2025-03-21
Migrazione, Meloni: «Serve hub Ue per richieste asilo, si anticipi soluzione concetto Paese sicuro»
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Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un punto stampa a margine del Consiglio europeo a Bruxelles.
Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un punto stampa a margine del Consiglio europeo a Bruxelles.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
Se qualche giorno fa la capsula Crew Dragon Endeavour non avesse riportato velocemente a Terra gli astronauti della Stazione spaziale internazionale per un’emergenza medica, se quell’emergenza avesse avuto un esito tragico, forse oggi racconteremmo un’altra storia. Quanto accaduto non è un evento isolato e sottolinea la complessità e i rischi associati all’esplorazione umana dello spazio. È proprio nel quadro di questa sfida che il ministero della Ricerca e l’Agenzia spaziale italiana hanno avviato, da poco più di un anno, l’ambizioso programma di ricerca Space It Up! orientato allo sviluppo di conoscenze e soluzioni scientifico-tecnologiche a supporto dell’esplorazione spaziale. Il progetto mette a sistema oltre 33 soggetti, tra Università, Enti di Ricerca e imprese del settore. I partner si sono riuniti a Firenze in occasione degli Space it Up! Days, il primo meeting plenario del progetto, ospitato dall’Università degli Studi di Firenze, un evento che ha visto la partecipazione di oltre 500 rappresentanti. Tra i temi discussi si segnalano l’agricoltura spaziale, la biomedicina, l’astrofisica, l’ingegneria e la geo-mineralogia spaziale.
È importante sottolineare come i ricercatori abbiano dialogato in stretta cooperazione, dando così vita a un modello di collaborazione realmente integrato e sinergico. Inoltre, il coinvolgimento di numerose aziende del settore spaziale ha dimostrato l’utilità e la validità di un approccio congiunto nel tradurre la ricerca di base in soluzioni e prodotti caratterizzati da un elevato livello di maturità tecnologica. In molti settori - in particolare quelli legati all’abitabilità dello spazio - l’Italia ha già dimostrato di aver conquistato una posizione di primo piano. Resta tuttavia aperta la sfida di consolidare e rafforzare tale ruolo, in un contesto internazionale altamente competitivo, per mantenere il passo con i progressi compiuti da Usa, Cina e Russia. Non basta allocare risorse finanziarie in assenza di un adeguato capitale di competenze, in particolare fra le giovani generazioni.
È necessario investire in ambito educativo, per reclutare risorse umane qualificate. In questa prospettiva, il progetto Space it Up! ha reso possibile la contrattualizzazione di oltre 180 ricercatori post-dottorato e più di 100 dottorandi di ricerca. Occorre però rendere i percorsi formativi sempre più coerenti con i profili professionali oggi richiesti dalla ricerca scientifica e dall’industria. I temi dello spazio devono trovare un’integrazione strutturata per entrare a pieno titolo nella programmazione universitaria, attraverso il consolidamento di iniziative già avviate con l’istituzione di un dottorato nazionale sullo spazio, l’avvio di un corso di alta formazione e specializzazione sulla medicina aeronautica e la promozione di centri di studio e ricerca a forte carattere interdisciplinare.
In secondo luogo, al netto della rilevanza della ricerca di base, emerge la necessità di fare un ulteriore balzo in avanti sul piano tecnologico. Le attività e le soluzioni presentate a Firenze, mostrano in molti casi, fatte salve alcune lodevoli eccezioni, un basso livello di maturità tecnologica. Tale aspetto risulta particolarmente critico in ambito biomedico, data la frequente compromissione di funzioni essenziali a cui gli equipaggi vanno incontro nel corso di una missione spaziale, al punto che gli effetti ne possono compromettere prestazioni e sicurezza. Lo sviluppo di contromisure efficaci, in particolare per i danni causati da microgravità e radiazioni, è quindi di rilevanza assolutamente strategica per il futuro dell’esplorazione spaziale, ma si trovano ancora in fase preliminare rispetto alla tabella di marcia che auspicano politici e tecnocrati. Ciò che si rende necessario è quindi la costruzione di un dialogo più stretto tra mondo accademico e industria spaziale, per migliorare il trasferimento tecnologico e massimizzare l’impatto complessivo dell’iniziativa scientifica. Inoltre, è necessario rimodulare gli obiettivi della ricerca e dello sviluppo tecnologico secondo modelli e tempi realistici, in aderenza ai vettori di cui oggi disponiamo.
Tutto questo richiede una governance priva di intralci burocratici inutili e che sappia soprattutto concentrarsi su poche e selezionate priorità, evitando la dispersione su una miriade di iniziative frammentate. In questo contesto, è verosimile nonché auspicabile che il progetto Space it Up! possa proseguire oltre il suo orizzonte temporale attraverso nuovi finanziamenti che tengano conto delle criticità incontrate e che enfatizzino l’impatto che la ricerca spaziale genera in termini di ricadute scientifiche, tecnologiche e socio-economiche sulla Terra. In prospettiva, la ricerca spaziale renderà disponibili nuovi farmaci, inclusi antibiotici ottenuti da funghi e alghe in condizioni di microgravità, sensori diagnostici in grado di analizzare saliva o aria espirata, tute teranostiche capaci di eseguire diagnosi e praticare terapie per mezzo di stimolazioni biofisiche, avanzati sistemi di telemedicina, tessuti di cellule per trapianti, applicazioni robotiche per la chirurgia. Tali ricadute costituiscono una dimostrazione concreta del valore della ricerca spaziale. E questa è la risposta migliore a quanti credono che i fondi investiti nelle missioni spaziali siano superflui. Di superfluo, c’è solo la loro ignoranza.
coordinatore scientifico Comint
consigliere scientifico Asi
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Meno male che eravamo complottisti. Meno male che, sul fine vita, si trattava di garantire la libertà di scegliere e non di imporre una cultura di morte. Da ieri, invece, la deriva tanatologica dell’Europa ha ricevuto persino il bollino della Corte europea dei diritti dell’uomo: una sua sentenza ha confermato che i medici possono interrompere i trattamenti necessari alla sopravvivenza di un paziente, lasciandolo morire anche contro la sua volontà e anche se quella volontà era stata messa nero su bianco su un testamento biologico. Del quale, a questo punto, non si capisce più quale fosse l’utilità, se non allargare, pian piano, la breccia nel muro della sacralità della vita.
Il verdetto dei giudici di Strasburgo riguarda una storiaccia accaduta in Francia. Lì, una normativa prevede la facoltà di depositare una directive anticipée - l’equivalente delle nostre disposizioni anticipate di trattamento - formalizzando la richiesta di essere tenuti in vita pure nel caso in cui, per una disgrazia, si dovesse finire in stato vegetativo. A parte un «ma» gigantesco: i sanitari sono obbligati ad attenersi alle istruzioni solo se esse non «appaiono manifestamente inappropriate». Ed è attorno a questo dettaglio che si è consumata la tragedia di A.M. Medmoune.
Il 18 maggio 2022, quest’uomo di 44 anni, di origini marocchine, viene travolto dall’auto utilitaria che sta riparando. Subisce un arresto cardiorespiratorio e rimane senza ossigeno per sette minuti. All’ospedale di Valenciennes, nel Nord Est del Paese, il primo giugno successivo, i dottori decidono di sospendere ogni terapia, a partire dal successivo 9 giugno. I familiari - le due sorelle e la moglie - non ci stanno. Si rivolgono al tribunale di Lille, al quale presentano il testamento biologico redatto dal poveretto il 5 giugno 2020. Che parla chiaro: «Voglio», vi si legge, «che mi si continui a tenere in vita […] nel caso in cui abbia perduto (definitivamente) coscienza». «Chiedo», prosegue l’atto, «che l’équipe medica continui a somministrarmi i trattamenti necessari al mio mantenimento in vita». Dai faldoni non si evince se l’uomo fosse un musulmano praticante; è lecito ipotizzarlo, dato che, nel ricorso a Strasburgo, si citava l’articolo 9 della Convenzione, che protegge la coscienza religiosa. Si può supporre, insomma, che Medmoune avesse redatto il biotestamento temendo che, nella Francia della laïcité, qualcuno potesse staccargli la spina senza troppi complimenti.
Fatto sta che, acquisiti i documenti, il tribunale di Lille ferma il nosocomio, rilevando che i camici bianchi «non hanno cercato di sapere se il paziente avesse espresso in precedenza delle volontà particolari con i suoi cari». La macchina della «dolce morte», però, quando si mette in moto, non si ferma più.
In virtù di un secondo parere unanime dei sanitari, espresso alla luce dei nuovi elementi, il 15 luglio, il responsabile della rianimazione ribadisce che bisogna interrompere i trattamenti. Il 20, i parenti tornano in tribunale. Che ora cambia idea: rigetta il ricorso, sostenendo che i medici abbiano accertato il «carattere manifestamente inappropriato» del testamento biologico di Medmoune, data la sua condizione clinica gravissima (nessun riflesso del tronco cerebrale, impossibilità di respirare autonomamente, prognosi infausta, senza possibilità di miglioramenti). La famiglia non si arrende: si rivolge, senza successo, al Consiglio costituzionale, la Consulta transalpina; poi, al Consiglio di Stato, che rigetta l’ultimo ricorso. La battaglia è persa. La vita di monsieur Medmoune finisce il 26 dicembre 2022, col distacco dalle macchine. Contro la sua volontà.
Le sue sorelle e sua moglie vogliono giustizia. La cercano nella Corte di Strasburgo, dove trascinano la Francia, per aver violato gli articoli 2 (diritto alla vita), 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 9 (libertà di pensiero, di coscienza e di religione) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Già due volte, però, la Corte aveva promosso la legislazione di Parigi in materia. Così, il collegio non ha difficoltà a puntellare ancora la gabola del regolamento sul testamento biologico, valido fintantoché gli esperti non stabiliscono che è preferibile ignorarlo. Dettaglio che, stando alle toghe, rientra nel «margine» di discrezionalità di cui godono gli Stati sovrani che aderiscono al Consiglio d’Europa, di cui la Corte Edu è organo. I dottori di Valenciennes, scrivono quindi i giudici, hanno preso adeguatamente in considerazione le volontà manifestate dal paziente e, per respingerle, hanno adottato una «procedura collegiale», raccogliendo il «parere» degli assistenti del malato e di un consulente esterno, motivando il loro parere e illustrandolo ai parenti del malcapitato. I quali, al contrario, affermavano che i camici bianchi non avessero «tentato alcun approccio di conciliazione, spiegazione o accompagnamento della famiglia». Resta il risvolto inquietante: nemmeno dichiarare in modo inequivocabile la propria volontà basta a proteggerci dall’arbitrio di un gruppuscolo di tecnici.
Strasburgo locuta: il diritto alla vita non è stato violato. E nemmeno quelli alla libertà religiosa e al rispetto della vita privata e familiare. Un principio che spesso è stato invocato per impedire i respingimenti dei migranti, ma che, evidentemente, non si applica a un uomo che chiede di non essere soppresso. Prendiamone nota in Italia: se un giorno, a Strasburgo, arrivasse un caso simile, il verdetto potrebbe essere identico. In Canada ci erano già arrivati, con la vicenda della donna che, nonostante il ripensamento sul suicidio assistito, è stata praticamente costretta a morire.
Ecco quanto contano le Costituzioni e le Carte dei diritti. La norma francese esordisce proclamando la «dignità» della persona malata; la Convenzione Edu sancisce il «diritto alla vita»; ma se la volontà politica di chi comanda spinge in un’altra direzione, i nobili proclami rimangono lettera morta. Per eutanasia.

