori di trasmissione del nostro patrimonio culturale», racconta il direttore editoriale di Topolino Alex Bertani.
La versione valdostana di Paperino lucidatore a domicilio (Disney)
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L’attivista Eva Vlaardingerbroek racconta il bando imposto dal governo Starmer, denuncia la repressione della libertà di espressione e avverte l’Europa: immigrazione, sicurezza e controllo statale stanno cambiando il volto delle nostre democrazie.