La paura della legge?
«È il connubio tra accusa e giudice che intimorisce. Quando uno dei giocatori fa anche l’arbitro, non ci si sente sereni».
Nemmeno lei lo era?
«Dopo aver lasciato la toga, ho subito richieste di rinvio giudizio incredibili. Sono riuscito a difendermi, ci mancherebbe altro. “Vabbè, ha vinto tutte le cause” dicono adesso. Sì, certo. Ma intanto la mia carriera, prima da magistrato e poi da politico, è stata distrutta».
Smessa la toga, è entrato in politica.
«Dopo aver fatto per due anni l’imputato a Brescia, sono stato nominato ministro nel governo Prodi. Mi sono dovuto dimettere sei mesi più tardi: avevano pubblicato la notizia di un altro avviso di garanzia. Alla fine, sono stati condannati i miei accusatori».
Tra gli ex colleghi, chi l’ha difesa?
«Nessuno. Io ero un battitore libero. Questo ha dato grande forza a Mani Pulite, però mi sono ritrovato nudo quanto ho dovuto affrontare quelle inchieste».
Adesso è stato arruolato della Fondazione Einaudi.
«Non mi sarei mai schierato con un partito. Questa riforma serve ai cittadini. E sarà un referendum tre per uno: separazione delle carriere, sorteggio e Alta corte disciplinare. Bisogna votare sì, per non continuare a mischiare cavoli e fagioli».
Tradotto dal dipietrese: pm e giudici.
«Siamo fratelli di sangue. Abbiamo superato un concorso identico, progrediamo insieme nella carriera, commettiamo gli stessi errori».
Lei è il vessillifero della controparte governativa.
«Io porto il vessillo di una riforma che si discute da trent’anni, fin da quando la voleva il centrosinistra».
A quei tempi, aveva fondato l’Italia dei Valori.
«Il Pd scriveva che la separazione delle carriere era “inevitabile”. Tanto è vero che ora molti esponenti dell’opposizione, alcuni apertamente e altri sommessamente, sanno che è nell’ordine naturale delle cose».
Lei non si sottrae.
«Perché ho due preoccupazioni».
Ovvero?
«Intanto, il rischio di politicizzazione. La riforma è difficile da spiegare. E io temo che tutto si risolva in un voto a favore o contro il governo. L’altro giorno l’ho spiegata a un gruppo di amici in paese. Alla fine, uno m’ha detto: “Sci sci, va buòne… ma io a quella nun la voto”».
E il secondo?
«La differenza tra sì e no potrebbe non superare i due milioni di voti: più o meno, il numero degli italiani all’estero che partecipano alle elezioni. Diverse inchieste hanno già dimostrato che quei pacchetti di preferenze, arrivati ancora per busta, sono spesso controllati. Dentro ci sono pure le schede di morti e ignari. Eppure, per evitare brogli, basterebbe fare votare tutti nelle ambasciate o nei consolati. Come si fa alle europee».
Il fiuto resta.
«Mi domando come non abbiano fatto a pensarci prima. Visto che ci siamo, avanzerei anche un altro dubbio».
Quale?
«Se passa la riforma, bisognerà fare le leggi attuative».
Ci pensano i burocrati.
«Che sono quasi sempre magistrati. La politica parla di massimi principi. Poi, però, gli aspetti tecnici li segue la stessa gente da quarant’anni: dirigenti, funzionari, capi di gabinetto».
Rischiano di annacquare?
«Tu hai scritto bianco, ma i tecnici-magistrati lo riscrivono in modo che diventi grigio».
Gli ex colleghi l’accusano di alto tradimento.
«La vita si sale a scalini. Guardarsi indietro è un gesto di maturità. Detto questo, io non ho mai cambiato idea».
Tanti, nelle segrete stanze, sono favorevoli?
«Anche stamattina mi ha telefonato un ex collega della Cassazione, annunciandomi il suo sostegno».
Cosa spaventa i ferocemente contrari?
«Non risponderanno più alla propria corrente, ma alla propria coscienza. Abbiamo scoperto il caso Palamara perché l’abbiamo intercettato. Ma quanti altri Palamara c’erano nel Csm?».
È stato il colpo definitivo per la credibilità della categoria?
«Ai tempi di Mani pulite il consenso era del 97%. Oggi non arriva al 50».
Perché?
«Inutile nascondersi dietro a un dito. Una grossa fetta di responsabilità ce l’hanno pure i magistrati, che non hanno mai fatto autocritica. A cominciare dall’Anm. Se cerchi chi ha commesso il reato, fai il tuo dovere. Se fai indagini esplorative, nella rete finiscono tanti innocenti. Su cento persone, ne vengono condannate una ventina in primo grado, poi ancora meno».
L’hanno fatto tanti suoi emuli.
«I dipietrini non sono più partiti dal fatto, per individuare il colpevole, ma dalla persona, per capire se aveva commesso qualcosa. Quindi ci siamo ritrovati casi come quello del sottoscritto, che ha avuto 37 avvisi di garanzia».
Le risponderebbero: c’è l'obbligo dell’azione penale.
«Ma dev’essere sempre rapportata a un reato credibile. O davvero vogliamo credere che il procuratore di Pavia sia stato corrotto dalla famiglia Sempio? Alla fine, bene che vada, la montagna avrà partorito il topolino».
Si dibatte anche della famiglia del bosco.
«Avrebbero sbagliato perfino a far svegliare i figli all’alba. Non capisco. Mi dovrei sentire in colpa pure io, che mi alzo prestissimo?».
Perché, da Garlasco a Palmoli, si persevera?
«Per eccesso di zelo. Hanno cominciato un’inchiesta e devono dimostrare quel che pensano. Su ognuno di noi si trova sempre qualcosa, quando ti rigirano come un calzino».
Pure Mani pulite non viene spesso considerata un modello di garantismo.
«Ancora adesso ci sono molte persone che criticano quell’inchiesta per l’eccessiva violenza. Sono accuse che rigetto totalmente. Le esigenze cautelari c’erano. Alla luce di quello che poi è successo, dicono che abbiamo avuto la mano pesante. Bisogna però tenere conto della realtà di allora».
Si pente di qualcosa?
«Mi guardo allo specchio e rivendico tutto ciò che ho fatto. Ma ci sono stati i suicidi: essere orgoglioso non è sufficiente. Porto quei pesi sulla coscienza».
A partire dalla morte di Raul Gardini?
«Dal punto di vista giuridico, so benissimo di non avere colpe. Però si è suicidato perché doveva venire da me, un quarto d’ora prima dell’interrogatorio. Dopodiché, cosa avrei dovuto fare? Con il senno del poi, sono tutti bravi. Se sai che uno si butterà dalla finestra, la vai a chiudere prima. Che ragionamenti sono?».
I magistrati hanno troppo potere?
«Cento volte più dei politici. Per questo è quantomai balzana l’idea della loro sottomissione al governo, che vogliono fare passare i contrari. Abbiate pazienza: un pubblico ministero non è subordinato a nessuno. Può essere fermato solo da un altro pm o da un quintale di tritolo».
La riforma potrebbe arginare lo strapotere delle correnti?
«Sono loro che hanno il pallino in mano. Controllano nomine, promozioni, sanzioni. Decidono chi può andare al bagno in quel momento e chi deve rimanere seduto».
I favorevoli vinceranno il referendum?
«La maggior parte dei cittadini andrà a votare senza precise conoscenze. Si rimetterà ai cosiddetti maestri, buoni o cattivi che siano».
Chi sono i cattivi maestri?
«Chi non racconta oggettivamente i fatti, come fa l’Anm. Dice che questa riforma finirà per mettere il pubblico ministero agli ordini dell’esecutivo. Benedetto Iddio: puoi votare sì o no, ma il presupposto dev’essere vero. Al contrario, si continua a sostenere il falso».
Il sindacato delle toghe non partecipa ai dibattiti.
«Sembra come quel film di Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”».
Lei battaglia, invece.
«Non porto la bandiera di nessuno. Solo quella della Costituzione».
Ha abbandonato la vita da Cincinnato.
«La campagna, per qualche mese, può aspettare. Lo diceva pure mio padre: con le nuvole o con il sereno, la terra sempre là resta».