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2018-05-20
La trappola del Quirinale è pronta a scattare
Lo sposo, Harry Di Maio, in alta uniforme, circondato dalla famiglia, sorridente e felice. La sposa, Meghan Salvini, sola soletta, senza uno straccio di parente che l'accompagni all'altare, dove l'attende l'arcivescovo, Sergio Mattarella. Tutto pronto per le nozze dell'anno, anzi del quinquennio: domani a Roma, se tutto andrà per il verso giusto, Lega e M5s, siglando l'intesa di governo, daranno vita al governo gialloverde. Il padre della sposa, Silvio Berlusconi, ha disertato la cerimonia, manifestando tutta la sua contrarietà alle nozze e lasciando Matteo Salvini da solo a pronunciare il fatidico «I will».
La notte tra oggi e domani sarà la più lunga e insonne per il leader della Lega: se domani bacerà Di Maio, come da profetico murale dello scorso marzo, dirà probabilmente addio al centrodestra, e non potrà più tornare indietro. Sembra già scritto, il lieto fine, ma non lo è. In realtà, le probabilità che l'intesa M5s-Lega salti in extremis ci sono ancora. Matteo Salvini potrebbe essere costretto a scappare dall'altare. La Lega in queste ore è sottoposta a un vero e proprio assedio, c'è aria di trappolone. Predisposto, manco a dirlo, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che i leghisti non solo non li ama, ma non li sopporta proprio, e dunque al governo non li vuole se non in posizione talmente minoritaria da farli diventare praticamente irrilevanti.
Sergio Mattarella, in queste settimane, ha avuto modo di stringere una intesa fortissima con il Movimento 5 stelle, e in particolare con Luigi Di Maio. Giggino da Pomigliano è estremamente sensibile ai suggerimenti di Mattarella: il Colle ordina, lui esegue.
Lo si è visto in mille occasioni: dalle giravolte sull'euro e sul rapporto con Bruxelles a quelle sull'alleanza atlantica. Di Maio, il cui unico obiettivo è sedersi sulla poltrona di palazzo Chigi, si è affidato totalmente a Mattarella, che ne apprezza non solo l'estrema malleabilità ma anche le solide relazioni con gli Stati Uniti e con i circoli internazionali, più o meno riservati, che contano. Al Colle, però, sono ore di grande fibrillazione, perché mentre il più giovane dei «ragazzi», Di Maio, è totalmente gestibile, l'esatto contrario Mattarella pensa di Salvini. Matteo rispetto a Giggino la politica la conosce bene: se messo in condizione di far valere le ragioni della Lega, potrebbe far sudare freddo Mattarella, che ha già fornito - forse un po' troppo frettolosamente - ampie rassicurazioni a Bruxelles, Berlino e Washington. Il Carroccio vuole spostare l'asse della politica estera italiana, riequilibrando il rapporto con la Russia di Vladimir Putin ed è pronto a battagliare senza tregua con Bruxelles e Berlino sui vincoli europei: per Re Sergio, degno successore di Re Giorgio (Napolitano), tutto ciò è semplicemente inaccettabile. Dunque, domani, Mattarella tenterà di far saltare tutto imponendo a Salvini condizioni irricevibili su premier, ministri e programma.
Mattarella innanzitutto potrebbe spingere su Di Maio premier, spiegando a Salvini che «c'è bisogno di un presidente del Consiglio autorevole, il leader del partito più forte della coalizione è l'ideale». Di fronte alle prevedibili resistenze leghiste, potrebbe tirare fuori dal cilindro figure «terze» indigeribili per la Lega: un burocrate, un bocconiano, un esecutore delle direttive di Bruxelles. Stesso discorso per i ministeri chiave: Esteri, Economia, Giustizia, Difesa (per non parlare della delega ai servizi segreti). Mattarella, dopo aver incassato l'ennesimo «faccia lei, presidente» da Di Maio, potrebbe servire al tavolo leghista pietanze difficili da digerire. Negli ultimi giorni, si dà per scontato che il capo dello Stato avrà l'ultima parola su queste caselle, che valgono più di mezzo governo. Circolano ipotesi che erano già trapelate come pedine del governo «neutrale». Immaginate Salvini che incontra Mattarella, dopo Di Maio, e si sente dire: «Allora, per i ministri chiave ho già l'assenso del M5s su…» e via con Elisabetta Belloni, segretario generale del ministero degli Esteri, per la Farnesina; Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo Reichlin, ex deputato di Pci e Pds, e di Luciana Castellina, fondatrice del Manifesto, ex direttore generale alla ricerca della Banca Centrale Europea, per l'Economia; Alessandro Pajno, palermitano, presidente del Consiglio di Stato, amico fraterno di Mattarella, per la Giustizia, e magari un bel generalone di piena fiducia del Colle alla Difesa. Salvini potrebbe davvero dire sì a tutto questo, ovvero a tutto ciò che ha sempre combattuto? Per non parlare delle sforbiciate sul «contratto» né degli impegni che il Colle pretenderà sull'europeismo, i vincoli di bilancio, le sanzioni alla Russia da mantenere, e via mattarellando.
I bene informati, inoltre, giurano che la mossa di Silvio Berlusconi di «sganciarsi» da Salvini abbia messo allegria al Quirinale, che in questo modo potrà più efficacemente esercitare la sua pressione sulla Lega, ormai socio di minoranza dell'alleanza gialloverde. Stando a fonti molto attendibili, Mattarella in cuor suo spera (e sta anche lavorando nell'ombra per questo obiettivo) che Berlusconi riesca a spaccare il Carroccio, sfilando qualche senatore non fedelissimo di Salvini, e facendo crollare tutta l'impalcatura.
Se il piano di Mattarella riuscirà, se il governo gialloverde affonderà prima di uscire dal porto, sbattendo contro l'iceberg del Quirinale, via libera al governo «neutrale», con l'orizzonte di almeno due anni, con il pretesto delle riforme: a quel punto anche per Di Maio sarebbe impossibile negare al capo dello Stato una astensione benevola, mentre Silvio Berlusconi e il Pd non vedono l'ora di imbottire l'esecutivo «del presidente» di ministri di area, e di spartirsi nomine e poltrone.
Salvini ci prova fino all’ultimo con la Meloni
L'alleanza fra Lega e 5 stelle è già operativa. Se non altro ai gazebo del Carroccio, dove fino a stasera si raccoglieranno i voti dei cittadini sul contratto di governo. E dove, almeno a Verona, i militanti leghisti sono stati affiancati dai simpatizzanti grillini: al mercato davanti allo stadio Bentegodi il deputato veronese
Mattina Fantinati del M5s ha fatto volantinaggio insieme con i suoi sostenitori per spiegare le ragioni del sì. D'altra parte, la base vuole l'accordo senza se e senza ma: sulla piattaforma Rousseau il sì è arrivato al 94%.
I due leader si incontreranno entro oggi per sciogliere l'ultimo nodo, il nome del presidente del Consiglio, e lunedì dovrebbero andare al Quirinale per chiedere a
Sergio Mattarella l'incarico. «Le idee le abbiamo, ma per rispetto diremo il nome del candidato prima al presidente», ha detto Matteo Salvini, che ha poi aggiunto: «Né io né Di Maio saremo premier. Questo mi sembra chiaro fin dall'inizio». Il premier quindi dovrebbe essere «una figura che vada bene a entrambi, con un'esperienza professionale incontestabile e che abbia contribuito alla stesura del programma».
Ma il presidente della Repubblica potrebbe avere in mente un piano diverso. Secondo alcune indiscrezioni,
Mattarella potrebbe proporre inizialmente come presidente del Consiglio proprio Di Maio. Per il Quirinale il leader pentastellato sarebbe più facile da controllare rispetto a Salvini, e Di Maio potrebbe capitalizzare l'offerta (che prevedibilmente sarebbe rifiutata dal leghista), per contare poi sulla sponda del capo di Stato.
In ogni caso
Salvini ha mostrato ottimismo: «Sono fiducioso, abbiamo già fatto un lavoro che non è mai stato fatto nella storia della Repubblica italiana, ossia definire un programma punto per punto da rispettare mese per mese. E se qualcuno non rispetterà questo programma, salterà tutto. Speriamo che in Europa e in Italia nessuno ci metta i bastoni fra le ruote».
Il segretario della Lega è anche tornato sulle tensioni interne al centrodestra. Riguardo alle critiche del Cavaliere, ha detto: «Conto di dare risposte non solo agli elettori della Lega ma anche di centrodestra.
Silvio Berlusconi premier? In democrazia decidono gli italiani». Su Giorgia Meloni invece si è mostrato più morbido: «Ho parlato con lei tanto e parlerò ancora». La Meloni non ha ancora chiarito se appoggerà o no il governo. In una diretta su Facebook ha spiegato che si fiderebbe di un esecutivo guidato dal Carroccio, ma avrebbe difficoltà ad appoggiare un premier pentastellato: «Non potrei condividere ad esempio l'introduzione del reddito di cittadinanza, perché sono contraria all'assistenzialismo». Ha poi lanciato una stilettata a Salvini: «Non ho potuto fare a meno di notare che in questi giorni non ha detto una parola sul nostro ruolo».
Fra i punti contestati da Fdi c'è anche lo stop alla Tav. Ieri
Di Maio, a Ivrea per incontrare Davide Casaleggio prima degli incontri decisivi, è tornato ad attaccare la linea ad alta velocità: «La Torino-Lione non serve più, poteva servire 30 anni fa, ora è inutile. Andremo a parlare con la Francia». Sul governo ha spiegato: «Ci sono stati momenti in cui pensavo di non farcela, adesso sono ottimista». «Alle europee, alle amministrative noi e la Lega continuiamo a essere alternativi, non è un'alleanza. Nelle prossime ore lavoreremo per una squadra di governo». Sul nome del futuro premier, solo una slogan: «Si parla di una persona che debba essere amica del popolo».
Meno sibillino
Davide Casaleggio, che ha detto: «Non mi sto occupando di questo argomento. Spero comunque che l'incarico vada a Luigi Di Maio».
Emanuela Meucci
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Sergio Mattarella punta su Luigi Di Maio per mettere all'angolo Matteo Salvini con nomi e condizioni indigeribili sui ministeri chiave. Se salta tutto, pronto il «piano B»: un governo neutrale, per sostenere il quale il Colle spingerebbe Silvio Berlusconi a spaccare il Carroccio.Ai gazebo si tifa per l'intesa. Il leader leghista fiuta pericoli («C'è chi rema contro, in Europa e qui») e preme su Fratelli d'Italia Oggi vedrà Di Maio per chiudere il balletto su Palazzo Chigi. Il grillino non si sbilancia: «Il nuovo premier? Amico del popolo».Lo speciale contiene due articoli.Lo sposo, Harry Di Maio, in alta uniforme, circondato dalla famiglia, sorridente e felice. La sposa, Meghan Salvini, sola soletta, senza uno straccio di parente che l'accompagni all'altare, dove l'attende l'arcivescovo, Sergio Mattarella. Tutto pronto per le nozze dell'anno, anzi del quinquennio: domani a Roma, se tutto andrà per il verso giusto, Lega e M5s, siglando l'intesa di governo, daranno vita al governo gialloverde. Il padre della sposa, Silvio Berlusconi, ha disertato la cerimonia, manifestando tutta la sua contrarietà alle nozze e lasciando Matteo Salvini da solo a pronunciare il fatidico «I will».La notte tra oggi e domani sarà la più lunga e insonne per il leader della Lega: se domani bacerà Di Maio, come da profetico murale dello scorso marzo, dirà probabilmente addio al centrodestra, e non potrà più tornare indietro. Sembra già scritto, il lieto fine, ma non lo è. In realtà, le probabilità che l'intesa M5s-Lega salti in extremis ci sono ancora. Matteo Salvini potrebbe essere costretto a scappare dall'altare. La Lega in queste ore è sottoposta a un vero e proprio assedio, c'è aria di trappolone. Predisposto, manco a dirlo, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che i leghisti non solo non li ama, ma non li sopporta proprio, e dunque al governo non li vuole se non in posizione talmente minoritaria da farli diventare praticamente irrilevanti. Sergio Mattarella, in queste settimane, ha avuto modo di stringere una intesa fortissima con il Movimento 5 stelle, e in particolare con Luigi Di Maio. Giggino da Pomigliano è estremamente sensibile ai suggerimenti di Mattarella: il Colle ordina, lui esegue. Lo si è visto in mille occasioni: dalle giravolte sull'euro e sul rapporto con Bruxelles a quelle sull'alleanza atlantica. Di Maio, il cui unico obiettivo è sedersi sulla poltrona di palazzo Chigi, si è affidato totalmente a Mattarella, che ne apprezza non solo l'estrema malleabilità ma anche le solide relazioni con gli Stati Uniti e con i circoli internazionali, più o meno riservati, che contano. Al Colle, però, sono ore di grande fibrillazione, perché mentre il più giovane dei «ragazzi», Di Maio, è totalmente gestibile, l'esatto contrario Mattarella pensa di Salvini. Matteo rispetto a Giggino la politica la conosce bene: se messo in condizione di far valere le ragioni della Lega, potrebbe far sudare freddo Mattarella, che ha già fornito - forse un po' troppo frettolosamente - ampie rassicurazioni a Bruxelles, Berlino e Washington. Il Carroccio vuole spostare l'asse della politica estera italiana, riequilibrando il rapporto con la Russia di Vladimir Putin ed è pronto a battagliare senza tregua con Bruxelles e Berlino sui vincoli europei: per Re Sergio, degno successore di Re Giorgio (Napolitano), tutto ciò è semplicemente inaccettabile. Dunque, domani, Mattarella tenterà di far saltare tutto imponendo a Salvini condizioni irricevibili su premier, ministri e programma.Mattarella innanzitutto potrebbe spingere su Di Maio premier, spiegando a Salvini che «c'è bisogno di un presidente del Consiglio autorevole, il leader del partito più forte della coalizione è l'ideale». Di fronte alle prevedibili resistenze leghiste, potrebbe tirare fuori dal cilindro figure «terze» indigeribili per la Lega: un burocrate, un bocconiano, un esecutore delle direttive di Bruxelles. Stesso discorso per i ministeri chiave: Esteri, Economia, Giustizia, Difesa (per non parlare della delega ai servizi segreti). Mattarella, dopo aver incassato l'ennesimo «faccia lei, presidente» da Di Maio, potrebbe servire al tavolo leghista pietanze difficili da digerire. Negli ultimi giorni, si dà per scontato che il capo dello Stato avrà l'ultima parola su queste caselle, che valgono più di mezzo governo. Circolano ipotesi che erano già trapelate come pedine del governo «neutrale». Immaginate Salvini che incontra Mattarella, dopo Di Maio, e si sente dire: «Allora, per i ministri chiave ho già l'assenso del M5s su…» e via con Elisabetta Belloni, segretario generale del ministero degli Esteri, per la Farnesina; Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo Reichlin, ex deputato di Pci e Pds, e di Luciana Castellina, fondatrice del Manifesto, ex direttore generale alla ricerca della Banca Centrale Europea, per l'Economia; Alessandro Pajno, palermitano, presidente del Consiglio di Stato, amico fraterno di Mattarella, per la Giustizia, e magari un bel generalone di piena fiducia del Colle alla Difesa. Salvini potrebbe davvero dire sì a tutto questo, ovvero a tutto ciò che ha sempre combattuto? Per non parlare delle sforbiciate sul «contratto» né degli impegni che il Colle pretenderà sull'europeismo, i vincoli di bilancio, le sanzioni alla Russia da mantenere, e via mattarellando.I bene informati, inoltre, giurano che la mossa di Silvio Berlusconi di «sganciarsi» da Salvini abbia messo allegria al Quirinale, che in questo modo potrà più efficacemente esercitare la sua pressione sulla Lega, ormai socio di minoranza dell'alleanza gialloverde. Stando a fonti molto attendibili, Mattarella in cuor suo spera (e sta anche lavorando nell'ombra per questo obiettivo) che Berlusconi riesca a spaccare il Carroccio, sfilando qualche senatore non fedelissimo di Salvini, e facendo crollare tutta l'impalcatura.Se il piano di Mattarella riuscirà, se il governo gialloverde affonderà prima di uscire dal porto, sbattendo contro l'iceberg del Quirinale, via libera al governo «neutrale», con l'orizzonte di almeno due anni, con il pretesto delle riforme: a quel punto anche per Di Maio sarebbe impossibile negare al capo dello Stato una astensione benevola, mentre Silvio Berlusconi e il Pd non vedono l'ora di imbottire l'esecutivo «del presidente» di ministri di area, e di spartirsi nomine e poltrone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-trappola-del-quirinale-e-pronta-a-scattare-2570281148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ci-prova-fino-allultimo-con-la-meloni" data-post-id="2570281148" data-published-at="1780588036" data-use-pagination="False"> Salvini ci prova fino all’ultimo con la Meloni L'alleanza fra Lega e 5 stelle è già operativa. Se non altro ai gazebo del Carroccio, dove fino a stasera si raccoglieranno i voti dei cittadini sul contratto di governo. E dove, almeno a Verona, i militanti leghisti sono stati affiancati dai simpatizzanti grillini: al mercato davanti allo stadio Bentegodi il deputato veronese Mattina Fantinati del M5s ha fatto volantinaggio insieme con i suoi sostenitori per spiegare le ragioni del sì. D'altra parte, la base vuole l'accordo senza se e senza ma: sulla piattaforma Rousseau il sì è arrivato al 94%. I due leader si incontreranno entro oggi per sciogliere l'ultimo nodo, il nome del presidente del Consiglio, e lunedì dovrebbero andare al Quirinale per chiedere a Sergio Mattarella l'incarico. «Le idee le abbiamo, ma per rispetto diremo il nome del candidato prima al presidente», ha detto Matteo Salvini, che ha poi aggiunto: «Né io né Di Maio saremo premier. Questo mi sembra chiaro fin dall'inizio». Il premier quindi dovrebbe essere «una figura che vada bene a entrambi, con un'esperienza professionale incontestabile e che abbia contribuito alla stesura del programma». Ma il presidente della Repubblica potrebbe avere in mente un piano diverso. Secondo alcune indiscrezioni, Mattarella potrebbe proporre inizialmente come presidente del Consiglio proprio Di Maio. Per il Quirinale il leader pentastellato sarebbe più facile da controllare rispetto a Salvini, e Di Maio potrebbe capitalizzare l'offerta (che prevedibilmente sarebbe rifiutata dal leghista), per contare poi sulla sponda del capo di Stato. In ogni caso Salvini ha mostrato ottimismo: «Sono fiducioso, abbiamo già fatto un lavoro che non è mai stato fatto nella storia della Repubblica italiana, ossia definire un programma punto per punto da rispettare mese per mese. E se qualcuno non rispetterà questo programma, salterà tutto. Speriamo che in Europa e in Italia nessuno ci metta i bastoni fra le ruote». Il segretario della Lega è anche tornato sulle tensioni interne al centrodestra. Riguardo alle critiche del Cavaliere, ha detto: «Conto di dare risposte non solo agli elettori della Lega ma anche di centrodestra. Silvio Berlusconi premier? In democrazia decidono gli italiani». Su Giorgia Meloni invece si è mostrato più morbido: «Ho parlato con lei tanto e parlerò ancora». La Meloni non ha ancora chiarito se appoggerà o no il governo. In una diretta su Facebook ha spiegato che si fiderebbe di un esecutivo guidato dal Carroccio, ma avrebbe difficoltà ad appoggiare un premier pentastellato: «Non potrei condividere ad esempio l'introduzione del reddito di cittadinanza, perché sono contraria all'assistenzialismo». Ha poi lanciato una stilettata a Salvini: «Non ho potuto fare a meno di notare che in questi giorni non ha detto una parola sul nostro ruolo». Fra i punti contestati da Fdi c'è anche lo stop alla Tav. Ieri Di Maio, a Ivrea per incontrare Davide Casaleggio prima degli incontri decisivi, è tornato ad attaccare la linea ad alta velocità: «La Torino-Lione non serve più, poteva servire 30 anni fa, ora è inutile. Andremo a parlare con la Francia». Sul governo ha spiegato: «Ci sono stati momenti in cui pensavo di non farcela, adesso sono ottimista». «Alle europee, alle amministrative noi e la Lega continuiamo a essere alternativi, non è un'alleanza. Nelle prossime ore lavoreremo per una squadra di governo». Sul nome del futuro premier, solo una slogan: «Si parla di una persona che debba essere amica del popolo». Meno sibillino Davide Casaleggio, che ha detto: «Non mi sto occupando di questo argomento. Spero comunque che l'incarico vada a Luigi Di Maio». Emanuela Meucci
Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
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