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2023-01-08
McCarthy speaker: ora Kiev teme una svolta
Alla fine ce l’ha fatta: Kevin McCarthy è il cinquantacinquesimo speaker della Camera dei rappresentanti. Ieri, dopo quattro giorni e ben 15 scrutini, il deputato repubblicano è riuscito a risultare eletto, trovando di fatto un accordo con gran parte della pattuglia parlamentare ribelle, che si era opposta alla sua candidatura. Grazie alla desistenza della fronda, il quorum si è abbassato e il diretto interessato è riuscito a prevalere con 216 voti contro i 212 del rivale dem, Hakeem Jeffries.
Certo: la telenovela del voto non si è rivelata esattamente edificante. Era da 164 anni che l’elezione di uno speaker non si trascinava tanto a lungo. Inoltre, con i loro dissidi interni, i repubblicani hanno indirettamente rafforzato Joe Biden, che pure ha i suoi grattacapi da affrontare (a partire dalla crisi migratoria alla frontiera meridionale). Eppure andrebbe forse sottolineata anche un’altra cosa: al netto del caos, è così che funziona una democrazia. E, piaccia o meno, è il Partito repubblicano a essersi rivelato, ancora una volta, quello in cui si discute realmente, quello in cui l’establishment può essere seriamente sfidato (come d’altronde accadde già alle primarie presidenziali del 2016). Una situazione ben diversa dal Partito democratico, in cui - pur a fronte di grandi proclami a difesa della libertà e della democrazia - sono 30 anni che i posti di potere sono occupati sempre dagli stessi volti: Biden, Nancy Pelosi, i Clinton, John Kerry e così via.
Ma che cosa accadrà adesso? Innanzitutto il nuovo speaker potrebbe portare la politica statunitense sull’Ucraina a una (parziale) sterzata. Nonostante una piccola pattuglia di isolazionisti, la maggior parte dei repubblicani è favorevole a mantenere gli aiuti militari a Kiev. E lo stesso Volodymyr Zelensky si è prontamente congratulato ieri con McCarthy, chiedendo al contempo «ulteriore assistenza dagli Usa». Tra l’altro, proprio McCarthy, aveva avuto a dicembre parole di elogio per il discorso tenuto al Congresso dal presidente ucraino. Ciò detto attenzione: perché qualcosa sembrerebbe destinato a mutare. Era ottobre scorso, quando l’attuale speaker disse di non voler garantire «assegni in bianco» all’Ucraina. «Penso che l’Ucraina sia molto importante. Sono favorevole a garantire che andremo avanti per sconfiggere la Russia. Ma non ci dovrebbero essere assegni in bianco su nulla. Abbiamo un debito di 31 trilioni di dollari», dichiarò alla Cnbc. Inoltre, sempre a ottobre, il think tank conservatore Heritage foundation, pur ribadendo il sostegno a Kiev, ha invocato spese più oculate e una strategia maggiormente chiara: una linea che il nuovo speaker sembra intenzionato a far propria e che potrebbe (almeno in parte) impensierire Zelensky. È inoltre verosimile che McCarthy possa invocare la nomina di un supercommissario per sovrintendere al processo di invio e consegna delle armi: una tale figura era del resto stata chiesta in aprile a Biden da un gruppo bipartisan di senatori.
Attenzione poi alla politica interna. McCarthy dovrebbe quasi certamente dare il via a una serie di inchieste parlamentari, volte a mettere con le spalle al muro la Casa Bianca: dai controversi affari internazionali di Hunter Biden alla crisi migratoria, passando per la disastrosa ritirata americana dall’Afghanistan e le origini del Covid-19 (non a caso, nel suo primo discorso da speaker, McCarthy ha inserito il Partito comunista cinese tra le principali sfide che dovranno essere affrontate). Si tratta di inchieste che teoricamente potrebbero portare all’impeachment di ministri e dello stesso presidente. Inoltre, secondo The Hill, vi sarebbe l’intenzione di creare una sottocommissione per indagare sulla politicizzazione degli enti governativi: in particolare, l’idea sarebbe quella di ispirarsi alla commissione Church del Senato che, tra il 1975 e il 1976, investigò sugli abusi di Cia e Fbi.
C’è chi dice che, pur di essere eletto, McCarthy avrebbe ceduto troppo all’ala ultraconservatrice del Gop. Ora, è senz’altro vero che alcune concessioni risultano abbastanza significative (come la possibilità di invocare un voto di sfiducia contro lo speaker anche da parte di un singolo deputato). Tuttavia sentire i dem che ieri paventavano una Camera in mano ai «repubblicani trumpisti più estremisti» è abbastanza curioso. Ricordiamo che, a giugno, la deputata dem Alexandria Ocasio Cortez non solo definì «illegittima» la sentenza della Corte suprema sull’aborto, ma esortò i cittadini a «riempire le strade», sostenendo che «le elezioni non bastano più». Era invece marzo 2020, quando il capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, arringò una folla davanti alla stessa Corte suprema, asserendo che i giudici nominati da Donald Trump avrebbero «pagato un prezzo» per le loro posizioni in materia di interruzione di gravidanza. Comportamenti che di moderato hanno ben poco.
D’altronde, è indubbiamente vero che McCarthy dovrà faticare a tenere compatta la pattuglia dell’Elefantino alla Camera (come già accadde ai suoi predecessori repubblicani, John Boehner e Paul Ryan). Tanto più che il Gop può contare su una maggioranza piuttosto risicata (è anche per questo che, dopo essere stato eletto, McCarthy ha teso una mano al nemico interno, Matt Gaetz, ringraziando inoltre Trump per il sostegno). Tuttavia, soprattutto dal 2019, anche la Pelosi ha dovuto affrontare aspre divisioni interne al Partito democratico. In questo quadro, l’allora speaker ha spesso subito le pressioni dell’ala sinistra del suo stesso partito, contribuendo a portare l’Asinello su posizioni barricadiere. Gli scontri intestini, insomma, non sono una peculiarità dei repubblicani.
Nancy Pelosi resta senza un ruolo. Si scalda la pista diplomatica a Roma
Dopo l’elezione a speaker di Kevin McCarthy, è lecito interrogarsi sul futuro politico e istituzionale di colei che lo ha preceduto in quel delicatissimo e prestigiosissimo incarico: Nancy Pelosi. Rieletta alla Camera lo scorso novembre, è attualmente deputata semplice, dopo aver rifiutato di ricandidarsi a ruoli di leadership parlamentare. Ufficialmente il suo destino sembrerebbe quindi restare legato al Campidoglio. Eppure chissà che, tra un po’ di tempo, non decida di fare un passo indietro per venire in Italia. Magari da ambasciatrice.
Sì è vero, la diretta interessata ha recentemente smentito un simile scenario. Era lo scorso 14 novembre, quando il suo portavoce, Drew Hammill, dichiarò su Twitter: «La speaker non è interessata a diventare ambasciatrice americana in Italia. Intende continuare a servire al Congresso indipendentemente dalla sua decisione sulla leadership democratica alla Camera». Due mesi prima, il New York Post aveva riportato che l’allora speaker italoamericana stesse considerando di farsi nominare ambasciatrice in Italia da Joe Biden nel caso in cui, come poi effettivamente accaduto alle ultime elezioni di metà mandato, l’Elefantino fosse riuscito a conquistare la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Ricordiamo che, al momento, l’attuale amministrazione americana non ha un ambasciatore nel nostro Paese (differentemente dalla Francia che, da febbraio dell’anno scorso, ha Denise Bauer). Tra l’altro, in passato erano emerse indiscrezioni secondo cui l’ex speaker avrebbe potuto essere scelta come ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede: un’ipotesi rientrata quando Biden ha alla fine affidato l’incarico all’ex senatore dem Joe Donnelly.
Ora, la domanda è: dopo la sua lunga carriera di speaker, la Pelosi ha realmente interesse a proseguire come semplice deputata? Non è che, alla fine, nonostante le smentite, si farà nominare ambasciatrice a Roma? L’ipotesi non è poi così inverosimile, anche se due fattori potrebbero ostacolare questo eventuale scenario. In primo luogo, vista la storia politica e il profilo ideologico fortemente progressista dell’ex speaker, scegliere la Pelosi potrebbe creare delle tensioni tra l’attuale Casa Bianca e il governo italiano di centrodestra: un’eventualità che, in piena crisi ucraina, Biden può permettersi fino a un certo punto. In secondo luogo, ricordiamo che la nomina degli ambasciatori statunitensi deve essere ratificata dal Senato. Ora, è pur vero che alla Camera alta i democratici detengono attualmente la maggioranza. Si tratta tuttavia di numeri risicati. Ed è probabile che i repubblicani tenterebbero la strada dell’ostruzionismo (come già accaduto con altre nomine diplomatiche effettuate da Biden in questi due anni). Non solo: appena lo scorso 28 dicembre, il Wall Street Journal ha scritto che «la Casa Bianca non ha risposto a una domanda sul ruolo di ambasciatore in Italia».
Ricordiamo anche che, a febbraio del 2022, il sito Axios riferì che il presidente americano stesse considerando di nominare ambasciatore a Roma Stephen Robert: un ex dirigente di Wall Street, che vanta stretti legami proprio con la Pelosi. Non a caso, la stessa testata riportò che costui sarebbe stato sponsorizzato dall’allora speaker. Ora, indipendentemente dal nome di Robert, questa rivelazione lascia intendere che probabilmente, qualora non fosse direttamente lei a essere nominata, la Pelosi potrebbe avere voce in capitolo nella scelta del prossimo ambasciatore statunitense in Italia: ambasciatore, il cui nome resta per ora avvolto nel mistero.
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Il candidato repubblicano centra l’obiettivo dopo ben 15 scrutini. E Volodymyr Zelensky si affretta a fargli i complimenti. Dato che il deputato si era già detto contrario ad «assegni in bianco all’Ucraina». E potrebbe proporre un supercommissario per vigilare sugli aiuti.Nancy Pelosi resta senza un ruolo. Si scalda la pista diplomatica a Roma. Nonostante le smentite, pare difficile che la dem si accontenti di fare la parlamentare.Lo speciale comprende due articoli.Alla fine ce l’ha fatta: Kevin McCarthy è il cinquantacinquesimo speaker della Camera dei rappresentanti. Ieri, dopo quattro giorni e ben 15 scrutini, il deputato repubblicano è riuscito a risultare eletto, trovando di fatto un accordo con gran parte della pattuglia parlamentare ribelle, che si era opposta alla sua candidatura. Grazie alla desistenza della fronda, il quorum si è abbassato e il diretto interessato è riuscito a prevalere con 216 voti contro i 212 del rivale dem, Hakeem Jeffries.Certo: la telenovela del voto non si è rivelata esattamente edificante. Era da 164 anni che l’elezione di uno speaker non si trascinava tanto a lungo. Inoltre, con i loro dissidi interni, i repubblicani hanno indirettamente rafforzato Joe Biden, che pure ha i suoi grattacapi da affrontare (a partire dalla crisi migratoria alla frontiera meridionale). Eppure andrebbe forse sottolineata anche un’altra cosa: al netto del caos, è così che funziona una democrazia. E, piaccia o meno, è il Partito repubblicano a essersi rivelato, ancora una volta, quello in cui si discute realmente, quello in cui l’establishment può essere seriamente sfidato (come d’altronde accadde già alle primarie presidenziali del 2016). Una situazione ben diversa dal Partito democratico, in cui - pur a fronte di grandi proclami a difesa della libertà e della democrazia - sono 30 anni che i posti di potere sono occupati sempre dagli stessi volti: Biden, Nancy Pelosi, i Clinton, John Kerry e così via. Ma che cosa accadrà adesso? Innanzitutto il nuovo speaker potrebbe portare la politica statunitense sull’Ucraina a una (parziale) sterzata. Nonostante una piccola pattuglia di isolazionisti, la maggior parte dei repubblicani è favorevole a mantenere gli aiuti militari a Kiev. E lo stesso Volodymyr Zelensky si è prontamente congratulato ieri con McCarthy, chiedendo al contempo «ulteriore assistenza dagli Usa». Tra l’altro, proprio McCarthy, aveva avuto a dicembre parole di elogio per il discorso tenuto al Congresso dal presidente ucraino. Ciò detto attenzione: perché qualcosa sembrerebbe destinato a mutare. Era ottobre scorso, quando l’attuale speaker disse di non voler garantire «assegni in bianco» all’Ucraina. «Penso che l’Ucraina sia molto importante. Sono favorevole a garantire che andremo avanti per sconfiggere la Russia. Ma non ci dovrebbero essere assegni in bianco su nulla. Abbiamo un debito di 31 trilioni di dollari», dichiarò alla Cnbc. Inoltre, sempre a ottobre, il think tank conservatore Heritage foundation, pur ribadendo il sostegno a Kiev, ha invocato spese più oculate e una strategia maggiormente chiara: una linea che il nuovo speaker sembra intenzionato a far propria e che potrebbe (almeno in parte) impensierire Zelensky. È inoltre verosimile che McCarthy possa invocare la nomina di un supercommissario per sovrintendere al processo di invio e consegna delle armi: una tale figura era del resto stata chiesta in aprile a Biden da un gruppo bipartisan di senatori. Attenzione poi alla politica interna. McCarthy dovrebbe quasi certamente dare il via a una serie di inchieste parlamentari, volte a mettere con le spalle al muro la Casa Bianca: dai controversi affari internazionali di Hunter Biden alla crisi migratoria, passando per la disastrosa ritirata americana dall’Afghanistan e le origini del Covid-19 (non a caso, nel suo primo discorso da speaker, McCarthy ha inserito il Partito comunista cinese tra le principali sfide che dovranno essere affrontate). Si tratta di inchieste che teoricamente potrebbero portare all’impeachment di ministri e dello stesso presidente. Inoltre, secondo The Hill, vi sarebbe l’intenzione di creare una sottocommissione per indagare sulla politicizzazione degli enti governativi: in particolare, l’idea sarebbe quella di ispirarsi alla commissione Church del Senato che, tra il 1975 e il 1976, investigò sugli abusi di Cia e Fbi. C’è chi dice che, pur di essere eletto, McCarthy avrebbe ceduto troppo all’ala ultraconservatrice del Gop. Ora, è senz’altro vero che alcune concessioni risultano abbastanza significative (come la possibilità di invocare un voto di sfiducia contro lo speaker anche da parte di un singolo deputato). Tuttavia sentire i dem che ieri paventavano una Camera in mano ai «repubblicani trumpisti più estremisti» è abbastanza curioso. Ricordiamo che, a giugno, la deputata dem Alexandria Ocasio Cortez non solo definì «illegittima» la sentenza della Corte suprema sull’aborto, ma esortò i cittadini a «riempire le strade», sostenendo che «le elezioni non bastano più». Era invece marzo 2020, quando il capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, arringò una folla davanti alla stessa Corte suprema, asserendo che i giudici nominati da Donald Trump avrebbero «pagato un prezzo» per le loro posizioni in materia di interruzione di gravidanza. Comportamenti che di moderato hanno ben poco. D’altronde, è indubbiamente vero che McCarthy dovrà faticare a tenere compatta la pattuglia dell’Elefantino alla Camera (come già accadde ai suoi predecessori repubblicani, John Boehner e Paul Ryan). Tanto più che il Gop può contare su una maggioranza piuttosto risicata (è anche per questo che, dopo essere stato eletto, McCarthy ha teso una mano al nemico interno, Matt Gaetz, ringraziando inoltre Trump per il sostegno). Tuttavia, soprattutto dal 2019, anche la Pelosi ha dovuto affrontare aspre divisioni interne al Partito democratico. In questo quadro, l’allora speaker ha spesso subito le pressioni dell’ala sinistra del suo stesso partito, contribuendo a portare l’Asinello su posizioni barricadiere. Gli scontri intestini, insomma, non sono una peculiarità dei repubblicani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mccarthy-speaker-ora-kiev-teme-una-svolta-2659083980.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nancy-pelosi-resta-senza-un-ruolo-si-scalda-la-pista-diplomatica-a-roma" data-post-id="2659083980" data-published-at="1673132877" data-use-pagination="False"> Nancy Pelosi resta senza un ruolo. Si scalda la pista diplomatica a Roma Dopo l’elezione a speaker di Kevin McCarthy, è lecito interrogarsi sul futuro politico e istituzionale di colei che lo ha preceduto in quel delicatissimo e prestigiosissimo incarico: Nancy Pelosi. Rieletta alla Camera lo scorso novembre, è attualmente deputata semplice, dopo aver rifiutato di ricandidarsi a ruoli di leadership parlamentare. Ufficialmente il suo destino sembrerebbe quindi restare legato al Campidoglio. Eppure chissà che, tra un po’ di tempo, non decida di fare un passo indietro per venire in Italia. Magari da ambasciatrice. Sì è vero, la diretta interessata ha recentemente smentito un simile scenario. Era lo scorso 14 novembre, quando il suo portavoce, Drew Hammill, dichiarò su Twitter: «La speaker non è interessata a diventare ambasciatrice americana in Italia. Intende continuare a servire al Congresso indipendentemente dalla sua decisione sulla leadership democratica alla Camera». Due mesi prima, il New York Post aveva riportato che l’allora speaker italoamericana stesse considerando di farsi nominare ambasciatrice in Italia da Joe Biden nel caso in cui, come poi effettivamente accaduto alle ultime elezioni di metà mandato, l’Elefantino fosse riuscito a conquistare la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Ricordiamo che, al momento, l’attuale amministrazione americana non ha un ambasciatore nel nostro Paese (differentemente dalla Francia che, da febbraio dell’anno scorso, ha Denise Bauer). Tra l’altro, in passato erano emerse indiscrezioni secondo cui l’ex speaker avrebbe potuto essere scelta come ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede: un’ipotesi rientrata quando Biden ha alla fine affidato l’incarico all’ex senatore dem Joe Donnelly. Ora, la domanda è: dopo la sua lunga carriera di speaker, la Pelosi ha realmente interesse a proseguire come semplice deputata? Non è che, alla fine, nonostante le smentite, si farà nominare ambasciatrice a Roma? L’ipotesi non è poi così inverosimile, anche se due fattori potrebbero ostacolare questo eventuale scenario. In primo luogo, vista la storia politica e il profilo ideologico fortemente progressista dell’ex speaker, scegliere la Pelosi potrebbe creare delle tensioni tra l’attuale Casa Bianca e il governo italiano di centrodestra: un’eventualità che, in piena crisi ucraina, Biden può permettersi fino a un certo punto. In secondo luogo, ricordiamo che la nomina degli ambasciatori statunitensi deve essere ratificata dal Senato. Ora, è pur vero che alla Camera alta i democratici detengono attualmente la maggioranza. Si tratta tuttavia di numeri risicati. Ed è probabile che i repubblicani tenterebbero la strada dell’ostruzionismo (come già accaduto con altre nomine diplomatiche effettuate da Biden in questi due anni). Non solo: appena lo scorso 28 dicembre, il Wall Street Journal ha scritto che «la Casa Bianca non ha risposto a una domanda sul ruolo di ambasciatore in Italia». Ricordiamo anche che, a febbraio del 2022, il sito Axios riferì che il presidente americano stesse considerando di nominare ambasciatore a Roma Stephen Robert: un ex dirigente di Wall Street, che vanta stretti legami proprio con la Pelosi. Non a caso, la stessa testata riportò che costui sarebbe stato sponsorizzato dall’allora speaker. Ora, indipendentemente dal nome di Robert, questa rivelazione lascia intendere che probabilmente, qualora non fosse direttamente lei a essere nominata, la Pelosi potrebbe avere voce in capitolo nella scelta del prossimo ambasciatore statunitense in Italia: ambasciatore, il cui nome resta per ora avvolto nel mistero.
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.