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Luca Morisi (Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Il caso Morisi e il caso Fidanza sono due facce della stessa medaglia, ossia operazioni di disinformazione messe in atto prima delle amministrative allo scopo di condizionare il voto. Se fin dal principio avevamo avuto il sospetto che si trattasse di una manovra politica, a una settimana dalle elezioni che la sinistra ha vinto a mani basse ne abbiamo la certezza.

Carlo Bonomi (Getty Images)

A meno di una settimana dall'introduzione dell'obbligo per accedere al lavoro, le aziende si trovano di fronte a difficoltà enormi e invocano almeno di posticipare la scadenza. Altre si attrezzano per offrire test gratis ai dipendenti. Su tutto regna il green caos.

Mario Draghi (Getty Images)
Super Mario tranquillizza i contribuenti: «Non s'accorgeranno di nulla». Ma intanto la sua sottosegretaria annuncia: «C'è chi pagherà meno e chi di più». E gli esperti confermano: «La riforma serve ad alzare le tasse».
Non si può dire che Mario Draghi non sia stato chiaro l'altra sera, quando in conferenza stampa ha presentato la cosiddetta delega fiscale, cioè i provvedimenti che Palazzo Chigi intende adottare prossimamente. Tra di essi, come è noto, c'è la riforma del catasto, che il presidente del Consiglio ha definito una riformulazione. «In altre parole», ha detto, «il governo si impegna ad accatastare tutto quello che oggi non è accatastato», ovvero terreni e abitazioni che oggi sfuggono al controllo e che dunque non pagano le tasse. Ma il premier non ha detto solo questo. Ha aggiunto che l'esecutivo «procederà anche a una revisione delle rendite catastali, adeguandole alle rendite di mercato: ma per far questo, oltre al fatto che ci vogliono cinque anni, l'impegno che il governo prende oggi è che nessuno pagherà di più o di meno. In altre parole, le rendite su cui si basa la tassazione oggi restano invariate». Chiaro, no? Draghi promette che non cambierà in nessun modo l'imposizione patrimoniale e fiscale sulle case e sui terreni. Al punto che «il contribuente non si accorgerà di nulla, per quanto riguarda il catasto, perché resterà tutto come prima».

Ovviamente noi non abbiamo alcuna intenzione di dubitare delle parole del presidente del Consiglio. Tuttavia, ci permettiamo di riportare alcune dichiarazioni che sono seguite alla sua conferenza stampa. Le prime sono quelle rilasciate ieri dalla sottosegretaria Maria Cecilia Guerra, donna di sinistra che proviene dalle fila del partito di Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema, la quale intervenendo durante la trasmissione in onda su Radio 1 ha detto che «l'idea non è quella di aumentare la tassa, bensì di distribuire il peso di questa imposta, che è rilevante, in modo equo». Che cosa intenda la rappresentante del ministero dell'Economia e delle finanze è presto detto. In pratica secondo lei «non ha senso che una persona che ha un immobile che ha perso valore per mille ragioni, tra cui lo spopolamento delle aree interne, si trovi a pagare di più di una persona che è avvantaggiata perché vive in un centro urbano qualificato con servizi adeguati». Traduco le parole della sottosegretaria bersaniana: non è vero che resterà tutto invariato, qualcuno pagherà di meno e qualcun altro di più. E chi saranno i fortunati? Chiunque viva in una città e in un centro servito. Cioè, chi sta in montagna o in campagna, dove non ci sono mezzi di trasporto pubblici, né scuole, forse pagherà di meno. Dico forse, perché come è noto quando una tassa c'è quasi mai si torna indietro, prova ne sia che sulla benzina gravano ancora le aliquote dei vari terremoti.

Che le intenzioni dei compagni siano dunque quelle di tassare il ceto medio, sfruttando le rivalutazioni registrate negli anni (grazie anche al generale aumento dei costi dei servizi), non è una nostra invenzione, ma una promessa delle varie Cecilie che vanno alla Guerra contro il ceto medio. E però anche le parole del capo della sottosegretaria non paiono tranquillizzanti. Daniele Franco, ministro dell'Economia, in audizione alla Camera, ieri ha infatti spiegato che al momento la riforma del catasto è «un esercizio di mappatura che non ha alcun effetto immediato». Dunque, l'effetto c'è, ma non subito, prova ne sia che lo stesso responsabile del dicastero di via XX settembre ha aggiunto: «Nel 2026 verrà utilizzato da chi vorrà utilizzarlo». Il che vuol dire che le tasse sulle case con il nuovo strumento si possono introdurre, ma se ne parlerà fra cinque anni o forse anche prima, se cambieranno le maggioranze e i governi, in quanto una volta avviata la macchina del fisco si può premere sull'acceleratore per avere i nuovi parametri su cui applicare l'imposta oppure si può rallentare.

Del resto, che alla fine la riforma significhi un prossimo aggravio fiscale lo ha ammesso senza troppi giri di parole perfino Nicola Rossi, un economista che proviene dal Pd e che per alcuni anni è anche stato in Parlamento. Intervenendo in una trasmissione su La 7, l'ex senatore ha spiegato che «Draghi ha ragione, perché la riforma del catasto non si applica alla tassazione della casa. È una norma statistica/informativa, ma se è lì è perché tra qualche anno gli si intende dare un contenuto concreto». Vale a dire che tra qualche anno, come dice Daniele Franco, qualcuno utilizzerà i nuovi parametri per introdurre nuove tasse o aumentare quelle esistenti.

Cioè, qui il problema non è dubitare delle parole di Draghi, ma sapere che cosa farà chi verrà dopo di lui. Provate a pensarci: ma se il presidente del Consiglio fra pochi mesi venisse eletto al posto di Sergio Mattarella, chi ci dice che il suo successore terrà fede alla parola data dal precedente presidente del Consiglio? E chi ci assicura che dopo il 2023, quando si rinnoverà il Parlamento, il prossimo governo non vari una bella imposta sugli immobili oppure adegui le rendite catastali ai nuovi parametri? Insomma, la certezza non c'è. La sola sicurezza è che il fisco sta affilando la mannaia che un giorno o l'altro farà calare sul patrimonio immobiliare delle famiglie.

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