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2023-08-25
Mancini in Arabia per 30 (milioni di) denari
Roberto Mancini (Ansa)
Quando un vaso di ceramica cade e si frantuma al suolo, diverse sono le reazioni possibili. Si può sfoderare l’arte del turpiloquio, fantasiosa e assai creativa dalle nostre parti anche grazie alle specialità linguistiche regionali. Oppure, se si ama il Giappone, si può provare col kintusgi: unire i pezzi rotti di un oggetto con l’oro, impreziosendone le cicatrici come tratto distintivo del tempo che passa e della ricchezza interiore acquisita. Vale come metafora. Pensiamo a Roberto Mancini. Il rapporto con la Figc, in queste settimane, si è interrotto per incomprensioni e scarsa duttilità dei vertici del calcio nostrano a gestire al meglio la controversia. Lui ha scelto di defilarsi, ma l’oro per abbellire le sue cicatrici esistenziali lo ha trovato eccome. Diciamola tutta. Il portafoglio di un commissario tecnico di una nazionale di calcio non è mai stato tanto pingue come oggi: l’accordo con la selezione dell’Arabia Saudita sta essere annunciato, i dettagli sarebbero stati limati. Il Mancio firmerebbe un contratto fino al 2026 da 25-30 milioni di euro netti all’anno. Uno sproposito. Le sirene arabe blandivano l’allenatore già da diversi mesi e hanno prevalso. Gabriele Gravina dovrebbe archiviare questa conclusione di telenovela fra le svariate onte per il pallone tricolore. Insomma, agli arabi si presentava un ventaglio di possibilità per sostituire Hervè Renard, ct francese capace di conquistare il cuore di Riad portando la nazionale ai scorsi Mondiali del Qatar e migliorandone le qualità fisico-tattiche con l’arguzia tecnica degli specialisti europei: c’erano molti nomi, c’era Mourinho, c’era anche Mancini. Ma alla fine hanno scelto proprio Mancini. In parole povere sono riusciti a scippare - termine grossolano, però rende l’idea - un allenatore dalla panchina della Nazionale quattro volte campione del mondo. Una figura niente affatto lusinghiera per noi. Il mister di Jesi ci ha messo del suo, si è sentito, ha detto, poco considerato, avrebbe visto i suoi più stretti collaboratori collocati altrove per far spazio a nomi a lui poco graditi. Ma, abbandonando gli azzurri con un’email da Mykonos, si è consolato alla svelta. Non sarà da solo nella nuova avventura, molti dei suoi pretoriani lo scorteranno. Si vocifera che nello staff arabo lo accompagni Lele Oriali, ex team manager dell’Italia, oltre al tattico Andrea Gagliardi e ai fedelissimi ex blucerchiati Salsano, Nuciari, Lombardo, non scordando Battara e Scanavino. Insomma, un’Arabia saudita al sapor di pasta al pomodoro, ben lieta di spendere i suoi danari ingaggiando la meglio italianità. Come Mancini risolverà la grana contrattuale con Gravina è da capire. Di certo il presidente federale italiano non ha usato parole al miele nei confronti del suo ex ct: «Avevamo un rapporto professionale e di amicizia, le sue affermazioni sono state offensive e inopportune, non me le meritavo. Quanto all’allontanamento del suo staff come motivazione del suo addio, posso dire che solo Evani era uscito. Ed era in Nazionale prima dell’arrivo di Roberto. Di recente gli avevamo rafforzato il gruppo con Barzagli e Gagliardi, nomi indicati da lui». Tra le righe, Gravina vorrebbe intendere: in verità, Mancini aveva già pianificato di andarsene. Nonostante, qualche giorno prima, il diretto interessato avesse sottolineato: «Se a Gravina fosse interessato tenermi sulla panchina degli azzurri, mi avrebbe chiamato». Resta il fatto che l’Italia fa una figura poco edificante agli occhi del mondo e pure la questione dell’ingaggio di Luciano Spalletti, nuovo ct, presenta criticità. La clausola rescissoria imposta da Aurelio De Laurentiis per lasciar libero l’ex allenatore del Napoli - circa 3 milioni di euro - è ancora motivo di contenzioso tra avvocati, la piazza partenopea pare parteggiare per il patron, considerando i termini dell’addio di Spalletti, tutt’ora alle prese con la controversia giuridica, poco chiari e poco onorevoli per la città campana, e a inizio settembre ci aspettano al varco le partite contro la Macedonia del Nord e l’Ucraina in vista della qualificazione a Euro 2024. Compagini non irresistibili, ma se si perde son dolori. Nel frattempo, Mancini dovrà mettere a punto il suo progetto mediorientale. Il campionato saudita sta accrescendo il potenziale a vista d’occhio, complice l’innesto progressivo dei più fecondi pedatori del mondo. L’obiettivo della monarchia araba è qualificarsi ai prossimi Mondiali, ma anche vincere la Coppa d’Asia in programma dal prossimo gennaio. Non accade dal 1996. Il primo impegno dei sauditi sarebbe pianificato l’8 settembre contro il Costa Rica, mentre quattro giorni dopo li attenderebbe un’altra amichevole con la Corea del Sud. A novembre toccherebbe alle qualificazioni ai Mondiali: gli arabi sarebbero nello stesso gruppo di Giordania, Tagikistan e una tra Cambogia e Pakistan. Nota di colore, la Cambogia è stata allenata dall’ex fantasista milanista e nipponico Keisuke Honda. Gli impegni agonistici però non attenueranno gli strascichi polemici destinati a condire il pallone nostrano ancora per un bel po’. E se, con tutti gli scongiuri del caso, l’esordio di Spalletti non risultasse così convincente come da auspici, ecco che Lawrence d’Arabia, pardòn, Mancio d’Arabia, dagli impianti iper tecnologici del deserto, accarezzerebbe il suo portafoglio avvertendo un brivido di adrenalina.
Il giovane Veiga sceglie il deserto e innesca le critiche fra calciatori
Gabri Veiga, spagnolo, classe 2002, sta per diventare un nuovo giocatore dell’Al-Ahli. Non è una notizia di poco conto: il gioiellino del Celta Vigo è considerato tra i centrocampisti più promettenti della sua generazione, molte società gli avevano messo gli occhi addosso. Ma il baby fenomeno ha scelto l’offerta più remunerativa: contratto fino al 2027, 12,5 milioni di euro a stagione. Nelle casse del Celta verranno versati 40 milioni. L’atleta troverà, tra i nuovi compagni di squadra, Frack Kessiè, Firmino, il turco Demiral, ex Atalanta e Juventus. Il Napoli resta beffato: l’affare stava per andare in porto per i partenopei che avevano offerto 36 milioni al club spagnolo e 2,2 milioni netti a stagione al calciatore. Non è bastato. «In verità, De Laurentiis e i suoi dirigenti non hanno voluto pagare la clausola rescissoria», spiega Pini Zahavi, agente di Gabri Veiga, interpellato nel programma radiofonico iberico El Partidazo de Cope. Questa sarebbe una delle ragioni per cui l’accordo con i napoletani sarebbe saltato. Ma la causa vera sarebbe ben più succosa: il giocatore avrebbe optato per lo stipendio più cospicuo. Questo la dice lunga sulla gittata progettuale dell’ormai ricchissima lega saudita. Oltre ai totem CR7 e Neymar, fenomeni che fanno colore, elargiscono prestigio e somigliano ai funamboli in un circo, insomma, sono gli elementi indispensabili per valorizzare lo spettacolo di un campionato, ingaggiare un giovincello di belle speranze e tanto talento come Gabri Veiga significa dar sostanza a un orizzonte lungo. Stessa cosa si può dire per l’ingaggio di Milinkovic Savic, 28 anni, o per Ruben Neves, 26, entrambi accasati a Riad. Il campionato arabo sta diventando un’attrazione mondiale in grado di far sbocciare piante feconde nei prossimi anni, garantendo - e ciò è una delle finalità principali della monarchia - sviluppo ai giocatori di casa. Carlo Ancelotti ha commentato: «Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita offre più soldi del calcio europeo. È chiaro che magari si dovranno assumere decisioni consone a bilanciare il mercato». Ma intanto le cose stanno così. Con buona pace di Toni Kroos. Il campione trentatreenne ha scritto sui social: «Scelta imbarazzante», riferendosi alla decisione di Gabri Veiga. Dimenticando però che il calcio di oggi non è più quello dei suoi tempi, quando i blasoni europei, dal Milan al Bayern Monaco, dal Real Madrid al Barcellona, spadroneggiavano finanziariamente e sul piano agonistico. Oggi, con atteggiamenti un po’ medieval-feudali e introducendo stravolgimenti mai visti prima, le offerte migliori arrivano dal medioriente. Prima con l’acquisto di società come il Psg, il Manchester City e lo United da parte dei qatarini. Dopo con lo sviluppo del torneo saudita. Gabri Veiga, giovanissimo, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi lavoratore in qualsiasi ambito. Ha selezionato la prospettiva più edificante per sé e per la sua famiglia. Magari pianificando di restare in Arabia per qualche anno, sistemare le generazioni a venire che porteranno il suo nome e, perché no, tornare nella vecchia Europa. forse al Real Madrid, se il suo talento fosse confermato.
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L’ex tecnico azzurro pronto ad allenare la nazionale saudita in cambio di un triennale da capogiro. Dovrebbe aver con sé gran parte dei membri dello staff costati la rottura con Gabriele Gravina. Figuraccia per la Figc: ci siamo fatti scippare il selezionatore. Niente Napoli per l’iberico di 21 anni, Gabri Veiga: all’Al-Ahli prenderà il quintuplo. Toni Kroos lo irride.Lo speciale contiene due articoli. Quando un vaso di ceramica cade e si frantuma al suolo, diverse sono le reazioni possibili. Si può sfoderare l’arte del turpiloquio, fantasiosa e assai creativa dalle nostre parti anche grazie alle specialità linguistiche regionali. Oppure, se si ama il Giappone, si può provare col kintusgi: unire i pezzi rotti di un oggetto con l’oro, impreziosendone le cicatrici come tratto distintivo del tempo che passa e della ricchezza interiore acquisita. Vale come metafora. Pensiamo a Roberto Mancini. Il rapporto con la Figc, in queste settimane, si è interrotto per incomprensioni e scarsa duttilità dei vertici del calcio nostrano a gestire al meglio la controversia. Lui ha scelto di defilarsi, ma l’oro per abbellire le sue cicatrici esistenziali lo ha trovato eccome. Diciamola tutta. Il portafoglio di un commissario tecnico di una nazionale di calcio non è mai stato tanto pingue come oggi: l’accordo con la selezione dell’Arabia Saudita sta essere annunciato, i dettagli sarebbero stati limati. Il Mancio firmerebbe un contratto fino al 2026 da 25-30 milioni di euro netti all’anno. Uno sproposito. Le sirene arabe blandivano l’allenatore già da diversi mesi e hanno prevalso. Gabriele Gravina dovrebbe archiviare questa conclusione di telenovela fra le svariate onte per il pallone tricolore. Insomma, agli arabi si presentava un ventaglio di possibilità per sostituire Hervè Renard, ct francese capace di conquistare il cuore di Riad portando la nazionale ai scorsi Mondiali del Qatar e migliorandone le qualità fisico-tattiche con l’arguzia tecnica degli specialisti europei: c’erano molti nomi, c’era Mourinho, c’era anche Mancini. Ma alla fine hanno scelto proprio Mancini. In parole povere sono riusciti a scippare - termine grossolano, però rende l’idea - un allenatore dalla panchina della Nazionale quattro volte campione del mondo. Una figura niente affatto lusinghiera per noi. Il mister di Jesi ci ha messo del suo, si è sentito, ha detto, poco considerato, avrebbe visto i suoi più stretti collaboratori collocati altrove per far spazio a nomi a lui poco graditi. Ma, abbandonando gli azzurri con un’email da Mykonos, si è consolato alla svelta. Non sarà da solo nella nuova avventura, molti dei suoi pretoriani lo scorteranno. Si vocifera che nello staff arabo lo accompagni Lele Oriali, ex team manager dell’Italia, oltre al tattico Andrea Gagliardi e ai fedelissimi ex blucerchiati Salsano, Nuciari, Lombardo, non scordando Battara e Scanavino. Insomma, un’Arabia saudita al sapor di pasta al pomodoro, ben lieta di spendere i suoi danari ingaggiando la meglio italianità. Come Mancini risolverà la grana contrattuale con Gravina è da capire. Di certo il presidente federale italiano non ha usato parole al miele nei confronti del suo ex ct: «Avevamo un rapporto professionale e di amicizia, le sue affermazioni sono state offensive e inopportune, non me le meritavo. Quanto all’allontanamento del suo staff come motivazione del suo addio, posso dire che solo Evani era uscito. Ed era in Nazionale prima dell’arrivo di Roberto. Di recente gli avevamo rafforzato il gruppo con Barzagli e Gagliardi, nomi indicati da lui». Tra le righe, Gravina vorrebbe intendere: in verità, Mancini aveva già pianificato di andarsene. Nonostante, qualche giorno prima, il diretto interessato avesse sottolineato: «Se a Gravina fosse interessato tenermi sulla panchina degli azzurri, mi avrebbe chiamato». Resta il fatto che l’Italia fa una figura poco edificante agli occhi del mondo e pure la questione dell’ingaggio di Luciano Spalletti, nuovo ct, presenta criticità. La clausola rescissoria imposta da Aurelio De Laurentiis per lasciar libero l’ex allenatore del Napoli - circa 3 milioni di euro - è ancora motivo di contenzioso tra avvocati, la piazza partenopea pare parteggiare per il patron, considerando i termini dell’addio di Spalletti, tutt’ora alle prese con la controversia giuridica, poco chiari e poco onorevoli per la città campana, e a inizio settembre ci aspettano al varco le partite contro la Macedonia del Nord e l’Ucraina in vista della qualificazione a Euro 2024. Compagini non irresistibili, ma se si perde son dolori. Nel frattempo, Mancini dovrà mettere a punto il suo progetto mediorientale. Il campionato saudita sta accrescendo il potenziale a vista d’occhio, complice l’innesto progressivo dei più fecondi pedatori del mondo. L’obiettivo della monarchia araba è qualificarsi ai prossimi Mondiali, ma anche vincere la Coppa d’Asia in programma dal prossimo gennaio. Non accade dal 1996. Il primo impegno dei sauditi sarebbe pianificato l’8 settembre contro il Costa Rica, mentre quattro giorni dopo li attenderebbe un’altra amichevole con la Corea del Sud. A novembre toccherebbe alle qualificazioni ai Mondiali: gli arabi sarebbero nello stesso gruppo di Giordania, Tagikistan e una tra Cambogia e Pakistan. Nota di colore, la Cambogia è stata allenata dall’ex fantasista milanista e nipponico Keisuke Honda. Gli impegni agonistici però non attenueranno gli strascichi polemici destinati a condire il pallone nostrano ancora per un bel po’. E se, con tutti gli scongiuri del caso, l’esordio di Spalletti non risultasse così convincente come da auspici, ecco che Lawrence d’Arabia, pardòn, Mancio d’Arabia, dagli impianti iper tecnologici del deserto, accarezzerebbe il suo portafoglio avvertendo un brivido di adrenalina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mancini-in-arabia-30-milioni-2664400114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giovane-veiga-sceglie-il-deserto-e-innesca-le-critiche-fra-calciatori" data-post-id="2664400114" data-published-at="1692967282" data-use-pagination="False"> Il giovane Veiga sceglie il deserto e innesca le critiche fra calciatori Gabri Veiga, spagnolo, classe 2002, sta per diventare un nuovo giocatore dell’Al-Ahli. Non è una notizia di poco conto: il gioiellino del Celta Vigo è considerato tra i centrocampisti più promettenti della sua generazione, molte società gli avevano messo gli occhi addosso. Ma il baby fenomeno ha scelto l’offerta più remunerativa: contratto fino al 2027, 12,5 milioni di euro a stagione. Nelle casse del Celta verranno versati 40 milioni. L’atleta troverà, tra i nuovi compagni di squadra, Frack Kessiè, Firmino, il turco Demiral, ex Atalanta e Juventus. Il Napoli resta beffato: l’affare stava per andare in porto per i partenopei che avevano offerto 36 milioni al club spagnolo e 2,2 milioni netti a stagione al calciatore. Non è bastato. «In verità, De Laurentiis e i suoi dirigenti non hanno voluto pagare la clausola rescissoria», spiega Pini Zahavi, agente di Gabri Veiga, interpellato nel programma radiofonico iberico El Partidazo de Cope. Questa sarebbe una delle ragioni per cui l’accordo con i napoletani sarebbe saltato. Ma la causa vera sarebbe ben più succosa: il giocatore avrebbe optato per lo stipendio più cospicuo. Questo la dice lunga sulla gittata progettuale dell’ormai ricchissima lega saudita. Oltre ai totem CR7 e Neymar, fenomeni che fanno colore, elargiscono prestigio e somigliano ai funamboli in un circo, insomma, sono gli elementi indispensabili per valorizzare lo spettacolo di un campionato, ingaggiare un giovincello di belle speranze e tanto talento come Gabri Veiga significa dar sostanza a un orizzonte lungo. Stessa cosa si può dire per l’ingaggio di Milinkovic Savic, 28 anni, o per Ruben Neves, 26, entrambi accasati a Riad. Il campionato arabo sta diventando un’attrazione mondiale in grado di far sbocciare piante feconde nei prossimi anni, garantendo - e ciò è una delle finalità principali della monarchia - sviluppo ai giocatori di casa. Carlo Ancelotti ha commentato: «Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita offre più soldi del calcio europeo. È chiaro che magari si dovranno assumere decisioni consone a bilanciare il mercato». Ma intanto le cose stanno così. Con buona pace di Toni Kroos. Il campione trentatreenne ha scritto sui social: «Scelta imbarazzante», riferendosi alla decisione di Gabri Veiga. Dimenticando però che il calcio di oggi non è più quello dei suoi tempi, quando i blasoni europei, dal Milan al Bayern Monaco, dal Real Madrid al Barcellona, spadroneggiavano finanziariamente e sul piano agonistico. Oggi, con atteggiamenti un po’ medieval-feudali e introducendo stravolgimenti mai visti prima, le offerte migliori arrivano dal medioriente. Prima con l’acquisto di società come il Psg, il Manchester City e lo United da parte dei qatarini. Dopo con lo sviluppo del torneo saudita. Gabri Veiga, giovanissimo, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi lavoratore in qualsiasi ambito. Ha selezionato la prospettiva più edificante per sé e per la sua famiglia. Magari pianificando di restare in Arabia per qualche anno, sistemare le generazioni a venire che porteranno il suo nome e, perché no, tornare nella vecchia Europa. forse al Real Madrid, se il suo talento fosse confermato.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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