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2019-01-24
Lega e M5s trasferiscono i migranti. La sinistra grida ai rastrellamenti
Il centro accoglienza di Castelnuovo viene smantellato e gli extracomunitari aventi diritto spostati in altre sedi. Parte la propaganda: il Pd evoca il nazismo e un'esponente di Leu blocca i bus (ma solo finché c'è la stampa).Per colpire Matteo Salvini, l'opposizione parla di centro modello. In realtà gli stranieri sono stati allontanati da un Cara coinvolto nel business di Mafia Capitale. Una relazione alla Camera descrisse così l'impianto: «C'è gente con le mosche sulla faccia».Il decreto sicurezza abolisce il permesso umanitario di 2 anni. Porte aperte a malati gravi o vittime di abusi, via chi delinque.Lo speciale contiene tre articoli «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», scrivono su Twitter i frati della basilica di San Francesco d'Assisi, commentando contriti e indignati la chiusura del centro accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto, il più grande d'Italia dopo quello di Mineo, in Sicilia. «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che dicono», bisognerebbe rispondere a loro, ai media e ai politicanti di sinistra, a tutti quelli che in queste ore stanno facendo propaganda su un provvedimento che pochi, pochissimi mesi fa, era auspicato dalla stragrande maggioranza dei sindaci di sinistra, al grido di «basta con i grandi centri di accoglienza!». Rinfreschiamo la memoria a loro e ai lettori.«Si smantella una delle cose che meglio hanno funzionato, cioè il sistema di accoglienza diffusa degli Sprar, mentre si apre la strada a grandi concentrazioni di migranti, che non miglioreranno i livelli di sicurezza» (Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia, Pd). «Si tagliano le risorse che sostenevano l'integrazione e si creano nuovi megacentri di accoglienza che peggioreranno la situazione» (Michele de Pascale, sindaco di Ravenna, Pd). «Si riporta la lancetta della storia indietro di anni, tornando ai grandi centri gestiti dalla prefetture, senza la collaborazione dei sindaci» (Matteo Biffoni, sindaco di Prato, Pd). «Si abbandona un modello faticosamente costruito, quello dell'accoglienza diffusa dei migranti, e si torna alla concentrazione degli ospiti in grandi centri» (Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell'Anci, Pd).Pochi esempi sufficienti per comprendere che la caciara montata intorno alla chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto altro non è che propagandiamo di livello bassissimo: si afferma esattamente il contrario di ciò che si sosteneva poche settimane fa, pur di attaccare la linea del governo targato Lega-M5s e in particolare il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Il quale altro non sta facendo che applicare la legge e portare avanti la sua linea, corroborata, è bene ricordarlo, dal voto liberamente espresso dagli elettori.Alla luce di tutto ciò, possiamo catalogare come «pagliacciate propagandistiche» le sceneggiate della sinistra, che ieri senza vergogna ha parlato di «deportazioni». Si tratta, invece, di un semplice trasferimento dei migranti ospitati nel Cara di Castelnuovo di Porto, che sarà smantellato, verso altre strutture di accoglienza. Il Cara di Castelnuovo è arrivato a ospitare più di 1.000 immigrati. Prima dell'inizio degli spostamenti all'interno c'erano 552 persone: 413 uomini, 124 donne e 15 minori, 350 circa dei quali, avendone diritto, sono stati o verranno a breve trasferiti in altri centri di accoglienza. In particolare, oggi 15 saranno portate in Umbria e 45 in Toscana; domani 50 andranno in Piemonte, mentre sabato 90 migranti saranno distribuiti tra Emilia e Lombardia. Ieri 30 persone sono state trasferite in Abruzzo, 30 nelle Marche e 15 in Molise. L'altro ieri avevano lasciato il centro i primi 30, trasferiti soprattutto in Campania. A tutti, come ovvio, verranno garantiti vitto, alloggio, istruzione, servizi sociali. Si chiama «accoglienza diffusa», proprio quella che reclamavano a gran voce gli esponenti del Pd che ieri, però, pur di lucrare un po' di visibilità hanno cambiato idea e attaccato il governo. «Sono arrivato al Cara di Castelnuovo di Porto», ha twittato il presidente del Pd, Matteo Orfini (dando prova della sua esistenza), «dove è in corso un'assurda deportazione di uomini e donne che non hanno alcuna colpa, se non quella di essere scappati dalla fame o dalla guerra». Insieme a Orfini, sono andati a farsi fotografare al cara anche i parlamentari dem Emanuele Fiano, Marianna Madia, Monica Cirinnà, Roberto Morassut. Da oscar poi l'interpretazione di Rossella Muroni, deputata di Leu che si è messa davanti a uno degli autobus in partenza, manco fosse un carro armato di piazza Tienanmen, salvo spostarsi appena tv e fotoreporter avevano immortalato l'eroico gesto. Tutta questa caciara, va sottolineato, ha visto come protagonisti solo e soltanto i sinistrati: nessuno degli ospiti del centro ha protestato per il trasferimento, che si è svolto nella massima serenità.«Abbiamo fatto», ha commentato il ministro Salvini, «quello che farebbe qualunque buon padre di famiglia. A Castelnuovo c'era il secondo più grande centro di migranti, era arrivato ad accogliere più di 1.000 persone. Lo stato pagava 1 milione di affitto all'anno più 5 milioni per la gestione. Quindi, essendosi dimezzati gli immigrati ospiti di quel centro e liberati altri posti nel Lazio, è giusto chiudere, risparmiare risorse. Tutti gli ospiti che erano lì con diritto, saranno ospitati in altre strutture». Già: quelli con diritto. Per i circa 150 ospiti del Cara che non hanno alcun titolo per restare sul territorio italiano, se le richieste di asilo non verranno accolte si procederà al rimpatrio. Lo dice la legge, accade in tutte le nazioni del mondo. Non si tratta di colore della pelle o di nazionalità, ma di legalità: che siano rumeni, colombiani, giapponesi, canadesi o nigeriani, gli immigrati regolari resteranno in Italia con tutti i diritti, gli irregolari dovranno tornarsene da dove sono venuti.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lega-e-m5s-trasferiscono-i-migranti-la-sinistra-grida-ai-rastrellamenti-2626887564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-prevede-la-nuova-legge-non-basta-chiedere-asilo-per-poter-restare-in-italia" data-post-id="2626887564" data-published-at="1780184291" data-use-pagination="False"> Lo prevede la nuova legge: non basta chiedere asilo per poter restare in Italia «Chi non ha diritto a stare in Italia deve andare via». Matteo Salvini sintetizza con parole tanto semplici quanto efficaci la svolta nella politica dell'immigrazione del governo Lega-M5s. Sembra una massima di Catalano, per quanto è lapalissiana, eppure sa di rivoluzione. Il decreto sicurezza ha modificato alcuni aspetti della prassi migratoria in Italia. La novità più importante riguarda l'abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Tale permesso aveva durata di 2 anni e consentiva a chi ne era in possesso di accedere ai servizi sociali e, tra le altre cose, di poter ottenere una casa popolare. Poteva essere concesso dal questore in presenza di «seri motivi» umanitari, anche a chi non avesse diritto alla protezione internazionale. Nel solo 2017 sono stati più di 30.000 i permessi di soggiorno umanitario concessi ad altrettanti immigrati che - pur non avendo i requisiti necessari a ottenere l'asilo - sono così rimasti tranquillamente sul territorio e hanno avuto accesso ai servizi sociali. La nuova normativa prevede che soltanto in alcuni casi, come ad esempio per le vittime di sfruttamento o violenze, per motivi di salute o perché la propria nazione d'origine è stata colpito da una calamità naturale, possa essere concesso un permesso umanitario della durata di un anno. Il decreto sicurezza, inoltre, per quel che riguarda l'immigrazione, allunga l'elenco dei reati che, in caso di sentenza definitiva, comportano la revoca della protezione internazionale: entrano a far parte dell'elenco anche violenza sessuale, spaccio di droga, rapina ed estorsione. La lista comprende anche la mutilazione dei genitali femminili (infibulazione), la resistenza a pubblico ufficiale, le lesioni personali gravi e il furto aggravato dal porto di armi o narcotici. Per i richiedenti asilo che commettono reati gravi è prevista la sospensione dell'esame della domanda di protezione ed è possibile comminare l'obbligo di lasciare il territorio nazionale. Il «pacchetto immigrazione» del decreto sicurezza prevede anche il ridimensionamento dello Sprar, il sistema di accoglienza diffuso, i cui centri potranno accogliere solo chi ha diritto alla protezione internazionale perché proviene da stati per i quali è riconosciuta automaticamente, e i minori non accompagnati, mentre fino ad ora questi centri potevano ospitare anche chi ha richiesto l'asilo ma non ha ancora ottenuto una risposta. La chiusura graduale dei Cara è legata soprattutto a problemi di ordine pubblico: si tratta di grandi centri dove finora erano ospitati immigrati in attesa di veder regolarizzata la propria posizione. Le strutture, oltre a quella di Castelnuovo di Porto, sorgono a Gradisca d'Isonzo (Gorizia), Arcevia (Ancona), Borgo Mezzanone (Foggia), Palese (Bari), Restinco (Brindisi), Lecce, Crotone, Mineo (Catania, il più grande d'Italia), Pozzallo (Ragusa), Caltanissetta, Lampedusa, Salina Grande (Trapani), Elmas (Cagliari). La durata massima del trattenimento degli stranieri nei centri di permanenza per il rimpatrio viene allungata dagli attuali 90 a 180 giorni, periodo ritenuto necessario all'accertamento dell'identità e della nazionalità dell'immigrato. È questa la scommessa più importante del nuovo corso della politica sull'immigrazione: aumentare il numero di clandestini rimpatriati nelle nazioni di provenienza. Una strategia che permetterà di regolarizzare la situazione, naturalmente con il passare del tempo. Per far sì che i rimpatri aumentino, devono funzionare gli accordi tra il nostro governo e i Paesi d'origine. Quelli che rispondono meglio sono la Tunisia e la Nigeria. «Chi era abusivo prima», sottolinea Salvini, «è abusivo anche adesso. Se la richiesta della sinistra è quella di trovare una sistemazione a chi non ha diritto a stare in Italia, la risposta è no. Ci sono delle leggi e delle regole, rispettate in tutti i Paesi del mondo: chi ha diritto viene ricollocato in altre strutture con vitto, alloggio, sanità, istruzione. Se la domanda di asilo verrà accolta, resteranno in Italia e saranno i benvenuti, altrimenti cominceranno le pratiche per l'espulsione». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lega-e-m5s-trasferiscono-i-migranti-la-sinistra-grida-ai-rastrellamenti-2626887564.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="se-ce-un-lager-e-quello-da-cui-li-hanno-tolti" data-post-id="2626887564" data-published-at="1780184291" data-use-pagination="False"> Se c’è un lager, è quello da cui li hanno tolti L'ultima denuncia pubblica risale al luglio 2017, quando il presidente dell'Authority anticorruzione Raffaele Cantone, a proposito del Cara di Castelnuovo di Porto, descrisse «inadempimenti su vari aspetti del servizio, carenza nei controlli degli ospiti e inattendibilità delle presenze dei residenti». Poi, di colpo, non si sa come, su buona parte della stampa è diventato il centro d'eccellenza per l'accoglienza dei rifugiati richiedenti asilo. Non deve essere stato facile per la coop Auxilium, che gestisce il Cara da quando il Tar con una sentenza lo ha strappato ai boss di Mafia Capitale, rilanciare l'immagine di quel casermone tutto cemento, circondato completamente da una recinzione, che nelle cronache è stato sempre descritto quasi come un lager. E infatti Rita Visini, all'epoca assessore alle Politiche sociali della Regione Lazio, audita alla Camera, definì il Cara di Castelnuovo di Porto «una cosa veramente aberrante», usando queste testuali parole: «Non è un luogo per persone umane». E ancora, descrivendo la struttura, precisò: «È una grande colata di cemento con un tetto alto un metro e mezzo, senza alcun dispositivo per raffreddamento o riscaldamento, nulla. In piena estate si vedevano persone con le mosche in faccia». La deposizione risale al 22 ottobre 2015. La gestione era già passata ad Auxilium. E in quel momento, stando alla ricostruzione dell'assessore, al tavolo della Prefettura si lavorava per uno svuotamento della struttura. Ci sono voluti altri 3 anni per smantellarla. Di acqua ne è passata sotto i ponti. E anche di migranti ne sono passati tanti per le 177 stanze della struttura. Ora ne conteneva 500, ma nei «momenti d'oro» dell'accoglienza era arrivata a ospitare anche più di 1.000 persone. Con la nota tariffa dei 35 euro a cranio era un bel business, capace di fare gola a molti, anche tra le fila della criminalità organizzata. E, infatti, un capitolo dell'inchiesta Mafia Capitale descrive bene le mire di Salvatore Buzzi. Sul piatto c'erano 10 milioni di euro più Iva. E Buzzi temeva la concorrenza: la coop Auxilium, che nell'ambiente delle cooperative sociali era considerata forte, molto forte. E con gli agganci giusti. Buzzi, probabilmente, immaginava rapporti e relazioni ai piani alti desumendo questo particolare dal numero di archiviazioni giudiziarie incassate da Auxilium. Prima un'indagine del pm Henry John Woodcock a Potenza, poi a Lagonegro con indagati d'eccellenza come Gianni Letta. Poi in Sicilia. Ma al netto delle vicende giudiziarie, che non hanno mai avuto uno sbocco processuale, per Buzzi restano in piedi le relazioni. Come quella con il prefetto Mario Morcone, direttore del Consiglio italiano rifugiati. Anche per quelle telefonate fu aperto un fascicolo che Woodcock, nonostante una sua teoria sulla «liquidità della competenza territoriale», dopo aver svolto indagini dovette inviare a Bari. L'archiviazione arrivò dopo poco. Ma tanto bastò alla concorrenza per capire che l'Auxilium era un colosso. E infatti nell'inchiesta Mafia Capitale i pm romani sentirono Salvatore Buzzi dire al telefono: «Loro se ne fregano, c'hanno i prefetti». E Massimo Carminati, detto il Nero, replicare: «Loro sono grossi...». C'era qualcuno, quindi, che impensieriva i due nel business del sociale. Perché, secondo Buzzi, ad Auxilium avevano rapporti col Viminale. E anche se Angelo Chiorazzo, tra i fondatori della coop, in udienza ha confermato di conoscere personalmente qualche viceministro dell'Interno - spiegando però di avere con lui semplici rapporti di conoscenza - per Buzzi e Carminati Auxilium era un osso duro: «Loro stanno in posizione di forza», disse il Nero. E al Tar si sa poi come è andata. Ma se in quella vicenda Buzzi e Auxilium si sono trovati su fronti opposti, come ricostruisce Mario Giordano nel suo libro Profugopoli, sul centro di Mineo, invece, almeno una trattativa fra di loro è stata imbastita, «come risulta inequivocabilmente dalle intercettazioni». «Noi ci tirammo fuori», spiegò Chiorazzo a Goffredo Buccini del Corriere della Sera. Era il 30 settembre 2015. Al telefono, però, Buzzi viene beccato mentre dice (o forse millanta): «Io l'accordo con Auxilium l'ho fatto perché dovevamo tenere alti i prezzi». E ancora: «Chiorazzo sta con me. Io faccio pure i p... a Chiorazzo. Gliel'ho fatti...». «Sarà andata davvero così?», si chiese Giordano in Profugopoli. L'unica cosa ipotizzabile era questa: dopo aver perso la battaglia legale su Castelnuovo di Porto, il boss di Mafia Capitale potrebbe aver pensato di stipulare una pace con Auxilium. «Abbiamo capito che qualcosa non quadrava, non siamo fessi», spiegarono i vertici di Auxilium al Corriere, «e non siamo andati dal notaio a siglare il patto». Salvi per un pelo. Fino all'altro giorno. «Dopo Mafia Capitale, abbiamo gestito bene e ora ci chiudono...», commenta a caldo il sindaco di Castelnuovo di Porto, Riccardo Travaglini. Ora il percorso con Auxilium sembra tutto rose e fiori. Ma i problemi sono cominciati a poche settimane dal suo insediamento, nel 2014. Il 15 maggio un picchetto di migranti impedì l'ingresso nel centro ai lavoratori della coop. La rivolta sfociò in un duro scontro con la polizia. Risultato: sette feriti e otto fermati. Esattamente due anni dopo (8 luglio 2016) la storia si ripete: 200 migranti bloccano l'ingresso della struttura. I rifugiati solo due anni fa si rifiutavano di far rientro nella struttura. Ora, invece, nelle cronache, le storie strappalacrime raccontano esattamente il contrario. Fabio Amendolara
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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