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2022-06-15
La strana solidarietà dei francesi: ci regalano i migranti
Migranti al confine tra Italia e Francia (Ansa)
La sensazione, non particolarmente gradevole, è che nonostante le ossessioni mediatiche che ci perseguitano (il Covid prima, la guerra poi), il mondo lì fuori continui a funzionare esattamente come prima. Anzi, un po’ peggio. A ieri, secondo i dati del Viminale, gli stranieri sbarcati sul territorio italiano erano 21.945, contro i 17.420 dello stesso periodo del 2021 e i 5.585 del 2020. Significa che, nel giro di tre anni, gli sbarchi sono più o meno quadruplicati. I dati forniti nei giorni scorsi da Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, non sono molto più entusiasmanti. Nei primi cinque mesi di quest’anno, gli ingressi illegali nell’Ue sono aumentati dell’82% rispetto a dodici mesi fa. Il numero maggiore di arrivi (40.675, tre volte tanto rispetto allo stesso periodo del 2021) è stato ovviamente registrato sulla rotta balcanica. Quanto alla rotta del Mediterraneo centrale – per intendersi quella che dalla Libia conduce verso l’Italia – l’aumento del traffico è stato del 15%.
Le persone in arrivo da ogni direzione sul nostro territorio provengono per lo più da Egitto, Bangladesh e Tunisia, nazioni colpite dalla crisi alimentare, ed è facile che prossimamente i flussi siano destinati a crescere. Ma a prescindere dalle ragioni che spingono le masse alla migrazione, non sembra che la situazione sia molto diversa da quella che l’Italia viveva prima della pandemia e prima del conflitto in Ucraina: come sempre siamo soli ad affrontare l’ondata di arrivi. L’unica vera differenza sta appunto nei numeri: tre anni fa approdava qui molta meno gente. Per il resto, tutto come al solito. Se ben ricordate, negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare ripetutamente di «solidarietà europea». Abbiamo sentito dire che Putin era riuscito a ricompattare un’Unione Europea altrimenti lacerata da mille divisioni, e che la guerra alle porte aveva spinto il Vecchio Continente a riscoprire i propri valori profondi. Ebbene, a distanza di circa quattro mesi dall’inizio delle operazioni militari non si direbbe proprio che questa Europa sia così radiosamente affratellata come ci è stato raccontato. A ben vedere, ognuno si fa gli affari propri, con la radiosa eccezione dell’Italia che continua a danneggiare sé stessa per compiacere chissà chi. Dev’essere in nome della solidarietà europea e democratica, infatti, che la Francia continua a rimandarci indietro gli stranieri sgraditi, proseguendo a tenere i confini blindati proprio come faceva nei momenti di massima affluenza migratoria prima del 2020. Redattore Sociale, in un articolo di Eleonora Camilli, ha riportato i dati contenuti in un rapporto realizzato dall’associazione Medici per i diritti umani, una organizzazione che si propone di fornire assistenza sanitaria agli stranieri che cercano di raggiungere clandestinamente il territorio francese passando dalla Val di Susa. Secondo il report, che prende in considerazione i primi quattro mesi del 2022, quest’anno sono stati rispediti in Italia dai francesi più di mille immigrati. Per la precisione, «i respinti al Monginevro sono stati 669, 344 i respinti al Frejus. La maggior parte delle persone che arrivano a Oulx sono afghani, iraniani e curdi delle diverse nazioni (rappresentano più del 60% del totale). Sono presenti famiglie con bambini, neonati, anche se non sempre accompagnati da tutti i genitori». Nulla di nuovo, ovviamente: i francesi si comportano così da anni, e non usano metodi particolarmente simpatici per liberarsi degli irregolari indesiderati.
Che però i respingimenti continuino mentre in giro si ciancia di unità continentale e buoni sentimenti, beh, è un filino irritante. Ma non è tutto. Perché riguardo l’atteggiamento francese sorgono alcuni interrogativi. La rivista Infomigrants ha pubblicato qualche settimana fa un articolo interessante, dando conto delle perplessità espresse da Guillaume Gontard, senatore del Partito dell’Ecologia. Il 16 maggio, il politico (di sinistra) francese si è recato presso «un avamposto della Polizia di frontiera francese (Paf) sul suolo italiano». Questo avamposto «è ospitato in un blocco rettangolare con finestre. Si trova presso i caselli all’ingresso del tunnel del Fréjus che collega l’Italia con la Francia e sulla tortuosa strada attraverso le Alpi che porta verso il paese italiano di Bardonecchia».
Secondo Infomigrants, «l’avamposto è condiviso dalla polizia francese e dalle autorità italiane», ma a detta del senatore Gontard qualcosa non torna. «Ci sono alcune cose sorprendenti che stanno succedendo qui», ha dichiarato il politico francese. «In primo luogo, il fatto che la polizia francese stia effettuando controlli sul territorio italiano. In secondo luogo, che stiano vietando l’ingresso in Francia alle persone che non hanno ancora attraversato il confine».
Al di là di come la si pensi sulla gestione dell’immigrazione, la faccenda è interessante. Come ha notato Laure Palun, direttrice dell’associazione pro migranti Anafé, «come può la Francia rifiutare l’ingresso nel suo territorio sul territorio sovrano di un altro Paese?». In effetti è una domanda suggestiva: perché noi ci troviamo da soli a fronteggiare flussi sempre più imponenti e intanto i nostri vicini di casa fanno la selezione all’ingresso sul nostro territorio? Per altro, stando a un’indagine di Altraeconomia, i respingimenti dei francesi sono in netta crescita. Nel 2021 sono stati più di 24.000, un aumento non irrilevante rispetto al dato del 2020 (21.654) e a quello del 2019 (16.808). Ricordiamocelo la prossima volta che qualcuno verrà a magnificare l’Europa unita e solidale.
Tafferugli prima della finalissima, così Macron «coprì» i clandestini
Il governo francese avrebbe censurato la Uefa per coprire i responsabili delle aggressioni contro i tifosi inglesi e spagnoli, arrivati allo Stade de France, il 29 maggio scorso, per la finale di Champions League. Ad accusare l’esecutivo di Elisabeth Borne è stato il quotidiano britannico Daily Mail. La testata ha ricostruito i retroscena della serata calcistica in cui il mondo intero ha avuto la prova della violenza che regna nelle banlieue di Francia.
Secondo il giornale d’Oltremanica, la Uefa sarebbe stata pronta a diffondere un comunicato stampa per spiegare i motivi dell’inizio in ritardo della partita tra Liverpool e Real Madrid.
Il Daily Mail ha spiegato che l’arrivo allo stadio di «gente del posto senza biglietto - molti dei quali hanno scavalcato la recinzione per accedere al terreno - ha scatenato il panico» per questo la polizia in tenuta antisommossa ha spruzzato lo spray al peperoncino anche in faccia a donne, bambini e anziani. La testata britannica ha parlato di «un ulteriore comunicato, preparato durante la partita tra l’indignazione dei presenti che avevano assistito alle scene». Questa nota evidenziava «la presenza di branchi come aggravante che ha portato all’uso di gas lacrimogeni». Ma mentre veniva redatta questa seconda versione del testo, il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, accusava via Twitter «migliaia di supporter britannici senza biglietto o con biglietti falsi che hanno forzato gli ingressi». La testata londinese afferma che «i funzionari francesi hanno chiesto la rimozione del riferimento (agli aggressori locali, ndr) e hanno continuato ad accusare i tifosi del Liverpool».
Non solo, secondo «alcuni politici» parigini citati dal quotidiano britannico, «il partito di governo, temeva che venisse evidenziato il ruolo svolto (nelle aggressioni, ndr) prevalentemente da nordafricani e immigrati illegali». Il motivo di queste preoccupazioni era esclusivamente politico. In pratica i macronisti temevano che se si fosse scoperto che il caos attorno allo stadio era stato provocato da orde di predoni clandestini o francesi di origine immigrata, il loro partito avrebbe perso punti nei sondaggi elettorali, a sole due settimane dal primo turno delle legislative.
Questo atteggiamento prova che per il timore di perdere le elezioni, Emmanuel Macron e i suoi si sono guardati bene dall’irritare dei potenziali elettori di origine immigrata. Forse è anche per questo che ci è voluto più di una settimana prima che si scoprisse che gran parte delle registrazioni della videosorveglianza, erano andate perdute. Il motivo? Lo Stade de France conserva tali video solo per sette giorni, invece la società del trasporto pubblico parigina (Ratp) li sopprime dopo trentasei ore. La giustificazione fornita da questi due soggetti è surreale: la giustizia non ha richiesto i video entro i termini previsti. Davanti ad una risposta simile, verrebbe voglia di usare la battuta attribuita a Giulio Andreotti: «A pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca». Tra l’altro non va dimenticato che da anni, vari soggetti francesi denunciano le infiltrazioni islamiste tra il personale della Ratp.
Nonostante l’operazione di insabbiamento da parte del governo francese, come spiegato ieri da La Verità il primo turno delle elezioni legislative non si è concluso con un trionfo per Macron. La coalizione di estrema sinistra Nupes - che presenta anche candidati wokisti o tolleranti con gli islamisti - ha praticamente ottenuto lo stesso numero di voti della piattaforma macronista. La maggioranza è preoccupata, così ieri prima di partire per la Romania, Macron ha cercato maldestramente di farsi passare per il salvatore della Patria in questi tempi di guerra, invitando gli elettori a «non aggiungere il disordine francese al disordine mondiale».
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Altro che Ue ricompattata dalla guerra: più di mille irregolari rimandati indietro in 4 mesi. La Gendarmerie è nei nostri confini.Gli autori degli scontri allo Stade de France erano stranieri, ma alla Uefa fu impedito di rivelarlo.Lo speciale contiene due articoli.La sensazione, non particolarmente gradevole, è che nonostante le ossessioni mediatiche che ci perseguitano (il Covid prima, la guerra poi), il mondo lì fuori continui a funzionare esattamente come prima. Anzi, un po’ peggio. A ieri, secondo i dati del Viminale, gli stranieri sbarcati sul territorio italiano erano 21.945, contro i 17.420 dello stesso periodo del 2021 e i 5.585 del 2020. Significa che, nel giro di tre anni, gli sbarchi sono più o meno quadruplicati. I dati forniti nei giorni scorsi da Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, non sono molto più entusiasmanti. Nei primi cinque mesi di quest’anno, gli ingressi illegali nell’Ue sono aumentati dell’82% rispetto a dodici mesi fa. Il numero maggiore di arrivi (40.675, tre volte tanto rispetto allo stesso periodo del 2021) è stato ovviamente registrato sulla rotta balcanica. Quanto alla rotta del Mediterraneo centrale – per intendersi quella che dalla Libia conduce verso l’Italia – l’aumento del traffico è stato del 15%.Le persone in arrivo da ogni direzione sul nostro territorio provengono per lo più da Egitto, Bangladesh e Tunisia, nazioni colpite dalla crisi alimentare, ed è facile che prossimamente i flussi siano destinati a crescere. Ma a prescindere dalle ragioni che spingono le masse alla migrazione, non sembra che la situazione sia molto diversa da quella che l’Italia viveva prima della pandemia e prima del conflitto in Ucraina: come sempre siamo soli ad affrontare l’ondata di arrivi. L’unica vera differenza sta appunto nei numeri: tre anni fa approdava qui molta meno gente. Per il resto, tutto come al solito. Se ben ricordate, negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare ripetutamente di «solidarietà europea». Abbiamo sentito dire che Putin era riuscito a ricompattare un’Unione Europea altrimenti lacerata da mille divisioni, e che la guerra alle porte aveva spinto il Vecchio Continente a riscoprire i propri valori profondi. Ebbene, a distanza di circa quattro mesi dall’inizio delle operazioni militari non si direbbe proprio che questa Europa sia così radiosamente affratellata come ci è stato raccontato. A ben vedere, ognuno si fa gli affari propri, con la radiosa eccezione dell’Italia che continua a danneggiare sé stessa per compiacere chissà chi. Dev’essere in nome della solidarietà europea e democratica, infatti, che la Francia continua a rimandarci indietro gli stranieri sgraditi, proseguendo a tenere i confini blindati proprio come faceva nei momenti di massima affluenza migratoria prima del 2020. Redattore Sociale, in un articolo di Eleonora Camilli, ha riportato i dati contenuti in un rapporto realizzato dall’associazione Medici per i diritti umani, una organizzazione che si propone di fornire assistenza sanitaria agli stranieri che cercano di raggiungere clandestinamente il territorio francese passando dalla Val di Susa. Secondo il report, che prende in considerazione i primi quattro mesi del 2022, quest’anno sono stati rispediti in Italia dai francesi più di mille immigrati. Per la precisione, «i respinti al Monginevro sono stati 669, 344 i respinti al Frejus. La maggior parte delle persone che arrivano a Oulx sono afghani, iraniani e curdi delle diverse nazioni (rappresentano più del 60% del totale). Sono presenti famiglie con bambini, neonati, anche se non sempre accompagnati da tutti i genitori». Nulla di nuovo, ovviamente: i francesi si comportano così da anni, e non usano metodi particolarmente simpatici per liberarsi degli irregolari indesiderati. Che però i respingimenti continuino mentre in giro si ciancia di unità continentale e buoni sentimenti, beh, è un filino irritante. Ma non è tutto. Perché riguardo l’atteggiamento francese sorgono alcuni interrogativi. La rivista Infomigrants ha pubblicato qualche settimana fa un articolo interessante, dando conto delle perplessità espresse da Guillaume Gontard, senatore del Partito dell’Ecologia. Il 16 maggio, il politico (di sinistra) francese si è recato presso «un avamposto della Polizia di frontiera francese (Paf) sul suolo italiano». Questo avamposto «è ospitato in un blocco rettangolare con finestre. Si trova presso i caselli all’ingresso del tunnel del Fréjus che collega l’Italia con la Francia e sulla tortuosa strada attraverso le Alpi che porta verso il paese italiano di Bardonecchia».Secondo Infomigrants, «l’avamposto è condiviso dalla polizia francese e dalle autorità italiane», ma a detta del senatore Gontard qualcosa non torna. «Ci sono alcune cose sorprendenti che stanno succedendo qui», ha dichiarato il politico francese. «In primo luogo, il fatto che la polizia francese stia effettuando controlli sul territorio italiano. In secondo luogo, che stiano vietando l’ingresso in Francia alle persone che non hanno ancora attraversato il confine». Al di là di come la si pensi sulla gestione dell’immigrazione, la faccenda è interessante. Come ha notato Laure Palun, direttrice dell’associazione pro migranti Anafé, «come può la Francia rifiutare l’ingresso nel suo territorio sul territorio sovrano di un altro Paese?». In effetti è una domanda suggestiva: perché noi ci troviamo da soli a fronteggiare flussi sempre più imponenti e intanto i nostri vicini di casa fanno la selezione all’ingresso sul nostro territorio? Per altro, stando a un’indagine di Altraeconomia, i respingimenti dei francesi sono in netta crescita. Nel 2021 sono stati più di 24.000, un aumento non irrilevante rispetto al dato del 2020 (21.654) e a quello del 2019 (16.808). Ricordiamocelo la prossima volta che qualcuno verrà a magnificare l’Europa unita e solidale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-strana-solidarieta-dei-francesi-ci-regalano-i-migranti-2657512883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafferugli-prima-della-finalissima-cosi-macron-copri-i-clandestini" data-post-id="2657512883" data-published-at="1655299273" data-use-pagination="False"> Tafferugli prima della finalissima, così Macron «coprì» i clandestini Il governo francese avrebbe censurato la Uefa per coprire i responsabili delle aggressioni contro i tifosi inglesi e spagnoli, arrivati allo Stade de France, il 29 maggio scorso, per la finale di Champions League. Ad accusare l’esecutivo di Elisabeth Borne è stato il quotidiano britannico Daily Mail. La testata ha ricostruito i retroscena della serata calcistica in cui il mondo intero ha avuto la prova della violenza che regna nelle banlieue di Francia. Secondo il giornale d’Oltremanica, la Uefa sarebbe stata pronta a diffondere un comunicato stampa per spiegare i motivi dell’inizio in ritardo della partita tra Liverpool e Real Madrid. Il Daily Mail ha spiegato che l’arrivo allo stadio di «gente del posto senza biglietto - molti dei quali hanno scavalcato la recinzione per accedere al terreno - ha scatenato il panico» per questo la polizia in tenuta antisommossa ha spruzzato lo spray al peperoncino anche in faccia a donne, bambini e anziani. La testata britannica ha parlato di «un ulteriore comunicato, preparato durante la partita tra l’indignazione dei presenti che avevano assistito alle scene». Questa nota evidenziava «la presenza di branchi come aggravante che ha portato all’uso di gas lacrimogeni». Ma mentre veniva redatta questa seconda versione del testo, il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, accusava via Twitter «migliaia di supporter britannici senza biglietto o con biglietti falsi che hanno forzato gli ingressi». La testata londinese afferma che «i funzionari francesi hanno chiesto la rimozione del riferimento (agli aggressori locali, ndr) e hanno continuato ad accusare i tifosi del Liverpool». Non solo, secondo «alcuni politici» parigini citati dal quotidiano britannico, «il partito di governo, temeva che venisse evidenziato il ruolo svolto (nelle aggressioni, ndr) prevalentemente da nordafricani e immigrati illegali». Il motivo di queste preoccupazioni era esclusivamente politico. In pratica i macronisti temevano che se si fosse scoperto che il caos attorno allo stadio era stato provocato da orde di predoni clandestini o francesi di origine immigrata, il loro partito avrebbe perso punti nei sondaggi elettorali, a sole due settimane dal primo turno delle legislative. Questo atteggiamento prova che per il timore di perdere le elezioni, Emmanuel Macron e i suoi si sono guardati bene dall’irritare dei potenziali elettori di origine immigrata. Forse è anche per questo che ci è voluto più di una settimana prima che si scoprisse che gran parte delle registrazioni della videosorveglianza, erano andate perdute. Il motivo? Lo Stade de France conserva tali video solo per sette giorni, invece la società del trasporto pubblico parigina (Ratp) li sopprime dopo trentasei ore. La giustificazione fornita da questi due soggetti è surreale: la giustizia non ha richiesto i video entro i termini previsti. Davanti ad una risposta simile, verrebbe voglia di usare la battuta attribuita a Giulio Andreotti: «A pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca». Tra l’altro non va dimenticato che da anni, vari soggetti francesi denunciano le infiltrazioni islamiste tra il personale della Ratp. Nonostante l’operazione di insabbiamento da parte del governo francese, come spiegato ieri da La Verità il primo turno delle elezioni legislative non si è concluso con un trionfo per Macron. La coalizione di estrema sinistra Nupes - che presenta anche candidati wokisti o tolleranti con gli islamisti - ha praticamente ottenuto lo stesso numero di voti della piattaforma macronista. La maggioranza è preoccupata, così ieri prima di partire per la Romania, Macron ha cercato maldestramente di farsi passare per il salvatore della Patria in questi tempi di guerra, invitando gli elettori a «non aggiungere il disordine francese al disordine mondiale».
Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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