Imagoeconomica
Il ragazzo era in contatto via Telegram con persone pronte ad aiutarlo nell’attacco.
Jaber Naggay, il ventiduenne marocchino di seconda generazione fermato l’altro giorno a Reggio Emilia per «arruolamento con finalità di terrorismo», sognava un’Europa sotto il controllo del Califfato. «A tutte le donne», nella sua visione, «sarebbe stato […] imposto il velo e non avrebbero più avuto un’opinione propria».
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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Ansa
Il gioco della sinistra per capitalizzare alle urne il tifo per l’immigrazione incontrollata per adesso è perdente. Ma è pure pericoloso: i musulmani tendono ad anteporre la sharia alle nostre leggi. Prima di candidarli andrebbe chiesto loro se rispettano la Costituzione.
Doveva essere l’asso nella manica, l’arma segreta del centrosinistra per vincere le elezioni. E invece aver arruolato sette immigrati bengalesi, candidandoli nella lista del Pd nella speranza di ottenere i voti della comunità islamica di Venezia, si è rivelato un boomerang.
Non so quanti musulmani abbiano messo la croce sul nome di Andrea Martella, il senatore del Partito democratico che il campo largo aveva schierato per riuscire a conquistare il capoluogo veneto, strappandolo dopo 11 anni al centrodestra. Tuttavia, è evidente che la mossa non ha funzionato. Non soltanto perché a quanto pare non tutti gli stranieri hanno scelto di appoggiare l’ex funzionario del Pci ed ex sottosegretario del governo Conte, ma anche perché giocare la carta islamica probabilmente ha fatto scappare molti elettori, spingendoli a votare per il centrodestra.
Venezia da questo punto di vista si è rivelata un esperimento interessante. Infatti, per la prima volta abbiamo visto all’opera non soltanto il tentativo di utilizzare e strumentalizzare il voto degli stranieri, ma anche gli effetti che questo può avere sul resto dell’elettorato. I musulmani in Italia sono una delle comunità più consistenti e anche più organizzate che ci siano. Le ultime stime parlano di un milione e 700.000 persone e quasi l’80 per cento di queste ha la cittadinanza italiana. Un bacino di elettori enorme che fa gola alla sinistra, la quale infatti non perde occasione per abbracciarne la causa. Il gruppo più consistente è quello che ha nazionalità marocchina, poi seguono i bengalesi, i pakistani e gli albanesi. Ed è sulla seconda comunità, quella proveniente dal Bangladesh, che ha puntato il Pd, cercando di intercettare il voto degli immigrati che vivono a Mestre. Nel Comune di Venezia i musulmani sono circa 40.000 e di questi 12.000 sono bengalesi. In pratica, un residente su cinque.
Non ci vuole molto a capire che il Pd, candidando sette musulmani, strizzava l’occhio a costoro, nel tentativo di ingrossare i propri consensi. Purtroppo per Schlein e compagni il calcolo è risultato sbagliato, perché l’operazione non è stata a somma positiva. Forse il partito ha ottenuto il voto di una parte degli stranieri di origine bengalese, ma altri elettori si sono ben guardati dallo scegliere il campo largo. E anche a Venezia, come ormai capita in quasi tutte le città, il candidato della sinistra ha vinto nel centro della città, ma ha perso nelle aree più periferiche, confermando l’idea che i progressisti trionfano solo nelle Ztl, là dove abitano i radical chic che certo sono distanti dai problemi concreti del resto della popolazione.
Tuttavia, il risultato di Venezia, oltre a smentire la narrazione di una sinistra in grande ascesa, a proposito di Schlein e compagni ci fa capire perché insistano tanto sull’accoglienza. Essendo ormai da tempo in calo di consensi, sperano prima o poi di compensare con il voto degli stranieri ed è per questo che l’altro giorno il capogruppo del Pd Francesco Boccia se l’è presa con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, reo di aver detto che se gli italiani facessero più figli non ci sarebbe bisogno di immigrati.
Ma il gioco della sinistra, come si è visto a Venezia, oltre a essere perdente, è anche pericoloso. Infatti, ci sono comunità islamiche particolarmente chiuse e dove non di rado invece della legge del Paese che le ospita si applica la sharia. La Gran Bretagna insegna. Londra viene chiama Londonistan, a Birmingham la popolazione musulmana ha raggiunto il 30 per cento e non tutti sembrano convinti di essere sudditi di Sua Maestà, preferendo rispondere più alla legge di Allah che a quella del Regno Unito. In tal caso, se la storia si ripete in Italia, che si fa? È la domanda a cui i grandi strateghi del Pd non sanno rispondere. Parlano tanto di accoglienza, ma a dover accogliere le leggi del nostro Paese sono innanzitutto gli stranieri, ai quali prima di chiedere il voto bisognerebbe domandare di rispettare la Costituzione più della legge islamica.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia e sarcasmo, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.
Nel riquadro Salim El Koudri, l’attentatore italo-marocchino di Modena (Ansa)
Nel cellulare di El Koudri le tracce di domande sullo Stato islamico (ma non solo). E la Procura chiede la perizia.
I percorsi mentali di Salim El Koudri, l’attentatore italo-marocchino di Modena (ha investito sette persone, ferendone gravemente alcune, e ha tentato di accoltellare un’ottava), sono difficili da seguire. Montagne russe in cui si può passare in pochi secondi da pensieri legati al sesso, al lavoro o all’integralismo islamico. Ma non in un ordine razionale, ma quasi accavallati, uno dietro l’altro come in una folle corsa.
Gli specialisti dell’Antiterrorismo stanno esaminando da giorni il cellulare principale di El Koudri e stanno analizzando la cronologia della navigazione sul Web di tutti i suoi account e dei pc di casa. E provare a stare dietro quell’andirivieni fa venire il mal di mare.
Nessuno in questo momento è in grado di escludere che dietro il folle raid di sabato 16 maggio potesse esserci un movente terroristico. Ma non si può affermare con certezza nemmeno che ci fosse. È tutto molto nebuloso. Gli investigatori negano di avere rinvenuto nel telefonino principale alcun filmato violento e non si spiegano come la notizia abbia iniziato a circolare. Solo il futuro potrà dire se, considerando che molti device sequestrati a El Koudri e ai suoi genitori non sono ancora stati setacciati (gli inquirenti hanno in mano tre pc, un tablet e cinque cellulari, due dei quali attualmente in uso al trentunenne), non sia stato un fortunato vaticinio. Di certo al momento stanno emergendo solo le caotiche ricerche online di El Koudri.
Lunedì le agenzie hanno fatto riferimento a indagini sugli attentati in Europa realizzati da estremisti islamici. Ma alla Verità non risulta che ci sia traccia di ricerche su stragi come quelle di Nizza o dei vari mercatini di Natale (come quelli di Magdeburgo, Berlino e Strasburgo). In compenso sono state trovate due stringhe di ricerca risalenti agli ultimi mesi che fanno riferimento ad attacchi Isis in Norvegia che, però, non ci sarebbero mai stati. Perché allora El Koudri ha fatto quella richiesta (di cui, però, per ora non è stata trovata la risposta)? In Norvegia l’unico attentato terroristico di matrice islamica è quello avvenuto a Oslo il 25 giugno 2022, quando, durante la settimana del Pride, Zaniar Matapour, un cittadino norvegese di origine iraniana e di fede sciita, armato di una pistola e di un fucile automatico, ha aperto il fuoco sulla folla uccidendo due persone e ferendone gravemente altre nove nel cuore della movida Lgbtq+ della capitale, in particolare nei pressi del noto locale London Pub e del bar Per pa hjornet. L’attentatore è stato bloccato e disarmato da alcuni passanti prima dell’arrivo della polizia. L’attacco è stato considerato mirato contro la comunità gay e nel luglio del 2024, il tribunale di Oslo ha condannato Matapour a 30 anni di carcere (la pena massima prevista dall’ordinamento norvegese per reati di terrorismo aggravato). La pena è diventata definitiva.
El Koudri faceva ricerche diversissime, nell’arco di pochi secondi. A una tale velocità che si ritiene che impartisse gli ordini a voce. Passava da quesiti per trovare lavoro, ad altri legati alla sfera sessuale («fuck your wife», «fotti tua moglie» sembra sia stata una delle interrogazioni). Ma in mezzo a ciò ecco le ricerche più inquietanti, come quella sull’uomo che è stato considerato per anni il terrorista più temuto al mondo dopo la morte di Osama Bin Laden, il califfo dell’autoproclamato Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi, ucciso dagli americani nel 2019 in Siria. El Koudri ha digitato anche il nome di Mosul, la città irachena finita nel 2014 sotto il controllo dell’Isis e nota per l’omonima battaglia di liberazione (2016-2017), uno dei conflitti urbani più devastanti dalla seconda guerra mondiale, combattuto dalle forze irachene e da una coalizione internazionale per sottrarre la città allo Stato islamico.
Insomma nella sua frenetica attività online il trentunenne figlio di marocchini, ma nato a Seriate, si interessava di questioni che la maggior parte dei suoi coetanei italiani non si sognerebbe mai di approfondire. Questo fa di lui un sicuro terrorista islamico? Per gli investigatori non ci sono ancora le prove di un processo di radicalizzazione cosciente. Affiora solo tanta confusione, certamente agganciata a riferimenti storici e ideologici che gli derivano dalla cultura d’origine. Non si può ancora dire se fosse o non fosse un terrorista nel senso tecnico del termine, ma di certo la sua testa ha più volte sbandato su tematiche che se assorbite da un uomo con un diagnosticato «disturbo schizoide di personalità» non possono che rendere il soggetto in questione una bomba pronta a esplodere.
Ma, interrogazioni a parte, per ora gli analisti non sono riusciti a trovare traccia delle navigazioni ovvero dei siti visitati sugli argomenti d’interesse. Può essere che siano state cancellate e sia rimasta solo la cronologia. La tecnologia attuale consente di recuperare anche i file eliminati, ma per quello occorrerà tempo. «Al momento, però, non abbiamo ancora trovato contenuti che possano fare pensare a un radicalizzato» commenta un investigatore.
L’avvocato di El Koudri, Fausto Gianelli, conferma: «Gli inquirenti mi hanno detto di non avere trovato video violenti e neppure di sermoni o prediche di qualsiasi tipo». E le ricerche «particolari»? «Io sapevo che lui navigava nelle homepage dei siti di notizie e che cliccava un po’ tutto. Vedremo». A breve gli investigatori dovrebbero inviare una prima informativa alla Procura di Modena con i risultati delle indagini compiute a partire dal 16 maggio, così da poter mettere in primo punto fermo e consentire ai magistrati di formulare il capo d’accusa sulla base di una maggiore conoscenza della personalità e dei segreti dell’aspirante omicida. Intanto la Procura di Modena ha chiesto una perizia psichiatrica urgente per El Koudri, sotto inchiesta per strage e lesioni aggravate. Gianelli ha fatto sapere di accogliere «con favore e soddisfazione» l’iniziativa dei pm, «non come un modo per sottrarre El Koudri alle sue responsabilità, ma come accertamento necessario per valutare le sue reali condizioni». Per il legale «la perizia più vicino si fa al fatto e meglio è».
La richiesta sarà valutata dalla giudice per le indagini preliminari Donatella Pianezzi, la quale, in caso di accoglimento dell’istanza, procederà a indicare un proprio perito, così come la Procura e la difesa i propri consulenti. L’accertamento avverrà nell’ambito di un incidente probatorio, una parentesi anticipata del futuro, eventuale, processo, in cui le conclusioni degli strizzacervelli confluiranno.
«Secondo me El Koudri è fuori di testa» anticipa Gianelli. «Mi ha detto che gli hanno fatto il malocchio e che per questo non trovava lavoro. Ma io non sono uno psichiatra e per questo ben venga questo esame». In cella, il trentunenne non si dispera, risponde a monosillabi e quando il suo avvocato gli ricorda quanto ha fatto, annuisce, ma non spiega il suo gesto.
«Perché avevi il coltello?» gli avrebbe chiesto il legale. Ed El Koudri, quasi impassibile, avrebbe replicato solamente: «Sì, avevo un coltello».
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