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2018-11-18
L'ambasciatrice Usa all'Onu lascia per fare la fronda interna a Trump
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ANSA
Le ultime elezioni di metà mandato hanno rafforzato la posizione del presidente americano, Donald Trump. Nonostante il Congresso risulti spaccato in due, non va infatti dimenticato che solitamente le midterm vengano perse dal partito del presidente in carica e soprattutto che la tanto preconizzata ondata democratica alla fine non abbia avuto luogo. In questo senso, Trump ha adesso più di un motivo per dormire sonni tranquilli. Soprattutto perché, in seno al Partito dell'Elefante, la sua leadership appare più stabile. E questo risultato elettorale dovrebbe spianargli la strada per ottenere la nomination repubblicana del 2020.
Ciononostante non è affatto automatico che questo accada. Ci sono infatti alcuni segnali non particolarmente chiari. Primo tra tutti, le recenti dimissioni dell'ambasciatrice americana all'Onu, Nikki Haley. Annunciata circa un mese fa, questa scelta ha suscitato una pioggia di interrogativi. Se la diretta interessata si è giustificata dicendo di volersi prendere un periodo di pausa dalla politica, i più malevoli hanno invece ipotizzato che nutra delle serie ambizioni presidenziali. Anche perché non è che la Haley sia mai stata annoverata tra i principali sostenitori dell'attuale Commander in chief. Quando, da governatrice del South Carolina, pronunciò la risposta al discorso sullo stato dell'Unione di Barack Obama nel gennaio del 2016, attaccò chiaramente Trump (pur non citandolo mai in modo diretto). Sempre quell'anno poi, durante le primarie repubblicane, diede il suo endorsement al senatore Marco Rubio: uno dei più accaniti avversari del miliardario newyorchese. In sostanza, l'allora governatrice si poneva in linea con le posizioni dell'establishment repubblicano, che considerava il magnate una scheggia impazzita da espellere il prima possibile.
Anche per questo, non fu poca la sorpresa quando - diventato presidente - Trump scelse la Haley come ambasciatrice alle Nazioni Unite. Una mossa abbastanza scaltra con cui il magnate ha evidentemente cercato di tendere la mano alle ali più riottose del Partito Repubblicano. Le distanze tra i due tuttavia sono rimaste. Nonostante l'apparente concordia, l'ex governatrice non ha mai digerito infatti il tentativo di distensione, portato avanti dal presidente, verso alcuni storici nemici dello Zio Sam (dalla Russia alla Corea del Nord). E, tra questi rapporti altalenanti, si è arrivati infine all'annuncio delle dimissioni.
Non è esattamente chiaro che cosa voglia fare adesso la Haley. Posto che è oggettivamente difficile credere a un suo ritiro dalla politica, bisogna capire con quali modalità possa verificarsi una sua eventuale discesa in campo nel 2020. E, sotto questo aspetto, le ipotesi sul tavolo sono molteplici. Qualcuno dice che Trump potrebbe sceglierla come propria vice al posto di Mike Pence, mentre altri ipotizzano che possa invece direttamente contendere la nomination al presidente. Una possibilità insolita ma già accaduta nel 1976, quando Ronald Reagan si candidò contro Gerald Ford. Infine, altri sostengono che Trump potrebbe decidere di non presentarsi per un secondo mandato e designare ufficiosamente la Haley come proprio "successore". Una eventualità che non garantirebbe di per sé comunque primarie tranquille nel 2020. E comunque, proprio il discreto risultato conseguito dai repubblicani alle midterm, sembrerebbe (almeno al momento) allontanare l'ipotesi che Trump possa fare un passo indietro dalla scena politica.Come che sia, il punto da capire è se, in caso, Nikki Haley abbia reali possibilità di conquistare adeguato seguito elettorale. Di elementi a favore ne ha sicuramente: è una giovane donna energica con esperienze amministrative e internazionali alle spalle.
Molto attiva sui social network, le sue origini indiane potrebbero inoltre accattivarle le simpatie delle minoranze etniche (una quota elettorale che, negli ultimi decenni, si è mostrata piuttosto fredda verso il Partito repubblicano). Dall'altra parte, però, non sono escludibili dei problemi. Come accennato, la Haley sposa una linea politica molto aggressiva in politica estera. E lei stessa non ha del resto mai troppo nascosto i propri legami con think tank vicini al neoconservatorismo. Una linea politica, intrisa di moralismo e molto bellicosa verso i tradizionali nemici dell'America: una linea, in sostanza, molto vicina alle idee di George W. Bush e di Hillary Clinton. E quindi fondamentalmente lontana dalla Realpolitik trumpista, di fatto debitrice alla dottrina Nixon. Ecco: è proprio qui forse il principale problema elettorale della Haley. Il suo approccio neoconservatore non è esattamente popolare oggi in America. E le vittorie di Obama (nel 2008) e di Trump (nel 2016) dimostrano proprio questo stato di cose. E' quindi tutto da dimostrare che la Haley possa realmente essere in grado di conquistare l'elettorato americano. Il rischio per lei, insomma, è che si ripeta un film già visto. Quello di un establishment incapace di comprendere che ormai in America il vento è cambiato. Forse per sempre.
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Nikki Haley si dimette dal Palazzo di vetro, ufficialmente per prendersi una pausa. In realtà dentro il partito Repubblicano in molti si aspettano una sua sua candidatura per le elezioni del 2020. Una possibilità insolita ma già accaduta nel 1976, quando Ronald Reagan si candidò contro Gerald Ford. Solo che l'ex governatrice del del South Carolina è una neocon di ferro e in politica estera segue un modello (quello di George W. Bush) ormai asfaltato da The Donald. Le ultime elezioni di metà mandato hanno rafforzato la posizione del presidente americano, Donald Trump. Nonostante il Congresso risulti spaccato in due, non va infatti dimenticato che solitamente le midterm vengano perse dal partito del presidente in carica e soprattutto che la tanto preconizzata ondata democratica alla fine non abbia avuto luogo. In questo senso, Trump ha adesso più di un motivo per dormire sonni tranquilli. Soprattutto perché, in seno al Partito dell'Elefante, la sua leadership appare più stabile. E questo risultato elettorale dovrebbe spianargli la strada per ottenere la nomination repubblicana del 2020. Ciononostante non è affatto automatico che questo accada. Ci sono infatti alcuni segnali non particolarmente chiari. Primo tra tutti, le recenti dimissioni dell'ambasciatrice americana all'Onu, Nikki Haley. Annunciata circa un mese fa, questa scelta ha suscitato una pioggia di interrogativi. Se la diretta interessata si è giustificata dicendo di volersi prendere un periodo di pausa dalla politica, i più malevoli hanno invece ipotizzato che nutra delle serie ambizioni presidenziali. Anche perché non è che la Haley sia mai stata annoverata tra i principali sostenitori dell'attuale Commander in chief. Quando, da governatrice del South Carolina, pronunciò la risposta al discorso sullo stato dell'Unione di Barack Obama nel gennaio del 2016, attaccò chiaramente Trump (pur non citandolo mai in modo diretto). Sempre quell'anno poi, durante le primarie repubblicane, diede il suo endorsement al senatore Marco Rubio: uno dei più accaniti avversari del miliardario newyorchese. In sostanza, l'allora governatrice si poneva in linea con le posizioni dell'establishment repubblicano, che considerava il magnate una scheggia impazzita da espellere il prima possibile. Anche per questo, non fu poca la sorpresa quando - diventato presidente - Trump scelse la Haley come ambasciatrice alle Nazioni Unite. Una mossa abbastanza scaltra con cui il magnate ha evidentemente cercato di tendere la mano alle ali più riottose del Partito Repubblicano. Le distanze tra i due tuttavia sono rimaste. Nonostante l'apparente concordia, l'ex governatrice non ha mai digerito infatti il tentativo di distensione, portato avanti dal presidente, verso alcuni storici nemici dello Zio Sam (dalla Russia alla Corea del Nord). E, tra questi rapporti altalenanti, si è arrivati infine all'annuncio delle dimissioni. Non è esattamente chiaro che cosa voglia fare adesso la Haley. Posto che è oggettivamente difficile credere a un suo ritiro dalla politica, bisogna capire con quali modalità possa verificarsi una sua eventuale discesa in campo nel 2020. E, sotto questo aspetto, le ipotesi sul tavolo sono molteplici. Qualcuno dice che Trump potrebbe sceglierla come propria vice al posto di Mike Pence, mentre altri ipotizzano che possa invece direttamente contendere la nomination al presidente. Una possibilità insolita ma già accaduta nel 1976, quando Ronald Reagan si candidò contro Gerald Ford. Infine, altri sostengono che Trump potrebbe decidere di non presentarsi per un secondo mandato e designare ufficiosamente la Haley come proprio "successore". Una eventualità che non garantirebbe di per sé comunque primarie tranquille nel 2020. E comunque, proprio il discreto risultato conseguito dai repubblicani alle midterm, sembrerebbe (almeno al momento) allontanare l'ipotesi che Trump possa fare un passo indietro dalla scena politica.Come che sia, il punto da capire è se, in caso, Nikki Haley abbia reali possibilità di conquistare adeguato seguito elettorale. Di elementi a favore ne ha sicuramente: è una giovane donna energica con esperienze amministrative e internazionali alle spalle. Molto attiva sui social network, le sue origini indiane potrebbero inoltre accattivarle le simpatie delle minoranze etniche (una quota elettorale che, negli ultimi decenni, si è mostrata piuttosto fredda verso il Partito repubblicano). Dall'altra parte, però, non sono escludibili dei problemi. Come accennato, la Haley sposa una linea politica molto aggressiva in politica estera. E lei stessa non ha del resto mai troppo nascosto i propri legami con think tank vicini al neoconservatorismo. Una linea politica, intrisa di moralismo e molto bellicosa verso i tradizionali nemici dell'America: una linea, in sostanza, molto vicina alle idee di George W. Bush e di Hillary Clinton. E quindi fondamentalmente lontana dalla Realpolitik trumpista, di fatto debitrice alla dottrina Nixon. Ecco: è proprio qui forse il principale problema elettorale della Haley. Il suo approccio neoconservatore non è esattamente popolare oggi in America. E le vittorie di Obama (nel 2008) e di Trump (nel 2016) dimostrano proprio questo stato di cose. E' quindi tutto da dimostrare che la Haley possa realmente essere in grado di conquistare l'elettorato americano. Il rischio per lei, insomma, è che si ripeta un film già visto. Quello di un establishment incapace di comprendere che ormai in America il vento è cambiato. Forse per sempre. media0.giphy.com
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.