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2022-11-02
La setta chiede per i colleghi lettera scarlatta e rieducazione
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Non sono ricercatori; sono sacerdoti. Non è una comunità di studiosi; è una setta d’illuminati. Non è metodo sperimentale; è superstizione. Non è scienza; è fede. La fine dell’apartheid nei confronti dei sanitari non vaccinati, decisa dal governo Meloni, ha fatto scoppiare parecchi fegati, tra i tifosi di obblighi e divieti. Squarciando anche il velo sull’ispirazione ideologica di certe norme, finora coperta dalla foglia di fico dell’appello alle «evidenze». In realtà, l’emergenza sanitaria aveva predisposto l’ennesima congiuntura storica, buona per riesumare l’inossidabile tentazione novecentesca: la mania del controllo, l’imposizione di una religione senza metafisica. In una parola, il comunismo. Sotto la veste pandemica.
Parla per tutti il candore con cui Fabio Fazio, domenica, esigeva i nomi dei dottori non vaccinati: «Vorrei sapere se il medico che mi cura crede nella scienza». È questione di fedeltà alla linea: ci si può forse fidare di un eretico? Bisogna affibbiargli la lettera scarlatta, o la «spilletta no vax», come dice Giancarlo Loquenzi, giornalista Rai. Così, il renitente diventa un facile capro espiatorio. L’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, nello stesso salottino di Rai 3, ha affermato che i professionisti non inoculati «hanno tante vite umane sulla loro coscienza». In che modo, dal momento che hanno le stesse possibilità dei vaccinati di infettarsi e infettare e, anzi, stando ai dati Iss, al di sotto degli 80 anni, si contagiano persino meno? Mistero della fede. O pensiero magico: cause ed effetti collegati per antipatia.
Il dogma, dunque, si sostanzia nell’affermazione apodittica di postulati indimostrabili. È il caso del feticcio delle mascherine: vari paper - menzioniamo quello uscito, nel 2021, sulla rivista della Southern medical association - ne denunciavano la sostanziale inutilità in ambienti ospedalieri. Ma pur di mantenerle nei reparti, sono state alzate le barricate. Ciò che conta non è la prova scientifica; è la bandierina politica, nobilitata dal «rispetto per gli altri» (Aldo Cazzullo). Finché si arriva alla sfacciata esibizione della menzogna.
Ancora ieri, Roberto Burioni scriveva su Repubblica che, «fino alla fine del 2021», avevamo a disposizione «un vaccino estremamente efficace nel ridurre la diffusione del contagio». Falso come una banconota da 30 euro: c’era stata l’ondata estiva di Delta, già capace di aggirare l’immunità acquisita; ed era ormai dominante Omicron, la variante più elusiva. A uno scienziato si chiederebbe conto della balla. Ma questi sono più simili agli alchimisti. O ai predicatori.
Il nodo sta nella logica fideistica sposata dai nostalgici dell’apartheid. Con buona pace della consapevolezza, proclamata proprio da Burioni, che «scienza e religione sono cose profondamente diverse».
La colpa dei ribelli è che «hanno rifiutato di seguire la scienza». Non importa, poi, che si tratti della scienza riveduta e corretta dalle virostar. La macchia non è il misconoscimento ostinato di una prova fattuale, che in fondo nemmeno esiste. Semmai, esiste la prova del contrario: che i vaccini anti Covid non bloccano il Covid. Il punto è che i medici liquidati come no vax, respingendo la dottrina, picconano il regime. Alimentano la «narrazione» antivaccinista. Corrompono le coscienze.
Tutto ciò spiega sia lo sdegno per la presunta «amnistia» concessa ai reprobi, sia lo zelo di chi desidera correggere i compagni che sbagliano.
Andrea Crisanti, tre giorni fa, parlava del «paradosso» per cui, «se leviamo la multa a quelli che non si sono vaccinati, dovremmo premiare quelli che si sono vaccinati». Enrico Letta ha rimproverato a Giorgia Meloni di aver «premiato i no vax». Ergo, il senso del gioco stava nella trasformazione dei diritti costituzionali - tipo quello al lavoro - in un riconoscimento per l’obbedienza. Il cui correlato è la punizione del dissenso. Premi e castighi, certo, inquadrano un terreno scivoloso: il comunismo accresce il potere dello Stato per plasmare l’uomo nuovo. Poi l’uomo rimane quello di sempre e i poteri dello Stato non si riducono mai.
È qui che subentra la rieducazione: Silvestro Scotti, capo del sindacato dei medici di famiglia, considera l’obbligo vaccinale «una questione deontologica». Mescolando pere e mele - i vaccini usati da decenni, testati ed efficaci e quelli a mRna - ma soprattutto svelando che in ballo c’è una scriminante morale, travestita da verità scientifica. Ai dottori-banderuola, Fabrizio Pregliasco farebbe seguire «lezioni di immunologia e vaccinazioni, così almeno scoprirebbero le indicazioni della scienza». Peccato che, sui banchi, dovrebbero imparare quel che già sanno: che gli antidoti contro il Sars-Cov-2 non schermano dal contagio, che perdono rapidamente efficacia contro la malattia grave e che, specie negli under 40, possono provocare effetti collaterali tali da rendere opinabile il vantaggio relativo dell’iniezione. Ma è davvero al corso di medicina che vorrebbero spedire i disobbedienti? O, magari, alla scuola di partito?
La Ronzulli ha perso la sua battaglia ma insiste: «Fi non molli sui no vax»
Il capogruppo di Forza Italia al Senato, Licia Ronzulli, se la politica fosse una cosa seria, dovrebbe farsi un esame di coscienza, o almeno di opportunismo politico. Il motivo? Elementare: le sue dichiarazioni rilasciate ieri alla Stampa sulla decisione del governo guidato da Giorgia Meloni riguardo al reintegro in servizio del personale non vaccinato. Il governo, chiede il cronista, strizza l’occhio ai no vax? «No», risponde la Ronzulli, «ma è il messaggio che potrebbe passare rivedendo di punto in bianco le norme che regolano la somministrazione dei vaccini. È anche per questo che auspico un processo graduale per il superamento delle misure anti Covid. La delegazione di Forza Italia su questo non getterà la spugna». Peccato che la delegazione di Forza Italia al governo, a quanto risulta da tutte le cronache del Consiglio dei ministri dell’altro ieri, non abbia assolutamente contestato, neanche con un sospiro, un’alzata di sopracciglio, un brontolio, il provvedimento preso dall’esecutivo. Sulla linea della Ronzulli si attesta solo il vicepresidente di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, che ieri ha twittato: «Sinceramente i medici no vax, a parte chi avesse delle incompatibilità accertate, mi lasciano perplesso. È come se un militare fosse per il disarmo o se un pilota non volesse salire su un aereo per paura del volo».
Ora, al di là di ogni considerazione di merito, se un capogruppo al Senato di un partito di maggioranza non ha la minima influenza sui ministri del suo stesso partito, i casi sono due: o si dimettono i ministri, o si dimette il capogruppo. Naturalmente, non succederà nessuna delle due cose, perché quello che abbiamo capito tutti è che, esattamente come è accaduto con il governo guidato da Mario Draghi, i ministri di Forza Italia non li ha scelti Forza Italia, ma il presidente del Consiglio, in questo caso Giorgia Meloni.
Ma la Ronzulli va oltre: alla domanda se sia giusto reintegrare i medici non vaccinati, il capogruppo forzista a Palazzo Madama risponde così: «Forse si sarebbe potuta attendere la scadenza naturale della misura, il 31 dicembre, così da evitare che la maggioranza silenziosa di chi, onorando il camice, si è responsabilmente vaccinato si sentisse sconfitta dalla minoranza chiassosa dei no vax. Ma se lo chiede a me», aggiunge la Ronzulli, «chi è no vax e quindi va contro la medicina e la scienza non dovrebbe operare in campo sanitario». Ottimo: la Ronzulli conferma la sua contrarietà al provvedimento votato in maniera compatta dai ministri di Forza Italia. Le sue parole, al di là del «forse» che non è esattamente segnale di grande convinzione, vanno considerate quindi, d’ora in poi, esternazioni da opinionista. Licia Ronzulli, stando ai fatti, rilascia interviste sui provvedimenti del governo che sostiene a parlando a titolo personale, come se commentasse partite di calcio, località turistiche, concerti rock. Quello che lei pensa e dice non ha alcun rilievo politico, perché se lo avesse sarebbe stata consultata dai cinque ministri di Forza Italia prima del Consiglio dei ministri, avrebbe espresso le sue perplessità sul reintegro dei medici non vaccinati, gli stessi ministri avrebbero riportato in Cdm le perplessità del partito, avrebbero chiesto un approfondimento, magari si sarebbero astenuti o avrebbero votato contro. Invece no: Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non hanno fatto una piega e hanno approvato il decreto, quel decreto che la Ronzulli critica aspramente. Niente di personale, la Ronzulli lo sa bene, ma sconfessare l’operato dei propri ministri a mezzo stampa, 12 ore dopo il primo Cdm operativo, dimostra solo che in Forza Italia regna il caos. Vedremo nelle prossime settimane se la grande confusione sotto il cielo azzurro sarà un vantaggio o un ostacolo per il premier Meloni.
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Medici, giornalisti e politici affezionati al regime sanitario a testa bassa contro i dottori reintegrati. Ma i loro argomenti si basano su ragionamenti più religiosi che scientifici. Anche perché la ricerca ha già smentito la maggiore pericolosità dei non vaccinati.Licia Ronzulli ha perso la sua battaglia ma insiste: «Fi non molli sui no vax». Ministri azzurri allineati al governo. La pasionaria forzista, tuttavia, non sente ragioni. Lo speciale comprende due articoli.Non sono ricercatori; sono sacerdoti. Non è una comunità di studiosi; è una setta d’illuminati. Non è metodo sperimentale; è superstizione. Non è scienza; è fede. La fine dell’apartheid nei confronti dei sanitari non vaccinati, decisa dal governo Meloni, ha fatto scoppiare parecchi fegati, tra i tifosi di obblighi e divieti. Squarciando anche il velo sull’ispirazione ideologica di certe norme, finora coperta dalla foglia di fico dell’appello alle «evidenze». In realtà, l’emergenza sanitaria aveva predisposto l’ennesima congiuntura storica, buona per riesumare l’inossidabile tentazione novecentesca: la mania del controllo, l’imposizione di una religione senza metafisica. In una parola, il comunismo. Sotto la veste pandemica. Parla per tutti il candore con cui Fabio Fazio, domenica, esigeva i nomi dei dottori non vaccinati: «Vorrei sapere se il medico che mi cura crede nella scienza». È questione di fedeltà alla linea: ci si può forse fidare di un eretico? Bisogna affibbiargli la lettera scarlatta, o la «spilletta no vax», come dice Giancarlo Loquenzi, giornalista Rai. Così, il renitente diventa un facile capro espiatorio. L’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, nello stesso salottino di Rai 3, ha affermato che i professionisti non inoculati «hanno tante vite umane sulla loro coscienza». In che modo, dal momento che hanno le stesse possibilità dei vaccinati di infettarsi e infettare e, anzi, stando ai dati Iss, al di sotto degli 80 anni, si contagiano persino meno? Mistero della fede. O pensiero magico: cause ed effetti collegati per antipatia. Il dogma, dunque, si sostanzia nell’affermazione apodittica di postulati indimostrabili. È il caso del feticcio delle mascherine: vari paper - menzioniamo quello uscito, nel 2021, sulla rivista della Southern medical association - ne denunciavano la sostanziale inutilità in ambienti ospedalieri. Ma pur di mantenerle nei reparti, sono state alzate le barricate. Ciò che conta non è la prova scientifica; è la bandierina politica, nobilitata dal «rispetto per gli altri» (Aldo Cazzullo). Finché si arriva alla sfacciata esibizione della menzogna. Ancora ieri, Roberto Burioni scriveva su Repubblica che, «fino alla fine del 2021», avevamo a disposizione «un vaccino estremamente efficace nel ridurre la diffusione del contagio». Falso come una banconota da 30 euro: c’era stata l’ondata estiva di Delta, già capace di aggirare l’immunità acquisita; ed era ormai dominante Omicron, la variante più elusiva. A uno scienziato si chiederebbe conto della balla. Ma questi sono più simili agli alchimisti. O ai predicatori. Il nodo sta nella logica fideistica sposata dai nostalgici dell’apartheid. Con buona pace della consapevolezza, proclamata proprio da Burioni, che «scienza e religione sono cose profondamente diverse». La colpa dei ribelli è che «hanno rifiutato di seguire la scienza». Non importa, poi, che si tratti della scienza riveduta e corretta dalle virostar. La macchia non è il misconoscimento ostinato di una prova fattuale, che in fondo nemmeno esiste. Semmai, esiste la prova del contrario: che i vaccini anti Covid non bloccano il Covid. Il punto è che i medici liquidati come no vax, respingendo la dottrina, picconano il regime. Alimentano la «narrazione» antivaccinista. Corrompono le coscienze.Tutto ciò spiega sia lo sdegno per la presunta «amnistia» concessa ai reprobi, sia lo zelo di chi desidera correggere i compagni che sbagliano.Andrea Crisanti, tre giorni fa, parlava del «paradosso» per cui, «se leviamo la multa a quelli che non si sono vaccinati, dovremmo premiare quelli che si sono vaccinati». Enrico Letta ha rimproverato a Giorgia Meloni di aver «premiato i no vax». Ergo, il senso del gioco stava nella trasformazione dei diritti costituzionali - tipo quello al lavoro - in un riconoscimento per l’obbedienza. Il cui correlato è la punizione del dissenso. Premi e castighi, certo, inquadrano un terreno scivoloso: il comunismo accresce il potere dello Stato per plasmare l’uomo nuovo. Poi l’uomo rimane quello di sempre e i poteri dello Stato non si riducono mai. È qui che subentra la rieducazione: Silvestro Scotti, capo del sindacato dei medici di famiglia, considera l’obbligo vaccinale «una questione deontologica». Mescolando pere e mele - i vaccini usati da decenni, testati ed efficaci e quelli a mRna - ma soprattutto svelando che in ballo c’è una scriminante morale, travestita da verità scientifica. Ai dottori-banderuola, Fabrizio Pregliasco farebbe seguire «lezioni di immunologia e vaccinazioni, così almeno scoprirebbero le indicazioni della scienza». Peccato che, sui banchi, dovrebbero imparare quel che già sanno: che gli antidoti contro il Sars-Cov-2 non schermano dal contagio, che perdono rapidamente efficacia contro la malattia grave e che, specie negli under 40, possono provocare effetti collaterali tali da rendere opinabile il vantaggio relativo dell’iniezione. Ma è davvero al corso di medicina che vorrebbero spedire i disobbedienti? 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Il governo, chiede il cronista, strizza l’occhio ai no vax? «No», risponde la Ronzulli, «ma è il messaggio che potrebbe passare rivedendo di punto in bianco le norme che regolano la somministrazione dei vaccini. È anche per questo che auspico un processo graduale per il superamento delle misure anti Covid. La delegazione di Forza Italia su questo non getterà la spugna». Peccato che la delegazione di Forza Italia al governo, a quanto risulta da tutte le cronache del Consiglio dei ministri dell’altro ieri, non abbia assolutamente contestato, neanche con un sospiro, un’alzata di sopracciglio, un brontolio, il provvedimento preso dall’esecutivo. Sulla linea della Ronzulli si attesta solo il vicepresidente di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, che ieri ha twittato: «Sinceramente i medici no vax, a parte chi avesse delle incompatibilità accertate, mi lasciano perplesso. È come se un militare fosse per il disarmo o se un pilota non volesse salire su un aereo per paura del volo». Ora, al di là di ogni considerazione di merito, se un capogruppo al Senato di un partito di maggioranza non ha la minima influenza sui ministri del suo stesso partito, i casi sono due: o si dimettono i ministri, o si dimette il capogruppo. Naturalmente, non succederà nessuna delle due cose, perché quello che abbiamo capito tutti è che, esattamente come è accaduto con il governo guidato da Mario Draghi, i ministri di Forza Italia non li ha scelti Forza Italia, ma il presidente del Consiglio, in questo caso Giorgia Meloni. Ma la Ronzulli va oltre: alla domanda se sia giusto reintegrare i medici non vaccinati, il capogruppo forzista a Palazzo Madama risponde così: «Forse si sarebbe potuta attendere la scadenza naturale della misura, il 31 dicembre, così da evitare che la maggioranza silenziosa di chi, onorando il camice, si è responsabilmente vaccinato si sentisse sconfitta dalla minoranza chiassosa dei no vax. Ma se lo chiede a me», aggiunge la Ronzulli, «chi è no vax e quindi va contro la medicina e la scienza non dovrebbe operare in campo sanitario». Ottimo: la Ronzulli conferma la sua contrarietà al provvedimento votato in maniera compatta dai ministri di Forza Italia. Le sue parole, al di là del «forse» che non è esattamente segnale di grande convinzione, vanno considerate quindi, d’ora in poi, esternazioni da opinionista. Licia Ronzulli, stando ai fatti, rilascia interviste sui provvedimenti del governo che sostiene a parlando a titolo personale, come se commentasse partite di calcio, località turistiche, concerti rock. Quello che lei pensa e dice non ha alcun rilievo politico, perché se lo avesse sarebbe stata consultata dai cinque ministri di Forza Italia prima del Consiglio dei ministri, avrebbe espresso le sue perplessità sul reintegro dei medici non vaccinati, gli stessi ministri avrebbero riportato in Cdm le perplessità del partito, avrebbero chiesto un approfondimento, magari si sarebbero astenuti o avrebbero votato contro. Invece no: Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non hanno fatto una piega e hanno approvato il decreto, quel decreto che la Ronzulli critica aspramente. Niente di personale, la Ronzulli lo sa bene, ma sconfessare l’operato dei propri ministri a mezzo stampa, 12 ore dopo il primo Cdm operativo, dimostra solo che in Forza Italia regna il caos. Vedremo nelle prossime settimane se la grande confusione sotto il cielo azzurro sarà un vantaggio o un ostacolo per il premier Meloni.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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