Speriamo che la Bce non imiti la Ue

L’Ue mostra capacità insufficienti di gestione delle emergenze che abbiano un’origine geopolitica, tema di attenzione urgente per gli effetti economici della crisi nel Golfo. La prova è che la Commissione abbia comunicato un piano preventivo di riduzione dei consumi energetici - atto razionale, ma di gestione passiva - invece di attivare misure d’emergenza.
Anche per le emergenze di diversa natura, quali i disastri ambientali o epidemiologici, è osservabile una certa capacità di intervento finanziario con debito comune, come per l’epidemia Covid, ma non una istituzione comune specializzata per la gestione delle emergenze né un sostegno monetario sufficiente per la prevenzione tecnica. Inoltre, mantiene regolamentazioni di tipo ambientalista di dubbia efficacia, anche se alleggerite recentemente, di notevole peso de-competitivo per i sistemi industriali. In sintesi, l’Ue non è sufficientemente attrezzata per aiutare le nazioni partecipanti a gestire casi di instabilità di fonte esterna. La soluzione proposta da Mario Draghi è di aumentare la cessione di sovranità all’Ue per poter incrementare il debito comune finalizzato a finanziare la competitività eurocontinentale e la sua sicurezza generale.
In astratto, questa soluzione confederale avrebbe senso perché darebbe un ministero del Tesoro unico all’Eurozona che è presupposto per correlare politica fiscale (bilancio) e monetaria dando più spazio espansivo al primo e più solidità alla valuta. Ma se imposta prematuramente dall’alto verso il basso, la confederalizzazione aumenterebbe il rischio di frammentazione dell’Ue. Pertanto, la strategia più realistica e prudente di collaborazione tra europei occidentali è quella «funzionalista» (adottata dal 1957 fino al Trattato di Maastricht del 1992 dove fu invertita come Unione dall’alto verso il basso), cioè con metodo dal basso verso l’alto, dove l’integrazione è condizionata da passi ritenuti vantaggiosi per tutti. Ma è una strategia lenta che non risponde alla configurazione utile per gestire un aumento delle discontinuità multiple con frequenza crescente nel globo. Cosa fare?
La mia - e del mio gruppo di ricerca - risposta è: più di un’aleanza, ma meno di un’Unione, dove «più di un’alleanza» implica nuove istituzioni comuni per la prevenzione e gestione delle emergenze combinate con coalizioni selettive di nazioni. Andiamo alle soluzioni per evitare una crisi economica grave causata dal blocco dei flussi via Hormuz per gli importatori europei. Tempi: il calcolo di gestibilità del gap di forniture di petrolio e derivati quali fertilizzanti ecc. per gli importatori europei va diviso in due momenti. Quello di sblocco e ripresa dei traffici e poi di ristabilizzazione finanziaria. Stime: caso migliore, sblocco entro un mese e ristabilizzazione entro tre; caso intermedio con danni, ma non destabilizzanti: sblocco entro tre mesi e altri tre o quattro di ristabilizzazione; caso peggiore: sblocco selettivo o minacciato dal regime iraniano per un tempo più lungo e ristabilizzazione incerta. Al momento, lo scenario migliore non è il più probabile per la capacità del regime iraniano, pur amputato e depotenziato, di mantenere la minaccia sui transiti di Hormuz. Resta quello intermedio con attenzione ai modi per accelerarlo.
Alcuni analisti scommettono su una soluzione negoziale, osservando la densità di comunicazioni tra le parti e l’interesse globale per chiudere la questione. Da un lato il regime è diviso, ma dall’altro conta sulla non disponibilità dell’America a un’invasione terrestre per resistere fino al punto di poter negoziare la propria sopravvivenza. Ciò rende ambigui i tempi dello sblocco e della ristabilizzazione. Per ridurli entro un tempo di gestibilità, la soluzione migliore è la creazione di una procedura che metta in sicurezza i transiti, opzione possibile via mobilitazione di mezzi di scorta militare al naviglio civile con una massa molte superiore alle capacità statunitensi. Va sottolineato che la disponibilità di 30 o 40 nazioni - discussa recentemente nel summit di Londra - a inviare risorse di sicurezza, darebbe al regime un segnale dissuasivo che favorirebbe un vero negoziato di sblocco e quindi la ristabilizzazione entro l’autunno del 2026.
Tale scenario intermedio implica l’ingaggio di una coalizione selettiva di europei - problematico quello di Francia e Spagna - Australia, Giappone, Regno Unito, che hanno i mezzi necessari e i codici di interoperabilità, o Nato o di alleanza nel Pacifico - con le forze statunitensi. Dove il punto chiave sarebbero i comportamenti di Emirati, Arabia e degli altri Paesi del Golfo. Per inciso, Georgia Meloni va apprezzata perché è andata a capire in colloqui diretti, a parte le questioni tecniche energetiche, cosa questi intendano fare, particolarmente Emirati e sauditi. Se si ingaggiano per questa formula di presidio-scorta, l’operazione avrebbe un esito probabile di successo entro tempi gestibili. E così raccomando.
In conclusione, una raccomandazione anche alla Bce: aspetti l’evidenza di questo intervento di sicurezza o formule simili prima di alzare il costo del denaro come misura antinflazione. Da un lato è comprensibile che la Bce prepari un rialzo dei tassi per il suo mandato antinflazione. Dall’altro, se l’inflazione energetica ha causa geopolitica, l’azione monetaria non ha effetti stabilizzanti: aggiungere la restrizione monetaria alla scarsità energetica sarebbe catastrofico.





