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2022-11-02
La setta chiede per i colleghi lettera scarlatta e rieducazione
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Non sono ricercatori; sono sacerdoti. Non è una comunità di studiosi; è una setta d’illuminati. Non è metodo sperimentale; è superstizione. Non è scienza; è fede. La fine dell’apartheid nei confronti dei sanitari non vaccinati, decisa dal governo Meloni, ha fatto scoppiare parecchi fegati, tra i tifosi di obblighi e divieti. Squarciando anche il velo sull’ispirazione ideologica di certe norme, finora coperta dalla foglia di fico dell’appello alle «evidenze». In realtà, l’emergenza sanitaria aveva predisposto l’ennesima congiuntura storica, buona per riesumare l’inossidabile tentazione novecentesca: la mania del controllo, l’imposizione di una religione senza metafisica. In una parola, il comunismo. Sotto la veste pandemica.
Parla per tutti il candore con cui Fabio Fazio, domenica, esigeva i nomi dei dottori non vaccinati: «Vorrei sapere se il medico che mi cura crede nella scienza». È questione di fedeltà alla linea: ci si può forse fidare di un eretico? Bisogna affibbiargli la lettera scarlatta, o la «spilletta no vax», come dice Giancarlo Loquenzi, giornalista Rai. Così, il renitente diventa un facile capro espiatorio. L’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, nello stesso salottino di Rai 3, ha affermato che i professionisti non inoculati «hanno tante vite umane sulla loro coscienza». In che modo, dal momento che hanno le stesse possibilità dei vaccinati di infettarsi e infettare e, anzi, stando ai dati Iss, al di sotto degli 80 anni, si contagiano persino meno? Mistero della fede. O pensiero magico: cause ed effetti collegati per antipatia.
Il dogma, dunque, si sostanzia nell’affermazione apodittica di postulati indimostrabili. È il caso del feticcio delle mascherine: vari paper - menzioniamo quello uscito, nel 2021, sulla rivista della Southern medical association - ne denunciavano la sostanziale inutilità in ambienti ospedalieri. Ma pur di mantenerle nei reparti, sono state alzate le barricate. Ciò che conta non è la prova scientifica; è la bandierina politica, nobilitata dal «rispetto per gli altri» (Aldo Cazzullo). Finché si arriva alla sfacciata esibizione della menzogna.
Ancora ieri, Roberto Burioni scriveva su Repubblica che, «fino alla fine del 2021», avevamo a disposizione «un vaccino estremamente efficace nel ridurre la diffusione del contagio». Falso come una banconota da 30 euro: c’era stata l’ondata estiva di Delta, già capace di aggirare l’immunità acquisita; ed era ormai dominante Omicron, la variante più elusiva. A uno scienziato si chiederebbe conto della balla. Ma questi sono più simili agli alchimisti. O ai predicatori.
Il nodo sta nella logica fideistica sposata dai nostalgici dell’apartheid. Con buona pace della consapevolezza, proclamata proprio da Burioni, che «scienza e religione sono cose profondamente diverse».
La colpa dei ribelli è che «hanno rifiutato di seguire la scienza». Non importa, poi, che si tratti della scienza riveduta e corretta dalle virostar. La macchia non è il misconoscimento ostinato di una prova fattuale, che in fondo nemmeno esiste. Semmai, esiste la prova del contrario: che i vaccini anti Covid non bloccano il Covid. Il punto è che i medici liquidati come no vax, respingendo la dottrina, picconano il regime. Alimentano la «narrazione» antivaccinista. Corrompono le coscienze.
Tutto ciò spiega sia lo sdegno per la presunta «amnistia» concessa ai reprobi, sia lo zelo di chi desidera correggere i compagni che sbagliano.
Andrea Crisanti, tre giorni fa, parlava del «paradosso» per cui, «se leviamo la multa a quelli che non si sono vaccinati, dovremmo premiare quelli che si sono vaccinati». Enrico Letta ha rimproverato a Giorgia Meloni di aver «premiato i no vax». Ergo, il senso del gioco stava nella trasformazione dei diritti costituzionali - tipo quello al lavoro - in un riconoscimento per l’obbedienza. Il cui correlato è la punizione del dissenso. Premi e castighi, certo, inquadrano un terreno scivoloso: il comunismo accresce il potere dello Stato per plasmare l’uomo nuovo. Poi l’uomo rimane quello di sempre e i poteri dello Stato non si riducono mai.
È qui che subentra la rieducazione: Silvestro Scotti, capo del sindacato dei medici di famiglia, considera l’obbligo vaccinale «una questione deontologica». Mescolando pere e mele - i vaccini usati da decenni, testati ed efficaci e quelli a mRna - ma soprattutto svelando che in ballo c’è una scriminante morale, travestita da verità scientifica. Ai dottori-banderuola, Fabrizio Pregliasco farebbe seguire «lezioni di immunologia e vaccinazioni, così almeno scoprirebbero le indicazioni della scienza». Peccato che, sui banchi, dovrebbero imparare quel che già sanno: che gli antidoti contro il Sars-Cov-2 non schermano dal contagio, che perdono rapidamente efficacia contro la malattia grave e che, specie negli under 40, possono provocare effetti collaterali tali da rendere opinabile il vantaggio relativo dell’iniezione. Ma è davvero al corso di medicina che vorrebbero spedire i disobbedienti? O, magari, alla scuola di partito?
La Ronzulli ha perso la sua battaglia ma insiste: «Fi non molli sui no vax»
Il capogruppo di Forza Italia al Senato, Licia Ronzulli, se la politica fosse una cosa seria, dovrebbe farsi un esame di coscienza, o almeno di opportunismo politico. Il motivo? Elementare: le sue dichiarazioni rilasciate ieri alla Stampa sulla decisione del governo guidato da Giorgia Meloni riguardo al reintegro in servizio del personale non vaccinato. Il governo, chiede il cronista, strizza l’occhio ai no vax? «No», risponde la Ronzulli, «ma è il messaggio che potrebbe passare rivedendo di punto in bianco le norme che regolano la somministrazione dei vaccini. È anche per questo che auspico un processo graduale per il superamento delle misure anti Covid. La delegazione di Forza Italia su questo non getterà la spugna». Peccato che la delegazione di Forza Italia al governo, a quanto risulta da tutte le cronache del Consiglio dei ministri dell’altro ieri, non abbia assolutamente contestato, neanche con un sospiro, un’alzata di sopracciglio, un brontolio, il provvedimento preso dall’esecutivo. Sulla linea della Ronzulli si attesta solo il vicepresidente di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, che ieri ha twittato: «Sinceramente i medici no vax, a parte chi avesse delle incompatibilità accertate, mi lasciano perplesso. È come se un militare fosse per il disarmo o se un pilota non volesse salire su un aereo per paura del volo».
Ora, al di là di ogni considerazione di merito, se un capogruppo al Senato di un partito di maggioranza non ha la minima influenza sui ministri del suo stesso partito, i casi sono due: o si dimettono i ministri, o si dimette il capogruppo. Naturalmente, non succederà nessuna delle due cose, perché quello che abbiamo capito tutti è che, esattamente come è accaduto con il governo guidato da Mario Draghi, i ministri di Forza Italia non li ha scelti Forza Italia, ma il presidente del Consiglio, in questo caso Giorgia Meloni.
Ma la Ronzulli va oltre: alla domanda se sia giusto reintegrare i medici non vaccinati, il capogruppo forzista a Palazzo Madama risponde così: «Forse si sarebbe potuta attendere la scadenza naturale della misura, il 31 dicembre, così da evitare che la maggioranza silenziosa di chi, onorando il camice, si è responsabilmente vaccinato si sentisse sconfitta dalla minoranza chiassosa dei no vax. Ma se lo chiede a me», aggiunge la Ronzulli, «chi è no vax e quindi va contro la medicina e la scienza non dovrebbe operare in campo sanitario». Ottimo: la Ronzulli conferma la sua contrarietà al provvedimento votato in maniera compatta dai ministri di Forza Italia. Le sue parole, al di là del «forse» che non è esattamente segnale di grande convinzione, vanno considerate quindi, d’ora in poi, esternazioni da opinionista. Licia Ronzulli, stando ai fatti, rilascia interviste sui provvedimenti del governo che sostiene a parlando a titolo personale, come se commentasse partite di calcio, località turistiche, concerti rock. Quello che lei pensa e dice non ha alcun rilievo politico, perché se lo avesse sarebbe stata consultata dai cinque ministri di Forza Italia prima del Consiglio dei ministri, avrebbe espresso le sue perplessità sul reintegro dei medici non vaccinati, gli stessi ministri avrebbero riportato in Cdm le perplessità del partito, avrebbero chiesto un approfondimento, magari si sarebbero astenuti o avrebbero votato contro. Invece no: Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non hanno fatto una piega e hanno approvato il decreto, quel decreto che la Ronzulli critica aspramente. Niente di personale, la Ronzulli lo sa bene, ma sconfessare l’operato dei propri ministri a mezzo stampa, 12 ore dopo il primo Cdm operativo, dimostra solo che in Forza Italia regna il caos. Vedremo nelle prossime settimane se la grande confusione sotto il cielo azzurro sarà un vantaggio o un ostacolo per il premier Meloni.
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Medici, giornalisti e politici affezionati al regime sanitario a testa bassa contro i dottori reintegrati. Ma i loro argomenti si basano su ragionamenti più religiosi che scientifici. Anche perché la ricerca ha già smentito la maggiore pericolosità dei non vaccinati.Licia Ronzulli ha perso la sua battaglia ma insiste: «Fi non molli sui no vax». Ministri azzurri allineati al governo. La pasionaria forzista, tuttavia, non sente ragioni. Lo speciale comprende due articoli.Non sono ricercatori; sono sacerdoti. Non è una comunità di studiosi; è una setta d’illuminati. Non è metodo sperimentale; è superstizione. Non è scienza; è fede. La fine dell’apartheid nei confronti dei sanitari non vaccinati, decisa dal governo Meloni, ha fatto scoppiare parecchi fegati, tra i tifosi di obblighi e divieti. Squarciando anche il velo sull’ispirazione ideologica di certe norme, finora coperta dalla foglia di fico dell’appello alle «evidenze». In realtà, l’emergenza sanitaria aveva predisposto l’ennesima congiuntura storica, buona per riesumare l’inossidabile tentazione novecentesca: la mania del controllo, l’imposizione di una religione senza metafisica. In una parola, il comunismo. Sotto la veste pandemica. Parla per tutti il candore con cui Fabio Fazio, domenica, esigeva i nomi dei dottori non vaccinati: «Vorrei sapere se il medico che mi cura crede nella scienza». È questione di fedeltà alla linea: ci si può forse fidare di un eretico? Bisogna affibbiargli la lettera scarlatta, o la «spilletta no vax», come dice Giancarlo Loquenzi, giornalista Rai. Così, il renitente diventa un facile capro espiatorio. L’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, nello stesso salottino di Rai 3, ha affermato che i professionisti non inoculati «hanno tante vite umane sulla loro coscienza». In che modo, dal momento che hanno le stesse possibilità dei vaccinati di infettarsi e infettare e, anzi, stando ai dati Iss, al di sotto degli 80 anni, si contagiano persino meno? Mistero della fede. O pensiero magico: cause ed effetti collegati per antipatia. Il dogma, dunque, si sostanzia nell’affermazione apodittica di postulati indimostrabili. È il caso del feticcio delle mascherine: vari paper - menzioniamo quello uscito, nel 2021, sulla rivista della Southern medical association - ne denunciavano la sostanziale inutilità in ambienti ospedalieri. Ma pur di mantenerle nei reparti, sono state alzate le barricate. Ciò che conta non è la prova scientifica; è la bandierina politica, nobilitata dal «rispetto per gli altri» (Aldo Cazzullo). Finché si arriva alla sfacciata esibizione della menzogna. Ancora ieri, Roberto Burioni scriveva su Repubblica che, «fino alla fine del 2021», avevamo a disposizione «un vaccino estremamente efficace nel ridurre la diffusione del contagio». Falso come una banconota da 30 euro: c’era stata l’ondata estiva di Delta, già capace di aggirare l’immunità acquisita; ed era ormai dominante Omicron, la variante più elusiva. A uno scienziato si chiederebbe conto della balla. Ma questi sono più simili agli alchimisti. O ai predicatori. Il nodo sta nella logica fideistica sposata dai nostalgici dell’apartheid. Con buona pace della consapevolezza, proclamata proprio da Burioni, che «scienza e religione sono cose profondamente diverse». La colpa dei ribelli è che «hanno rifiutato di seguire la scienza». Non importa, poi, che si tratti della scienza riveduta e corretta dalle virostar. La macchia non è il misconoscimento ostinato di una prova fattuale, che in fondo nemmeno esiste. Semmai, esiste la prova del contrario: che i vaccini anti Covid non bloccano il Covid. Il punto è che i medici liquidati come no vax, respingendo la dottrina, picconano il regime. Alimentano la «narrazione» antivaccinista. Corrompono le coscienze.Tutto ciò spiega sia lo sdegno per la presunta «amnistia» concessa ai reprobi, sia lo zelo di chi desidera correggere i compagni che sbagliano.Andrea Crisanti, tre giorni fa, parlava del «paradosso» per cui, «se leviamo la multa a quelli che non si sono vaccinati, dovremmo premiare quelli che si sono vaccinati». Enrico Letta ha rimproverato a Giorgia Meloni di aver «premiato i no vax». Ergo, il senso del gioco stava nella trasformazione dei diritti costituzionali - tipo quello al lavoro - in un riconoscimento per l’obbedienza. Il cui correlato è la punizione del dissenso. Premi e castighi, certo, inquadrano un terreno scivoloso: il comunismo accresce il potere dello Stato per plasmare l’uomo nuovo. Poi l’uomo rimane quello di sempre e i poteri dello Stato non si riducono mai. È qui che subentra la rieducazione: Silvestro Scotti, capo del sindacato dei medici di famiglia, considera l’obbligo vaccinale «una questione deontologica». Mescolando pere e mele - i vaccini usati da decenni, testati ed efficaci e quelli a mRna - ma soprattutto svelando che in ballo c’è una scriminante morale, travestita da verità scientifica. Ai dottori-banderuola, Fabrizio Pregliasco farebbe seguire «lezioni di immunologia e vaccinazioni, così almeno scoprirebbero le indicazioni della scienza». Peccato che, sui banchi, dovrebbero imparare quel che già sanno: che gli antidoti contro il Sars-Cov-2 non schermano dal contagio, che perdono rapidamente efficacia contro la malattia grave e che, specie negli under 40, possono provocare effetti collaterali tali da rendere opinabile il vantaggio relativo dell’iniezione. Ma è davvero al corso di medicina che vorrebbero spedire i disobbedienti? 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Il governo, chiede il cronista, strizza l’occhio ai no vax? «No», risponde la Ronzulli, «ma è il messaggio che potrebbe passare rivedendo di punto in bianco le norme che regolano la somministrazione dei vaccini. È anche per questo che auspico un processo graduale per il superamento delle misure anti Covid. La delegazione di Forza Italia su questo non getterà la spugna». Peccato che la delegazione di Forza Italia al governo, a quanto risulta da tutte le cronache del Consiglio dei ministri dell’altro ieri, non abbia assolutamente contestato, neanche con un sospiro, un’alzata di sopracciglio, un brontolio, il provvedimento preso dall’esecutivo. Sulla linea della Ronzulli si attesta solo il vicepresidente di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, che ieri ha twittato: «Sinceramente i medici no vax, a parte chi avesse delle incompatibilità accertate, mi lasciano perplesso. È come se un militare fosse per il disarmo o se un pilota non volesse salire su un aereo per paura del volo». Ora, al di là di ogni considerazione di merito, se un capogruppo al Senato di un partito di maggioranza non ha la minima influenza sui ministri del suo stesso partito, i casi sono due: o si dimettono i ministri, o si dimette il capogruppo. Naturalmente, non succederà nessuna delle due cose, perché quello che abbiamo capito tutti è che, esattamente come è accaduto con il governo guidato da Mario Draghi, i ministri di Forza Italia non li ha scelti Forza Italia, ma il presidente del Consiglio, in questo caso Giorgia Meloni. Ma la Ronzulli va oltre: alla domanda se sia giusto reintegrare i medici non vaccinati, il capogruppo forzista a Palazzo Madama risponde così: «Forse si sarebbe potuta attendere la scadenza naturale della misura, il 31 dicembre, così da evitare che la maggioranza silenziosa di chi, onorando il camice, si è responsabilmente vaccinato si sentisse sconfitta dalla minoranza chiassosa dei no vax. Ma se lo chiede a me», aggiunge la Ronzulli, «chi è no vax e quindi va contro la medicina e la scienza non dovrebbe operare in campo sanitario». Ottimo: la Ronzulli conferma la sua contrarietà al provvedimento votato in maniera compatta dai ministri di Forza Italia. Le sue parole, al di là del «forse» che non è esattamente segnale di grande convinzione, vanno considerate quindi, d’ora in poi, esternazioni da opinionista. Licia Ronzulli, stando ai fatti, rilascia interviste sui provvedimenti del governo che sostiene a parlando a titolo personale, come se commentasse partite di calcio, località turistiche, concerti rock. Quello che lei pensa e dice non ha alcun rilievo politico, perché se lo avesse sarebbe stata consultata dai cinque ministri di Forza Italia prima del Consiglio dei ministri, avrebbe espresso le sue perplessità sul reintegro dei medici non vaccinati, gli stessi ministri avrebbero riportato in Cdm le perplessità del partito, avrebbero chiesto un approfondimento, magari si sarebbero astenuti o avrebbero votato contro. Invece no: Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo non hanno fatto una piega e hanno approvato il decreto, quel decreto che la Ronzulli critica aspramente. Niente di personale, la Ronzulli lo sa bene, ma sconfessare l’operato dei propri ministri a mezzo stampa, 12 ore dopo il primo Cdm operativo, dimostra solo che in Forza Italia regna il caos. Vedremo nelle prossime settimane se la grande confusione sotto il cielo azzurro sarà un vantaggio o un ostacolo per il premier Meloni.
Ansa
Tutto avviene in un lasso di tempo brevissimo: solo 20 secondi da quando l’Iryo è deragliato e ha occupato il binario opposto. Troppo poco tempo perché entrasse in azione il sistema di sicurezza: lo stesso macchinista dell’Alvia, che nell’incidente ha perso la vita dopo essere sbalzato a decine di metri dal convoglio, non ha avuto tempo di frenare.
Il bilancio è «ancora provvisorio» ha precisato il ministro dei Trasporti Oscar Puente: «È stato un caos totale. È stato terribile. Siamo stati sbalzati in aria» il racconto di Rocìo Flores, 30 anni, una delle sopravvissute che in questo momento si trova ricoverata a Cordova. «Sono sotto osservazione a causa dei colpi alla testa e del vomito. Le mie costole non sono rotte, solo dislocate. I medici mi hanno fatto un primo controllo in reparto e poi mi hanno mandata in ospedale. Sono piena di dolori e lividi».
«Il treno ha iniziato a frenare all’improvviso e alcuni sedili sono stati scaraventati via. Ho pensato di morire» racconta un’altra passeggera e El Mundo. «Tutto è stato molto veloce e caotico, le valigie hanno iniziato a cadere e quando siamo riusciti a scendere dai vagoni ci siamo trovati di fronte a una situazione catastrofica», ha raccontato alla agenzia Efe uno dei feriti. E ancora un’altra superstite: «Li vedevo morire e non potevo fare nulla». E poi: «Siamo stati sbalzati in aria, c’erano corpi dappertutto. Ho pensato di morire».
Molte delle vittime sono irriconoscibili, per questo il lavoro della Guardia Civil si è concentrato «sull’identificare le vittime dell’incidente e sul lavoro che sta realizzando la criminalistica di Madrid, specializzata nella raccolta di campioni, impronte e Dna. Abbiamo aperto cinque punti per poter assistere e raccogliere informazioni di queste vittime, cinque punti affinché possano accedere i familiari diretti delle vittime: si trovano a Madrid, a Siviglia, Cordova, Huelva e Malaga». Alcuni corpi sono stati trovati a centinaia di distanza, come fosse stata un’esplosione. «Quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime», ha detto il presidente della regione dell’Andalusia Juanma Moreno.
Le prime ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente hanno escluso immediatamente l’errore umano, mentre a chi indaga è risultato presto evidente un giunto rotto sui binari. I tecnici presenti sul posto, che hanno analizzato le rotaie, hanno individuato una certa usura nella giunzione tra le sezioni della rotaia, nota come piastra di giunzione, il che, secondo loro, dimostra che il guasto era presente da tempo. Gli investigatori hanno scoperto che il giunto difettoso creava uno spazio tra le sezioni della rotaia che si allargava man mano che i treni continuavano a viaggiare sui binari. Ma c’è di più perché il sindacato spagnolo dei macchinisti aveva segnalato anomalie sui binari proprio in quel tratto di ferrovia lo scorso agosto mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiamenti.
Anche i passeggeri diretti alla stessa stazione che avevano percorso il tratto prima del deragliamento avevano già notato ore prima «problemi» lungo il tragitto.
Jonathan Gomez, direttore dell’ufficio per il Turismo del comune di Malaga, intervistato dal giornale on line Diario Sur, ha detto: «quando avevamo già superato Cordoba, nella zona in cui si è verificata la tragedia, abbiamo sentito il treno sobbalzare così tanto che il mio portatile, su cui stavo lavorando, è caduto dal tavolino. Probabilmente c’era già qualcosa che non andava nei binari che ha causato quel movimento».
Papa Leone XIV si è detto «profondamente addolorato nell’apprendere la tragica notizia dell’incidente ferroviario di Adamuz», e ha offerto «preghiere per il riposo eterno dei defunti». Leone «estende inoltre le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei defunti, insieme alle sue parole di conforto, alla sua sincera preoccupazione e ai suoi auguri per la pronta guarigione dei feriti e incoraggia le squadre di soccorso a perseverare nei loro sforzi di soccorso e assistenza». Il primo ministro Pedro Sánchez, che ha promesso una «indagine trasparente», ha deciso di annullare la sua partecipazione al Forum Economico di Davos sospendendo tutti gli impegni ufficiali per seguire da vicino la situazione ed esprimendo «profondo dolore» e vicinanza alle famiglie delle vittime. Anche la Corona spagnola ha inviato messaggi di solidarietà.
«Ho appena parlato con Sánchez per esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e ai loro cari. L’Europa è vicina alla Spagna in questo tragico momento e condivide il vostro dolore» ha detto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen aggiungendo: «Le bandiere della Commissione europea saranno a mezz’asta».
«Con grande tristezza apprendo dell’incidente ferroviario» ha scritto Giorgia Meloni sui social. «L’Italia è vicina al dolore della Spagna per questa tragedia. I nostri pensieri vanno alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie».
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Elio Ciol, Giovani a San Daniele del Friuli, 1957 © Elio Ciol
Autore di immagini profonde e suggestive, che invitano a riflettere sulla bellezza e la spiritualità della vita quotidiana, Eio Ciol è sicuramente fra i più noti ed importanti fotografi contemporanei. Friulano di Casarsa della Delizia, 96 anni portati con la forza e il vigore tipici della sua terra, punto di partenza della sua poetica sono proprio le sue origini, quell’entroterra friulano che comincia a immortalare sin dagli inizi della sua carriera e che ritornerà sempre, come tema ricorrente, negli oltre settantacinque anni della sua lunga e proficua attività. Anche durante il periodo Neorealista degli anni Cinquanta, quando Ciol il Neorealismo lo interpreta «a modo suo», in una maniera assolutamente originale, scegliendo di mettere a centro dei suoi lavori non l’impegno politico, ma il reale in tutte le sue declinazioni: la natura, le architetture, il paesaggio, ma soprattutto l’uomo colto nella normalità della vita quotidiana, più « banale» che eccezionale, ma non per questo meno interessante.
La maestria di Ciol sta proprio in questo, nel saper dare alle immagini una profondità contemplativa e spirituale che nobilita paesaggi, luoghi e persone, regalando dignità alla povertà di contadini, bambini e anziani, sempre rappresentati con delicatezza e rispetto. La sua fotografia è fatta di piccoli gesti, sguardi e silenzi, proprio come ricorda i titolo della bella mostra allestita al Museo Diocesano di Milano, un’importante retrospettiva di oltre 100 immagini che regalano al visitatore una panoramica completa della poetica e dello stile di Ciol, caratterizzato non solo da una grande attenzione al dettaglio e da una profonda sensibilità, ma anche da una continua ricerca di nuove tecniche e sperimentazioni: particolarmente caro a Ciol fotografare in bianco e nero con una pellicola all’infrarosso, per restituire all’occhio di chi guarda una realtà che ha del magico, dell'onirico, con una vegetazione che diventa completamente bianca e i cieli sereni completamenti neri.
La Mostra
Curato dal figlio Stefano Ciol, che ha raccolto l’eredità artistica del celebre genitore, il percorso espositivo si articola in undici sezioni (chiamati più poeticamente «tempi ») che spaziano dalle foto neorealiste degli anni ’50 alle immagini della tragedia del Vajont, di cui Elio Ciol, profondamente turbato dalla catastrofe, racconta un dolore composto e profondamente umano, senza alcuna esibizione cronachistica. Molto interessante «Il tempo delle amicizie » , dove spiccano i ritratti di Pier Paolo Pasolini, di Padre David Maria Turoldo, sacerdote scomodo e poeta della condizione umana, e dell’ artista statunitense William G. Congdon , legato a Ciol da una lunga e profonda amicizia. Fotografo «della spiritualità», molto profondo è il legame che Elio Ciol ha con Assisi, la sua Betlemme, il luogo in cui l‘artista è tornato più e più volte per fotografare l’arte sacra, rimanendo profondamente affascinato dallo spirito del posto e da quell’ inscindibile identità di arte, uomo, natura, che sono poi tra i capisaldi della sua fotografia: ad Assisi, intrisa di spirito francescano come l’anima di Ciol, è dedicato «Il tempo del sacro» ,mentre a chiudere la mostra è «Il tempo della contemplazione » dove a catturare il visitatore sono i luoghi dell’infanzia e i paesaggi, che il fotografo contempla con meraviglia e gratitudine, in quanto parte del Creato «Il paesaggio è per me un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io»
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Valentino Garavani durante una sfilata nel 1991 (Getty Images)
Addio a Valentino, l’ultimo imperatore della moda. Dopo di lui, il diluvio. Con la morte di Valentino Garavani, scomparso ieri a Roma all’età di 93 anni, si chiude definitivamente un’epoca. Non soltanto quella dell’alta moda italiana, ma quella di una visione assoluta della bellezza, intesa come disciplina, ossessione e destino. Valentino non è stato semplicemente uno stilista: è stato il couturier per eccellenza, l’ultimo imperatore di un regno fatto di eleganza, rigore e incanto.
«Valentino Garavani si è spento oggi presso la sua residenza romana, circondato dai suoi cari», ha annunciato la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, sotto il segno del Toro, Valentino Ludovico Clemente Garavani scopre prestissimo la sua vocazione. È il cinema, prima ancora della moda, a chiamarlo: le dive hollywoodiane, le donne sofisticate, gli abiti luminosi e i gioielli che riempiono lo schermo. «Mia sorella mi portava al cinema e io sognavo donne bellissime, estremamente eleganti», raccontava. «In quel periodo decisi che avrei fatto questo: rendere belle le donne». Un sogno coltivato con ostinazione e trasformato in destino. Studia figurino a Milano, poi vola a Parigi, dove frequenta l’École de la Chambre Syndicale de la Couture e lavora negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche. Apprende il rigore francese, la costruzione impeccabile, la disciplina dell’haute couture. Ma la sua sensibilità resta profondamente italiana. Alla fine degli anni Cinquanta rientra a Roma, dove si forma accanto a Emilio Schuberth e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire una propria maison. Il ritorno nella Capitale segna l’inizio del mito. Nel 1959 apre l’atelier in via dei Condotti; nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, di visione e di destino. È l’inizio di una storia che unisce amore, creatività e impresa, una simbiosi rara e irripetibile. Giammetti discreto, riservato, lontano dai riflettori, è stato l’architettura silenziosa dell’impero Valentino, il suo equilibrio. Valentino era l’estro e l’assoluto; Giammetti la misura e la protezione. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma un mondo. «Io mi occupo solo della bellezza», amava dire Valentino, «Giancarlo pensa a tutto il resto». Insieme costruiscono un impero che attraversa decenni e rivoluzioni culturali senza mai rinunciare a un’idea precisa di eleganza. Nel 1962 arriva la consacrazione: la sfilata alla Sala Bianca di Pitti a Firenze è un trionfo. Vogue Francia gli dedica due pagine, segno inequivocabile dell’ingresso nel pantheon dei grandi. È l’inizio di un’ascesa inarrestabile, accompagnata da una firma cromatica destinata a diventare leggenda: il rosso Valentino, tonalità intensa e vibrante che non è solo un colore, ma un manifesto estetico diventato la sua cifra stilistica.
Negli anni Valentino veste il potere e il sogno. Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Farah Diba, Nancy Reagan. Jackie Bouvier sceglie un suo abito per sposare Aristotele Onassis, spalancandogli definitivamente le porte degli Stati Uniti. «Ho sempre desiderato rendere belle le donne», ripeteva. E lo faceva con una devozione quasi ossessiva, chiedendo alle sue première di smontare e rimontare un abito fino a quando non fosse perfetto. «Un vestito può tormentarmi la notte», confessava. «Se non è giusto, non è giusto». Negli anni Settanta, mentre Roma era attraversata dalla paura degli anni di piombo, dagli attentati e da una tensione che sembrava non dare tregua, Valentino continuava a muoversi in una dimensione altra. Il suo non era disinteresse né provocazione, ma una sorta di ostinata fedeltà alla bellezza. In una città segnata dall’ideologia e dalla violenza, lui difendeva il lusso, l’eleganza, la grazia come valori assoluti, quasi un atto di resistenza estetica. La moda, per Valentino, non era evasione ma disciplina, un ordine da preservare contro il disordine del tempo. Anche quando tutto intorno sembrava crollare, il suo mondo restava intatto, impermeabile, guidato da un’unica legge: la perfezione. Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, Valentino disegnò un abito chiamato «Peace Dress», bianco con la parola «Pace» scritta in 14 lingue, come messaggio di speranza e di pace internazionale - un gesto simbolico che fu riconosciuto anche con un premio - «Man of fashion and peace» - dal Parlamento europeo.
Otto star saliranno sul palco degli Oscar indossando una sua creazione. Le supermodelle - da Claudia Schiffer a Cindy Crawford, da Naomi Campbell in poi - sfileranno per lui. Time lo definisce «the victorious», il vittorioso. Valentino diventa «larger than life», sovrano assoluto di una moda che non insegue le tendenze ma le trascende. Nel corso della carriera riceve tutti i massimi riconoscimenti: il Premio Neiman Marcus (considerato il Nobel della moda), il Leone d’Oro alla carriera, la Legion d’Onore francese, le più alte onorificenze italiane. Ma uno dei tributi più simbolici arriva dalla sua città natale: Voghera gli dedica il Teatro Valentino Garavani, suggellando il legame tra il ragazzo che sognava il cinema e l’uomo che ha trasformato la moda in spettacolo e memoria collettiva. Nel 2008 annuncia il ritiro dalle passerelle con una sfilata memorabile al Musée Rodin di Parigi. Un addio solenne e teatrale. Ma Valentino non smette mai davvero di esserlo. Anche lontano dalle scene, resta custode inflessibile di un’idea di bellezza che non ammette compromessi. Roma rimane il suo centro gravitazionale: via Condotti, piazza Mignanelli, la Dolce Vita che lo aveva visto nascere come personaggio pubblico. Anche oggi che il brand appartiene a un grande gruppo internazionale, la città eterna resta il cuore simbolico della maison.
Valentino ha vissuto come ha creato: senza mezze misure. I viaggi, gli yacht, i cani inseparabili, le amicizie illustri. Ma dietro lo sfarzo c’era una disciplina ferrea, una dedizione assoluta all’haute couture. «La moda non è solo vestire», diceva, «è un modo di essere, di guardare il mondo». Con la scomparsa dello stilista, Giancarlo Giammetti resta l’ultimo testimone di una storia irripetibile: una storia d’amore e di moda che ha attraversato il tempo senza mai piegarsi. Non esiste un Valentino dopo Valentino. Con lui se ne va l’ultima vera icona di una moda intesa come impero personale e visione assoluta. Resta il rosso, restano le linee perfette, resta un’idea di bellezza che non chiede permesso. E che difficilmente tornerà.
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La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
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