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2021-07-09
La scuola è nel caos, ma il ministro pensa al sesso
Patrizio Bianchi (Ansa)
Il ministro Patrizio Bianchi sembra essere convinto di non avere abbastanza gatte da pelare, tanto che è andato a cercarsene un'altra, e pure bella grossa. Il fatto che il ritorno in classe in presenza non sia ancora garantito pare non rappresentare un grosso problema per il responsabile dell'Istruzione. Qualora infatti a settembre la situazione andasse a catafascio, il nostro formidabile Bianchi ha già pronto il capro espiatorio: gli italiani. «Non è che il ritorno in presenza è un problema solo del governo: tutti dobbiamo lavorare per tornare alla normalità», ha detto ieri partecipando a La Repubblica delle idee. «Io me ne sto già occupando, voglio che se ne occupino anche gli altri, voglio che lo facciamo assieme. Io ci sono ma dovete esserci anche voi». Il messaggio è abbastanza chiaro: se non si riuscirà a tornare in aula fisicamente, daremo la colpa ai non vaccinati o ai soliti «irresponsabili» buoni per tutte le stagioni.
Dopo tutto, il povero Bianchi è soltanto un ministro, che pretendete da lui? Sempre ieri ha replicato un po' spazientito a una mamma che gli chiedeva di risolvere il problema delle classi troppo affollate: «Classi pollaio? Non sono Harry Potter né Albus Silente». Come a dire: mica ho i poteri magici, accontentatevi di quel che sto facendo. Il punto è proprio questo: che sta facendo, di preciso, il signor ministro per garantire il ritorno in presenza? Boh. In compenso, ha avuto la brillante idea di buttare sul tavolo un altro argomento per niente complesso: l'educazione sessuale a scuola. «È ora di andare avanti, se ne parla da quando ero piccolo io», ha dichiarato. «Bisogna educare tutti noi agli affetti, e c'è ovviamente una parte fondamentale di sesso, che è una parte della nostra vita, e quindi sta dentro all'idea che a scuola stiamo formando i nostri ragazzi alla vita».
Vero: Bianchi ha risposto a una domanda, non ha emesso una circolare. Però il solo fatto che certe idee gli frullino in testa suscita una profonda inquietudine. Primo perché, appunto, la scuola italiana ha una marea di problemi che andrebbero risolti (a parte evitare la dad ci sarebbe, tra le altre cose, da assumere un po' di insegnanti). Ma soprattutto perché di certe questioni sarebbe decisamente meglio se il ministero proprio non si occupasse. Non ci sfugge che i ragazzi abbiano, in questi anni, un rapporto sempre più difficile con la sessualità. Un rapporto che una miriade di elementi concorre a complicare ulteriormente: dalla diffusione smisurata della pornografia in Rete all'aumento del bullismo; dal confronto forzato con culture diverse all'emergere prepotente delle questioni Lgbt.
Farsi carico di tale, ponderoso fardello non è compito della scuola, che, per altro, allo stato attuale nemmeno ne sarebbe in grado. L'educazione all'affettività, come va di moda chiamarla ora, così come quella alla sessualità compete alla famiglia. E se la famiglia non è in grado di fornirla per vari motivi, è compito dello Stato supportarla e aiutarla, non sostituirsi ad essa. L'idea di introdurre l'educazione sessuale a scuola è caldeggiata da molti, specie a sinistra. Ma rifiutarla non è cosa da bigotti. Al contrario, non c'è nulla di più libertario che evitare alle istituzioni di infilarsi nell'intimità degli studenti.
Se è vero che la liberazione sessuale male interpretata e peggio realizzata provoca scompensi nell'età verde, è ancor più vero che le difficoltà non si possono sciogliere con la burocratizzazione del sesso. È un vizio antico quello di affidarsi a improbabili commissioni e stravaganti «linee guida» al fine di risolvere faccende estremamente delicate. Sappiamo bene dove questa tendenza possa condurre. I progetti di educazione affettiva messi in campo nel corso degli anni si sono rivelati spesso una scusa per introdurre nelle scuole concetti balzani simili a quelli presenti nel ddl Zan. E di sicuro, a questo riguardo, non confortano le scelte ideologiche prese da Bianchi in altri ambiti. Basti ricordare che ha affidato il compito di vigilare sui programmi di Storia a gente che ama paragonare Salvini a Hitler e si diverte quando vede la Meloni a testa in giù. Chissà a chi potrebbe affidare una eventuale commissione sull'educazione sessuale.
Il ministro vuole sincerarsi che gli studenti vivano gli affetti nel modo giusto? Bene: li faccia tornare in classe. Il resto, vedrete, verrà da sé.
Prossima frontiera: far partorire i «maschi»
«In Italia essere un uomo transgender e portare avanti una gravidanza è ancora un problema». Il titolo dell'articolo è esattamente questo, senza un filo d'ironia. Si tratta di un lungo servizio apparso nei giorni scorsi su Fanpage.it e dedicato a quelli che in inglese si chiamano seahorse dad («papà cavalluccio marino»), ovvero «gli uomini transgender che desiderano portare avanti una gravidanza». Ecco la misura della mistificazione, della perversione delle parole operata nella convinzione che basti modificare il linguaggio per ribaltare la realtà. Provate a rileggere le frasi appena citate, e riflettete sul loro significato. Per prima cosa, vi viene presentata come un dato di fatto l'esistenza di «uomini transgender». Viene cioè stabilito che per diventare maschi (o femmine) sia sufficiente un'operazione chirurgica, un intervento della tecnica. In secondo luogo, vi viene presentato come normale il fatto che un uomo possa «portare avanti una gravidanza», cancellando così la differenza radicale della femmina rispetto al maschio, la quale consiste appunto nella capacità di mettere al mondo figli. Poi c'è un ulteriore passaggio: questi «uomini transgender» non solo possono «portare avanti una gravidanza», ma ne hanno pure il diritto in quanto «lo desiderano». Infine, la conclusione implicita del ragionamento: se il fatto che un «uomo trans» possa partorire vi sembra strano, il dramma è tutto nella vostra testa. Siete voi, retrogradi e bigotti, a far sì che sia «ancora un problema» questa assurda «gravidanza maschile».
Ora, se a propagandare la sovversione della realtà fosse semplicemente un articolo su Fanpage, poco male. Il guaio vero è che a diffondere questo genere di idee provvede, tramite il giornale online, Giulia Senofonte, endocrinologa e dottoressa presso l'ospedale Umberto I di Roma. Parliamo del policlinico universitario legato all'università La Sapienza, cioè una delle strutture a cui in Italia ci si può rivolgere per le operazioni di cambiamento di sesso. La dottoressa Senofonte spiega che in Italia gestazioni da parte di trans non ci sono ancora state. «Succede nei Paesi più aperti», sospira l'esperta. «In Italia non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe accadere a un ragazzo con la barba magari al settimo mese di gravidanza. Purtroppo è un fenomeno che va contestualizzato».
Già, a quanto pare dalle nostre parti si è ancora molto arretrati. «Se io sono un uomo trans e voglio avere una gravidanza devo andare nel privato, perché con il mio codice fiscale non posso accedere al pubblico dato che per lo Stato italiano ora sono un uomo», continua la Senofonte. «Se sono un uomo trans omosessuale è impossibile avere un figlio, a meno che non decida io di portare avanti la gravidanza. È tutto troppo complicato e dovrebbe cambiare la legislazione, allo stato attuale bisogna andare all'estero». È chiaro, la prossima battaglia dovrà essere quella per sdoganare le gravidanze transgender, come ci ha gentilmente ricordato una copertina dell'Espresso di qualche settimana fa.
Suscita un vago senso di inquietudine trovare tracce di ideologia così profonde negli specialisti che lavorano negli ospedali italiani. Pensavamo che il Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica) che opera all'interno del San Camillo di Roma fosse un caso particolare. Ma a quanto pare un po' ovunque scienza e ideologia si mescolano, e la seconda esercita una influenza fondamentale sulla prima. Abbiamo già raccontato quali siano le convinzioni dei professionisti del Saifip, espresse con chiarezza anche in audizione parlamentare alla Camera. E probabilmente non è un caso che pure Maddalena Mosconi, responsabile dell'area minori del Saifip, sia molto interessata ai temi della «genitorialità trans». In un'intervista al Corriere della Sera del 2019, la psicologa raccontò di essere al lavoro con una decina di ragazzi intenzionati a cambiare genere e in procinto di iniziare la terapia ormonale. «Stiamo riflettendo», disse, «sulla possibilità che possano raccogliere e crioconservare i propri gameti (liquido seminale oppure ovociti) prima che gli ormoni ne annientino la capacità riproduttiva. Come specialisti, il nostro compito è quello di offrire loro il supporto e le informazioni necessarie affinché possano compiere la scelta che ritengono più giusta, non solo per l'immediato, ma anche per il futuro».
In attesa che si inizi a combattere per sostenere «gli uomini incinti», i medici italiani si concentrano su altre lotte «per i diritti». Giulia Lo Russo, celebre chirurgo dell'ospedale Careggi di Firenze (forse il centro più noto per il cambiamento di sesso in Italia), di recente ha spiegato come trattare chi intende sottoporsi alla transizione di genere. «È assolutamente da abolire l'uso del nome di nascita e si deve chiamare il paziente col nome che ha scelto», ha detto la dottoressa. «Non uso mai la parola transessualismo, in quanto la riassegnazione di genere non ha nulla a che vedere col sesso, è una questione di identità e genere, perciò uso solo la parola transgender. Poi è fondamentale l'uso corretto del pronome». Quest'ultima dichiarazione è un concentrato di ideologia, come dimostra la riflessione sull'uso dei «pronomi corretti». La parola «transessualismo», inoltre, viene combattuta perché i movimenti trans stanno cercando in ogni modo di «desessualizzare» tutto ciò che li riguarda. «L'opinione corretta da avere ora è che i trans non traggano il minimo brivido sessuale all'idea di essere trans», ha scritto l'intellettuale inglese Douglas Murray. In realtà, ricerche autorevoli come quelle di J. Michael Bailey della Northwestern University hanno mostrato l'esistenza di una correlazione fra transessualismo (soprattutto maschile) e desiderio sessuale. Purtroppo Bailey, dopo la pubblicazione del suo studio, è stato attaccato ferocemente e persino minacciato (assieme ai suoi figli piccoli) da attivisti trans. È così che l'ideologia mette in ombra la ricerca scientifica.
E allora capite bene che i dubbi crescono. Quando sentiamo un medico parlare di questioni Lgbt ci chiediamo ogni volta: dove finisce la conoscenza scientifica e dove inizia la visione imposta da associazioni e militanti? Ce lo domandiamo leggendo ciò che dice alla Stampa la neuropsicologa infantile Chiara Baietto dell'ospedale Regina Margherita di Torino. A suo dire, il percorso dei bimbi trans può iniziare addirittura «a 2-5 anni». Certo non stupisce che a quell'età si manifesti androginia, piuttosto lascia perplessi l'inserimento in un percorso che possa prevedere utilizzo di «pronomi corretti». La dottoressa Damiana Massara, coordinatrice del Cidigem delle Molinette di Torino, fa sapere ad esempio che nel suo centro «aiutiamo i genitori ad accettare le prove, i vestiti, il farsi chiamare con un nome al maschile o al femminile». Tutto questo perché «se si dà modo di provare e tempo il ragazzo capirà cosa desidera». Come vedete siamo sempre lì, al desiderio. È il desiderio che detta legge e si trasforma quasi automaticamente in «diritto». Resta da dimostrare come e quanto desideri e diritti debbano avere a che fare con la scienza.
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Il ministro non risponde sul rientro in aula a settembre: preferisce parlare di affettivitàGià oggi l'urgenza di molti medici in Italia è sostenere la causa di donne divenute «uomini» che «desiderano una gravidanza» Ma quando il patema dei «pronomi corretti» sopravanza l'obiettivo di risolvere problemi ai pazienti, non è più scienza. È ideologiaLo speciale contiene due articoli Il ministro Patrizio Bianchi sembra essere convinto di non avere abbastanza gatte da pelare, tanto che è andato a cercarsene un'altra, e pure bella grossa. Il fatto che il ritorno in classe in presenza non sia ancora garantito pare non rappresentare un grosso problema per il responsabile dell'Istruzione. Qualora infatti a settembre la situazione andasse a catafascio, il nostro formidabile Bianchi ha già pronto il capro espiatorio: gli italiani. «Non è che il ritorno in presenza è un problema solo del governo: tutti dobbiamo lavorare per tornare alla normalità», ha detto ieri partecipando a La Repubblica delle idee. «Io me ne sto già occupando, voglio che se ne occupino anche gli altri, voglio che lo facciamo assieme. Io ci sono ma dovete esserci anche voi». Il messaggio è abbastanza chiaro: se non si riuscirà a tornare in aula fisicamente, daremo la colpa ai non vaccinati o ai soliti «irresponsabili» buoni per tutte le stagioni. Dopo tutto, il povero Bianchi è soltanto un ministro, che pretendete da lui? Sempre ieri ha replicato un po' spazientito a una mamma che gli chiedeva di risolvere il problema delle classi troppo affollate: «Classi pollaio? Non sono Harry Potter né Albus Silente». Come a dire: mica ho i poteri magici, accontentatevi di quel che sto facendo. Il punto è proprio questo: che sta facendo, di preciso, il signor ministro per garantire il ritorno in presenza? Boh. In compenso, ha avuto la brillante idea di buttare sul tavolo un altro argomento per niente complesso: l'educazione sessuale a scuola. «È ora di andare avanti, se ne parla da quando ero piccolo io», ha dichiarato. «Bisogna educare tutti noi agli affetti, e c'è ovviamente una parte fondamentale di sesso, che è una parte della nostra vita, e quindi sta dentro all'idea che a scuola stiamo formando i nostri ragazzi alla vita». Vero: Bianchi ha risposto a una domanda, non ha emesso una circolare. Però il solo fatto che certe idee gli frullino in testa suscita una profonda inquietudine. Primo perché, appunto, la scuola italiana ha una marea di problemi che andrebbero risolti (a parte evitare la dad ci sarebbe, tra le altre cose, da assumere un po' di insegnanti). Ma soprattutto perché di certe questioni sarebbe decisamente meglio se il ministero proprio non si occupasse. Non ci sfugge che i ragazzi abbiano, in questi anni, un rapporto sempre più difficile con la sessualità. Un rapporto che una miriade di elementi concorre a complicare ulteriormente: dalla diffusione smisurata della pornografia in Rete all'aumento del bullismo; dal confronto forzato con culture diverse all'emergere prepotente delle questioni Lgbt. Farsi carico di tale, ponderoso fardello non è compito della scuola, che, per altro, allo stato attuale nemmeno ne sarebbe in grado. L'educazione all'affettività, come va di moda chiamarla ora, così come quella alla sessualità compete alla famiglia. E se la famiglia non è in grado di fornirla per vari motivi, è compito dello Stato supportarla e aiutarla, non sostituirsi ad essa. L'idea di introdurre l'educazione sessuale a scuola è caldeggiata da molti, specie a sinistra. Ma rifiutarla non è cosa da bigotti. Al contrario, non c'è nulla di più libertario che evitare alle istituzioni di infilarsi nell'intimità degli studenti. Se è vero che la liberazione sessuale male interpretata e peggio realizzata provoca scompensi nell'età verde, è ancor più vero che le difficoltà non si possono sciogliere con la burocratizzazione del sesso. È un vizio antico quello di affidarsi a improbabili commissioni e stravaganti «linee guida» al fine di risolvere faccende estremamente delicate. Sappiamo bene dove questa tendenza possa condurre. I progetti di educazione affettiva messi in campo nel corso degli anni si sono rivelati spesso una scusa per introdurre nelle scuole concetti balzani simili a quelli presenti nel ddl Zan. E di sicuro, a questo riguardo, non confortano le scelte ideologiche prese da Bianchi in altri ambiti. Basti ricordare che ha affidato il compito di vigilare sui programmi di Storia a gente che ama paragonare Salvini a Hitler e si diverte quando vede la Meloni a testa in giù. Chissà a chi potrebbe affidare una eventuale commissione sull'educazione sessuale. Il ministro vuole sincerarsi che gli studenti vivano gli affetti nel modo giusto? Bene: li faccia tornare in classe. Il resto, vedrete, verrà da sé.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-scuola-e-nel-caos-ma-bianchi-pensa-alleducazione-sessuale-per-studenti-2653719161.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prossima-frontiera-far-partorire-i-maschi" data-post-id="2653719161" data-published-at="1625766978" data-use-pagination="False"> Prossima frontiera: far partorire i «maschi» «In Italia essere un uomo transgender e portare avanti una gravidanza è ancora un problema». Il titolo dell'articolo è esattamente questo, senza un filo d'ironia. Si tratta di un lungo servizio apparso nei giorni scorsi su Fanpage.it e dedicato a quelli che in inglese si chiamano seahorse dad («papà cavalluccio marino»), ovvero «gli uomini transgender che desiderano portare avanti una gravidanza». Ecco la misura della mistificazione, della perversione delle parole operata nella convinzione che basti modificare il linguaggio per ribaltare la realtà. Provate a rileggere le frasi appena citate, e riflettete sul loro significato. Per prima cosa, vi viene presentata come un dato di fatto l'esistenza di «uomini transgender». Viene cioè stabilito che per diventare maschi (o femmine) sia sufficiente un'operazione chirurgica, un intervento della tecnica. In secondo luogo, vi viene presentato come normale il fatto che un uomo possa «portare avanti una gravidanza», cancellando così la differenza radicale della femmina rispetto al maschio, la quale consiste appunto nella capacità di mettere al mondo figli. Poi c'è un ulteriore passaggio: questi «uomini transgender» non solo possono «portare avanti una gravidanza», ma ne hanno pure il diritto in quanto «lo desiderano». Infine, la conclusione implicita del ragionamento: se il fatto che un «uomo trans» possa partorire vi sembra strano, il dramma è tutto nella vostra testa. Siete voi, retrogradi e bigotti, a far sì che sia «ancora un problema» questa assurda «gravidanza maschile». Ora, se a propagandare la sovversione della realtà fosse semplicemente un articolo su Fanpage, poco male. Il guaio vero è che a diffondere questo genere di idee provvede, tramite il giornale online, Giulia Senofonte, endocrinologa e dottoressa presso l'ospedale Umberto I di Roma. Parliamo del policlinico universitario legato all'università La Sapienza, cioè una delle strutture a cui in Italia ci si può rivolgere per le operazioni di cambiamento di sesso. La dottoressa Senofonte spiega che in Italia gestazioni da parte di trans non ci sono ancora state. «Succede nei Paesi più aperti», sospira l'esperta. «In Italia non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe accadere a un ragazzo con la barba magari al settimo mese di gravidanza. Purtroppo è un fenomeno che va contestualizzato». Già, a quanto pare dalle nostre parti si è ancora molto arretrati. «Se io sono un uomo trans e voglio avere una gravidanza devo andare nel privato, perché con il mio codice fiscale non posso accedere al pubblico dato che per lo Stato italiano ora sono un uomo», continua la Senofonte. «Se sono un uomo trans omosessuale è impossibile avere un figlio, a meno che non decida io di portare avanti la gravidanza. È tutto troppo complicato e dovrebbe cambiare la legislazione, allo stato attuale bisogna andare all'estero». È chiaro, la prossima battaglia dovrà essere quella per sdoganare le gravidanze transgender, come ci ha gentilmente ricordato una copertina dell'Espresso di qualche settimana fa. Suscita un vago senso di inquietudine trovare tracce di ideologia così profonde negli specialisti che lavorano negli ospedali italiani. Pensavamo che il Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica) che opera all'interno del San Camillo di Roma fosse un caso particolare. Ma a quanto pare un po' ovunque scienza e ideologia si mescolano, e la seconda esercita una influenza fondamentale sulla prima. Abbiamo già raccontato quali siano le convinzioni dei professionisti del Saifip, espresse con chiarezza anche in audizione parlamentare alla Camera. E probabilmente non è un caso che pure Maddalena Mosconi, responsabile dell'area minori del Saifip, sia molto interessata ai temi della «genitorialità trans». In un'intervista al Corriere della Sera del 2019, la psicologa raccontò di essere al lavoro con una decina di ragazzi intenzionati a cambiare genere e in procinto di iniziare la terapia ormonale. «Stiamo riflettendo», disse, «sulla possibilità che possano raccogliere e crioconservare i propri gameti (liquido seminale oppure ovociti) prima che gli ormoni ne annientino la capacità riproduttiva. Come specialisti, il nostro compito è quello di offrire loro il supporto e le informazioni necessarie affinché possano compiere la scelta che ritengono più giusta, non solo per l'immediato, ma anche per il futuro». In attesa che si inizi a combattere per sostenere «gli uomini incinti», i medici italiani si concentrano su altre lotte «per i diritti». Giulia Lo Russo, celebre chirurgo dell'ospedale Careggi di Firenze (forse il centro più noto per il cambiamento di sesso in Italia), di recente ha spiegato come trattare chi intende sottoporsi alla transizione di genere. «È assolutamente da abolire l'uso del nome di nascita e si deve chiamare il paziente col nome che ha scelto», ha detto la dottoressa. «Non uso mai la parola transessualismo, in quanto la riassegnazione di genere non ha nulla a che vedere col sesso, è una questione di identità e genere, perciò uso solo la parola transgender. Poi è fondamentale l'uso corretto del pronome». Quest'ultima dichiarazione è un concentrato di ideologia, come dimostra la riflessione sull'uso dei «pronomi corretti». La parola «transessualismo», inoltre, viene combattuta perché i movimenti trans stanno cercando in ogni modo di «desessualizzare» tutto ciò che li riguarda. «L'opinione corretta da avere ora è che i trans non traggano il minimo brivido sessuale all'idea di essere trans», ha scritto l'intellettuale inglese Douglas Murray. In realtà, ricerche autorevoli come quelle di J. Michael Bailey della Northwestern University hanno mostrato l'esistenza di una correlazione fra transessualismo (soprattutto maschile) e desiderio sessuale. Purtroppo Bailey, dopo la pubblicazione del suo studio, è stato attaccato ferocemente e persino minacciato (assieme ai suoi figli piccoli) da attivisti trans. È così che l'ideologia mette in ombra la ricerca scientifica. E allora capite bene che i dubbi crescono. Quando sentiamo un medico parlare di questioni Lgbt ci chiediamo ogni volta: dove finisce la conoscenza scientifica e dove inizia la visione imposta da associazioni e militanti? Ce lo domandiamo leggendo ciò che dice alla Stampa la neuropsicologa infantile Chiara Baietto dell'ospedale Regina Margherita di Torino. A suo dire, il percorso dei bimbi trans può iniziare addirittura «a 2-5 anni». Certo non stupisce che a quell'età si manifesti androginia, piuttosto lascia perplessi l'inserimento in un percorso che possa prevedere utilizzo di «pronomi corretti». La dottoressa Damiana Massara, coordinatrice del Cidigem delle Molinette di Torino, fa sapere ad esempio che nel suo centro «aiutiamo i genitori ad accettare le prove, i vestiti, il farsi chiamare con un nome al maschile o al femminile». Tutto questo perché «se si dà modo di provare e tempo il ragazzo capirà cosa desidera». Come vedete siamo sempre lì, al desiderio. È il desiderio che detta legge e si trasforma quasi automaticamente in «diritto». Resta da dimostrare come e quanto desideri e diritti debbano avere a che fare con la scienza.
La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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