Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.