True
2025-11-28
L’attentatore afgano collaborò con la Cia
Non solo. È anche rapidamente emerso che, in passato, l’attentatore aveva avuto legami con la Cia. «In seguito al disastroso ritiro di Biden dall’Afghanistan, l’amministrazione Biden ha giustificato l’arrivo del presunto tiratore negli Stati Uniti nel settembre 2021, basandosi sul suo precedente lavoro con il governo statunitense, inclusa la Cia, come membro di una forza partner a Kandahar, terminato poco dopo la caotica evacuazione», ha dichiarato l’attuale direttore della Cia, John Ratcliffe. «A quell’individuo - e a tanti altri - non avrebbe mai dovuto essere permesso di venire qui», ha proseguito, per poi concludere: «I nostri cittadini e i nostri militari meritano molto di meglio che sopportare le continue conseguenze dei catastrofici fallimenti dell’amministrazione Biden». Non sarebbe del resto la prima volta che un afgano collegato alla Cia si macchia di condotte terroristiche. Come ricordato ieri da Nbc News, l’anno scorso l’Fbi aveva arrestato Nasir Ahmad Tawhedi: un soggetto che era stato incaricato dall’Isis-k di effettuare un attacco il giorno delle elezioni presidenziali americane del 2024. Ebbene, Tawhedi aveva lavorato per la Cia come guardia di sicurezza. E anche lui, come Lakanwal, era entrato negli Stati Uniti nel settembre 2021 con un «visto speciale».
«Dobbiamo ora riesaminare ogni singolo straniero entrato nel nostro Paese dall’Afghanistan sotto la presidenza di Biden», ha dichiarato, dal canto suo, Donald Trump, definendo la sparatoria di mercoledì un «atto di terrore» e chiedendo che vengano presto schierati a Washington Dc 500 soldati aggiuntivi della Guardia nazionale. Poco dopo il discorso del presidente americano, lo United States Citizenship and Immigration Services ha reso noto che «con effetto immediato, l’elaborazione di tutte le richieste di immigrazione relative a cittadini afgani è sospesa a tempo indeterminato, in attesa di un’ulteriore revisione dei protocolli di sicurezza e di controllo». Secondo Nbc News, «il Dipartimento per la Sicurezza interna ha reinsediato più di 80.000 rifugiati afgani negli Stati Uniti prima o subito dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e la successiva presa del potere da parte dei talebani». Tuttavia, stando alla stessa testata, da quando Trump è tornato al potere, è stato «praticamente impedito» agli afgani di «entrare negli Stati Uniti». Non dimentichiamo che, a maggio 2024, un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento per la sicurezza interna ravvisò delle problematiche nel programma governativo per i rifugiati afgani. «Abbiamo scoperto che il Dipartimento per la sicurezza interna non aveva un procedimento per monitorare la scadenza della libertà condizionale per i soggetti che ne godono in virtù dell’operazione Welcome Allies», recitava il documento, sottolineando anche un’assenza di coordinamento adeguato tra le varie agenzie federali preposte a sovrintendere al programma. Al momento, secondo Fox News e Abc News, le indagini sulla sparatoria sono state affidate all’Fbi e l’ipotesi investigativa è che, nonostante il movente non sia ancora stato chiarito, l’aggressione sia da considerarsi un atto di «terrorismo internazionale». In particolare, il direttore del Bureau, Kash Patel, ha reso noto che sono stati eseguiti «numerosi mandati di perquisizione in tutto il Paese». Sembra infatti che Lakanwal si sia recato appositamente a Washington Dc, partendo dalla sua casa di Bellingham, situata nello Stato di Washington, nei pressi del confine canadese. «Faremo tutto il possibile per ottenere la pena di morte per quel mostro che non avrebbe dovuto essere nel nostro Paese», ha frattanto affermato la procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi. «Dipenderà da che cosa accadrà alle vittime. Preghiamo ancora una volta per la loro guarigione, ma nel peggiore dei casi, come minimo, chiederemmo l’ergastolo con accuse di terrorismo», ha aggiunto.
È evidente come la sparatoria di mercoledì riaprirà il dibattito, del resto mai chiuso, su immigrazione, rifugiati e sicurezza nazionale. È quindi abbastanza probabile che Trump promuoverà un’ulteriore stretta su questo fronte. Non solo. È anche possibile che, visti i trascorsi legami dell’attentatore con la Cia, si intensifichi la riforma che la Casa Bianca sta da mesi cercando di portare avanti all’interno degli apparati governativi. Insomma, le implicazioni politiche della sparatoria di mercoledì potrebbero rivelarsi numerose e significative.
Quella lunga scia di sangue e morte da Kabul fino al cuore dell’Occidente
Il ritiro occidentale dall’Afghanistan nell’agosto 2021, disposto in modalità caotiche e prive di qualunque pianificazione strategica, non ha soltanto consegnato il Paese ai Talebani, ma ha inaugurato una fase di instabilità che sta mostrando i suoi effetti ben oltre i confini di Kabul. Negli ultimi tre anni Europa e Stati Uniti hanno registrato un numero crescente di episodi violenti commessi da cittadini afghani arrivati proprio nell’immediato dopoguerra talebano. Non un’ondata coordinata né una campagna terroristica organizzata, ma un susseguirsi di gesti individuali che compongono un mosaico inquietante, accomunato da un elemento ricorrente: l’arrivo dell’autore in Occidente tra il 2021 e il 2023. L’attacco di mercoledì, certamente il più simbolico, è avvenuto nel cuore di Washington. Rahmanullah Lakanwal ventinovenne afghano che ha sparato contro due membri della Guardia Nazionale, aveva lavorato con unità militari sostenute dalla Cia durante la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan.
Continua a leggereRiduci
Trasferito negli Stati Uniti durante l’amministrazione di Joe Biden, ha ottenuto il permesso d’asilo soltanto lo scorso aprile. È l’ennesima falla nella sicurezza dell’era dem. The Donald è furioso e pensa a una stretta sugli ingressi e a una riforma dei servizi.Il ritiro Usa ha portato con sé il caos. E pure giovani che ora si stanno radicalizzando.Lo speciale contiene due articoli«Attacco mirato». Così le autorità hanno definito l’aggressione contro due soldati della Guardia nazionale, avvenuta mercoledì nei pressi della Casa Bianca. Le vittime - Sarah Beckstrom di 20 anni e Andrew Wolfe di 24 anni - hanno subito dei colpi d’arma da fuoco e, nel momento in cui La Verità andava in stampa ieri sera, versavano in condizioni critiche. Ferito, sebbene non in pericolo di vita, è rimasto anche l’attentatore, che è al momento ricoverato in custodia cautelare. Si tratta Rahmanaullah Lakanwal: un ventinovenne afghano, che, secondo il Dipartimento per la sicurezza interna, è entrato negli Stati Uniti a settembre 2021 attraverso «Allies Welcome», un’operazione di accoglienza per i rifugiati afgani avviata dall’amministrazione Biden a seguito della caduta di Kabul, avvenuta ad agosto di quello stesso anno. Secondo Reuters, Lakanwal avrebbe successivamente presentato domanda di asilo a dicembre 2024: asilo che gli sarebbe stato alla fine concesso lo scorso aprile.Non solo. È anche rapidamente emerso che, in passato, l’attentatore aveva avuto legami con la Cia. «In seguito al disastroso ritiro di Biden dall’Afghanistan, l’amministrazione Biden ha giustificato l’arrivo del presunto tiratore negli Stati Uniti nel settembre 2021, basandosi sul suo precedente lavoro con il governo statunitense, inclusa la Cia, come membro di una forza partner a Kandahar, terminato poco dopo la caotica evacuazione», ha dichiarato l’attuale direttore della Cia, John Ratcliffe. «A quell’individuo - e a tanti altri - non avrebbe mai dovuto essere permesso di venire qui», ha proseguito, per poi concludere: «I nostri cittadini e i nostri militari meritano molto di meglio che sopportare le continue conseguenze dei catastrofici fallimenti dell’amministrazione Biden». Non sarebbe del resto la prima volta che un afgano collegato alla Cia si macchia di condotte terroristiche. Come ricordato ieri da Nbc News, l’anno scorso l’Fbi aveva arrestato Nasir Ahmad Tawhedi: un soggetto che era stato incaricato dall’Isis-k di effettuare un attacco il giorno delle elezioni presidenziali americane del 2024. Ebbene, Tawhedi aveva lavorato per la Cia come guardia di sicurezza. E anche lui, come Lakanwal, era entrato negli Stati Uniti nel settembre 2021 con un «visto speciale».«Dobbiamo ora riesaminare ogni singolo straniero entrato nel nostro Paese dall’Afghanistan sotto la presidenza di Biden», ha dichiarato, dal canto suo, Donald Trump, definendo la sparatoria di mercoledì un «atto di terrore» e chiedendo che vengano presto schierati a Washington Dc 500 soldati aggiuntivi della Guardia nazionale. Poco dopo il discorso del presidente americano, lo United States Citizenship and Immigration Services ha reso noto che «con effetto immediato, l’elaborazione di tutte le richieste di immigrazione relative a cittadini afgani è sospesa a tempo indeterminato, in attesa di un’ulteriore revisione dei protocolli di sicurezza e di controllo». Secondo Nbc News, «il Dipartimento per la Sicurezza interna ha reinsediato più di 80.000 rifugiati afgani negli Stati Uniti prima o subito dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e la successiva presa del potere da parte dei talebani». Tuttavia, stando alla stessa testata, da quando Trump è tornato al potere, è stato «praticamente impedito» agli afgani di «entrare negli Stati Uniti». Non dimentichiamo che, a maggio 2024, un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento per la sicurezza interna ravvisò delle problematiche nel programma governativo per i rifugiati afgani. «Abbiamo scoperto che il Dipartimento per la sicurezza interna non aveva un procedimento per monitorare la scadenza della libertà condizionale per i soggetti che ne godono in virtù dell’operazione Welcome Allies», recitava il documento, sottolineando anche un’assenza di coordinamento adeguato tra le varie agenzie federali preposte a sovrintendere al programma. Al momento, secondo Fox News e Abc News, le indagini sulla sparatoria sono state affidate all’Fbi e l’ipotesi investigativa è che, nonostante il movente non sia ancora stato chiarito, l’aggressione sia da considerarsi un atto di «terrorismo internazionale». In particolare, il direttore del Bureau, Kash Patel, ha reso noto che sono stati eseguiti «numerosi mandati di perquisizione in tutto il Paese». Sembra infatti che Lakanwal si sia recato appositamente a Washington Dc, partendo dalla sua casa di Bellingham, situata nello Stato di Washington, nei pressi del confine canadese. «Faremo tutto il possibile per ottenere la pena di morte per quel mostro che non avrebbe dovuto essere nel nostro Paese», ha frattanto affermato la procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi. «Dipenderà da che cosa accadrà alle vittime. Preghiamo ancora una volta per la loro guarigione, ma nel peggiore dei casi, come minimo, chiederemmo l’ergastolo con accuse di terrorismo», ha aggiunto.È evidente come la sparatoria di mercoledì riaprirà il dibattito, del resto mai chiuso, su immigrazione, rifugiati e sicurezza nazionale. È quindi abbastanza probabile che Trump promuoverà un’ulteriore stretta su questo fronte. Non solo. È anche possibile che, visti i trascorsi legami dell’attentatore con la Cia, si intensifichi la riforma che la Casa Bianca sta da mesi cercando di portare avanti all’interno degli apparati governativi. Insomma, le implicazioni politiche della sparatoria di mercoledì potrebbero rivelarsi numerose e significative.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lattentatore-afgano-collaboro-con-la-cia-2674352080.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quella-lunga-scia-di-sangue-e-morte-da-kabul-fino-al-cuore-delloccidente" data-post-id="2674352080" data-published-at="1764278197" data-use-pagination="False"> Quella lunga scia di sangue e morte da Kabul fino al cuore dell’Occidente Il ritiro occidentale dall’Afghanistan nell’agosto 2021, disposto in modalità caotiche e prive di qualunque pianificazione strategica, non ha soltanto consegnato il Paese ai Talebani, ma ha inaugurato una fase di instabilità che sta mostrando i suoi effetti ben oltre i confini di Kabul. Negli ultimi tre anni Europa e Stati Uniti hanno registrato un numero crescente di episodi violenti commessi da cittadini afghani arrivati proprio nell’immediato dopoguerra talebano. Non un’ondata coordinata né una campagna terroristica organizzata, ma un susseguirsi di gesti individuali che compongono un mosaico inquietante, accomunato da un elemento ricorrente: l’arrivo dell’autore in Occidente tra il 2021 e il 2023. L’attacco di mercoledì, certamente il più simbolico, è avvenuto nel cuore di Washington. Rahmanullah Lakanwal ventinovenne afghano che ha sparato contro due membri della Guardia Nazionale, aveva lavorato con unità militari sostenute dalla Cia durante la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan. Donald Trump ha definito la sparatoria «un atto terroristico», ordinando una revisione completa di tutti gli ingressi afghani avvenuti sotto l’amministrazione Biden. L’accaduto, per la sua portata mediatica e per il luogo scelto dal killer, ha reso evidente ciò che gli analisti osservavano da tempo: la radicalizzazione di alcuni giovani afghani, seppur limitata a una minoranza minuscola, non è più un fenomeno confinato al continente europeo. I numerosi casi registrati negli ultimi anni in diverse città occidentali presentano tratti comuni. In Spagna, un giovane giunto a Siviglia dopo la caduta di Kabul ha aggredito tre passanti con un coltello mentre urlava slogan religiosi; in Francia, un richiedente asilo arrivato come profugo afghano ha ucciso un turista nei pressi della Torre Eiffel dopo aver giurato fedeltà all’Isis-K; in Germania, a Essen, un ragazzo radicalizzato attraverso canali Telegram clandestini ha tentato di compiere un attentato in una chiesa; in Austria, a Vienna, un afghano con precedenti penali ha ucciso una giovane donna in circostanze che gli investigatori ritengono legate a problemi psichiatrici combinati a un percorso di radicalizzazione; negli Stati Uniti, oltre al caso di Washington, un uomo trasferito nel Wisconsin nel 2021 è stato arrestato per aver progettato un assalto armato a un grande evento pubblico dopo aver dichiarato la sua adesione allo Stato islamico mentre non si contano le indagini in corso che vedono protagonisti cittadini afghani. Ciò che emerge con chiarezza è la presenza di una radicalizzazione frammentata, spesso alimentata online, che prende forma in soggetti vulnerabili esposti a traumi, incertezza e isolamento sociale. Numerose analisi interne, mai pubblicate ufficialmente ma circolate tra i governi europei, indicano che alcuni centri di accoglienza sono diventati negli ultimi anni spazi in cui individui già fragili possono venire in contatto con simpatizzanti dell’Isis-K, la sigla jihadista più aggressiva oggi attiva in territorio afghano e ferocemente opposta ai Talebani. Più di 80.000 afghani sono arrivati negli Stati Uniti tra il 2021 e il 2022 tramite programmi speciali di evacuazione destinati a interpreti e collaboratori considerati a rischio. Nello stesso periodo, secondo l’IRC, altri 41.500 profughi «a rischio» sono stati accolti nei Paesi dell’Unione europea tramite corridoi umanitari. L’attentatore di Washington proveniva da quel flusso, riaccendendo il dibattito sulle falle nei controlli, sulla sicurezza delle procedure di ingresso e sul legame, ancora irrisolto, tra il caos seguito alla presa del potere dei Talebani e la stabilità interna dei Paesi occidentali, tema tornato oggi centrale nelle analisi politiche e investigative.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
Continua a leggereRiduci