L’Italia ha bisogno di disintossicarsi dal Pd
Ansa

Questa domenica il Pd non gioca per vincere, ma per sabotare chi vince. I sondaggi, per quanto possano sbagliare, e nonostante vengano nascosti a chi deve votare, non lasciano spazio a dubbi. Nel migliore dei casi, il Partito democratico è distaccato di almeno quattro o cinque punti da Fratelli d’Italia, ma quel che conta la coalizione di centrodestra ha tra i 15 e i 20 punti in più di quella di centrosinistra.

In altre parole, Letta e compagni rischiano quasi di essere doppiati, perché alcune rilevazioni davano il Pd e l’ammucchiata Bonino, Fratoianni e Bonelli al 26 per cento, contro quasi il 47 degli concorrenti. Insomma, per quando oscurata dal silenzio stampa imposto dalla par condicio, tra i due schieramenti non c’è partita, anche perché il campo progressista, quello che fino a qualche mese fa Letta chiamava «campo largo», si è diviso fra 5 stelle e Azione del duplex Calenda-Renzi. Se non ci fosse stata la rottura con il Movimento dopo la caduta di Draghi, forse il centrosinistra avrebbe avuto qualche chance di competere, ma da separati né i grillini né il Pd hanno alcuna possibilità. Dunque, vi chiederete perché Letta si agiti tanto e perché fino all’ultimo abbia parlato di rimonta, lasciando intendere che la sinistra può ancora fermare il centrodestra. La risposta sta nel tentativo di sabotare la vittoria degli avversari, operazione che negli ultimi trent’anni è sempre riuscita benissimo. A volte, come accadde nel 1994, quando Silvio Berlusconi sbaragliò a sorpresa la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, con l’aiuto della magistratura e il contributo determinante del presidente della Repubblica. Altre volte, come nel 2011, quando il solito Cavaliere fu costretto alle dimissioni, con il sostegno di Bruxelles, di alcuni voltagabbana e di nuovo del presidente della Repubblica. Sta di fatto che, cacciata dalla porta, la sinistra è riuscita quasi sempre a rientrare dalla finestra, destabilizzando i governi scelti dagli elettori, riuscendo dunque a tornare alla guida del Paese nonostante la sconfitta. Fu così nel 1995 ed è stato ancora una volta così nel 2019, quando il Pd registrò il suo peggior risultato, riuscendo tuttavia a conquistare ministeri chiave come quello dell’Economia e, per interposta persona, anche quello della Salute. Tralascio qui di ricordare la stagione del 2013-2018, quando Pier Luigi Bersani perse le elezioni, ma Letta, Renzi e Gentiloni governarono per l’intera legislatura.

Dunque, ciò a cui punta la sinistra è qualche cosa di molto simile a quanto abbiamo già visto. Non si tratta di vincere, ma di riuscire a impedire una vittoria piena del centrodestra, per poter poi imporre una nuova solidarietà nazionale, dove il Pd e i suoi alleati, magari con il contributo dei vertici istituzionali e della magistratura, possano continuare a fare il bello e il cattivo tempo come hanno sempre fatto. Si capisce dunque il tentativo di sostenere nel Mezzogiorno i candidati del Movimento 5 stelle. Siccome quelli del Pd non hanno alcuna possibilità di farcela e di conquistare i collegi uninominali, meglio puntare sui grillini, perché ogni candidato di Conte eletto al Sud è un parlamentare in meno per il centrodestra. Ecco la parola d’ordine: minare la stabilità di una maggioranza moderata per poter rientrare nei giochi, magari dopo qualche scissione pilotata, come accadde nel 2010 quando Gianfranco Fini fu convinto che, se avesse fatto cadere Berlusconi, Giorgio Napolitano gli avrebbe dato l’incarico di formare il nuovo governo. Del resto, i cambia casacca sono sempre a disposizione.

Al contrario, chi ha a cuore il Paese e non solo i propri interessi, oggi dovrebbe augurarsi che le urne ci diano un’indicazione chiara, con una solida maggioranza, perché le sfide che l’Italia ha davanti richiedono un governo nei pieni poteri e non un’ammucchiata e nemmeno uno dei soliti esecutivi senza mandato, se non quello di compiacere la burocrazia europea.

Peraltro, che almeno per una legislatura la sinistra stia lontana dalla stanza dei bottoni non solo è giusto, ma utile. I compagni hanno governato per almeno venti degli ultimi trent’anni e i risultati sono quelli che avete sotto gli occhi. Dunque, che il Pd e i suoi alleati si facciano finalmente un giro all’opposizione non può che far bene alla democrazia dell’alternanza, l’unica in grado di garantire cambiamenti radicali. Forse, con Letta e compagni lontani da Palazzo Chigi, sarà possibile smontare un sistema di potere che ha occupato i vertici delle istituzioni, le partecipate dello Stato, e il sistema dell’informazione. Dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale, dalle aziende pubbliche fino alla Rai, gli ultimi tre decenni hanno visto una sistematica lottizzazione, con una deriva sinistra del Paese. Per questo oggi è importante voltare pagina e impedire il sabotaggio di una vittoria.

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