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2023-08-25
Mancini in Arabia per 30 (milioni di) denari
Roberto Mancini (Ansa)
Quando un vaso di ceramica cade e si frantuma al suolo, diverse sono le reazioni possibili. Si può sfoderare l’arte del turpiloquio, fantasiosa e assai creativa dalle nostre parti anche grazie alle specialità linguistiche regionali. Oppure, se si ama il Giappone, si può provare col kintusgi: unire i pezzi rotti di un oggetto con l’oro, impreziosendone le cicatrici come tratto distintivo del tempo che passa e della ricchezza interiore acquisita. Vale come metafora. Pensiamo a Roberto Mancini. Il rapporto con la Figc, in queste settimane, si è interrotto per incomprensioni e scarsa duttilità dei vertici del calcio nostrano a gestire al meglio la controversia. Lui ha scelto di defilarsi, ma l’oro per abbellire le sue cicatrici esistenziali lo ha trovato eccome. Diciamola tutta. Il portafoglio di un commissario tecnico di una nazionale di calcio non è mai stato tanto pingue come oggi: l’accordo con la selezione dell’Arabia Saudita sta essere annunciato, i dettagli sarebbero stati limati. Il Mancio firmerebbe un contratto fino al 2026 da 25-30 milioni di euro netti all’anno. Uno sproposito. Le sirene arabe blandivano l’allenatore già da diversi mesi e hanno prevalso. Gabriele Gravina dovrebbe archiviare questa conclusione di telenovela fra le svariate onte per il pallone tricolore. Insomma, agli arabi si presentava un ventaglio di possibilità per sostituire Hervè Renard, ct francese capace di conquistare il cuore di Riad portando la nazionale ai scorsi Mondiali del Qatar e migliorandone le qualità fisico-tattiche con l’arguzia tecnica degli specialisti europei: c’erano molti nomi, c’era Mourinho, c’era anche Mancini. Ma alla fine hanno scelto proprio Mancini. In parole povere sono riusciti a scippare - termine grossolano, però rende l’idea - un allenatore dalla panchina della Nazionale quattro volte campione del mondo. Una figura niente affatto lusinghiera per noi. Il mister di Jesi ci ha messo del suo, si è sentito, ha detto, poco considerato, avrebbe visto i suoi più stretti collaboratori collocati altrove per far spazio a nomi a lui poco graditi. Ma, abbandonando gli azzurri con un’email da Mykonos, si è consolato alla svelta. Non sarà da solo nella nuova avventura, molti dei suoi pretoriani lo scorteranno. Si vocifera che nello staff arabo lo accompagni Lele Oriali, ex team manager dell’Italia, oltre al tattico Andrea Gagliardi e ai fedelissimi ex blucerchiati Salsano, Nuciari, Lombardo, non scordando Battara e Scanavino. Insomma, un’Arabia saudita al sapor di pasta al pomodoro, ben lieta di spendere i suoi danari ingaggiando la meglio italianità. Come Mancini risolverà la grana contrattuale con Gravina è da capire. Di certo il presidente federale italiano non ha usato parole al miele nei confronti del suo ex ct: «Avevamo un rapporto professionale e di amicizia, le sue affermazioni sono state offensive e inopportune, non me le meritavo. Quanto all’allontanamento del suo staff come motivazione del suo addio, posso dire che solo Evani era uscito. Ed era in Nazionale prima dell’arrivo di Roberto. Di recente gli avevamo rafforzato il gruppo con Barzagli e Gagliardi, nomi indicati da lui». Tra le righe, Gravina vorrebbe intendere: in verità, Mancini aveva già pianificato di andarsene. Nonostante, qualche giorno prima, il diretto interessato avesse sottolineato: «Se a Gravina fosse interessato tenermi sulla panchina degli azzurri, mi avrebbe chiamato». Resta il fatto che l’Italia fa una figura poco edificante agli occhi del mondo e pure la questione dell’ingaggio di Luciano Spalletti, nuovo ct, presenta criticità. La clausola rescissoria imposta da Aurelio De Laurentiis per lasciar libero l’ex allenatore del Napoli - circa 3 milioni di euro - è ancora motivo di contenzioso tra avvocati, la piazza partenopea pare parteggiare per il patron, considerando i termini dell’addio di Spalletti, tutt’ora alle prese con la controversia giuridica, poco chiari e poco onorevoli per la città campana, e a inizio settembre ci aspettano al varco le partite contro la Macedonia del Nord e l’Ucraina in vista della qualificazione a Euro 2024. Compagini non irresistibili, ma se si perde son dolori. Nel frattempo, Mancini dovrà mettere a punto il suo progetto mediorientale. Il campionato saudita sta accrescendo il potenziale a vista d’occhio, complice l’innesto progressivo dei più fecondi pedatori del mondo. L’obiettivo della monarchia araba è qualificarsi ai prossimi Mondiali, ma anche vincere la Coppa d’Asia in programma dal prossimo gennaio. Non accade dal 1996. Il primo impegno dei sauditi sarebbe pianificato l’8 settembre contro il Costa Rica, mentre quattro giorni dopo li attenderebbe un’altra amichevole con la Corea del Sud. A novembre toccherebbe alle qualificazioni ai Mondiali: gli arabi sarebbero nello stesso gruppo di Giordania, Tagikistan e una tra Cambogia e Pakistan. Nota di colore, la Cambogia è stata allenata dall’ex fantasista milanista e nipponico Keisuke Honda. Gli impegni agonistici però non attenueranno gli strascichi polemici destinati a condire il pallone nostrano ancora per un bel po’. E se, con tutti gli scongiuri del caso, l’esordio di Spalletti non risultasse così convincente come da auspici, ecco che Lawrence d’Arabia, pardòn, Mancio d’Arabia, dagli impianti iper tecnologici del deserto, accarezzerebbe il suo portafoglio avvertendo un brivido di adrenalina.
Il giovane Veiga sceglie il deserto e innesca le critiche fra calciatori
Gabri Veiga, spagnolo, classe 2002, sta per diventare un nuovo giocatore dell’Al-Ahli. Non è una notizia di poco conto: il gioiellino del Celta Vigo è considerato tra i centrocampisti più promettenti della sua generazione, molte società gli avevano messo gli occhi addosso. Ma il baby fenomeno ha scelto l’offerta più remunerativa: contratto fino al 2027, 12,5 milioni di euro a stagione. Nelle casse del Celta verranno versati 40 milioni. L’atleta troverà, tra i nuovi compagni di squadra, Frack Kessiè, Firmino, il turco Demiral, ex Atalanta e Juventus. Il Napoli resta beffato: l’affare stava per andare in porto per i partenopei che avevano offerto 36 milioni al club spagnolo e 2,2 milioni netti a stagione al calciatore. Non è bastato. «In verità, De Laurentiis e i suoi dirigenti non hanno voluto pagare la clausola rescissoria», spiega Pini Zahavi, agente di Gabri Veiga, interpellato nel programma radiofonico iberico El Partidazo de Cope. Questa sarebbe una delle ragioni per cui l’accordo con i napoletani sarebbe saltato. Ma la causa vera sarebbe ben più succosa: il giocatore avrebbe optato per lo stipendio più cospicuo. Questo la dice lunga sulla gittata progettuale dell’ormai ricchissima lega saudita. Oltre ai totem CR7 e Neymar, fenomeni che fanno colore, elargiscono prestigio e somigliano ai funamboli in un circo, insomma, sono gli elementi indispensabili per valorizzare lo spettacolo di un campionato, ingaggiare un giovincello di belle speranze e tanto talento come Gabri Veiga significa dar sostanza a un orizzonte lungo. Stessa cosa si può dire per l’ingaggio di Milinkovic Savic, 28 anni, o per Ruben Neves, 26, entrambi accasati a Riad. Il campionato arabo sta diventando un’attrazione mondiale in grado di far sbocciare piante feconde nei prossimi anni, garantendo - e ciò è una delle finalità principali della monarchia - sviluppo ai giocatori di casa. Carlo Ancelotti ha commentato: «Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita offre più soldi del calcio europeo. È chiaro che magari si dovranno assumere decisioni consone a bilanciare il mercato». Ma intanto le cose stanno così. Con buona pace di Toni Kroos. Il campione trentatreenne ha scritto sui social: «Scelta imbarazzante», riferendosi alla decisione di Gabri Veiga. Dimenticando però che il calcio di oggi non è più quello dei suoi tempi, quando i blasoni europei, dal Milan al Bayern Monaco, dal Real Madrid al Barcellona, spadroneggiavano finanziariamente e sul piano agonistico. Oggi, con atteggiamenti un po’ medieval-feudali e introducendo stravolgimenti mai visti prima, le offerte migliori arrivano dal medioriente. Prima con l’acquisto di società come il Psg, il Manchester City e lo United da parte dei qatarini. Dopo con lo sviluppo del torneo saudita. Gabri Veiga, giovanissimo, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi lavoratore in qualsiasi ambito. Ha selezionato la prospettiva più edificante per sé e per la sua famiglia. Magari pianificando di restare in Arabia per qualche anno, sistemare le generazioni a venire che porteranno il suo nome e, perché no, tornare nella vecchia Europa. forse al Real Madrid, se il suo talento fosse confermato.
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L’ex tecnico azzurro pronto ad allenare la nazionale saudita in cambio di un triennale da capogiro. Dovrebbe aver con sé gran parte dei membri dello staff costati la rottura con Gabriele Gravina. Figuraccia per la Figc: ci siamo fatti scippare il selezionatore. Niente Napoli per l’iberico di 21 anni, Gabri Veiga: all’Al-Ahli prenderà il quintuplo. Toni Kroos lo irride.Lo speciale contiene due articoli. Quando un vaso di ceramica cade e si frantuma al suolo, diverse sono le reazioni possibili. Si può sfoderare l’arte del turpiloquio, fantasiosa e assai creativa dalle nostre parti anche grazie alle specialità linguistiche regionali. Oppure, se si ama il Giappone, si può provare col kintusgi: unire i pezzi rotti di un oggetto con l’oro, impreziosendone le cicatrici come tratto distintivo del tempo che passa e della ricchezza interiore acquisita. Vale come metafora. Pensiamo a Roberto Mancini. Il rapporto con la Figc, in queste settimane, si è interrotto per incomprensioni e scarsa duttilità dei vertici del calcio nostrano a gestire al meglio la controversia. Lui ha scelto di defilarsi, ma l’oro per abbellire le sue cicatrici esistenziali lo ha trovato eccome. Diciamola tutta. Il portafoglio di un commissario tecnico di una nazionale di calcio non è mai stato tanto pingue come oggi: l’accordo con la selezione dell’Arabia Saudita sta essere annunciato, i dettagli sarebbero stati limati. Il Mancio firmerebbe un contratto fino al 2026 da 25-30 milioni di euro netti all’anno. Uno sproposito. Le sirene arabe blandivano l’allenatore già da diversi mesi e hanno prevalso. Gabriele Gravina dovrebbe archiviare questa conclusione di telenovela fra le svariate onte per il pallone tricolore. Insomma, agli arabi si presentava un ventaglio di possibilità per sostituire Hervè Renard, ct francese capace di conquistare il cuore di Riad portando la nazionale ai scorsi Mondiali del Qatar e migliorandone le qualità fisico-tattiche con l’arguzia tecnica degli specialisti europei: c’erano molti nomi, c’era Mourinho, c’era anche Mancini. Ma alla fine hanno scelto proprio Mancini. In parole povere sono riusciti a scippare - termine grossolano, però rende l’idea - un allenatore dalla panchina della Nazionale quattro volte campione del mondo. Una figura niente affatto lusinghiera per noi. Il mister di Jesi ci ha messo del suo, si è sentito, ha detto, poco considerato, avrebbe visto i suoi più stretti collaboratori collocati altrove per far spazio a nomi a lui poco graditi. Ma, abbandonando gli azzurri con un’email da Mykonos, si è consolato alla svelta. Non sarà da solo nella nuova avventura, molti dei suoi pretoriani lo scorteranno. Si vocifera che nello staff arabo lo accompagni Lele Oriali, ex team manager dell’Italia, oltre al tattico Andrea Gagliardi e ai fedelissimi ex blucerchiati Salsano, Nuciari, Lombardo, non scordando Battara e Scanavino. Insomma, un’Arabia saudita al sapor di pasta al pomodoro, ben lieta di spendere i suoi danari ingaggiando la meglio italianità. Come Mancini risolverà la grana contrattuale con Gravina è da capire. Di certo il presidente federale italiano non ha usato parole al miele nei confronti del suo ex ct: «Avevamo un rapporto professionale e di amicizia, le sue affermazioni sono state offensive e inopportune, non me le meritavo. Quanto all’allontanamento del suo staff come motivazione del suo addio, posso dire che solo Evani era uscito. Ed era in Nazionale prima dell’arrivo di Roberto. Di recente gli avevamo rafforzato il gruppo con Barzagli e Gagliardi, nomi indicati da lui». Tra le righe, Gravina vorrebbe intendere: in verità, Mancini aveva già pianificato di andarsene. Nonostante, qualche giorno prima, il diretto interessato avesse sottolineato: «Se a Gravina fosse interessato tenermi sulla panchina degli azzurri, mi avrebbe chiamato». Resta il fatto che l’Italia fa una figura poco edificante agli occhi del mondo e pure la questione dell’ingaggio di Luciano Spalletti, nuovo ct, presenta criticità. La clausola rescissoria imposta da Aurelio De Laurentiis per lasciar libero l’ex allenatore del Napoli - circa 3 milioni di euro - è ancora motivo di contenzioso tra avvocati, la piazza partenopea pare parteggiare per il patron, considerando i termini dell’addio di Spalletti, tutt’ora alle prese con la controversia giuridica, poco chiari e poco onorevoli per la città campana, e a inizio settembre ci aspettano al varco le partite contro la Macedonia del Nord e l’Ucraina in vista della qualificazione a Euro 2024. Compagini non irresistibili, ma se si perde son dolori. Nel frattempo, Mancini dovrà mettere a punto il suo progetto mediorientale. Il campionato saudita sta accrescendo il potenziale a vista d’occhio, complice l’innesto progressivo dei più fecondi pedatori del mondo. L’obiettivo della monarchia araba è qualificarsi ai prossimi Mondiali, ma anche vincere la Coppa d’Asia in programma dal prossimo gennaio. Non accade dal 1996. Il primo impegno dei sauditi sarebbe pianificato l’8 settembre contro il Costa Rica, mentre quattro giorni dopo li attenderebbe un’altra amichevole con la Corea del Sud. A novembre toccherebbe alle qualificazioni ai Mondiali: gli arabi sarebbero nello stesso gruppo di Giordania, Tagikistan e una tra Cambogia e Pakistan. Nota di colore, la Cambogia è stata allenata dall’ex fantasista milanista e nipponico Keisuke Honda. Gli impegni agonistici però non attenueranno gli strascichi polemici destinati a condire il pallone nostrano ancora per un bel po’. E se, con tutti gli scongiuri del caso, l’esordio di Spalletti non risultasse così convincente come da auspici, ecco che Lawrence d’Arabia, pardòn, Mancio d’Arabia, dagli impianti iper tecnologici del deserto, accarezzerebbe il suo portafoglio avvertendo un brivido di adrenalina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mancini-in-arabia-30-milioni-2664400114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giovane-veiga-sceglie-il-deserto-e-innesca-le-critiche-fra-calciatori" data-post-id="2664400114" data-published-at="1692967282" data-use-pagination="False"> Il giovane Veiga sceglie il deserto e innesca le critiche fra calciatori Gabri Veiga, spagnolo, classe 2002, sta per diventare un nuovo giocatore dell’Al-Ahli. Non è una notizia di poco conto: il gioiellino del Celta Vigo è considerato tra i centrocampisti più promettenti della sua generazione, molte società gli avevano messo gli occhi addosso. Ma il baby fenomeno ha scelto l’offerta più remunerativa: contratto fino al 2027, 12,5 milioni di euro a stagione. Nelle casse del Celta verranno versati 40 milioni. L’atleta troverà, tra i nuovi compagni di squadra, Frack Kessiè, Firmino, il turco Demiral, ex Atalanta e Juventus. Il Napoli resta beffato: l’affare stava per andare in porto per i partenopei che avevano offerto 36 milioni al club spagnolo e 2,2 milioni netti a stagione al calciatore. Non è bastato. «In verità, De Laurentiis e i suoi dirigenti non hanno voluto pagare la clausola rescissoria», spiega Pini Zahavi, agente di Gabri Veiga, interpellato nel programma radiofonico iberico El Partidazo de Cope. Questa sarebbe una delle ragioni per cui l’accordo con i napoletani sarebbe saltato. Ma la causa vera sarebbe ben più succosa: il giocatore avrebbe optato per lo stipendio più cospicuo. Questo la dice lunga sulla gittata progettuale dell’ormai ricchissima lega saudita. Oltre ai totem CR7 e Neymar, fenomeni che fanno colore, elargiscono prestigio e somigliano ai funamboli in un circo, insomma, sono gli elementi indispensabili per valorizzare lo spettacolo di un campionato, ingaggiare un giovincello di belle speranze e tanto talento come Gabri Veiga significa dar sostanza a un orizzonte lungo. Stessa cosa si può dire per l’ingaggio di Milinkovic Savic, 28 anni, o per Ruben Neves, 26, entrambi accasati a Riad. Il campionato arabo sta diventando un’attrazione mondiale in grado di far sbocciare piante feconde nei prossimi anni, garantendo - e ciò è una delle finalità principali della monarchia - sviluppo ai giocatori di casa. Carlo Ancelotti ha commentato: «Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita offre più soldi del calcio europeo. È chiaro che magari si dovranno assumere decisioni consone a bilanciare il mercato». Ma intanto le cose stanno così. Con buona pace di Toni Kroos. Il campione trentatreenne ha scritto sui social: «Scelta imbarazzante», riferendosi alla decisione di Gabri Veiga. Dimenticando però che il calcio di oggi non è più quello dei suoi tempi, quando i blasoni europei, dal Milan al Bayern Monaco, dal Real Madrid al Barcellona, spadroneggiavano finanziariamente e sul piano agonistico. Oggi, con atteggiamenti un po’ medieval-feudali e introducendo stravolgimenti mai visti prima, le offerte migliori arrivano dal medioriente. Prima con l’acquisto di società come il Psg, il Manchester City e lo United da parte dei qatarini. Dopo con lo sviluppo del torneo saudita. Gabri Veiga, giovanissimo, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi lavoratore in qualsiasi ambito. Ha selezionato la prospettiva più edificante per sé e per la sua famiglia. Magari pianificando di restare in Arabia per qualche anno, sistemare le generazioni a venire che porteranno il suo nome e, perché no, tornare nella vecchia Europa. forse al Real Madrid, se il suo talento fosse confermato.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».