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2022-06-15
La strana solidarietà dei francesi: ci regalano i migranti
Migranti al confine tra Italia e Francia (Ansa)
La sensazione, non particolarmente gradevole, è che nonostante le ossessioni mediatiche che ci perseguitano (il Covid prima, la guerra poi), il mondo lì fuori continui a funzionare esattamente come prima. Anzi, un po’ peggio. A ieri, secondo i dati del Viminale, gli stranieri sbarcati sul territorio italiano erano 21.945, contro i 17.420 dello stesso periodo del 2021 e i 5.585 del 2020. Significa che, nel giro di tre anni, gli sbarchi sono più o meno quadruplicati. I dati forniti nei giorni scorsi da Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, non sono molto più entusiasmanti. Nei primi cinque mesi di quest’anno, gli ingressi illegali nell’Ue sono aumentati dell’82% rispetto a dodici mesi fa. Il numero maggiore di arrivi (40.675, tre volte tanto rispetto allo stesso periodo del 2021) è stato ovviamente registrato sulla rotta balcanica. Quanto alla rotta del Mediterraneo centrale – per intendersi quella che dalla Libia conduce verso l’Italia – l’aumento del traffico è stato del 15%.
Le persone in arrivo da ogni direzione sul nostro territorio provengono per lo più da Egitto, Bangladesh e Tunisia, nazioni colpite dalla crisi alimentare, ed è facile che prossimamente i flussi siano destinati a crescere. Ma a prescindere dalle ragioni che spingono le masse alla migrazione, non sembra che la situazione sia molto diversa da quella che l’Italia viveva prima della pandemia e prima del conflitto in Ucraina: come sempre siamo soli ad affrontare l’ondata di arrivi. L’unica vera differenza sta appunto nei numeri: tre anni fa approdava qui molta meno gente. Per il resto, tutto come al solito. Se ben ricordate, negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare ripetutamente di «solidarietà europea». Abbiamo sentito dire che Putin era riuscito a ricompattare un’Unione Europea altrimenti lacerata da mille divisioni, e che la guerra alle porte aveva spinto il Vecchio Continente a riscoprire i propri valori profondi. Ebbene, a distanza di circa quattro mesi dall’inizio delle operazioni militari non si direbbe proprio che questa Europa sia così radiosamente affratellata come ci è stato raccontato. A ben vedere, ognuno si fa gli affari propri, con la radiosa eccezione dell’Italia che continua a danneggiare sé stessa per compiacere chissà chi. Dev’essere in nome della solidarietà europea e democratica, infatti, che la Francia continua a rimandarci indietro gli stranieri sgraditi, proseguendo a tenere i confini blindati proprio come faceva nei momenti di massima affluenza migratoria prima del 2020. Redattore Sociale, in un articolo di Eleonora Camilli, ha riportato i dati contenuti in un rapporto realizzato dall’associazione Medici per i diritti umani, una organizzazione che si propone di fornire assistenza sanitaria agli stranieri che cercano di raggiungere clandestinamente il territorio francese passando dalla Val di Susa. Secondo il report, che prende in considerazione i primi quattro mesi del 2022, quest’anno sono stati rispediti in Italia dai francesi più di mille immigrati. Per la precisione, «i respinti al Monginevro sono stati 669, 344 i respinti al Frejus. La maggior parte delle persone che arrivano a Oulx sono afghani, iraniani e curdi delle diverse nazioni (rappresentano più del 60% del totale). Sono presenti famiglie con bambini, neonati, anche se non sempre accompagnati da tutti i genitori». Nulla di nuovo, ovviamente: i francesi si comportano così da anni, e non usano metodi particolarmente simpatici per liberarsi degli irregolari indesiderati.
Che però i respingimenti continuino mentre in giro si ciancia di unità continentale e buoni sentimenti, beh, è un filino irritante. Ma non è tutto. Perché riguardo l’atteggiamento francese sorgono alcuni interrogativi. La rivista Infomigrants ha pubblicato qualche settimana fa un articolo interessante, dando conto delle perplessità espresse da Guillaume Gontard, senatore del Partito dell’Ecologia. Il 16 maggio, il politico (di sinistra) francese si è recato presso «un avamposto della Polizia di frontiera francese (Paf) sul suolo italiano». Questo avamposto «è ospitato in un blocco rettangolare con finestre. Si trova presso i caselli all’ingresso del tunnel del Fréjus che collega l’Italia con la Francia e sulla tortuosa strada attraverso le Alpi che porta verso il paese italiano di Bardonecchia».
Secondo Infomigrants, «l’avamposto è condiviso dalla polizia francese e dalle autorità italiane», ma a detta del senatore Gontard qualcosa non torna. «Ci sono alcune cose sorprendenti che stanno succedendo qui», ha dichiarato il politico francese. «In primo luogo, il fatto che la polizia francese stia effettuando controlli sul territorio italiano. In secondo luogo, che stiano vietando l’ingresso in Francia alle persone che non hanno ancora attraversato il confine».
Al di là di come la si pensi sulla gestione dell’immigrazione, la faccenda è interessante. Come ha notato Laure Palun, direttrice dell’associazione pro migranti Anafé, «come può la Francia rifiutare l’ingresso nel suo territorio sul territorio sovrano di un altro Paese?». In effetti è una domanda suggestiva: perché noi ci troviamo da soli a fronteggiare flussi sempre più imponenti e intanto i nostri vicini di casa fanno la selezione all’ingresso sul nostro territorio? Per altro, stando a un’indagine di Altraeconomia, i respingimenti dei francesi sono in netta crescita. Nel 2021 sono stati più di 24.000, un aumento non irrilevante rispetto al dato del 2020 (21.654) e a quello del 2019 (16.808). Ricordiamocelo la prossima volta che qualcuno verrà a magnificare l’Europa unita e solidale.
Tafferugli prima della finalissima, così Macron «coprì» i clandestini
Il governo francese avrebbe censurato la Uefa per coprire i responsabili delle aggressioni contro i tifosi inglesi e spagnoli, arrivati allo Stade de France, il 29 maggio scorso, per la finale di Champions League. Ad accusare l’esecutivo di Elisabeth Borne è stato il quotidiano britannico Daily Mail. La testata ha ricostruito i retroscena della serata calcistica in cui il mondo intero ha avuto la prova della violenza che regna nelle banlieue di Francia.
Secondo il giornale d’Oltremanica, la Uefa sarebbe stata pronta a diffondere un comunicato stampa per spiegare i motivi dell’inizio in ritardo della partita tra Liverpool e Real Madrid.
Il Daily Mail ha spiegato che l’arrivo allo stadio di «gente del posto senza biglietto - molti dei quali hanno scavalcato la recinzione per accedere al terreno - ha scatenato il panico» per questo la polizia in tenuta antisommossa ha spruzzato lo spray al peperoncino anche in faccia a donne, bambini e anziani. La testata britannica ha parlato di «un ulteriore comunicato, preparato durante la partita tra l’indignazione dei presenti che avevano assistito alle scene». Questa nota evidenziava «la presenza di branchi come aggravante che ha portato all’uso di gas lacrimogeni». Ma mentre veniva redatta questa seconda versione del testo, il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, accusava via Twitter «migliaia di supporter britannici senza biglietto o con biglietti falsi che hanno forzato gli ingressi». La testata londinese afferma che «i funzionari francesi hanno chiesto la rimozione del riferimento (agli aggressori locali, ndr) e hanno continuato ad accusare i tifosi del Liverpool».
Non solo, secondo «alcuni politici» parigini citati dal quotidiano britannico, «il partito di governo, temeva che venisse evidenziato il ruolo svolto (nelle aggressioni, ndr) prevalentemente da nordafricani e immigrati illegali». Il motivo di queste preoccupazioni era esclusivamente politico. In pratica i macronisti temevano che se si fosse scoperto che il caos attorno allo stadio era stato provocato da orde di predoni clandestini o francesi di origine immigrata, il loro partito avrebbe perso punti nei sondaggi elettorali, a sole due settimane dal primo turno delle legislative.
Questo atteggiamento prova che per il timore di perdere le elezioni, Emmanuel Macron e i suoi si sono guardati bene dall’irritare dei potenziali elettori di origine immigrata. Forse è anche per questo che ci è voluto più di una settimana prima che si scoprisse che gran parte delle registrazioni della videosorveglianza, erano andate perdute. Il motivo? Lo Stade de France conserva tali video solo per sette giorni, invece la società del trasporto pubblico parigina (Ratp) li sopprime dopo trentasei ore. La giustificazione fornita da questi due soggetti è surreale: la giustizia non ha richiesto i video entro i termini previsti. Davanti ad una risposta simile, verrebbe voglia di usare la battuta attribuita a Giulio Andreotti: «A pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca». Tra l’altro non va dimenticato che da anni, vari soggetti francesi denunciano le infiltrazioni islamiste tra il personale della Ratp.
Nonostante l’operazione di insabbiamento da parte del governo francese, come spiegato ieri da La Verità il primo turno delle elezioni legislative non si è concluso con un trionfo per Macron. La coalizione di estrema sinistra Nupes - che presenta anche candidati wokisti o tolleranti con gli islamisti - ha praticamente ottenuto lo stesso numero di voti della piattaforma macronista. La maggioranza è preoccupata, così ieri prima di partire per la Romania, Macron ha cercato maldestramente di farsi passare per il salvatore della Patria in questi tempi di guerra, invitando gli elettori a «non aggiungere il disordine francese al disordine mondiale».
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Altro che Ue ricompattata dalla guerra: più di mille irregolari rimandati indietro in 4 mesi. La Gendarmerie è nei nostri confini.Gli autori degli scontri allo Stade de France erano stranieri, ma alla Uefa fu impedito di rivelarlo.Lo speciale contiene due articoli.La sensazione, non particolarmente gradevole, è che nonostante le ossessioni mediatiche che ci perseguitano (il Covid prima, la guerra poi), il mondo lì fuori continui a funzionare esattamente come prima. Anzi, un po’ peggio. A ieri, secondo i dati del Viminale, gli stranieri sbarcati sul territorio italiano erano 21.945, contro i 17.420 dello stesso periodo del 2021 e i 5.585 del 2020. Significa che, nel giro di tre anni, gli sbarchi sono più o meno quadruplicati. I dati forniti nei giorni scorsi da Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, non sono molto più entusiasmanti. Nei primi cinque mesi di quest’anno, gli ingressi illegali nell’Ue sono aumentati dell’82% rispetto a dodici mesi fa. Il numero maggiore di arrivi (40.675, tre volte tanto rispetto allo stesso periodo del 2021) è stato ovviamente registrato sulla rotta balcanica. Quanto alla rotta del Mediterraneo centrale – per intendersi quella che dalla Libia conduce verso l’Italia – l’aumento del traffico è stato del 15%.Le persone in arrivo da ogni direzione sul nostro territorio provengono per lo più da Egitto, Bangladesh e Tunisia, nazioni colpite dalla crisi alimentare, ed è facile che prossimamente i flussi siano destinati a crescere. Ma a prescindere dalle ragioni che spingono le masse alla migrazione, non sembra che la situazione sia molto diversa da quella che l’Italia viveva prima della pandemia e prima del conflitto in Ucraina: come sempre siamo soli ad affrontare l’ondata di arrivi. L’unica vera differenza sta appunto nei numeri: tre anni fa approdava qui molta meno gente. Per il resto, tutto come al solito. Se ben ricordate, negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare ripetutamente di «solidarietà europea». Abbiamo sentito dire che Putin era riuscito a ricompattare un’Unione Europea altrimenti lacerata da mille divisioni, e che la guerra alle porte aveva spinto il Vecchio Continente a riscoprire i propri valori profondi. Ebbene, a distanza di circa quattro mesi dall’inizio delle operazioni militari non si direbbe proprio che questa Europa sia così radiosamente affratellata come ci è stato raccontato. A ben vedere, ognuno si fa gli affari propri, con la radiosa eccezione dell’Italia che continua a danneggiare sé stessa per compiacere chissà chi. Dev’essere in nome della solidarietà europea e democratica, infatti, che la Francia continua a rimandarci indietro gli stranieri sgraditi, proseguendo a tenere i confini blindati proprio come faceva nei momenti di massima affluenza migratoria prima del 2020. Redattore Sociale, in un articolo di Eleonora Camilli, ha riportato i dati contenuti in un rapporto realizzato dall’associazione Medici per i diritti umani, una organizzazione che si propone di fornire assistenza sanitaria agli stranieri che cercano di raggiungere clandestinamente il territorio francese passando dalla Val di Susa. Secondo il report, che prende in considerazione i primi quattro mesi del 2022, quest’anno sono stati rispediti in Italia dai francesi più di mille immigrati. Per la precisione, «i respinti al Monginevro sono stati 669, 344 i respinti al Frejus. La maggior parte delle persone che arrivano a Oulx sono afghani, iraniani e curdi delle diverse nazioni (rappresentano più del 60% del totale). Sono presenti famiglie con bambini, neonati, anche se non sempre accompagnati da tutti i genitori». Nulla di nuovo, ovviamente: i francesi si comportano così da anni, e non usano metodi particolarmente simpatici per liberarsi degli irregolari indesiderati. Che però i respingimenti continuino mentre in giro si ciancia di unità continentale e buoni sentimenti, beh, è un filino irritante. Ma non è tutto. Perché riguardo l’atteggiamento francese sorgono alcuni interrogativi. La rivista Infomigrants ha pubblicato qualche settimana fa un articolo interessante, dando conto delle perplessità espresse da Guillaume Gontard, senatore del Partito dell’Ecologia. Il 16 maggio, il politico (di sinistra) francese si è recato presso «un avamposto della Polizia di frontiera francese (Paf) sul suolo italiano». Questo avamposto «è ospitato in un blocco rettangolare con finestre. Si trova presso i caselli all’ingresso del tunnel del Fréjus che collega l’Italia con la Francia e sulla tortuosa strada attraverso le Alpi che porta verso il paese italiano di Bardonecchia».Secondo Infomigrants, «l’avamposto è condiviso dalla polizia francese e dalle autorità italiane», ma a detta del senatore Gontard qualcosa non torna. «Ci sono alcune cose sorprendenti che stanno succedendo qui», ha dichiarato il politico francese. «In primo luogo, il fatto che la polizia francese stia effettuando controlli sul territorio italiano. In secondo luogo, che stiano vietando l’ingresso in Francia alle persone che non hanno ancora attraversato il confine». Al di là di come la si pensi sulla gestione dell’immigrazione, la faccenda è interessante. Come ha notato Laure Palun, direttrice dell’associazione pro migranti Anafé, «come può la Francia rifiutare l’ingresso nel suo territorio sul territorio sovrano di un altro Paese?». In effetti è una domanda suggestiva: perché noi ci troviamo da soli a fronteggiare flussi sempre più imponenti e intanto i nostri vicini di casa fanno la selezione all’ingresso sul nostro territorio? Per altro, stando a un’indagine di Altraeconomia, i respingimenti dei francesi sono in netta crescita. Nel 2021 sono stati più di 24.000, un aumento non irrilevante rispetto al dato del 2020 (21.654) e a quello del 2019 (16.808). Ricordiamocelo la prossima volta che qualcuno verrà a magnificare l’Europa unita e solidale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-strana-solidarieta-dei-francesi-ci-regalano-i-migranti-2657512883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafferugli-prima-della-finalissima-cosi-macron-copri-i-clandestini" data-post-id="2657512883" data-published-at="1655299273" data-use-pagination="False"> Tafferugli prima della finalissima, così Macron «coprì» i clandestini Il governo francese avrebbe censurato la Uefa per coprire i responsabili delle aggressioni contro i tifosi inglesi e spagnoli, arrivati allo Stade de France, il 29 maggio scorso, per la finale di Champions League. Ad accusare l’esecutivo di Elisabeth Borne è stato il quotidiano britannico Daily Mail. La testata ha ricostruito i retroscena della serata calcistica in cui il mondo intero ha avuto la prova della violenza che regna nelle banlieue di Francia. Secondo il giornale d’Oltremanica, la Uefa sarebbe stata pronta a diffondere un comunicato stampa per spiegare i motivi dell’inizio in ritardo della partita tra Liverpool e Real Madrid. Il Daily Mail ha spiegato che l’arrivo allo stadio di «gente del posto senza biglietto - molti dei quali hanno scavalcato la recinzione per accedere al terreno - ha scatenato il panico» per questo la polizia in tenuta antisommossa ha spruzzato lo spray al peperoncino anche in faccia a donne, bambini e anziani. La testata britannica ha parlato di «un ulteriore comunicato, preparato durante la partita tra l’indignazione dei presenti che avevano assistito alle scene». Questa nota evidenziava «la presenza di branchi come aggravante che ha portato all’uso di gas lacrimogeni». Ma mentre veniva redatta questa seconda versione del testo, il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, accusava via Twitter «migliaia di supporter britannici senza biglietto o con biglietti falsi che hanno forzato gli ingressi». La testata londinese afferma che «i funzionari francesi hanno chiesto la rimozione del riferimento (agli aggressori locali, ndr) e hanno continuato ad accusare i tifosi del Liverpool». Non solo, secondo «alcuni politici» parigini citati dal quotidiano britannico, «il partito di governo, temeva che venisse evidenziato il ruolo svolto (nelle aggressioni, ndr) prevalentemente da nordafricani e immigrati illegali». Il motivo di queste preoccupazioni era esclusivamente politico. In pratica i macronisti temevano che se si fosse scoperto che il caos attorno allo stadio era stato provocato da orde di predoni clandestini o francesi di origine immigrata, il loro partito avrebbe perso punti nei sondaggi elettorali, a sole due settimane dal primo turno delle legislative. Questo atteggiamento prova che per il timore di perdere le elezioni, Emmanuel Macron e i suoi si sono guardati bene dall’irritare dei potenziali elettori di origine immigrata. Forse è anche per questo che ci è voluto più di una settimana prima che si scoprisse che gran parte delle registrazioni della videosorveglianza, erano andate perdute. Il motivo? Lo Stade de France conserva tali video solo per sette giorni, invece la società del trasporto pubblico parigina (Ratp) li sopprime dopo trentasei ore. La giustificazione fornita da questi due soggetti è surreale: la giustizia non ha richiesto i video entro i termini previsti. Davanti ad una risposta simile, verrebbe voglia di usare la battuta attribuita a Giulio Andreotti: «A pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca». Tra l’altro non va dimenticato che da anni, vari soggetti francesi denunciano le infiltrazioni islamiste tra il personale della Ratp. Nonostante l’operazione di insabbiamento da parte del governo francese, come spiegato ieri da La Verità il primo turno delle elezioni legislative non si è concluso con un trionfo per Macron. La coalizione di estrema sinistra Nupes - che presenta anche candidati wokisti o tolleranti con gli islamisti - ha praticamente ottenuto lo stesso numero di voti della piattaforma macronista. La maggioranza è preoccupata, così ieri prima di partire per la Romania, Macron ha cercato maldestramente di farsi passare per il salvatore della Patria in questi tempi di guerra, invitando gli elettori a «non aggiungere il disordine francese al disordine mondiale».
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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