True
2023-08-25
Mancini in Arabia per 30 (milioni di) denari
Roberto Mancini (Ansa)
Quando un vaso di ceramica cade e si frantuma al suolo, diverse sono le reazioni possibili. Si può sfoderare l’arte del turpiloquio, fantasiosa e assai creativa dalle nostre parti anche grazie alle specialità linguistiche regionali. Oppure, se si ama il Giappone, si può provare col kintusgi: unire i pezzi rotti di un oggetto con l’oro, impreziosendone le cicatrici come tratto distintivo del tempo che passa e della ricchezza interiore acquisita. Vale come metafora. Pensiamo a Roberto Mancini. Il rapporto con la Figc, in queste settimane, si è interrotto per incomprensioni e scarsa duttilità dei vertici del calcio nostrano a gestire al meglio la controversia. Lui ha scelto di defilarsi, ma l’oro per abbellire le sue cicatrici esistenziali lo ha trovato eccome. Diciamola tutta. Il portafoglio di un commissario tecnico di una nazionale di calcio non è mai stato tanto pingue come oggi: l’accordo con la selezione dell’Arabia Saudita sta essere annunciato, i dettagli sarebbero stati limati. Il Mancio firmerebbe un contratto fino al 2026 da 25-30 milioni di euro netti all’anno. Uno sproposito. Le sirene arabe blandivano l’allenatore già da diversi mesi e hanno prevalso. Gabriele Gravina dovrebbe archiviare questa conclusione di telenovela fra le svariate onte per il pallone tricolore. Insomma, agli arabi si presentava un ventaglio di possibilità per sostituire Hervè Renard, ct francese capace di conquistare il cuore di Riad portando la nazionale ai scorsi Mondiali del Qatar e migliorandone le qualità fisico-tattiche con l’arguzia tecnica degli specialisti europei: c’erano molti nomi, c’era Mourinho, c’era anche Mancini. Ma alla fine hanno scelto proprio Mancini. In parole povere sono riusciti a scippare - termine grossolano, però rende l’idea - un allenatore dalla panchina della Nazionale quattro volte campione del mondo. Una figura niente affatto lusinghiera per noi. Il mister di Jesi ci ha messo del suo, si è sentito, ha detto, poco considerato, avrebbe visto i suoi più stretti collaboratori collocati altrove per far spazio a nomi a lui poco graditi. Ma, abbandonando gli azzurri con un’email da Mykonos, si è consolato alla svelta. Non sarà da solo nella nuova avventura, molti dei suoi pretoriani lo scorteranno. Si vocifera che nello staff arabo lo accompagni Lele Oriali, ex team manager dell’Italia, oltre al tattico Andrea Gagliardi e ai fedelissimi ex blucerchiati Salsano, Nuciari, Lombardo, non scordando Battara e Scanavino. Insomma, un’Arabia saudita al sapor di pasta al pomodoro, ben lieta di spendere i suoi danari ingaggiando la meglio italianità. Come Mancini risolverà la grana contrattuale con Gravina è da capire. Di certo il presidente federale italiano non ha usato parole al miele nei confronti del suo ex ct: «Avevamo un rapporto professionale e di amicizia, le sue affermazioni sono state offensive e inopportune, non me le meritavo. Quanto all’allontanamento del suo staff come motivazione del suo addio, posso dire che solo Evani era uscito. Ed era in Nazionale prima dell’arrivo di Roberto. Di recente gli avevamo rafforzato il gruppo con Barzagli e Gagliardi, nomi indicati da lui». Tra le righe, Gravina vorrebbe intendere: in verità, Mancini aveva già pianificato di andarsene. Nonostante, qualche giorno prima, il diretto interessato avesse sottolineato: «Se a Gravina fosse interessato tenermi sulla panchina degli azzurri, mi avrebbe chiamato». Resta il fatto che l’Italia fa una figura poco edificante agli occhi del mondo e pure la questione dell’ingaggio di Luciano Spalletti, nuovo ct, presenta criticità. La clausola rescissoria imposta da Aurelio De Laurentiis per lasciar libero l’ex allenatore del Napoli - circa 3 milioni di euro - è ancora motivo di contenzioso tra avvocati, la piazza partenopea pare parteggiare per il patron, considerando i termini dell’addio di Spalletti, tutt’ora alle prese con la controversia giuridica, poco chiari e poco onorevoli per la città campana, e a inizio settembre ci aspettano al varco le partite contro la Macedonia del Nord e l’Ucraina in vista della qualificazione a Euro 2024. Compagini non irresistibili, ma se si perde son dolori. Nel frattempo, Mancini dovrà mettere a punto il suo progetto mediorientale. Il campionato saudita sta accrescendo il potenziale a vista d’occhio, complice l’innesto progressivo dei più fecondi pedatori del mondo. L’obiettivo della monarchia araba è qualificarsi ai prossimi Mondiali, ma anche vincere la Coppa d’Asia in programma dal prossimo gennaio. Non accade dal 1996. Il primo impegno dei sauditi sarebbe pianificato l’8 settembre contro il Costa Rica, mentre quattro giorni dopo li attenderebbe un’altra amichevole con la Corea del Sud. A novembre toccherebbe alle qualificazioni ai Mondiali: gli arabi sarebbero nello stesso gruppo di Giordania, Tagikistan e una tra Cambogia e Pakistan. Nota di colore, la Cambogia è stata allenata dall’ex fantasista milanista e nipponico Keisuke Honda. Gli impegni agonistici però non attenueranno gli strascichi polemici destinati a condire il pallone nostrano ancora per un bel po’. E se, con tutti gli scongiuri del caso, l’esordio di Spalletti non risultasse così convincente come da auspici, ecco che Lawrence d’Arabia, pardòn, Mancio d’Arabia, dagli impianti iper tecnologici del deserto, accarezzerebbe il suo portafoglio avvertendo un brivido di adrenalina.
Il giovane Veiga sceglie il deserto e innesca le critiche fra calciatori
Gabri Veiga, spagnolo, classe 2002, sta per diventare un nuovo giocatore dell’Al-Ahli. Non è una notizia di poco conto: il gioiellino del Celta Vigo è considerato tra i centrocampisti più promettenti della sua generazione, molte società gli avevano messo gli occhi addosso. Ma il baby fenomeno ha scelto l’offerta più remunerativa: contratto fino al 2027, 12,5 milioni di euro a stagione. Nelle casse del Celta verranno versati 40 milioni. L’atleta troverà, tra i nuovi compagni di squadra, Frack Kessiè, Firmino, il turco Demiral, ex Atalanta e Juventus. Il Napoli resta beffato: l’affare stava per andare in porto per i partenopei che avevano offerto 36 milioni al club spagnolo e 2,2 milioni netti a stagione al calciatore. Non è bastato. «In verità, De Laurentiis e i suoi dirigenti non hanno voluto pagare la clausola rescissoria», spiega Pini Zahavi, agente di Gabri Veiga, interpellato nel programma radiofonico iberico El Partidazo de Cope. Questa sarebbe una delle ragioni per cui l’accordo con i napoletani sarebbe saltato. Ma la causa vera sarebbe ben più succosa: il giocatore avrebbe optato per lo stipendio più cospicuo. Questo la dice lunga sulla gittata progettuale dell’ormai ricchissima lega saudita. Oltre ai totem CR7 e Neymar, fenomeni che fanno colore, elargiscono prestigio e somigliano ai funamboli in un circo, insomma, sono gli elementi indispensabili per valorizzare lo spettacolo di un campionato, ingaggiare un giovincello di belle speranze e tanto talento come Gabri Veiga significa dar sostanza a un orizzonte lungo. Stessa cosa si può dire per l’ingaggio di Milinkovic Savic, 28 anni, o per Ruben Neves, 26, entrambi accasati a Riad. Il campionato arabo sta diventando un’attrazione mondiale in grado di far sbocciare piante feconde nei prossimi anni, garantendo - e ciò è una delle finalità principali della monarchia - sviluppo ai giocatori di casa. Carlo Ancelotti ha commentato: «Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita offre più soldi del calcio europeo. È chiaro che magari si dovranno assumere decisioni consone a bilanciare il mercato». Ma intanto le cose stanno così. Con buona pace di Toni Kroos. Il campione trentatreenne ha scritto sui social: «Scelta imbarazzante», riferendosi alla decisione di Gabri Veiga. Dimenticando però che il calcio di oggi non è più quello dei suoi tempi, quando i blasoni europei, dal Milan al Bayern Monaco, dal Real Madrid al Barcellona, spadroneggiavano finanziariamente e sul piano agonistico. Oggi, con atteggiamenti un po’ medieval-feudali e introducendo stravolgimenti mai visti prima, le offerte migliori arrivano dal medioriente. Prima con l’acquisto di società come il Psg, il Manchester City e lo United da parte dei qatarini. Dopo con lo sviluppo del torneo saudita. Gabri Veiga, giovanissimo, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi lavoratore in qualsiasi ambito. Ha selezionato la prospettiva più edificante per sé e per la sua famiglia. Magari pianificando di restare in Arabia per qualche anno, sistemare le generazioni a venire che porteranno il suo nome e, perché no, tornare nella vecchia Europa. forse al Real Madrid, se il suo talento fosse confermato.
Continua a leggereRiduci
L’ex tecnico azzurro pronto ad allenare la nazionale saudita in cambio di un triennale da capogiro. Dovrebbe aver con sé gran parte dei membri dello staff costati la rottura con Gabriele Gravina. Figuraccia per la Figc: ci siamo fatti scippare il selezionatore. Niente Napoli per l’iberico di 21 anni, Gabri Veiga: all’Al-Ahli prenderà il quintuplo. Toni Kroos lo irride.Lo speciale contiene due articoli. Quando un vaso di ceramica cade e si frantuma al suolo, diverse sono le reazioni possibili. Si può sfoderare l’arte del turpiloquio, fantasiosa e assai creativa dalle nostre parti anche grazie alle specialità linguistiche regionali. Oppure, se si ama il Giappone, si può provare col kintusgi: unire i pezzi rotti di un oggetto con l’oro, impreziosendone le cicatrici come tratto distintivo del tempo che passa e della ricchezza interiore acquisita. Vale come metafora. Pensiamo a Roberto Mancini. Il rapporto con la Figc, in queste settimane, si è interrotto per incomprensioni e scarsa duttilità dei vertici del calcio nostrano a gestire al meglio la controversia. Lui ha scelto di defilarsi, ma l’oro per abbellire le sue cicatrici esistenziali lo ha trovato eccome. Diciamola tutta. Il portafoglio di un commissario tecnico di una nazionale di calcio non è mai stato tanto pingue come oggi: l’accordo con la selezione dell’Arabia Saudita sta essere annunciato, i dettagli sarebbero stati limati. Il Mancio firmerebbe un contratto fino al 2026 da 25-30 milioni di euro netti all’anno. Uno sproposito. Le sirene arabe blandivano l’allenatore già da diversi mesi e hanno prevalso. Gabriele Gravina dovrebbe archiviare questa conclusione di telenovela fra le svariate onte per il pallone tricolore. Insomma, agli arabi si presentava un ventaglio di possibilità per sostituire Hervè Renard, ct francese capace di conquistare il cuore di Riad portando la nazionale ai scorsi Mondiali del Qatar e migliorandone le qualità fisico-tattiche con l’arguzia tecnica degli specialisti europei: c’erano molti nomi, c’era Mourinho, c’era anche Mancini. Ma alla fine hanno scelto proprio Mancini. In parole povere sono riusciti a scippare - termine grossolano, però rende l’idea - un allenatore dalla panchina della Nazionale quattro volte campione del mondo. Una figura niente affatto lusinghiera per noi. Il mister di Jesi ci ha messo del suo, si è sentito, ha detto, poco considerato, avrebbe visto i suoi più stretti collaboratori collocati altrove per far spazio a nomi a lui poco graditi. Ma, abbandonando gli azzurri con un’email da Mykonos, si è consolato alla svelta. Non sarà da solo nella nuova avventura, molti dei suoi pretoriani lo scorteranno. Si vocifera che nello staff arabo lo accompagni Lele Oriali, ex team manager dell’Italia, oltre al tattico Andrea Gagliardi e ai fedelissimi ex blucerchiati Salsano, Nuciari, Lombardo, non scordando Battara e Scanavino. Insomma, un’Arabia saudita al sapor di pasta al pomodoro, ben lieta di spendere i suoi danari ingaggiando la meglio italianità. Come Mancini risolverà la grana contrattuale con Gravina è da capire. Di certo il presidente federale italiano non ha usato parole al miele nei confronti del suo ex ct: «Avevamo un rapporto professionale e di amicizia, le sue affermazioni sono state offensive e inopportune, non me le meritavo. Quanto all’allontanamento del suo staff come motivazione del suo addio, posso dire che solo Evani era uscito. Ed era in Nazionale prima dell’arrivo di Roberto. Di recente gli avevamo rafforzato il gruppo con Barzagli e Gagliardi, nomi indicati da lui». Tra le righe, Gravina vorrebbe intendere: in verità, Mancini aveva già pianificato di andarsene. Nonostante, qualche giorno prima, il diretto interessato avesse sottolineato: «Se a Gravina fosse interessato tenermi sulla panchina degli azzurri, mi avrebbe chiamato». Resta il fatto che l’Italia fa una figura poco edificante agli occhi del mondo e pure la questione dell’ingaggio di Luciano Spalletti, nuovo ct, presenta criticità. La clausola rescissoria imposta da Aurelio De Laurentiis per lasciar libero l’ex allenatore del Napoli - circa 3 milioni di euro - è ancora motivo di contenzioso tra avvocati, la piazza partenopea pare parteggiare per il patron, considerando i termini dell’addio di Spalletti, tutt’ora alle prese con la controversia giuridica, poco chiari e poco onorevoli per la città campana, e a inizio settembre ci aspettano al varco le partite contro la Macedonia del Nord e l’Ucraina in vista della qualificazione a Euro 2024. Compagini non irresistibili, ma se si perde son dolori. Nel frattempo, Mancini dovrà mettere a punto il suo progetto mediorientale. Il campionato saudita sta accrescendo il potenziale a vista d’occhio, complice l’innesto progressivo dei più fecondi pedatori del mondo. L’obiettivo della monarchia araba è qualificarsi ai prossimi Mondiali, ma anche vincere la Coppa d’Asia in programma dal prossimo gennaio. Non accade dal 1996. Il primo impegno dei sauditi sarebbe pianificato l’8 settembre contro il Costa Rica, mentre quattro giorni dopo li attenderebbe un’altra amichevole con la Corea del Sud. A novembre toccherebbe alle qualificazioni ai Mondiali: gli arabi sarebbero nello stesso gruppo di Giordania, Tagikistan e una tra Cambogia e Pakistan. Nota di colore, la Cambogia è stata allenata dall’ex fantasista milanista e nipponico Keisuke Honda. Gli impegni agonistici però non attenueranno gli strascichi polemici destinati a condire il pallone nostrano ancora per un bel po’. E se, con tutti gli scongiuri del caso, l’esordio di Spalletti non risultasse così convincente come da auspici, ecco che Lawrence d’Arabia, pardòn, Mancio d’Arabia, dagli impianti iper tecnologici del deserto, accarezzerebbe il suo portafoglio avvertendo un brivido di adrenalina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mancini-in-arabia-30-milioni-2664400114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giovane-veiga-sceglie-il-deserto-e-innesca-le-critiche-fra-calciatori" data-post-id="2664400114" data-published-at="1692967282" data-use-pagination="False"> Il giovane Veiga sceglie il deserto e innesca le critiche fra calciatori Gabri Veiga, spagnolo, classe 2002, sta per diventare un nuovo giocatore dell’Al-Ahli. Non è una notizia di poco conto: il gioiellino del Celta Vigo è considerato tra i centrocampisti più promettenti della sua generazione, molte società gli avevano messo gli occhi addosso. Ma il baby fenomeno ha scelto l’offerta più remunerativa: contratto fino al 2027, 12,5 milioni di euro a stagione. Nelle casse del Celta verranno versati 40 milioni. L’atleta troverà, tra i nuovi compagni di squadra, Frack Kessiè, Firmino, il turco Demiral, ex Atalanta e Juventus. Il Napoli resta beffato: l’affare stava per andare in porto per i partenopei che avevano offerto 36 milioni al club spagnolo e 2,2 milioni netti a stagione al calciatore. Non è bastato. «In verità, De Laurentiis e i suoi dirigenti non hanno voluto pagare la clausola rescissoria», spiega Pini Zahavi, agente di Gabri Veiga, interpellato nel programma radiofonico iberico El Partidazo de Cope. Questa sarebbe una delle ragioni per cui l’accordo con i napoletani sarebbe saltato. Ma la causa vera sarebbe ben più succosa: il giocatore avrebbe optato per lo stipendio più cospicuo. Questo la dice lunga sulla gittata progettuale dell’ormai ricchissima lega saudita. Oltre ai totem CR7 e Neymar, fenomeni che fanno colore, elargiscono prestigio e somigliano ai funamboli in un circo, insomma, sono gli elementi indispensabili per valorizzare lo spettacolo di un campionato, ingaggiare un giovincello di belle speranze e tanto talento come Gabri Veiga significa dar sostanza a un orizzonte lungo. Stessa cosa si può dire per l’ingaggio di Milinkovic Savic, 28 anni, o per Ruben Neves, 26, entrambi accasati a Riad. Il campionato arabo sta diventando un’attrazione mondiale in grado di far sbocciare piante feconde nei prossimi anni, garantendo - e ciò è una delle finalità principali della monarchia - sviluppo ai giocatori di casa. Carlo Ancelotti ha commentato: «Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita offre più soldi del calcio europeo. È chiaro che magari si dovranno assumere decisioni consone a bilanciare il mercato». Ma intanto le cose stanno così. Con buona pace di Toni Kroos. Il campione trentatreenne ha scritto sui social: «Scelta imbarazzante», riferendosi alla decisione di Gabri Veiga. Dimenticando però che il calcio di oggi non è più quello dei suoi tempi, quando i blasoni europei, dal Milan al Bayern Monaco, dal Real Madrid al Barcellona, spadroneggiavano finanziariamente e sul piano agonistico. Oggi, con atteggiamenti un po’ medieval-feudali e introducendo stravolgimenti mai visti prima, le offerte migliori arrivano dal medioriente. Prima con l’acquisto di società come il Psg, il Manchester City e lo United da parte dei qatarini. Dopo con lo sviluppo del torneo saudita. Gabri Veiga, giovanissimo, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi lavoratore in qualsiasi ambito. Ha selezionato la prospettiva più edificante per sé e per la sua famiglia. Magari pianificando di restare in Arabia per qualche anno, sistemare le generazioni a venire che porteranno il suo nome e, perché no, tornare nella vecchia Europa. forse al Real Madrid, se il suo talento fosse confermato.
Rocco Maruotti, segretario generale dell'Anm (Imagoeconomica)
Vogliamo lavorare con il ministero e con gli avvocati sulle riforme necessarie per l’efficienza della giustizia, come le piante organiche e il tema degli applicativi informatici». «L’Anm», sottolinea Maruotti, gettando acqua sul fuoco, «non è un attore politico, ma è sempre intervenuta nel dibattito pubblico sui temi della giustizia con una certa postura e, come in questa occasione referendaria, evitando una contrapposizione frontale».
Anche Cesare Parodi, presidente dimissionario dell’Anm intervenuto a Rtl 102.5, rispondendo a una domanda sui cori dei magistrati con Bella ciao a Napoli dopo l’esito del referendum, ha cercato di stemperare il clima, ma senza attaccare i colleghi.
«Se è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione», ha detto Parodi, «credo che sia quantomeno umanamente comprensibile anche se io certamente non l’avrei fatto. Ma ognuno ha il suo carattere, io non critico nessuno, ognuno ha le sue reazioni, io non posso certamente richiamare nessuno, prendo atto di questo». «Secondo me non è un qualcosa di politico», ha aggiunto, «io sicuramente non ho mai avuto atteggiamenti di questo tipo e condivido le indicazioni del presidente Mattarella che ha detto a tutti, non solo ai magistrati, di mantenere sempre un contegno istituzionale e una compostezza che secondo me sono
assolutamente importanti. È stato, credo, non certamente un atteggiamento politico, un momento di sfogo dopo una lunga tensione».
Parodi ha poi chiarito che le sue dimissioni, rese pubbliche a cavallo tra la chiusura dei seggi e l’inizio dello spoglio, nascono da ragioni familiari: «Non c’è nessun nesso con il risultato, non sapevo di aver vinto quando l’ho comunicato, avevo un minuto di tempo per dirlo a urne chiuse e prima degli exit poll e in quel minuto l’ho detto». «È una motivazione personale, devo dire nemmeno troppo originale, legata a motivi di salute di una persona cara, quindi nulla di strano», ha ribadito, per poi escludere una sua entrata in politica: «Ho letto delle cose assurde sui social, che sarei stato minacciato o che mi hanno offerto posti politici, cose di questo tipo, ma assolutamente no».
Il successore di Parodi potrebbe essere eletto già sabato 28 marzo. La toga formalizzerà il passo indietro nella riunione del comitato direttivo centrale dell’Anm che era già fissata per sabato prossimo ma, a quanto risulta, all’ordine del giorno della riunione è stato inserito anche un punto relativo all’elezione del nuovo presidente.
A guastare i tentativi di distensione da parte della magistratura associata sono però arrivate le dichiarazioni dell’ex presidente dell’Anm Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano. Per la toga dal referendum sulla giustizia «esce travolta un’intera classe dirigente dell’avvocatura» e se «esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza» dentro al mondo dell’avvocatura e delle «camere penali» in una «campagna di violenta delegittimazione della magistratura» che si è alleata «con le posizioni più estreme e non di rado volgari». In un post sui social Poniz attacca chi non ha «esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta, anche in nome di avvocati che certo quel mandato non hanno mai conferito, come raccontano i tanti coraggiosi avvocati che si sono sottratti a un’operazione davvero sconcertante per l’insensibilità istituzionale che dimostrava». «Quale sia il destino dei dirigenti delle camere penali - ancora una volta battute su un tema che è diventato una ossessione e agitato come slogan, come esattamente compreso da chi ha detto No - è problema che riguarda loro», scrive la toga.
L’Ordine degli avvocati di Milano ha espresso «sconcerto e preoccupazione» per le parole di Poniz e ribadito «come la cultura della giurisdizione si indebolisca ogni volta che il confronto scivola nella contrapposizione, addirittura nella denigrazione di una categoria, e si comprometta quando si evocano logiche di resa dei conti, tanto più se affidate ai social». «Il rapporto tra avvocatura e magistratura è», prosegue la nota, «per sua natura, dialettico, ma deve restare fondato su rispetto, lealtà e verità» perché «è su questo terreno che si tutela davvero la giustizia».
Continua a leggereRiduci
Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro (Ansa)
La decisione del sottosegretario arriva per via del suo coinvolgimento nella 5 Forchette srl, società che gestiva il ristorante Bisteccheria d’Italia a Roma. La società era posseduta anche da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per aver favorito le attività della camorra a Roma. L’uomo infatti risulta legato al clan Senese. «Ho consegnato le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio», le parole di Delmastro.
La capo di gabinetto Bartolozzi si dimette invece per ragioni politiche. Nel mirino le sue frasi pronunciate contro le toghe in piena campagna referendaria, giudicate quanto meno inopportune per un alto funzionario del ministero della Giustizia, che aveva definito certe toghe paragonabili a «plotoni di esecuzione». In precedenza l’ex deputata era stata indagata dalla Procura di Roma con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri sulla liberazione del cittadino libico Almasri, indagini concluse però in un nulla di fatto, con l’avviso di conclusione delle indagini notificato a fine febbraio.
Queste dimissioni precedono il question time del ministro Nordio, previsto per oggi. Intervento che alle opposizioni non basta perché dopo gli ultimi avvenimenti hanno deciso di chiedere chiarimenti anche al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La prima a pretendere l’intervento in Aula del premier è stata Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. Francesco Boccia, capo dei senatori dem, si domanda: «Fino a ieri Delmastro e Bartolozzi, nonostante le richieste delle opposizioni, sono rimasti al loro posto con il ministro Nordio a difendere il loro operato. Ora, nel giro di mezz'ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuto il presidente del Consiglio? Il ministro della Giustizia ha cambiato idea?».
Un treno di dimissioni gradito da Meloni , che «esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla giustizia e del capo di gabinetto di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Tuttavia: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè». Chiedono nuovamente le sue dimissioni a gran voce anche i 5 stelle. «L’elenco degli orrori non è finito. L’impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche il ministro Santanchè?», si domanda sui social Giuseppe Conte. Mentre il Pd annuncia una mozione di sfiducia.
Ed in serata la leader dem, Elly Schlein, a cercare di prendersi la scena: «Dimissioni tardive, il caso Delmastro è gravissimo e continueremo a seguirlo. Se la maggioranza non avesse perso avrebbe fatto queste scelte? La Meloni pensi agli interessi dell’Italia, non può più permettersi ministri leggeri».
Santanchè è indagata dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento di Bioera Spa. Un filone che si somma alle precedenti inchieste per bancarotta riguardanti Ki Group e per falso in bilancio e truffa aggravata inerenti alla gestione di Visibilia Editore.
La responsabilità politica per l’esito del voto, tuttavia, resta del ministro Nordio, che ieri con grande dignità nello studio di Start, su Sky Tg24, ha riconosciuto la paternità della sconfitta al referendum sulla riforma che, come ha ricordato lui stesso: «In gran parte porta il mio nome». Non ha parlato di sue dimissioni respingendole nel pomeriggio, ma circa l’ipotesi di un prosieguo del suo mandato in un eventuale futuro governo Meloni ha chiarito: «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby. Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno». E poi ha ribadito: «Sono stato chiamato a questo altissimo incarico, per il quale ringrazio e ringrazierò sempre il premier, per fare una serie di riforme, la più importante delle quali purtroppo non è andata bene, probabilmente anche per colpa mia».
Continua a leggereRiduci