Colpo di scena, la recessione non c’è più. Fino all’altro ieri c’era, tanto che dalle pagine dei principali giornali si lanciavano preoccupati allarmi, in base ai quali veniva pronosticata la crisi più nera che l’Italia avesse mai affrontato. Da ieri invece siamo ufficialmente fuori dalla recessione, con un Pil che cresce, anche se di poco, e una disoccupazione ai minimi. Potenza dell’informazione e soprattutto della manipolazione delle notizie, grazie alla quale si dipingono scenari a tinte fosche a seconda della convenienza.Gli ultimi dati diffusi dall’Istat dicono che il Paese nel primo trimestre dell’anno è cresciuto dello 0,2 per cento. Non è molto, ma neppure poco, perché se il trend si ripetesse nei trimestri successivi saremmo vicini a quell’uno per cento che il governo aveva indicato come obiettivo. In un mese la disoccupazione è invece passata dal 10,5 al 10,2 per cento, ma lo zero virgola significa quasi centomila persone in più con un posto di lavoro e se si guarda all’andamento dell’anno la cifra raddoppia. I dati non consentono di stappare bottiglie di champagne, perché comunque l’economia italiana non è da botto. Tuttavia a leggere in sequenza le ultime notizie, da quelle relative alla produzione industriale a quelle che riguardano il Pil e l’occupazione c’è qualche motivo per affrontare la festa dei lavoratori con un atteggiamento meno pessimista di quello che certa stampa e alcuni commentatori ci vorrebbero imporre.
Del resto per rendersi conto che qualcuno sia incline a vedere tutto nero anche quando non ve ne sia motivo è sufficiente sfogliare la rassegna stampa degli ultimi mesi. Solo un mese e mezzo fa la maggior parte dei quotidiani riportava la notizia che secondo l’Ocse, cioè l’organizzazione che raggruppa i 35 paesi più sviluppati al mondo, il nostro Paese era in recessione e lo sarebbe stato per l’intero 2019. La stampa internazionale fino ad un mese fa scriveva anche peggio. Secondo l’autorevole Telegraph, quotidiano conservatore della Gran Bretagna, addirittura eravamo entrati in una specie di recessione permanente dalla quale non saremmo usciti prima dei prossimi dieci anni e sempre secondo le previsioni dei principali organismi esteri la disoccupazione nei prossimi mesi avrebbe raggiunto picchi da far tremare i polsi, superando il 12 per cento.
Beh, a leggere le terribili stime nei prossimi mesi l’Italia avrebbe dovuto varare una manovra da paura, per raddrizzare una barca che faceva acqua da tutti le parti. Inutile dire che le previsioni avevano trovato largo spazio sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e nei commenti dei più importanti editorialisti. Ma quello che fino a ieri sembrava inevitabile, cioè un arretramento dell’economia nazionale e un aumento del debito pubblico e del disavanzo di bilancio, all’improvviso non pare più imminente.
Già, come dicevamo, l’Istat ha diffuso ieri dei dati che contraddicono le Cassandre. Già avevamo avuto notizia della produzione industriale, cresciuta più che in qualsiasi altro Paese della Ue. Poi è arrivato il resoconto del Pil, aumentato dello 0,2 per cento, quindi i dati sull’occupazione, che confermano una crescita dei lavori stabili. Naturalmente i predicatori di sciagure si sono subito attivati per spiegare come sia stato possibile il miracolo di un Prodotto industriale in positivo dopo due trimestri consecutivi in negativo. Così qualcuno si è messo a calcolare che sui mesi passati avevano influito i ponti, mentre altri hanno valutato l’impatto della Cina sulla nostra economia. Sta di fatto che il dato è positivo e che la crescita zero pronosticata dai pessimisti fino all’altro ieri non c’è. Ciò significa che «va tutto bene, madama la marchesa»? No, così come pensavamo prima di ieri che in Italia tutto andasse male, ora non crediamo che vada tutto a gonfie vele. La situazione della finanza pubblica comunque rimane quella che conosciamo, ovvero con un debito alto e il deficit, fissato al 2,4 per cento, potrebbe come quasi sempre è accaduto in passato essere sottostimato.
Ciò detto, rimangono poi 23,1 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare e se non si riuscisse a trovare i soldi per tappare la falla sarebbe inevitabile l’aumento dell’Iva, misura che potrebbe contribuire a raffreddare i consumi, soprattutto se l’imposta subisse un incremento indiscriminato e non fosse selettiva, cioè su una serie di prodotti di fascia alta. Insomma, le preoccupazioni rimangono, ma al momento c’è anche qualche buona notizia. Soprattutto conforta una cosa: che quelli che vedono solo nero hanno guardato il loro umore e non alla situazione dell’economia, che ha sì delle ombre ma anche qualche luce.
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