2023-03-31
Laura Cavandoli (Lega) a Transatlantico: «Nuova legge delega per avvicinare il fisco ai cittadini»
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, la deputata della Lega Laura Cavandoli.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, la deputata della Lega Laura Cavandoli.
Piaccia o no, la si consideri giusta o sbagliata, l’America - nel senso degli Stati Uniti - è quella che incarnava Chuck Norris, scomparso ieri a 86 anni a Kauai, nelle Hawaii, dopo una crisi che nelle scorse ore aveva costretto l’attore a un ricovero d’urgenza.
Parliamo della cosiddetta «America profonda», generosa e al tempo stesso prepotente, devota alle libertà individuali e pervasa da un senso spiccio della giustizia, cultrice della proprietà privata e sostenitrice del diritto di ogni cittadino a girare armato. Con la trentina di film da lui interpretati e i quasi 200 episodi - tra il 1993 e il 2001 - della celebre serie televisiva Walker Texas Ranger, Chuck (Carlos Ray all’anagrafe) Norris ha realizzato numerose imprese, la principale delle quali, appunto, è quella di avere rafforzato l’egemonia statunitense nell’immaginario globale portando nel contemporaneo la figura sempiterna del cowboy; o meglio ancora dello sceriffo, di colui che si riconosce totalmente nel proprio Paese e nei suoi valori fondanti, nei quali ha una fiducia tale da non essere mai colto da dubbi sulla bontà e sulla portata universale di quei principi e da non conoscere incertezze riguardo a ciò che sia giusto fare e a come si debba agire.
Nato in Oklahoma il 10 marzo del 1940, tre mogli e sette figli (più una figlia, Dina, nata nel 1963 da una relazione extraconiugale), Norris non è stato soltanto un attore ma anche un campione di arti marziali (era cintura nera di svariate discipline tra cui karate, taekwondo e jiu-jitsu brasiliano) e non può quindi essere considerato casuale che la scena più famosa da lui girata al cinema sia quella in cui combatte contro Bruce Lee all’interno del Colosseo (nel film L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente del 1972, diretto dallo stesso Bruce Lee). A suo modo è stato pure un attivista politico, manifestando sempre il proprio supporto al Partito repubblicano e appoggiando da ultimo anche Donald Trump (finendo così per essere scambiato - per motivi di somiglianza fisica - con uno dei partecipanti all’assalto al Campidoglio del 2021).
Dicevamo delle sue tante imprese: essendo uno di quegli attori che, per la loro fisicità e la loro presenza, definiscono i lavori di cui sono protagonisti, facendosi cucire i film addosso da regista e sceneggiatori, si può senz’altro affermare che Norris abbia in qualche modo codificato l’action movie, dato vita al «picchiaduro» prima che divenisse un fortunato genere dei videogiochi, preparato il terreno per suoi famosi epigoni come Steven Seagal, Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren, ma anche - con pellicole quali Commando Black Tigers (1978), Terrore in città (1982), Una Magnum per McQuade (1983, colonna sonora del compositore romano Francesco De Masi) e Rombo di tuono (1984) - anticipato il Rambo di Sylvester Stallone e il Commando di Arnold Schwarzenegger. Insomma, il tragitto percorso dal walker, dal camminatore, è stato assai movimentato e decisamente lungo, e le orme da lui lasciate sugli schermi sono destinate a rimanere. Piaccia o no.
Presidente della Vivenda Spa
C’è una lezione che possiamo imparare dagli ultimi dati rilasciati dal ministero dell’Istruzione e dall’Istat: il ruolo centrale delle mense scolastiche in Italia. Un Paese che, a dispetto di quanto si possa pensare, è all’avanguardia non soltanto per la qualità e la varietà dei piatti sfornati ogni giorno, ma anche per la severità dei controlli e la rigidità del quadro normativo. È bene quindi ricordare come la ristorazione collettiva garantisca a tutti un pasto sostenibile, di qualità, inclusivo.
In particolare per le famiglie la mensa scolastica educa a una sana e corretta alimentazione, intesa come percorso consapevole per avvicinare i bimbi alle diverse tipologie di ingredienti e di piatti; è un utile presidio per ridurre gli sprechi; promuove la socialità e convivialità fra i bimbi, facilitando l’integrazione fra culture e mondi diversi in un Italia sempre più multietnica; il consumo del pasto a scuola può essere l’unico completo della giornata, soprattutto per le categorie più disagiate e svantaggiate; facilita per le famiglie la conciliazione delle dinamiche scuola-lavoro grazie all’estensione del tempo prolungato. Non deve quindi sorprendere come, a leggere sempre i dati di Mim e Istat, il tasso di occupazione femminile in Italia risulti strettamente legato alla presenza di mense scolastiche e servizi educativi sul territorio: più mense presenti in città, più mamme al lavoro.
Oggi la ristorazione scolastica è a un bivio: la spinta inflazionistica del biennio 2022/2024 è stata ridimensionata, ma gli aumenti per le derrate alimentari hanno fatto registrare un incremento dei costi di oltre il 30%. Aumenti che abbiamo dovuto «assorbire» e continuiamo a sopportare con prezzi «di vendita» invariati da anni. È necessario che l’adeguamento dei prezzi agli indici inflattivi sia automatico e obbligatorio.
Da qui le nostre proposte: da una parte è necessaria una riforma normativa che consenta l’adeguamento dei prezzi, obbligatorio e non su base discrezionale, in funzione delle dinamiche inflattive preservando l’equilibrio contrattuale per la sua intera durata, dall’altra la piena applicazione del codice. La normativa stabilisce che la revisione dei prezzi debba essere finanziata con i ribassi d’asta e attraverso il 50% delle somme stanziate nel quadro economico di gara da destinare a imprevisti. Questo valore è pari a una percentuale fra il 5% e il 10% dell’intero valore dell’affidamento.
La ristorazione collettiva, soprattutto quella scolastica, è un servizio essenziale, di qualità, con dei costi al di sotto dei quali non può più essere garantito. Perché, al primo posto, sono in gioco la salute e la crescita dei bambini, dei nostri cari negli ospedali, dei militari nelle caserme e di tutta la comunità al lavoro nel Paese.
Il dibattito in corso nel Paese sull’eutanasia mi porta a proporre ai lettori della Verità alcune considerazioni di carattere storico, bioetico e religioso.
La richiesta crescente di legalizzare il suicidio assistito deriva da alcuni fattori concomitanti: quello demografico, quello medico e quello ideologico.
Dal punto di vista demografico l’Occidente è un continente in via di estinzione: i giovani sono sempre di meno, gli anziani sempre di più. A questi ritmi il nostro destino è la scomparsa.
Ma cosa c’entra il declino demografico con l’eutanasia? Moltissimo. Anzitutto perché una società di anziani è una società vecchia anagraficamente ma anche spiritualmente, e, soprattutto, sola. Abbiamo tutti presente i nostri nonni o, per chi ha raggiunto una certa età, i nostri anziani genitori: quanto hanno bisogno della compagnia dei più giovani! Ricordo mia nonna, quasi novantenne, che dalla sua sedia in casa di riposo mi sussurrava: «Per fortuna sei venuto a trovarmi, ero stufa di stare con questi vecchiacci». Allora la cosa mi faceva sorridere e non capivo: i «vecchiacci» erano spesso più giovani di lei! Ma le vecchie generazioni hanno bisogno delle nuove, così come le nuove, delle vecchie. Il sorriso di un nipotino riporta la gioia sul volto di un nonno, così come la forza di un figlio adulto gli ridona serenità e sicurezza.
Ma quando i giovani mancano, questa solidarietà intergenerazionale viene a mancare. Declino demografico significa che i vecchi sono tanti e, per di più, sono soli! In queste condizioni la vita perde i suoi colori, perché la solitudine è spesso la più pesante delle malattie. È quindi chiaro perché l’eutanasia non sia a tema nei continenti dove i giovani, i figli, abbondano.
Viene da chiedersi perché i nostri governi, per decenni, non abbiano fatto pressoché nulla per sostenere la famiglia, per aiutare i genitori ad avere figli schivando almeno qualcuna delle mille trappole che la modernità ci impone. No, per decenni ci hanno detto che eravamo troppi, che avere figli era solo sacrificio, che la maternità e la paternità ostavano alla realizzazione lavorativa…
La seconda motivazione che rende oggi così popolare l’eutanasia è il progresso medico: viviamo molto più a lungo, con tanti benefici, ma, talvolta, verrebbe da dire, viviamo troppo. Se al troppo ci aggiungiamo la solitudine di cui sopra, il dramma risulta evidente.
Infine, la terza motivazione: le società secolarizzate stanno perdendo sempre di più il senso della vita. Nulla è più sacro, da molto tempo. Non è più sacra la famiglia, luogo degli affetti stabili e del reciproco aiuto; non lo è la vita dei concepiti; perché allora dovrebbe esserlo quella dei vecchi? Nietzsche diceva che «Dio è morto» e che questo avrebbe portato a guerre spaventose: la profezia si è avverata, con la Prima e la Seconda guerra mondiale, ma ormai l’uomo-atomo di oggi pensa più ad uccidersi, che ad uccidere. La sua prima guerra è contro sé stesso, contro la sua identità biologica, contro la sua stessa sopravvivenza. Perché viviamo? Non lo sappiamo. La mancanza di fede in Dio diventa anche mancanza di fede nel senso della vita; l’assenza di una Resurrezione rende incomprensibile la croce; il nulla ci avvolge a tal punto, che desideriamo raggiungerlo definitivamente. Dopo aver perso la speranza religiosa nella Felicità, anche il sogno di un piacere materiale infinito si è infranto: «tutto è mangiato, tutto è bevuto, nulla più da dire» (Paul Verlaine), nulla da cercare, nulla per cui spendersi!
Per fidarsi davvero della vita, per sposarsi, fare figli, sopportare il dolore, soffrire insieme con gli altri, per tuffarsi nella vita con slancio, scriveva Romano Guardini, bisogna anzitutto credere che la vita abbia un senso che la oltrepassa; che abbia un senso, anche quando non lo si vede… Senza senso, perché proseguire?
Scriveva Albert Camus: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».
L’Occidente ha dato per secoli una risposta: «Dio vide che era cosa buona». Vivere è bene, uccidersi è mancare all’amore per sé stessi, per i propri cari, per l’Autore stesso della vita. Per questo l’Occidente ha creato ricchezza, banche, ospedali, università, scienza, arte… Ma ora le radici si sono seccate. Il futuro è in tutti i sensi nelle mani di altri popoli, più giovani e più fiduciosi.
Dopo il suicidio di una civiltà, non rimane che il suicidio personale.
Si badi bene, però, che l’eutanasia in stile radicale nasconde mille pericoli. Basta osservare cosa accade nei Paesi dove è già legale: medici che uccidono di propria iniziativa, per liberare i posti letto o per delirio di onnipotenza; cliniche che trasformano la morte altrui in business; parenti che scelgono la morte dei loro cari per affrettare l’ottenimento dell’eredità; anziani che chiedono la morte perché spinti a sentirsi «un peso» per lo Stato e la famiglia; politici che ragionano ad alta voce, ricordando che la spesa sanitaria non è più sostenibile e che solo l’eutanasia salverà i bilanci…
Come non ricordare Jacques Attali, notissimo economista e banchiere francese, padrino di Macron, che già diversi anni orsono auspicava l’introduzione dell’eutanasia nei Paesi capitalisti, per motivi libertari ed economici, poiché «dal momento in cui si superano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e allora costa caro alla società»?
Se l’eutanasia divenisse legge, sarebbe già così un forte condizionamento. Oggi siamo condizionati, positivamente, da un’idea ben chiara: se abbiamo un parente malato, dobbiamo soccorrerlo, curarlo. È, quantomeno, un dovere di carità. Ma se passasse la legge, allora al posto del dovere, subentrerebbero spesso l’interesse, il fastidio, la fatica, l’incuria… Certo, a volte la fatica del vivere può arrivare alla disperazione e in questi casi le persone, purtroppo, si possono suicidare (nessuno, però, metterà in galera un suicida!). Ma che lo facciano da sole è una cosa, che la società si incarichi prima di legittimarle, assecondarle e poi magari di forzarle, in modo più o meno subdolo, è del tutto diverso. Rileggerei quanto scriveva sul Corriere della Sera, il 16 aprile 2005, l’ambasciatore Sergio Romano «Non vorrei che di queste pratiche (biotestamento, ndr), il giorno in cui fossero previste da una norma, si servissero i congiunti del vecchio malato per sospingerlo dolcemente verso l’eternità. Il mondo, caro Manconi, è molto meno buono di quanto non pensino i paladini delle campagne per la “buona morte”. I vecchi, quando non si decidono a morire, esigono tempo e cure. Se sono poveri, pesano sulle casse familiari. Se sono ricchi e benestanti consumano denaro che potrebbero lasciare agli eredi. Anche i parenti più affezionati finiscono per pensare, in queste circostanze, che il povero vecchio farebbe un favore a sé e agli altri se prendesse congedo. Qualcuno intorno a lui comincerebbe a lanciare qualche segnale e qualcun altro farebbe più esplicite allusioni. Fino al giorno in cui il pover’uomo o la povera donna arriverebbero alla conclusione che è meglio andarsene piuttosto che essere circondati da gente sgarbata e impaziente».
L'immagine classica del cowboy, con il cappello a tesa larga a coprire gli occhi furbi e il naso adunco. Lucky Luke, cui Morris in prima battuta cercò di dare un aspetto diverso, tozzo e massiccio, portava stivali e cinturone, le gambe strette e la figura snella. Sparava, più velocemente della propria ombra. Movimenti rapidi, fluidi. Così, prima ancora che il fumettista belga potesse avere il tempo di rendersene conto, diventò un'icona: il cowboy per eccellenza, deputato a scrivere una sorta di canone, cui negli anni a venire si sarebbero rifatti tutti coloro che ambivano a passare per il Far West. Lucky Luke si fece leggenda, lui che era nato per restituire leggerezza alla Francia del dopoguerra. Valicò i confini nazionali e divenne un caso globale, tradotto, venduto, protagonista di decine di fumetti. Oggi, di una serie televisiva.
Lucky Luke, al debutto su Disney+ lunedì 23 marzo, è il primo adattamento live-action della striscia creata da Morris. E, in soli otto episodi, con un impianto scenico mostruoso - nell'accezione migliore che l'aggettivo possa portare con sé - cerca di ritrovarne le atmosfere. L'immensità piena di promesse del Far West, la sua durezza e, pure, il divertimento cui ogni cowboy sembrava aver facile accesso. Lucky Luke, con Alban Lenoir ad interpretarne il protagonista, vorrebbe candidarsi ad essere un western da manuale, costruito per celebrare un personaggio che del genere ha saputo scrivere la storia. E ha saputo farlo con un'ironia tutta europea, dissacrante per quel che all'epoca pareva consentito.Quando Lucky Luke ha fatto la sua prima comparsa, correva l'anno 1946. Il western era statunitense, la prospettiva loro. Morris, però, riuscì in un capolavoro: insinuarsi in quel mondo lontano, sfruttarne l'immaginario e, con un'eleganza tutta francese, farsene beffe. Il risultato fu sorprendente. Lucky Luke sapeva incarnare il cowboy archetipico e, al contempo, ridere dei suoi aspetti più macchiettistici.
Tratto, questo, che ottant'anni più tardi, ha reso complesso e insidioso il lavoro degli sceneggiatori. Se la storia, quella del western, con Calamity Jean e Billy the Kid a popolare le sterpaglie americane, può essere di facile adattamento, altrettanto non può dirsi dell'ironia sottile, maliziosa di Lucky Luke. Un'ironia che gli autori dello show Disney si dice abbiano sperato di stimolare attraverso il confronto con un personaggio femminile.Nei suoi otto episodi, girati per lo più in terra spagnola, la serie vede Lucky Luke farsi carico di Louise, ragazzina la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose. Un viaggio lungo li attende, un viaggio che permette loro di scandagliare quei luoghi brulli, incontrando i personaggi - Dalton compresi - che li hanno resi eterni.

