L’indecisione dei grillini sulle trivelle blocca il futuro energetico dell’Italia
Ad agosto scade la moratoria sulla ricerca petrolifera, ma il governo non sa che fare

Mentre Giuseppe Conte e Matteo Renzi continuano il loro duello, c’è un Italia bloccata in una settore strategico come quello dell’energia. Da due anni, quando si insediò il primo governo Conte, il nostro Paese è senza un piano energetico nazionale. Mentre la Francia, pur autonoma grazie al nucleare, ha già annunciato di voler triplicare gli investimenti sul settore eolico, da noi il dibattito e fermo al palo. E l’azionista di maggioranza del governo, il Movimento 5 stelle, è stretto tra due fuochi: da un lato non vuole perdere altri voti nell’elettorato ambientalista, dall’altro deve fare i conti con distretti industriali che rischiano di chiudere i battenti. Quindi non decide.

Durante il governo gialloblù Lega-5 stelle si incominciò a tracciare una strategia. E all’inizio del 2019 i grillini lanciarono slogan roboanti sulla decarbonizzazione e sull’efficienza energetica, promettendo una svolta epocale su ambiente ed energia. Di tutto questo non si sa più nulla. I 5 stelle avevano promesso anche di tappezzare di pannelli solari la Sardegna, ma nell’isola è sempre Snam che continua a portare il gas dal continente. E tutto questo accade mentre il mondo sta cambiando, con la Cina sempre più impegnata a investire nel Gln e mentre nel frattempo si spinge per la riconversione energetica o verso nuove sfide, come quella dell’idrogeno verde, al posto di petrolio e combustibili fossili. Mentre le nostre aziende, come Enel o Eni, hanno iniziato a muoversi da tempo, il governo è fermo al palo. Non dà indicazioni. Tanto che la Lega ha presentato nei giorni scorsi una interrogazione parlamentare, primo firmatario Paolo Arrigoni, dove chiede ai ministri 5 stelle Stefano Patuanelli (Mise) e Sergio Costa (Ambiente) che fine abbia fatto il piano per la transizione energetica sostenibile. In quest’ultimo provvedimento, infatti, doveva essere individuato «un quadro definito di riferimento delle aree ove è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale, volto a valorizzare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica delle stesse». Due anni fa il primo governo Conte aveva approvato una moratoria di 18 mesi sulle trivellazioni nei mari italiani. In questo modo le compagnie petrolifere italiane e straniere si erano viste sospendere i permessi, a fronte comunque di investimenti e ricerca. La moratoria scadrà nell’agosto del 2021. Quando quindi dovrebbero riprendere le attività. A dicembre il governo aveva provato un’ulteriore proroga che però poi è stata stralciata dal decreto di fine anno. L’obiettivo era appunto quello di vietare su tutto il territorio nazionale nuovi permessi di ricerca o nuove concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi.

Quel provvedimento avrebbe vanificato tutte le attività intraprese in due anni per la predisposizione del piano ma, soprattutto, nel nostro Paese avrebbe per sempre messo fine alle attività di «prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, sia per aree in terraferma che in mare». In casa grillina c’è chi sostiene che sia stata una sconfitta dei 5 stelle. In realtà Patuanelli non demorde. Vuole bloccare a tutti i costi le trivellazioni. Il punto è che adesso il Movimento 5 stelle non sa come muoversi, anche perché una nuova maggioranza potrebbe chiedere di riaprire le attività, come stabilito due anni fa, quando al Mise c’era Luigi Di Maio. Il problema è sempre lo stesso. Il divieto di sfruttamento delle risorse minerarie del nostro Paese espone l’Italia alla totale dipendenza energetica dall’estero, con particolare riferimento al gas naturale. A rischio ci sono migliaia di posti di lavoro, nei distretti di Ravenna o in Basilicata. E non solo per le trivellazioni, perché l’incapacità del governo Conte riguarda tutto il comparto energetico.

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