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2018-12-04
Ma a scortare la manovra c’è la cavalleria Usa
ANSA
Si sente in lontananza la tromba del Settimo Cavalleggeri. Il presidente Donald Trump in un tweet: «Il premier Giuseppe Conte sta lavorando duro per l'economia italiana e avrà molto successo». L'ambasciatore in Italia Lewis Eisenberg all'Aspen Institute di Roma: «Il processo sul budget che ha intrapreso Roma è molto significativo per l'Italia, l'Unione europea e per il mondo». Le due dichiarazioni tutt'altro che di facciata dimostrano come il governo Lega-5 stelle possa contare su un alleato sempre meno occulto, sempre più interessato alle sorti del nostro Paese dopo qualche anno di pigra passività obamiana: gli Stati Uniti.
Washington ha deciso di uscire allo scoperto, evidentemente convinta che in questa delicatissima fase di trattative con l'Europa a trazione tedesca (quindi ottusamente rigorista per vocazione) l'Italia abbia bisogno di un partner di sostegno capace di incutere timore e allungare l'ombra a oscurare la vallata. Così, come mamma orsa che si staglia con tutta la sua imponenza dietro il cucciolo minacciato dal coguaro, l'amministrazione Usa ha alzato il livello di approvazione dei passi economici intrapresi da Palazzo Chigi così contestati da Bruxelles da rischiare la procedura d'infrazione.
Ieri mattina nel bilaterale «Us-Italy Dialogue» l'ambasciatore americano non si è fermato ai convenevoli, ma ha promosso la manovra e ha attribuito al nostro Paese una posizione strategica sullo scacchiere continentale. «Gli Stati Uniti vogliono raggiungere con l'Europa un accordo commerciale di successo come quelli con Canada e Messico. E in questo l'Italia può giocare un ruolo fondamentale, che non va sottostimato. La vostra è una delle economie più grandi al mondo. Non c'è mai stato un momento migliore per comprare Made in Usa e Made in Italy».
Poi l'ambasciatore, soppesando le parole, ha fatto squillare le trombe laggiù in fondo al canyon: «Se i negoziatori europei adottano l'approccio aperto dell'Italia ai negoziati, sono sicuro che sia gli americani, sia gli italiani arriveranno a un accordo giusto». Una frase un po' criptica che sta a significare tre cose: il Dipartimento di Stato non sta perdendo una sillaba dell'aspra trattativa fra Roma e Bruxelles; ritiene che la manovra espansiva voluta dal governo Conte sia più intelligente e lungimirante del solito scafandro decimale amato dagli euroburocrati; auspica che la stessa strategia dialettica venga adottata nella trattativa commerciale con gli States.
Il primo a cogliere il valore di un simile endorsement è stato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, presente all'Aspen Institute: «Gli Stati Uniti sono a fianco dell'Italia nella sua azione a favore di una manovra economica più espansiva. Penso che quanto abbiamo sentito sia chiaro: gli Usa sono al nostro fianco perché siamo per loro un partner importante, di conseguenza quando la nostra economia va meglio questo giova all'insieme del rapporto con gli Stati Uniti, come all'insieme del rapporto con gli altri Paesi dell'Unione europea. Le notizie le dobbiamo aspettare dal ministro Giovanni Tria a Bruxelles. Per noi il negoziato è essenziale, si tratta di un negoziato fisiologico».
È bene precisare che gli Stati Uniti non si sono messi al fianco dell'Italia per puro spirito di fratellanza o solo per una consonanza politica sui grandi temi della lotta alla recessione e all'immigrazione clandestina, ma perché vedono nel governo Lega-5 stelle l'alleato ideale per arginare le pretese neocoloniali francesi in Libia e scardinare lo strapotere tedesco dentro la Ue.
L'amministrazione Trump non ha mai fatto mistero di voler depotenziare la Germania. Lo ha fatto accendendo la miccia dello scandalo Volskswagen sulle emissioni, lo ha fatto scoperchiando la botola dei titoli tossici della Deutsche Bank, lo ha fatto mettendo a disposizione del mondo le fotografie delle turbine tedesche Siemens in arrivo al porto di Sebastopoli alla faccia dell'embargo alla Russia. È chiaro che un'Italia capofila del malumore anti tedesco alla Casa Bianca fa molto comodo.
La corte dell'amico americano non è per niente nuova. Fin dalla settimana nera della formazione del governo - 29 maggio, quando Sergio Mattarella si incartò sul nome di Paolo Savona, ingaggiando per 12 ore Carlo Cottarelli e facendo salire lo spread a 303 punti - i primi a indignarsi per il tradimento del mandato popolare e a comprare titoli di Stato per far rientrare la crisi istituzionale furono i banchieri filo governativi di Wall Street. Il 30 luglio, durante l'incontro fra Conte e Trump (e al di là delle folcloristiche pacche sulle spalle), il governo italiano fu incoraggiato a mantenere la linea dura sull'immigrazione illegale. E al premier furono date garanzie di supporto politico all'Onu. Anche il dossier libico va nella direzione della partnership Usa-Italia: il piano di Emmanuel Macron è stato polverizzato alle Nazioni Unite e oggi (grazie a una positiva triangolazione con l'inglese Bp contro la francese Total) l'Eni sta rafforzando il suo peso nell'area.
A conferma del vento che spira da Washington, Nick Gartside, manager di vertice di Jp Morgan, poche settimane fa mandò in depressione gli economisti progressisti con una sola frase: «Alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l'esposizione in Btp. Il vostro deficit non preoccupa, anche il governo americano sta facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano». E il Segretario al Tesoro, Steve Mnuchin aggiunse: «L'Italia non rappresenta un fattore di rischio, la sostenibilità del debito è fuori discussione». Il clima è lievemente diverso dai temporali procedurali e mediatici provenienti da Bruxelles. Dovendo aprire l'ombrello, sapere che è quello di John Wayne offre qualche garanzia in più.
Finanza e Ue usano il manganello: «I mercati vi faranno ragionare»
Lo spread scende, la Borsa vola, eppure l'Unione europea (spalleggiata dalle banche d'affari) continua a tenere sotto scacco l'Italia, anche se la linea dura sulla manovra in realtà inizia a mostrare alcune crepe.
Ieri a Bruxelles il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, poco prima della riunione dell'Eurogruppo, ha incontrato il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, per discutere della manovra italiana. Come è andata? A leggere le dichiarazioni di Dombrovskis, male; se invece consultiamo i numeri, quei numeri tanto cari ai burosauri di Bruxelles, i mercati hanno dimostrato di avere grande fiducia nella strategia economica del governo italiano. Ieri, in particolare, lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in netto calo, a 283 punti base; il rendimento del titolo italiano a 10 anni è sceso al 3,14%, il più basso da due mesi.
Ottima anche la sessione di Piazza Affari: il Ftse Mib ha chiuso con un rialzo del 2,26% a 19.622 punti, la miglior performance delle borse europee, con i titoli bancari sugli scudi: Intesa + 3,15%, Unicredit +3,02%, Ubi +2,43%, Banco Bpm +6,29%, Bper +4,61%. Gli analisti hanno attribuito, almeno in parte, l'eccellente seduta della Borsa e il calo dello spread al clima positivo che si è stabilito tra Italia e Unione europea, oltre che alla distensione tra Usa e Cina sul fronte della guerra commerciale a suon di dazi sulle merci.
Al termine del colloquio tra Tria e Dombrovskis, il ministero dell'Economia ha diffuso una nota nella quale, rispetto «ai negoziati in corso sulla legge di bilancio per il 2019», i due protagonisti dell'incontro «hanno espresso la comune volontà di trovare al più presto una soluzione al contenzioso sulla manovra tra Roma e Bruxelles».
Eppure, le dichiarazioni di Dombrovskis sono state, come di consueto, pessimistiche: «Siamo», ha detto il vicepresidente della Commissione, «in una fase di discussione intensa con le autorità italiane. Come sapete abbiamo concluso che aprire una procedura per deficit eccessivo è giustificato, e gli Stati membri hanno confermato questa conclusione. Quindi», ha aggiunto Dombrovskis, «adesso sta all'Italia venire con delle correzioni sostanziali per il loro piano di budget 2019. Ho appena avuto un incontro col ministro Tria in cui abbiamo discusso proprio di questo ma adesso aspettiamo passi concreti da parte dell'Italia».
L'ineffabile vice di Jean Claude Juncker evidentemente ha il compito di recitare la parte del «poliziotto cattivo: «La strategia del governo italiano», ha aggiunto Dombrovskis, «non sembra funzionare ed è importante che la cambi. È stata pensata per essere uno stimolo e facilitare la crescita, invece questa crescita non si sta materializzando, mentre c'è un aumento considerevole dei rendimenti che comincia a pesare sull'economia reale». Considerazioni che fanno a pugni con il calo del rendimento del titolo a 10 anni, ma tant'è.
I panni del «poliziotto buono», ieri, li ha indossati il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici: «Continuiamo il dialogo con l'Italia», ha detto Moscovici, «per trovare una soluzione e continuiamo intanto a preparare la nostra decisione, perché l'iter della procedura di infrazione è stato avviato e gli Stati l'hanno appoggiato. Ci sono nuove proposte e idee sul tavolo che vanno nella giusta direzione», ha aggiunto Moscovici, «ma il gap con le regole del patto di stabilità è ancora ampio e quindi ancora non ci siamo». E i tempi della procedura? «La Commissione europea», ha sottolineato Moscovici, «ha il pieno controllo della tempistica nell'eventuale procedura per deficit eccessivo, relativa al debito, contro l'Italia. Permetterete alla Commissione di definirsi come signora del tempo». Lo stesso Moscovici così accomodante con il nostro Paese non era stato, però, alla vigilia del G20, quando, intervistato, si è dimenticato (?) di inserire l'Italia nel suo personale elenco delle democrazie liberali: Canada, Australia, Germania, Inghilterra, Unione europea (che ora è una nazione) e il Giappone. Gli Usa, per Moscovici, vanno a braccetto di Russia, Cina e altri nel novero degli «illiberali». L'Italia, come detto, resta nel limbo. Ma tant'è.
La giornata di ieri, quella che ha fatto registrare questi eccellenti risultati in borsa e sullo spread, è stata la stessa giornata nella quale Goldman Sachs, una delle più grandi banche d'affari del mondo, ha pubblicato il suo European Outlook, rapporto secondo il quale «l'Italia è fra i rischi che potrebbero complicare più del previsto lo scenario di mercato europeo nel 2019, la crisi di bilancio rimane irrisolta e l'economia italiana flirterà con la recessione all'inizio del prossimo anno». Goldman Sachs conferma la stima di una crescita italiana ferma allo 0,4% nel 2019».
Non solo: l'agenzia di rating Fitch ha parlato di «rischi significativi» per l'Italia in termini di raggiungimento degli obiettivi fiscali, soprattutto dopo il 2019, e ha detto di «dubitare che la minaccia di una procedura Ue per deficit eccessivo possa spingere Roma a cambiare il suo piano sul bilancio pubblico».
In serata, il premier Giuseppe Conte, rispondendo a una domanda sulla possibilità di far scendere il rapporto deficit/pil stimato in manovra per il 2019 sotto il 2%, ha risposto così: «Non sto lavorando a questo obiettivo. Siamo in pieno periodo di approvazione del disegno di legge di bilancio, stiamo valutando tutti gli emendamenti e sto lavorando a tempo pieno nell'interlocuzione con le istituzioni Ue. Nel volgere di qualche giorno avremo un ulteriore passaggio con le istituzioni Ue», ha aggiunto Conte, «e confido di poter pervenire a quello che e il mio grande obiettivo, e cioè una soluzione condivisa che ci possa evitare l'infrazione».
La Bce dal 2019 sosterrà più Berlino che noi
Ai più, il «capital key» della Banca centrale europea potrà sembrare un tecnicismo da economisti esperti. In effetti, lo è. Il problema è che ha un grande impatto sull'economia italiana.
Ieri, infatti, l'organismo ha reso noto il nuovo schema di sottoscrizione del capitale dell'istituto centrale basato a Francoforte che entrerà in vigore dal primo gennaio 2019, in sostanza la «fetta» di capitale detenuta dalle banche centrali dei singoli Stati membri.
Il cosiddetto «capital key» viene ricalcolato ogni cinque anni ed è fondato sulla dimensione delle economie di ogni Paese e della popolazione. Considerato inizialmente come un fatto tecnico, oggi questo numero sta assumendo un significato più importante perché è utilizzato per scegliere la porzione di acquisto dei bond governativi, come previsto dal programma di stimolo della Bce denominato Quantitative easing.
Secondo le nuove tabelle, l'incidenza della Banca di Italia scenderà a partire da gennaio all'11,8023% dal 12,3108% degli ultimi cinque anni. In parole povere, in totale 16 banche centrali nazionali avranno una maggiore «capital key» (vedranno aumentare la propria quota Belgio, Germania, Estonia, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Austria e Finlandia) mentre 12, fra cui l'Italia, subiranno una riduzione. Oltre all'Italia, inoltre, anche la un altro Paese inguaiato come la Grecia subirà un calo (a 2,4839% dal 2,8884%). Lo stesso vale per la Spagna che scende dal'8,84% all'8,33%.
Il problema di questa decisione è che il ricalcolo molto probabilmente avrà ricadute sui reinvestimenti dei capitali giunti a maturazione nell'ambito del Quantitative easing, il programma di riacquisto titoli voluto da Mario Draghi e che ha sostenuto a lungo il mercato obbligazionario.
Il consiglio direttivo della Bce intende infatti proseguire con i reinvestimenti a lungo dopo la fine degli acquisti netti. Il punto è che questi reinvestimenti avvengono in base alle capital keys.
La prossima riunione del consiglio della Bce, fissata per il 13 dicembre, sarà l'occasione giusta per scoprire se i reinvestimenti verranno subito rimodulati a partire dal 1 gennaio 2019 sulla base delle nuove capital keys oppure no.
Quello che è chiaro è che dal ricalcolo esce vincitrice la Bundesbank, la banca centrale tedesca, che vede la propria percentuale salire dal 17,9973% al 18,3670% e in misura minore la banca centrale francese la cui percentuale passa dall'attuale 14,1792% al 14,2061%.
Il punto è proprio questo. Nelle condizioni in cui si trova l'economia italiana - che nel terzo trimestre ha visto arrivare il Pil a quota -0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (dunque in recessione) - l'istituto centrale che più dovrebbe (almeno in teoria) proteggere le economie più deboli mette a punto uno strategia - ineccepibile se si guarda alla fredda regola che la sottiene, ovvero il riferimento al Pil dei Paesi - che favorisce la Germania e penalizza, di riflesso, del nostro Paese e di Stati ancora più in difficoltà come la Grecia.
Come se non bastasse, questa scelta contribuirà con ogni probabilità a far crescere lo spread tra Btp e bund e anche questa non è esattamente da considerarsi una notizia positiva.
In realtà molti analisti ritengono che la decisione di modificare i livelli di capital key per l'Italia non creerà scossoni troppo grandi. Lo spread dovrebbe salire di poco con questa decisione e lo stesso si può dire per la porzione di acquisto dei bond governativi da parte della Bce.
Come detto, il meccanismo risponde ad automatismi tecnici che hanno, come conseguenza, effetti depressivi proprio per quelle economie che invece avrebbero bisogno di una boccata di ossigeno.
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Attraverso l'ambasciatore Lewis Eisenberg, Washington si schiera ancora al nostro fianco: «Il processo sul budget è molto significativo». Ed Enzo Moavero Milanesi coglie la palla al balzo: «Gli Stati Uniti sono con noi». Per la superpotenza siamo un alleato strategico contro la Germania.Lo spread non cresce ma Bruxelles incalza. Valdis Dombrovskis: «Aspettiamo correzioni sostanziali». Goldman Sachs: «Ci penseranno le Borse». Giuseppe Conte chiaro: «Non lavoro a un deficit/Pil sotto il 2%».Abbassata la quota di capitale in mano a Bankitalia. Tradotto, meno acquisti di Btp a favore dei Bund.Lo speciale contiene tre articoli.Si sente in lontananza la tromba del Settimo Cavalleggeri. Il presidente Donald Trump in un tweet: «Il premier Giuseppe Conte sta lavorando duro per l'economia italiana e avrà molto successo». L'ambasciatore in Italia Lewis Eisenberg all'Aspen Institute di Roma: «Il processo sul budget che ha intrapreso Roma è molto significativo per l'Italia, l'Unione europea e per il mondo». Le due dichiarazioni tutt'altro che di facciata dimostrano come il governo Lega-5 stelle possa contare su un alleato sempre meno occulto, sempre più interessato alle sorti del nostro Paese dopo qualche anno di pigra passività obamiana: gli Stati Uniti.Washington ha deciso di uscire allo scoperto, evidentemente convinta che in questa delicatissima fase di trattative con l'Europa a trazione tedesca (quindi ottusamente rigorista per vocazione) l'Italia abbia bisogno di un partner di sostegno capace di incutere timore e allungare l'ombra a oscurare la vallata. Così, come mamma orsa che si staglia con tutta la sua imponenza dietro il cucciolo minacciato dal coguaro, l'amministrazione Usa ha alzato il livello di approvazione dei passi economici intrapresi da Palazzo Chigi così contestati da Bruxelles da rischiare la procedura d'infrazione. Ieri mattina nel bilaterale «Us-Italy Dialogue» l'ambasciatore americano non si è fermato ai convenevoli, ma ha promosso la manovra e ha attribuito al nostro Paese una posizione strategica sullo scacchiere continentale. «Gli Stati Uniti vogliono raggiungere con l'Europa un accordo commerciale di successo come quelli con Canada e Messico. E in questo l'Italia può giocare un ruolo fondamentale, che non va sottostimato. La vostra è una delle economie più grandi al mondo. Non c'è mai stato un momento migliore per comprare Made in Usa e Made in Italy». Poi l'ambasciatore, soppesando le parole, ha fatto squillare le trombe laggiù in fondo al canyon: «Se i negoziatori europei adottano l'approccio aperto dell'Italia ai negoziati, sono sicuro che sia gli americani, sia gli italiani arriveranno a un accordo giusto». Una frase un po' criptica che sta a significare tre cose: il Dipartimento di Stato non sta perdendo una sillaba dell'aspra trattativa fra Roma e Bruxelles; ritiene che la manovra espansiva voluta dal governo Conte sia più intelligente e lungimirante del solito scafandro decimale amato dagli euroburocrati; auspica che la stessa strategia dialettica venga adottata nella trattativa commerciale con gli States.Il primo a cogliere il valore di un simile endorsement è stato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, presente all'Aspen Institute: «Gli Stati Uniti sono a fianco dell'Italia nella sua azione a favore di una manovra economica più espansiva. Penso che quanto abbiamo sentito sia chiaro: gli Usa sono al nostro fianco perché siamo per loro un partner importante, di conseguenza quando la nostra economia va meglio questo giova all'insieme del rapporto con gli Stati Uniti, come all'insieme del rapporto con gli altri Paesi dell'Unione europea. Le notizie le dobbiamo aspettare dal ministro Giovanni Tria a Bruxelles. Per noi il negoziato è essenziale, si tratta di un negoziato fisiologico».È bene precisare che gli Stati Uniti non si sono messi al fianco dell'Italia per puro spirito di fratellanza o solo per una consonanza politica sui grandi temi della lotta alla recessione e all'immigrazione clandestina, ma perché vedono nel governo Lega-5 stelle l'alleato ideale per arginare le pretese neocoloniali francesi in Libia e scardinare lo strapotere tedesco dentro la Ue. L'amministrazione Trump non ha mai fatto mistero di voler depotenziare la Germania. Lo ha fatto accendendo la miccia dello scandalo Volskswagen sulle emissioni, lo ha fatto scoperchiando la botola dei titoli tossici della Deutsche Bank, lo ha fatto mettendo a disposizione del mondo le fotografie delle turbine tedesche Siemens in arrivo al porto di Sebastopoli alla faccia dell'embargo alla Russia. È chiaro che un'Italia capofila del malumore anti tedesco alla Casa Bianca fa molto comodo.La corte dell'amico americano non è per niente nuova. Fin dalla settimana nera della formazione del governo - 29 maggio, quando Sergio Mattarella si incartò sul nome di Paolo Savona, ingaggiando per 12 ore Carlo Cottarelli e facendo salire lo spread a 303 punti - i primi a indignarsi per il tradimento del mandato popolare e a comprare titoli di Stato per far rientrare la crisi istituzionale furono i banchieri filo governativi di Wall Street. Il 30 luglio, durante l'incontro fra Conte e Trump (e al di là delle folcloristiche pacche sulle spalle), il governo italiano fu incoraggiato a mantenere la linea dura sull'immigrazione illegale. E al premier furono date garanzie di supporto politico all'Onu. Anche il dossier libico va nella direzione della partnership Usa-Italia: il piano di Emmanuel Macron è stato polverizzato alle Nazioni Unite e oggi (grazie a una positiva triangolazione con l'inglese Bp contro la francese Total) l'Eni sta rafforzando il suo peso nell'area. A conferma del vento che spira da Washington, Nick Gartside, manager di vertice di Jp Morgan, poche settimane fa mandò in depressione gli economisti progressisti con una sola frase: «Alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l'esposizione in Btp. Il vostro deficit non preoccupa, anche il governo americano sta facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano». E il Segretario al Tesoro, Steve Mnuchin aggiunse: «L'Italia non rappresenta un fattore di rischio, la sostenibilità del debito è fuori discussione». Il clima è lievemente diverso dai temporali procedurali e mediatici provenienti da Bruxelles. Dovendo aprire l'ombrello, sapere che è quello di John Wayne offre qualche garanzia in più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-a-scortare-la-manovra-ce-la-cavalleria-usa-2622293523.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="finanza-e-ue-usano-il-manganello-i-mercati-vi-faranno-ragionare" data-post-id="2622293523" data-published-at="1781937641" data-use-pagination="False"> Finanza e Ue usano il manganello: «I mercati vi faranno ragionare» Lo spread scende, la Borsa vola, eppure l'Unione europea (spalleggiata dalle banche d'affari) continua a tenere sotto scacco l'Italia, anche se la linea dura sulla manovra in realtà inizia a mostrare alcune crepe. Ieri a Bruxelles il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, poco prima della riunione dell'Eurogruppo, ha incontrato il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, per discutere della manovra italiana. Come è andata? A leggere le dichiarazioni di Dombrovskis, male; se invece consultiamo i numeri, quei numeri tanto cari ai burosauri di Bruxelles, i mercati hanno dimostrato di avere grande fiducia nella strategia economica del governo italiano. Ieri, in particolare, lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in netto calo, a 283 punti base; il rendimento del titolo italiano a 10 anni è sceso al 3,14%, il più basso da due mesi. Ottima anche la sessione di Piazza Affari: il Ftse Mib ha chiuso con un rialzo del 2,26% a 19.622 punti, la miglior performance delle borse europee, con i titoli bancari sugli scudi: Intesa + 3,15%, Unicredit +3,02%, Ubi +2,43%, Banco Bpm +6,29%, Bper +4,61%. Gli analisti hanno attribuito, almeno in parte, l'eccellente seduta della Borsa e il calo dello spread al clima positivo che si è stabilito tra Italia e Unione europea, oltre che alla distensione tra Usa e Cina sul fronte della guerra commerciale a suon di dazi sulle merci. Al termine del colloquio tra Tria e Dombrovskis, il ministero dell'Economia ha diffuso una nota nella quale, rispetto «ai negoziati in corso sulla legge di bilancio per il 2019», i due protagonisti dell'incontro «hanno espresso la comune volontà di trovare al più presto una soluzione al contenzioso sulla manovra tra Roma e Bruxelles». Eppure, le dichiarazioni di Dombrovskis sono state, come di consueto, pessimistiche: «Siamo», ha detto il vicepresidente della Commissione, «in una fase di discussione intensa con le autorità italiane. Come sapete abbiamo concluso che aprire una procedura per deficit eccessivo è giustificato, e gli Stati membri hanno confermato questa conclusione. Quindi», ha aggiunto Dombrovskis, «adesso sta all'Italia venire con delle correzioni sostanziali per il loro piano di budget 2019. Ho appena avuto un incontro col ministro Tria in cui abbiamo discusso proprio di questo ma adesso aspettiamo passi concreti da parte dell'Italia». L'ineffabile vice di Jean Claude Juncker evidentemente ha il compito di recitare la parte del «poliziotto cattivo: «La strategia del governo italiano», ha aggiunto Dombrovskis, «non sembra funzionare ed è importante che la cambi. È stata pensata per essere uno stimolo e facilitare la crescita, invece questa crescita non si sta materializzando, mentre c'è un aumento considerevole dei rendimenti che comincia a pesare sull'economia reale». Considerazioni che fanno a pugni con il calo del rendimento del titolo a 10 anni, ma tant'è. I panni del «poliziotto buono», ieri, li ha indossati il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici: «Continuiamo il dialogo con l'Italia», ha detto Moscovici, «per trovare una soluzione e continuiamo intanto a preparare la nostra decisione, perché l'iter della procedura di infrazione è stato avviato e gli Stati l'hanno appoggiato. Ci sono nuove proposte e idee sul tavolo che vanno nella giusta direzione», ha aggiunto Moscovici, «ma il gap con le regole del patto di stabilità è ancora ampio e quindi ancora non ci siamo». E i tempi della procedura? «La Commissione europea», ha sottolineato Moscovici, «ha il pieno controllo della tempistica nell'eventuale procedura per deficit eccessivo, relativa al debito, contro l'Italia. Permetterete alla Commissione di definirsi come signora del tempo». Lo stesso Moscovici così accomodante con il nostro Paese non era stato, però, alla vigilia del G20, quando, intervistato, si è dimenticato (?) di inserire l'Italia nel suo personale elenco delle democrazie liberali: Canada, Australia, Germania, Inghilterra, Unione europea (che ora è una nazione) e il Giappone. Gli Usa, per Moscovici, vanno a braccetto di Russia, Cina e altri nel novero degli «illiberali». L'Italia, come detto, resta nel limbo. Ma tant'è. La giornata di ieri, quella che ha fatto registrare questi eccellenti risultati in borsa e sullo spread, è stata la stessa giornata nella quale Goldman Sachs, una delle più grandi banche d'affari del mondo, ha pubblicato il suo European Outlook, rapporto secondo il quale «l'Italia è fra i rischi che potrebbero complicare più del previsto lo scenario di mercato europeo nel 2019, la crisi di bilancio rimane irrisolta e l'economia italiana flirterà con la recessione all'inizio del prossimo anno». Goldman Sachs conferma la stima di una crescita italiana ferma allo 0,4% nel 2019». Non solo: l'agenzia di rating Fitch ha parlato di «rischi significativi» per l'Italia in termini di raggiungimento degli obiettivi fiscali, soprattutto dopo il 2019, e ha detto di «dubitare che la minaccia di una procedura Ue per deficit eccessivo possa spingere Roma a cambiare il suo piano sul bilancio pubblico». In serata, il premier Giuseppe Conte, rispondendo a una domanda sulla possibilità di far scendere il rapporto deficit/pil stimato in manovra per il 2019 sotto il 2%, ha risposto così: «Non sto lavorando a questo obiettivo. Siamo in pieno periodo di approvazione del disegno di legge di bilancio, stiamo valutando tutti gli emendamenti e sto lavorando a tempo pieno nell'interlocuzione con le istituzioni Ue. Nel volgere di qualche giorno avremo un ulteriore passaggio con le istituzioni Ue», ha aggiunto Conte, «e confido di poter pervenire a quello che e il mio grande obiettivo, e cioè una soluzione condivisa che ci possa evitare l'infrazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-a-scortare-la-manovra-ce-la-cavalleria-usa-2622293523.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-bce-dal-2019-sosterra-piu-berlino-che-noi" data-post-id="2622293523" data-published-at="1781937641" data-use-pagination="False"> La Bce dal 2019 sosterrà più Berlino che noi Ai più, il «capital key» della Banca centrale europea potrà sembrare un tecnicismo da economisti esperti. In effetti, lo è. Il problema è che ha un grande impatto sull'economia italiana. Ieri, infatti, l'organismo ha reso noto il nuovo schema di sottoscrizione del capitale dell'istituto centrale basato a Francoforte che entrerà in vigore dal primo gennaio 2019, in sostanza la «fetta» di capitale detenuta dalle banche centrali dei singoli Stati membri. Il cosiddetto «capital key» viene ricalcolato ogni cinque anni ed è fondato sulla dimensione delle economie di ogni Paese e della popolazione. Considerato inizialmente come un fatto tecnico, oggi questo numero sta assumendo un significato più importante perché è utilizzato per scegliere la porzione di acquisto dei bond governativi, come previsto dal programma di stimolo della Bce denominato Quantitative easing. Secondo le nuove tabelle, l'incidenza della Banca di Italia scenderà a partire da gennaio all'11,8023% dal 12,3108% degli ultimi cinque anni. In parole povere, in totale 16 banche centrali nazionali avranno una maggiore «capital key» (vedranno aumentare la propria quota Belgio, Germania, Estonia, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Austria e Finlandia) mentre 12, fra cui l'Italia, subiranno una riduzione. Oltre all'Italia, inoltre, anche la un altro Paese inguaiato come la Grecia subirà un calo (a 2,4839% dal 2,8884%). Lo stesso vale per la Spagna che scende dal'8,84% all'8,33%. Il problema di questa decisione è che il ricalcolo molto probabilmente avrà ricadute sui reinvestimenti dei capitali giunti a maturazione nell'ambito del Quantitative easing, il programma di riacquisto titoli voluto da Mario Draghi e che ha sostenuto a lungo il mercato obbligazionario. Il consiglio direttivo della Bce intende infatti proseguire con i reinvestimenti a lungo dopo la fine degli acquisti netti. Il punto è che questi reinvestimenti avvengono in base alle capital keys. La prossima riunione del consiglio della Bce, fissata per il 13 dicembre, sarà l'occasione giusta per scoprire se i reinvestimenti verranno subito rimodulati a partire dal 1 gennaio 2019 sulla base delle nuove capital keys oppure no. Quello che è chiaro è che dal ricalcolo esce vincitrice la Bundesbank, la banca centrale tedesca, che vede la propria percentuale salire dal 17,9973% al 18,3670% e in misura minore la banca centrale francese la cui percentuale passa dall'attuale 14,1792% al 14,2061%. Il punto è proprio questo. Nelle condizioni in cui si trova l'economia italiana - che nel terzo trimestre ha visto arrivare il Pil a quota -0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (dunque in recessione) - l'istituto centrale che più dovrebbe (almeno in teoria) proteggere le economie più deboli mette a punto uno strategia - ineccepibile se si guarda alla fredda regola che la sottiene, ovvero il riferimento al Pil dei Paesi - che favorisce la Germania e penalizza, di riflesso, del nostro Paese e di Stati ancora più in difficoltà come la Grecia. Come se non bastasse, questa scelta contribuirà con ogni probabilità a far crescere lo spread tra Btp e bund e anche questa non è esattamente da considerarsi una notizia positiva. In realtà molti analisti ritengono che la decisione di modificare i livelli di capital key per l'Italia non creerà scossoni troppo grandi. Lo spread dovrebbe salire di poco con questa decisione e lo stesso si può dire per la porzione di acquisto dei bond governativi da parte della Bce. Come detto, il meccanismo risponde ad automatismi tecnici che hanno, come conseguenza, effetti depressivi proprio per quelle economie che invece avrebbero bisogno di una boccata di ossigeno.
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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Il direttore Maurizio Belpietro durante l'evento dello scorso anno. Nel riquadro la locandina della terza edizione de «Il giorno de La Verità», in programma martedì 23 giugno a Roma
Praticamente tutti i ministri in carica, e i protagonisti di questo momento storico, attraverso speech e interviste esclusive parleranno di economia, politica, difesa e sicurezza, sostenibilità energetica, agroalimentare, lavoro e formazione. L’obiettivo è sempre il solito: mettere nel mirino i nodi cruciali dell’agenda politica nazionale e internazionale mentre però è ancora in corso la guerra tra Russia e Ucraina e l’intesa sulla pace tra gli Usa e Iran appare meno solida di quanto si vorrebbe.
Per la prima volta, un leader dell’opposizione si confronterà con Belpietro nella splendida cornice dell’Acquario romano, lo storico edificio di fine Ottocento a due passi dalla stazione Termini, sede della Casa dell’architettura. La chiusura, come nella scorsa edizione, sarà riservata al faccia a faccia tra Belpietro e il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’intero evento, costituito da una serie di panel tematici, si potrà seguire in diretta sui nostri canali social e sul sito Web della Verità.
Ad aprire le danze per sviluppare il tema «Una nuova Primav(era)», intervistato sempre da Belpietro, sarà Giuseppe Conte, il leader del M5s già al lavoro nel campo largo in vista delle prossime elezioni politiche.
Delle sfide sulla sicurezza si parlerà nel secondo panel della giornata, con l’intervento dal ministro della Difesa Guido Crosetto. A seguire, lo spazio dedicato all’economia dove sarà protagonista il ministro Giancarlo Giorgetti.
Si guarderà poi in avanti con «La fabbrica del futuro», spazio dedicato alla competitività nella rivoluzione digitale italiana, dove si confronteranno, con la conduzione del vicedirettore della Verità Giuliano Zulin, Georg Gufler, chief executive officer di Doppelmayr Italy, Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Flash entertainment, Stefano Paggi, chief technology e operation officer di Fibercop, Marco Gay, presidente dell’Unione industriali di Torino, e i rappresentanti di Autostrade per l’Italia e Fs.
È intitolato «Il tesoro d’Italia» il panel dedicato a cibo, filiere e sovranità in cui il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, spiegherà quale sarà la sfida per nutrire il futuro. Con la conduzione del condirettore del nostro quotidiano, Massimo de’ Manzoni, nello stesso spazio è previsto l’intervento di Federico Vecchioni, ceo di BF.
Altro argomento di grande attualità e partita decisiva per l’Europa è «L’energia del potere», panel in cui si confronteranno Riccardo Toto, direttore generaledi Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/Digital Eni, Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale Simest.
Seguirà l’intervista a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Nello spazio condotto dalla giornalista Rai Manuela Moreno, «Le reti della sovranità», si parlerà di infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi. Interverranno Acea, Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Adr, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2a.
Inevitabile un focus sul «Lavoro che cambia», con salari, contratti, formazione e occupazione. La domanda cruciale è come alimentare lo sviluppo davanti alla grande trasformazione del mercato. Risponderà nella sua intervista il ministro del Lavoro Elvira Calderone.
Quindi gli interventi di Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie all’Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, ceo di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e di Daniele Grassucci, direttore di skuola.net.
Concluderà i lavori, come nella scorsa edizione, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, intervistata in esclusiva dal direttore Belpietro, oltre al bilancio del suo governo, potrà anticipare i prossimi passi in agenda per chiudere la sua legislatura tra le richieste dei cittadini, la campagna elettorale già iniziata, i sondaggi e il programma della coalizione di centrodestra «incalzata» dal neo Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci.
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