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2022-06-18
La Lamorgese fa promesse, l’Italia collassa
Ansa
Mentre la narrazione fantasiosa del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese è ancora tutta concentrata sulla relazione con l’Europa e sulla chimera della solidarietà tra Paesi per la redistribuzione degli immigrati, Lampedusa scoppia. Ieri il Viminale ha dovuto chiedere l’intervento della Diciotti, nave militare della Guardia costiera, per spostare 602 ospiti dell’hotspot di contrada Imbriacola a Porto Empedocle. Perché neppure i traghetti sono più sufficienti. Ieri La Verità aveva svelato che la Prefettura di Agrigento stava raschiando il barile per cercare qualche posto libero nei centri d’accoglienza siciliani. E siccome l’impresa si era fatta particolarmente ardua, il Viminale ha deciso di sparpagliare i clandestini tutta Italia. Il primo volo charter con 12 tunisini è partito per Roma ieri mattina. Da lì in autobus la dozzina raggiungerà il Cpr di Palazzo San Gervasio, provincia di Potenza, in attesa delle procedure di rimpatrio. Nonostante il risiko messo in campo dal Viminale per tentare di alleggerire l’hotspot, però, i nuovi arrivi continuano a mantenerlo pieno oltre l’immaginazione: se giovedì si era sfiorata quota 1.500, ieri con i nuovi arrivi non si è scesi sotto i 1.155. I 12 partiti per Potenza sono stati subito rimpiazzati da altri 12 sbarcati nella notte dopo un viaggio della speranza su un barchino di soli cinque metri partito da Djerba e intercettato mentre puntava verso la spiaggia. Poco dopo, a circa 10 miglia dall’isola, le autorità hanno raggiunto un altro barcone con 77 passeggeri provenienti da Egitto, Marocco e Tunisia. Ora il totale degli arrivi è schizzato a 23.582, contro i 18.359 dello stesso periodo dello scorso anno e i soli 5.696 del 2020. Nei primi 17 giorni del mese di giugno sono già sbarcati in Italia 4.101 immigrati. E in pochi sembrano avere le caratteristiche del rifugiato. Le prime tre nazionalità sono Bangladesh, Egitto e Tunisia. Proprio tra i tunisini sbarcati giovedì, giornata da record, con oltre 800 approdati a Lampedusa, i medici del presidio d’accoglienza hanno riscontrato una sessantina di casi di scabbia. Lamorgese, però, continua a far finta di nulla. Come se la situazione fosse sotto controllo. Non curante anche del fatto che la Sea Eye 4 - con 488 persone a bordo - è già in prossimità della costa siciliana. Ieri si è fermata al largo tra Marina di Ragusa e Pozzallo, in attesa che il governo dia via libera allo sbarco assegnando un porto. Quattro passeggeri sono già in Italia, evacuati con il supporto dei mezzi navali della capitaneria di porto per problemi di salute. Si tratta di due donne e due uomini: una al quinto mese di gravidanza con ustioni, un’altra con ustioni nella parte inferiore del corpo (entrambe provocate da contatto con idrocarburi) e un nigeriano che soffre di epilessia. Un altro uomo di origine marocchina si è procurato una frattura a una mano. Mentre Lamorgese continua nella sua operazione di propaganda sperando che il suo storytelling - sostenuto dai giornali progressisti - metta in ombra la dimensione emergenziale causata dagli approdi indiscriminati. Anche ieri, durante un vertice negli Stati Uniti su terrorismo e immigrazione, ha sbandierato accordi europei puramente teorici: «Con l’accoglienza dei profughi ucraini abbiamo visto l’Europa come vorremmo vederla, un’Europa unita, solidale, ospitale». E ha definito «storico» l’accordo del 10 giugno tra 15 paesi per un programma di redistribuzione di migranti. Dimenticando però di sottolineare che solo i profughi ucraini partiranno per altre destinazioni. Chi proviene da Africa e Asia, invece, resta piantato in Italia, finendo per fare da brodo di coltura per fenomeni nocivi come l’orda di africani che ha invaso il Garda lo scorso 2 giugno e ora minaccia la Riviera romagnola. L’accoglienza, secondo Lamorgese, è un problema «strutturale» e «non emergenziale». «A Lampedusa», però, ha detto ieri Attilio Lucia, leghista risultato il terzo più votato nella lista civica che ha scalzato il primo cittadino uscente Salvatore Martello, «non c’è alcuna accoglienza per i migranti, la mia isola è solo il centro del business della sinistra e delle Ong». E non è solo la Sicilia a soffrire: a Trento oltre 60 profughi, per le lungaggini burocratiche di un sistema d’accoglienza totalmente fallimentare, sono finiti fuori dai meccanismi per la richiesta d’asilo e vivono in strada. Sono in un limbo: non ottengono lo status di rifugiati e non vengono espulsi. Inoltre, senza un progetto per mettere un freno alle rotte, la situazione non può che peggiorare. Ieri, sfruttando le condizioni ottimali del mare, due barchini sono approdati nella Sardegna sudoccidentale, la zona dell’isola più vicina all’Africa. In tutto sono arrivate nove persone. Un barchino con cinque passeggeri (due bambini, una donna incinta e due uomini) è stato raggiunto dalla guardia di finanza mentre entrava nel porto di Sant’Antioco. Gli altri quattro (un bambino di due anni, una donna e due uomini) avevano già raggiunto la spiaggia di Porto Pino e sono stati intercettati dai carabinieri mentre si allontanavano a piedi. Tutti e nove sono finiti nel centro d’accoglienza di Monastir.
Processo a Salvini per Open Arms: «Gino Strada telefonò a Mattarella»
Lo psicologo che valutò lo stato di salute dei passeggeri della Open Arms, la nave che nell’agosto 2019 rimase per alcuni giorni in attesa di un porto di sbarco (decisione condivisa dal governo gialloverde ma per la quale è a processo Matteo Salvini), decise di fare una valutazione complessiva, senza produrre relazioni specifiche. E sulla base di quella documentazione generica le autorità avrebbero dovuto decidere cosa fare. E anche in fretta. È quanto è emerso ieri durante il processo a Palermo che vede l’ex ministro dell’Interno imputato per sequestro di persona. Il testimone è Alessandro Di Benedetto, lo psicologo di Emergency salito a bordo nei giorni in cui l’equipaggio chiese di far sbarcare i passeggeri a Lampedusa. Dopo la visita Di Benedetto preparò diverse segnalazioni nelle quali sosteneva che c’era il rischio «di perdere il controllo della situazione». Lo psicologo ha parlato anche di tentativi di suicidio e di persone che accusavano sintomi da «disturbo da stress post traumatico». Il difensore del leader della Lega, l’avvocato Giulia Bongiorno, ha espresso non poche perplessità proprio per la «vaghezza» dei documenti redatti, che non avrebbe permesso una precisa valutazione. D’altra parte, cinque passeggeri furono autorizzati a scendere non appena arrivarono referti più dettagliati. Poi però «da parte di Emergency», ha affermato l’avvocato, «non ci furono altre risposte soddisfacenti». Partì invece una sorta di pressing. Con Gino Strada che avrebbe cercato «di chiamare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella», ha detto ancora lo psicologo, aggiungendo che «non fu possibile perché era in volo per la Sicilia». E allora «tentò di telefonare anche a Salvini». Chi gli rispose, secondo lo psicologo, «disse “ora glielo passo”. Poi cadde la linea». E non sarebbe stato più possibile contattarlo. Ma a confutare l’accusa è arrivata anche un’altra testimonianza, quella di Emanuela Garroni, funzionario del Viminale di lungo corso ed ex vice capo di gabinetto del ministero dell’Interno. La teste rispondendo alle domande del pm ha spiegato che «i migranti tenuti sulla nave spagnola davanti all’isola di Lampedusa sarebbero stati fatti scendere e pure in tempi brevi». L’intervento della Procura di Agrigento, insomma, non sarebbe servito a sbloccare la situazione.
«Parlare di porto sicuro», ha detto l’ex funzionaria, «non è corretto perché i minori sono sbarcati, la nave stava a Lampedusa e i migranti non potevano che scendere lì anche per motivi meteorologici. Avevamo chiesto la rivalutazione del decreto del Tar che aveva sospeso l’interdizione delle acque nazionali alla nave e la Spagna aveva nel frattempo proposto un Pos». Si trattava quindi di tempi tecnici. Anche per le verifiche. La testimone, infatti, ha spiegato che «c’era da poco stata la vicenda di Anis Amri, l’attentatore dei mercatini di Natale di Berlino», ucciso poi alla stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, «che era arrivato proprio da Lampedusa. È chiaro che si è innalzato il livello di attenzione. Era nostro dovere farlo». A fine giornata la Bongiorno ha commentato: «Credo che sia stata un’udienza veramente positiva. Gli elementi emersi, nonostante arrivino da testi dell’accusa, sono estremamente favorevoli». Salvini promette battaglia: «Conto di poter dimostrare che ho semplicemente fatto quello che era mio diritto fare, senza mettere a rischio la salute di nessuno». Alla prossima udienza, fissata per il 15 luglio, sarà sentita l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che si rifiutò di firmare il secondo provvedimento interministeriale di divieto d’ingresso per Open Arms.
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Il ministro dell’Interno continua a elogiare la cooperazione europea in tema di rifugiati, però nei fatti oltre 1.100 sono stipati a Lampedusa e dei circa 600 smistati nessuno è finito all’estero: vanno tutti in altre regioni. Così si innesca una bomba etnica.Processo a Matteo Salvini per Open Arms: «Gino Strada telefonò a Mattarella». Lo psicologo a bordo svela il retroscena sul Colle. Il leghista: «Ho fatto ciò che dovevo».Lo speciale contiene due articoli. Mentre la narrazione fantasiosa del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese è ancora tutta concentrata sulla relazione con l’Europa e sulla chimera della solidarietà tra Paesi per la redistribuzione degli immigrati, Lampedusa scoppia. Ieri il Viminale ha dovuto chiedere l’intervento della Diciotti, nave militare della Guardia costiera, per spostare 602 ospiti dell’hotspot di contrada Imbriacola a Porto Empedocle. Perché neppure i traghetti sono più sufficienti. Ieri La Verità aveva svelato che la Prefettura di Agrigento stava raschiando il barile per cercare qualche posto libero nei centri d’accoglienza siciliani. E siccome l’impresa si era fatta particolarmente ardua, il Viminale ha deciso di sparpagliare i clandestini tutta Italia. Il primo volo charter con 12 tunisini è partito per Roma ieri mattina. Da lì in autobus la dozzina raggiungerà il Cpr di Palazzo San Gervasio, provincia di Potenza, in attesa delle procedure di rimpatrio. Nonostante il risiko messo in campo dal Viminale per tentare di alleggerire l’hotspot, però, i nuovi arrivi continuano a mantenerlo pieno oltre l’immaginazione: se giovedì si era sfiorata quota 1.500, ieri con i nuovi arrivi non si è scesi sotto i 1.155. I 12 partiti per Potenza sono stati subito rimpiazzati da altri 12 sbarcati nella notte dopo un viaggio della speranza su un barchino di soli cinque metri partito da Djerba e intercettato mentre puntava verso la spiaggia. Poco dopo, a circa 10 miglia dall’isola, le autorità hanno raggiunto un altro barcone con 77 passeggeri provenienti da Egitto, Marocco e Tunisia. Ora il totale degli arrivi è schizzato a 23.582, contro i 18.359 dello stesso periodo dello scorso anno e i soli 5.696 del 2020. Nei primi 17 giorni del mese di giugno sono già sbarcati in Italia 4.101 immigrati. E in pochi sembrano avere le caratteristiche del rifugiato. Le prime tre nazionalità sono Bangladesh, Egitto e Tunisia. Proprio tra i tunisini sbarcati giovedì, giornata da record, con oltre 800 approdati a Lampedusa, i medici del presidio d’accoglienza hanno riscontrato una sessantina di casi di scabbia. Lamorgese, però, continua a far finta di nulla. Come se la situazione fosse sotto controllo. Non curante anche del fatto che la Sea Eye 4 - con 488 persone a bordo - è già in prossimità della costa siciliana. Ieri si è fermata al largo tra Marina di Ragusa e Pozzallo, in attesa che il governo dia via libera allo sbarco assegnando un porto. Quattro passeggeri sono già in Italia, evacuati con il supporto dei mezzi navali della capitaneria di porto per problemi di salute. Si tratta di due donne e due uomini: una al quinto mese di gravidanza con ustioni, un’altra con ustioni nella parte inferiore del corpo (entrambe provocate da contatto con idrocarburi) e un nigeriano che soffre di epilessia. Un altro uomo di origine marocchina si è procurato una frattura a una mano. Mentre Lamorgese continua nella sua operazione di propaganda sperando che il suo storytelling - sostenuto dai giornali progressisti - metta in ombra la dimensione emergenziale causata dagli approdi indiscriminati. Anche ieri, durante un vertice negli Stati Uniti su terrorismo e immigrazione, ha sbandierato accordi europei puramente teorici: «Con l’accoglienza dei profughi ucraini abbiamo visto l’Europa come vorremmo vederla, un’Europa unita, solidale, ospitale». E ha definito «storico» l’accordo del 10 giugno tra 15 paesi per un programma di redistribuzione di migranti. Dimenticando però di sottolineare che solo i profughi ucraini partiranno per altre destinazioni. Chi proviene da Africa e Asia, invece, resta piantato in Italia, finendo per fare da brodo di coltura per fenomeni nocivi come l’orda di africani che ha invaso il Garda lo scorso 2 giugno e ora minaccia la Riviera romagnola. L’accoglienza, secondo Lamorgese, è un problema «strutturale» e «non emergenziale». «A Lampedusa», però, ha detto ieri Attilio Lucia, leghista risultato il terzo più votato nella lista civica che ha scalzato il primo cittadino uscente Salvatore Martello, «non c’è alcuna accoglienza per i migranti, la mia isola è solo il centro del business della sinistra e delle Ong». E non è solo la Sicilia a soffrire: a Trento oltre 60 profughi, per le lungaggini burocratiche di un sistema d’accoglienza totalmente fallimentare, sono finiti fuori dai meccanismi per la richiesta d’asilo e vivono in strada. Sono in un limbo: non ottengono lo status di rifugiati e non vengono espulsi. Inoltre, senza un progetto per mettere un freno alle rotte, la situazione non può che peggiorare. Ieri, sfruttando le condizioni ottimali del mare, due barchini sono approdati nella Sardegna sudoccidentale, la zona dell’isola più vicina all’Africa. In tutto sono arrivate nove persone. Un barchino con cinque passeggeri (due bambini, una donna incinta e due uomini) è stato raggiunto dalla guardia di finanza mentre entrava nel porto di Sant’Antioco. Gli altri quattro (un bambino di due anni, una donna e due uomini) avevano già raggiunto la spiaggia di Porto Pino e sono stati intercettati dai carabinieri mentre si allontanavano a piedi. 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È quanto è emerso ieri durante il processo a Palermo che vede l’ex ministro dell’Interno imputato per sequestro di persona. Il testimone è Alessandro Di Benedetto, lo psicologo di Emergency salito a bordo nei giorni in cui l’equipaggio chiese di far sbarcare i passeggeri a Lampedusa. Dopo la visita Di Benedetto preparò diverse segnalazioni nelle quali sosteneva che c’era il rischio «di perdere il controllo della situazione». Lo psicologo ha parlato anche di tentativi di suicidio e di persone che accusavano sintomi da «disturbo da stress post traumatico». Il difensore del leader della Lega, l’avvocato Giulia Bongiorno, ha espresso non poche perplessità proprio per la «vaghezza» dei documenti redatti, che non avrebbe permesso una precisa valutazione. D’altra parte, cinque passeggeri furono autorizzati a scendere non appena arrivarono referti più dettagliati. Poi però «da parte di Emergency», ha affermato l’avvocato, «non ci furono altre risposte soddisfacenti». Partì invece una sorta di pressing. Con Gino Strada che avrebbe cercato «di chiamare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella», ha detto ancora lo psicologo, aggiungendo che «non fu possibile perché era in volo per la Sicilia». E allora «tentò di telefonare anche a Salvini». Chi gli rispose, secondo lo psicologo, «disse “ora glielo passo”. Poi cadde la linea». E non sarebbe stato più possibile contattarlo. Ma a confutare l’accusa è arrivata anche un’altra testimonianza, quella di Emanuela Garroni, funzionario del Viminale di lungo corso ed ex vice capo di gabinetto del ministero dell’Interno. La teste rispondendo alle domande del pm ha spiegato che «i migranti tenuti sulla nave spagnola davanti all’isola di Lampedusa sarebbero stati fatti scendere e pure in tempi brevi». L’intervento della Procura di Agrigento, insomma, non sarebbe servito a sbloccare la situazione. «Parlare di porto sicuro», ha detto l’ex funzionaria, «non è corretto perché i minori sono sbarcati, la nave stava a Lampedusa e i migranti non potevano che scendere lì anche per motivi meteorologici. Avevamo chiesto la rivalutazione del decreto del Tar che aveva sospeso l’interdizione delle acque nazionali alla nave e la Spagna aveva nel frattempo proposto un Pos». Si trattava quindi di tempi tecnici. Anche per le verifiche. La testimone, infatti, ha spiegato che «c’era da poco stata la vicenda di Anis Amri, l’attentatore dei mercatini di Natale di Berlino», ucciso poi alla stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, «che era arrivato proprio da Lampedusa. È chiaro che si è innalzato il livello di attenzione. Era nostro dovere farlo». A fine giornata la Bongiorno ha commentato: «Credo che sia stata un’udienza veramente positiva. Gli elementi emersi, nonostante arrivino da testi dell’accusa, sono estremamente favorevoli». Salvini promette battaglia: «Conto di poter dimostrare che ho semplicemente fatto quello che era mio diritto fare, senza mettere a rischio la salute di nessuno». Alla prossima udienza, fissata per il 15 luglio, sarà sentita l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che si rifiutò di firmare il secondo provvedimento interministeriale di divieto d’ingresso per Open Arms.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.