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2025-11-28
L’attentatore afgano collaborò con la Cia
Non solo. È anche rapidamente emerso che, in passato, l’attentatore aveva avuto legami con la Cia. «In seguito al disastroso ritiro di Biden dall’Afghanistan, l’amministrazione Biden ha giustificato l’arrivo del presunto tiratore negli Stati Uniti nel settembre 2021, basandosi sul suo precedente lavoro con il governo statunitense, inclusa la Cia, come membro di una forza partner a Kandahar, terminato poco dopo la caotica evacuazione», ha dichiarato l’attuale direttore della Cia, John Ratcliffe. «A quell’individuo - e a tanti altri - non avrebbe mai dovuto essere permesso di venire qui», ha proseguito, per poi concludere: «I nostri cittadini e i nostri militari meritano molto di meglio che sopportare le continue conseguenze dei catastrofici fallimenti dell’amministrazione Biden». Non sarebbe del resto la prima volta che un afgano collegato alla Cia si macchia di condotte terroristiche. Come ricordato ieri da Nbc News, l’anno scorso l’Fbi aveva arrestato Nasir Ahmad Tawhedi: un soggetto che era stato incaricato dall’Isis-k di effettuare un attacco il giorno delle elezioni presidenziali americane del 2024. Ebbene, Tawhedi aveva lavorato per la Cia come guardia di sicurezza. E anche lui, come Lakanwal, era entrato negli Stati Uniti nel settembre 2021 con un «visto speciale».
«Dobbiamo ora riesaminare ogni singolo straniero entrato nel nostro Paese dall’Afghanistan sotto la presidenza di Biden», ha dichiarato, dal canto suo, Donald Trump, definendo la sparatoria di mercoledì un «atto di terrore» e chiedendo che vengano presto schierati a Washington Dc 500 soldati aggiuntivi della Guardia nazionale. Poco dopo il discorso del presidente americano, lo United States Citizenship and Immigration Services ha reso noto che «con effetto immediato, l’elaborazione di tutte le richieste di immigrazione relative a cittadini afgani è sospesa a tempo indeterminato, in attesa di un’ulteriore revisione dei protocolli di sicurezza e di controllo». Secondo Nbc News, «il Dipartimento per la Sicurezza interna ha reinsediato più di 80.000 rifugiati afgani negli Stati Uniti prima o subito dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e la successiva presa del potere da parte dei talebani». Tuttavia, stando alla stessa testata, da quando Trump è tornato al potere, è stato «praticamente impedito» agli afgani di «entrare negli Stati Uniti». Non dimentichiamo che, a maggio 2024, un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento per la sicurezza interna ravvisò delle problematiche nel programma governativo per i rifugiati afgani. «Abbiamo scoperto che il Dipartimento per la sicurezza interna non aveva un procedimento per monitorare la scadenza della libertà condizionale per i soggetti che ne godono in virtù dell’operazione Welcome Allies», recitava il documento, sottolineando anche un’assenza di coordinamento adeguato tra le varie agenzie federali preposte a sovrintendere al programma. Al momento, secondo Fox News e Abc News, le indagini sulla sparatoria sono state affidate all’Fbi e l’ipotesi investigativa è che, nonostante il movente non sia ancora stato chiarito, l’aggressione sia da considerarsi un atto di «terrorismo internazionale». In particolare, il direttore del Bureau, Kash Patel, ha reso noto che sono stati eseguiti «numerosi mandati di perquisizione in tutto il Paese». Sembra infatti che Lakanwal si sia recato appositamente a Washington Dc, partendo dalla sua casa di Bellingham, situata nello Stato di Washington, nei pressi del confine canadese. «Faremo tutto il possibile per ottenere la pena di morte per quel mostro che non avrebbe dovuto essere nel nostro Paese», ha frattanto affermato la procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi. «Dipenderà da che cosa accadrà alle vittime. Preghiamo ancora una volta per la loro guarigione, ma nel peggiore dei casi, come minimo, chiederemmo l’ergastolo con accuse di terrorismo», ha aggiunto.
È evidente come la sparatoria di mercoledì riaprirà il dibattito, del resto mai chiuso, su immigrazione, rifugiati e sicurezza nazionale. È quindi abbastanza probabile che Trump promuoverà un’ulteriore stretta su questo fronte. Non solo. È anche possibile che, visti i trascorsi legami dell’attentatore con la Cia, si intensifichi la riforma che la Casa Bianca sta da mesi cercando di portare avanti all’interno degli apparati governativi. Insomma, le implicazioni politiche della sparatoria di mercoledì potrebbero rivelarsi numerose e significative.
Quella lunga scia di sangue e morte da Kabul fino al cuore dell’Occidente
Il ritiro occidentale dall’Afghanistan nell’agosto 2021, disposto in modalità caotiche e prive di qualunque pianificazione strategica, non ha soltanto consegnato il Paese ai Talebani, ma ha inaugurato una fase di instabilità che sta mostrando i suoi effetti ben oltre i confini di Kabul. Negli ultimi tre anni Europa e Stati Uniti hanno registrato un numero crescente di episodi violenti commessi da cittadini afghani arrivati proprio nell’immediato dopoguerra talebano. Non un’ondata coordinata né una campagna terroristica organizzata, ma un susseguirsi di gesti individuali che compongono un mosaico inquietante, accomunato da un elemento ricorrente: l’arrivo dell’autore in Occidente tra il 2021 e il 2023. L’attacco di mercoledì, certamente il più simbolico, è avvenuto nel cuore di Washington. Rahmanullah Lakanwal ventinovenne afghano che ha sparato contro due membri della Guardia Nazionale, aveva lavorato con unità militari sostenute dalla Cia durante la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan.
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Trasferito negli Stati Uniti durante l’amministrazione di Joe Biden, ha ottenuto il permesso d’asilo soltanto lo scorso aprile. È l’ennesima falla nella sicurezza dell’era dem. The Donald è furioso e pensa a una stretta sugli ingressi e a una riforma dei servizi.Il ritiro Usa ha portato con sé il caos. E pure giovani che ora si stanno radicalizzando.Lo speciale contiene due articoli«Attacco mirato». Così le autorità hanno definito l’aggressione contro due soldati della Guardia nazionale, avvenuta mercoledì nei pressi della Casa Bianca. Le vittime - Sarah Beckstrom di 20 anni e Andrew Wolfe di 24 anni - hanno subito dei colpi d’arma da fuoco e, nel momento in cui La Verità andava in stampa ieri sera, versavano in condizioni critiche. Ferito, sebbene non in pericolo di vita, è rimasto anche l’attentatore, che è al momento ricoverato in custodia cautelare. Si tratta Rahmanaullah Lakanwal: un ventinovenne afghano, che, secondo il Dipartimento per la sicurezza interna, è entrato negli Stati Uniti a settembre 2021 attraverso «Allies Welcome», un’operazione di accoglienza per i rifugiati afgani avviata dall’amministrazione Biden a seguito della caduta di Kabul, avvenuta ad agosto di quello stesso anno. Secondo Reuters, Lakanwal avrebbe successivamente presentato domanda di asilo a dicembre 2024: asilo che gli sarebbe stato alla fine concesso lo scorso aprile.Non solo. È anche rapidamente emerso che, in passato, l’attentatore aveva avuto legami con la Cia. «In seguito al disastroso ritiro di Biden dall’Afghanistan, l’amministrazione Biden ha giustificato l’arrivo del presunto tiratore negli Stati Uniti nel settembre 2021, basandosi sul suo precedente lavoro con il governo statunitense, inclusa la Cia, come membro di una forza partner a Kandahar, terminato poco dopo la caotica evacuazione», ha dichiarato l’attuale direttore della Cia, John Ratcliffe. «A quell’individuo - e a tanti altri - non avrebbe mai dovuto essere permesso di venire qui», ha proseguito, per poi concludere: «I nostri cittadini e i nostri militari meritano molto di meglio che sopportare le continue conseguenze dei catastrofici fallimenti dell’amministrazione Biden». Non sarebbe del resto la prima volta che un afgano collegato alla Cia si macchia di condotte terroristiche. Come ricordato ieri da Nbc News, l’anno scorso l’Fbi aveva arrestato Nasir Ahmad Tawhedi: un soggetto che era stato incaricato dall’Isis-k di effettuare un attacco il giorno delle elezioni presidenziali americane del 2024. Ebbene, Tawhedi aveva lavorato per la Cia come guardia di sicurezza. E anche lui, come Lakanwal, era entrato negli Stati Uniti nel settembre 2021 con un «visto speciale».«Dobbiamo ora riesaminare ogni singolo straniero entrato nel nostro Paese dall’Afghanistan sotto la presidenza di Biden», ha dichiarato, dal canto suo, Donald Trump, definendo la sparatoria di mercoledì un «atto di terrore» e chiedendo che vengano presto schierati a Washington Dc 500 soldati aggiuntivi della Guardia nazionale. Poco dopo il discorso del presidente americano, lo United States Citizenship and Immigration Services ha reso noto che «con effetto immediato, l’elaborazione di tutte le richieste di immigrazione relative a cittadini afgani è sospesa a tempo indeterminato, in attesa di un’ulteriore revisione dei protocolli di sicurezza e di controllo». Secondo Nbc News, «il Dipartimento per la Sicurezza interna ha reinsediato più di 80.000 rifugiati afgani negli Stati Uniti prima o subito dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e la successiva presa del potere da parte dei talebani». Tuttavia, stando alla stessa testata, da quando Trump è tornato al potere, è stato «praticamente impedito» agli afgani di «entrare negli Stati Uniti». Non dimentichiamo che, a maggio 2024, un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento per la sicurezza interna ravvisò delle problematiche nel programma governativo per i rifugiati afgani. «Abbiamo scoperto che il Dipartimento per la sicurezza interna non aveva un procedimento per monitorare la scadenza della libertà condizionale per i soggetti che ne godono in virtù dell’operazione Welcome Allies», recitava il documento, sottolineando anche un’assenza di coordinamento adeguato tra le varie agenzie federali preposte a sovrintendere al programma. Al momento, secondo Fox News e Abc News, le indagini sulla sparatoria sono state affidate all’Fbi e l’ipotesi investigativa è che, nonostante il movente non sia ancora stato chiarito, l’aggressione sia da considerarsi un atto di «terrorismo internazionale». In particolare, il direttore del Bureau, Kash Patel, ha reso noto che sono stati eseguiti «numerosi mandati di perquisizione in tutto il Paese». Sembra infatti che Lakanwal si sia recato appositamente a Washington Dc, partendo dalla sua casa di Bellingham, situata nello Stato di Washington, nei pressi del confine canadese. «Faremo tutto il possibile per ottenere la pena di morte per quel mostro che non avrebbe dovuto essere nel nostro Paese», ha frattanto affermato la procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi. «Dipenderà da che cosa accadrà alle vittime. Preghiamo ancora una volta per la loro guarigione, ma nel peggiore dei casi, come minimo, chiederemmo l’ergastolo con accuse di terrorismo», ha aggiunto.È evidente come la sparatoria di mercoledì riaprirà il dibattito, del resto mai chiuso, su immigrazione, rifugiati e sicurezza nazionale. È quindi abbastanza probabile che Trump promuoverà un’ulteriore stretta su questo fronte. Non solo. È anche possibile che, visti i trascorsi legami dell’attentatore con la Cia, si intensifichi la riforma che la Casa Bianca sta da mesi cercando di portare avanti all’interno degli apparati governativi. Insomma, le implicazioni politiche della sparatoria di mercoledì potrebbero rivelarsi numerose e significative.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lattentatore-afgano-collaboro-con-la-cia-2674352080.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quella-lunga-scia-di-sangue-e-morte-da-kabul-fino-al-cuore-delloccidente" data-post-id="2674352080" data-published-at="1764278197" data-use-pagination="False"> Quella lunga scia di sangue e morte da Kabul fino al cuore dell’Occidente Il ritiro occidentale dall’Afghanistan nell’agosto 2021, disposto in modalità caotiche e prive di qualunque pianificazione strategica, non ha soltanto consegnato il Paese ai Talebani, ma ha inaugurato una fase di instabilità che sta mostrando i suoi effetti ben oltre i confini di Kabul. Negli ultimi tre anni Europa e Stati Uniti hanno registrato un numero crescente di episodi violenti commessi da cittadini afghani arrivati proprio nell’immediato dopoguerra talebano. Non un’ondata coordinata né una campagna terroristica organizzata, ma un susseguirsi di gesti individuali che compongono un mosaico inquietante, accomunato da un elemento ricorrente: l’arrivo dell’autore in Occidente tra il 2021 e il 2023. L’attacco di mercoledì, certamente il più simbolico, è avvenuto nel cuore di Washington. Rahmanullah Lakanwal ventinovenne afghano che ha sparato contro due membri della Guardia Nazionale, aveva lavorato con unità militari sostenute dalla Cia durante la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan. Donald Trump ha definito la sparatoria «un atto terroristico», ordinando una revisione completa di tutti gli ingressi afghani avvenuti sotto l’amministrazione Biden. L’accaduto, per la sua portata mediatica e per il luogo scelto dal killer, ha reso evidente ciò che gli analisti osservavano da tempo: la radicalizzazione di alcuni giovani afghani, seppur limitata a una minoranza minuscola, non è più un fenomeno confinato al continente europeo. I numerosi casi registrati negli ultimi anni in diverse città occidentali presentano tratti comuni. In Spagna, un giovane giunto a Siviglia dopo la caduta di Kabul ha aggredito tre passanti con un coltello mentre urlava slogan religiosi; in Francia, un richiedente asilo arrivato come profugo afghano ha ucciso un turista nei pressi della Torre Eiffel dopo aver giurato fedeltà all’Isis-K; in Germania, a Essen, un ragazzo radicalizzato attraverso canali Telegram clandestini ha tentato di compiere un attentato in una chiesa; in Austria, a Vienna, un afghano con precedenti penali ha ucciso una giovane donna in circostanze che gli investigatori ritengono legate a problemi psichiatrici combinati a un percorso di radicalizzazione; negli Stati Uniti, oltre al caso di Washington, un uomo trasferito nel Wisconsin nel 2021 è stato arrestato per aver progettato un assalto armato a un grande evento pubblico dopo aver dichiarato la sua adesione allo Stato islamico mentre non si contano le indagini in corso che vedono protagonisti cittadini afghani. Ciò che emerge con chiarezza è la presenza di una radicalizzazione frammentata, spesso alimentata online, che prende forma in soggetti vulnerabili esposti a traumi, incertezza e isolamento sociale. Numerose analisi interne, mai pubblicate ufficialmente ma circolate tra i governi europei, indicano che alcuni centri di accoglienza sono diventati negli ultimi anni spazi in cui individui già fragili possono venire in contatto con simpatizzanti dell’Isis-K, la sigla jihadista più aggressiva oggi attiva in territorio afghano e ferocemente opposta ai Talebani. Più di 80.000 afghani sono arrivati negli Stati Uniti tra il 2021 e il 2022 tramite programmi speciali di evacuazione destinati a interpreti e collaboratori considerati a rischio. Nello stesso periodo, secondo l’IRC, altri 41.500 profughi «a rischio» sono stati accolti nei Paesi dell’Unione europea tramite corridoi umanitari. L’attentatore di Washington proveniva da quel flusso, riaccendendo il dibattito sulle falle nei controlli, sulla sicurezza delle procedure di ingresso e sul legame, ancora irrisolto, tra il caos seguito alla presa del potere dei Talebani e la stabilità interna dei Paesi occidentali, tema tornato oggi centrale nelle analisi politiche e investigative.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.