True
2021-07-09
La scuola è nel caos, ma il ministro pensa al sesso
Patrizio Bianchi (Ansa)
Il ministro Patrizio Bianchi sembra essere convinto di non avere abbastanza gatte da pelare, tanto che è andato a cercarsene un'altra, e pure bella grossa. Il fatto che il ritorno in classe in presenza non sia ancora garantito pare non rappresentare un grosso problema per il responsabile dell'Istruzione. Qualora infatti a settembre la situazione andasse a catafascio, il nostro formidabile Bianchi ha già pronto il capro espiatorio: gli italiani. «Non è che il ritorno in presenza è un problema solo del governo: tutti dobbiamo lavorare per tornare alla normalità», ha detto ieri partecipando a La Repubblica delle idee. «Io me ne sto già occupando, voglio che se ne occupino anche gli altri, voglio che lo facciamo assieme. Io ci sono ma dovete esserci anche voi». Il messaggio è abbastanza chiaro: se non si riuscirà a tornare in aula fisicamente, daremo la colpa ai non vaccinati o ai soliti «irresponsabili» buoni per tutte le stagioni.
Dopo tutto, il povero Bianchi è soltanto un ministro, che pretendete da lui? Sempre ieri ha replicato un po' spazientito a una mamma che gli chiedeva di risolvere il problema delle classi troppo affollate: «Classi pollaio? Non sono Harry Potter né Albus Silente». Come a dire: mica ho i poteri magici, accontentatevi di quel che sto facendo. Il punto è proprio questo: che sta facendo, di preciso, il signor ministro per garantire il ritorno in presenza? Boh. In compenso, ha avuto la brillante idea di buttare sul tavolo un altro argomento per niente complesso: l'educazione sessuale a scuola. «È ora di andare avanti, se ne parla da quando ero piccolo io», ha dichiarato. «Bisogna educare tutti noi agli affetti, e c'è ovviamente una parte fondamentale di sesso, che è una parte della nostra vita, e quindi sta dentro all'idea che a scuola stiamo formando i nostri ragazzi alla vita».
Vero: Bianchi ha risposto a una domanda, non ha emesso una circolare. Però il solo fatto che certe idee gli frullino in testa suscita una profonda inquietudine. Primo perché, appunto, la scuola italiana ha una marea di problemi che andrebbero risolti (a parte evitare la dad ci sarebbe, tra le altre cose, da assumere un po' di insegnanti). Ma soprattutto perché di certe questioni sarebbe decisamente meglio se il ministero proprio non si occupasse. Non ci sfugge che i ragazzi abbiano, in questi anni, un rapporto sempre più difficile con la sessualità. Un rapporto che una miriade di elementi concorre a complicare ulteriormente: dalla diffusione smisurata della pornografia in Rete all'aumento del bullismo; dal confronto forzato con culture diverse all'emergere prepotente delle questioni Lgbt.
Farsi carico di tale, ponderoso fardello non è compito della scuola, che, per altro, allo stato attuale nemmeno ne sarebbe in grado. L'educazione all'affettività, come va di moda chiamarla ora, così come quella alla sessualità compete alla famiglia. E se la famiglia non è in grado di fornirla per vari motivi, è compito dello Stato supportarla e aiutarla, non sostituirsi ad essa. L'idea di introdurre l'educazione sessuale a scuola è caldeggiata da molti, specie a sinistra. Ma rifiutarla non è cosa da bigotti. Al contrario, non c'è nulla di più libertario che evitare alle istituzioni di infilarsi nell'intimità degli studenti.
Se è vero che la liberazione sessuale male interpretata e peggio realizzata provoca scompensi nell'età verde, è ancor più vero che le difficoltà non si possono sciogliere con la burocratizzazione del sesso. È un vizio antico quello di affidarsi a improbabili commissioni e stravaganti «linee guida» al fine di risolvere faccende estremamente delicate. Sappiamo bene dove questa tendenza possa condurre. I progetti di educazione affettiva messi in campo nel corso degli anni si sono rivelati spesso una scusa per introdurre nelle scuole concetti balzani simili a quelli presenti nel ddl Zan. E di sicuro, a questo riguardo, non confortano le scelte ideologiche prese da Bianchi in altri ambiti. Basti ricordare che ha affidato il compito di vigilare sui programmi di Storia a gente che ama paragonare Salvini a Hitler e si diverte quando vede la Meloni a testa in giù. Chissà a chi potrebbe affidare una eventuale commissione sull'educazione sessuale.
Il ministro vuole sincerarsi che gli studenti vivano gli affetti nel modo giusto? Bene: li faccia tornare in classe. Il resto, vedrete, verrà da sé.
Prossima frontiera: far partorire i «maschi»
«In Italia essere un uomo transgender e portare avanti una gravidanza è ancora un problema». Il titolo dell'articolo è esattamente questo, senza un filo d'ironia. Si tratta di un lungo servizio apparso nei giorni scorsi su Fanpage.it e dedicato a quelli che in inglese si chiamano seahorse dad («papà cavalluccio marino»), ovvero «gli uomini transgender che desiderano portare avanti una gravidanza». Ecco la misura della mistificazione, della perversione delle parole operata nella convinzione che basti modificare il linguaggio per ribaltare la realtà. Provate a rileggere le frasi appena citate, e riflettete sul loro significato. Per prima cosa, vi viene presentata come un dato di fatto l'esistenza di «uomini transgender». Viene cioè stabilito che per diventare maschi (o femmine) sia sufficiente un'operazione chirurgica, un intervento della tecnica. In secondo luogo, vi viene presentato come normale il fatto che un uomo possa «portare avanti una gravidanza», cancellando così la differenza radicale della femmina rispetto al maschio, la quale consiste appunto nella capacità di mettere al mondo figli. Poi c'è un ulteriore passaggio: questi «uomini transgender» non solo possono «portare avanti una gravidanza», ma ne hanno pure il diritto in quanto «lo desiderano». Infine, la conclusione implicita del ragionamento: se il fatto che un «uomo trans» possa partorire vi sembra strano, il dramma è tutto nella vostra testa. Siete voi, retrogradi e bigotti, a far sì che sia «ancora un problema» questa assurda «gravidanza maschile».
Ora, se a propagandare la sovversione della realtà fosse semplicemente un articolo su Fanpage, poco male. Il guaio vero è che a diffondere questo genere di idee provvede, tramite il giornale online, Giulia Senofonte, endocrinologa e dottoressa presso l'ospedale Umberto I di Roma. Parliamo del policlinico universitario legato all'università La Sapienza, cioè una delle strutture a cui in Italia ci si può rivolgere per le operazioni di cambiamento di sesso. La dottoressa Senofonte spiega che in Italia gestazioni da parte di trans non ci sono ancora state. «Succede nei Paesi più aperti», sospira l'esperta. «In Italia non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe accadere a un ragazzo con la barba magari al settimo mese di gravidanza. Purtroppo è un fenomeno che va contestualizzato».
Già, a quanto pare dalle nostre parti si è ancora molto arretrati. «Se io sono un uomo trans e voglio avere una gravidanza devo andare nel privato, perché con il mio codice fiscale non posso accedere al pubblico dato che per lo Stato italiano ora sono un uomo», continua la Senofonte. «Se sono un uomo trans omosessuale è impossibile avere un figlio, a meno che non decida io di portare avanti la gravidanza. È tutto troppo complicato e dovrebbe cambiare la legislazione, allo stato attuale bisogna andare all'estero». È chiaro, la prossima battaglia dovrà essere quella per sdoganare le gravidanze transgender, come ci ha gentilmente ricordato una copertina dell'Espresso di qualche settimana fa.
Suscita un vago senso di inquietudine trovare tracce di ideologia così profonde negli specialisti che lavorano negli ospedali italiani. Pensavamo che il Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica) che opera all'interno del San Camillo di Roma fosse un caso particolare. Ma a quanto pare un po' ovunque scienza e ideologia si mescolano, e la seconda esercita una influenza fondamentale sulla prima. Abbiamo già raccontato quali siano le convinzioni dei professionisti del Saifip, espresse con chiarezza anche in audizione parlamentare alla Camera. E probabilmente non è un caso che pure Maddalena Mosconi, responsabile dell'area minori del Saifip, sia molto interessata ai temi della «genitorialità trans». In un'intervista al Corriere della Sera del 2019, la psicologa raccontò di essere al lavoro con una decina di ragazzi intenzionati a cambiare genere e in procinto di iniziare la terapia ormonale. «Stiamo riflettendo», disse, «sulla possibilità che possano raccogliere e crioconservare i propri gameti (liquido seminale oppure ovociti) prima che gli ormoni ne annientino la capacità riproduttiva. Come specialisti, il nostro compito è quello di offrire loro il supporto e le informazioni necessarie affinché possano compiere la scelta che ritengono più giusta, non solo per l'immediato, ma anche per il futuro».
In attesa che si inizi a combattere per sostenere «gli uomini incinti», i medici italiani si concentrano su altre lotte «per i diritti». Giulia Lo Russo, celebre chirurgo dell'ospedale Careggi di Firenze (forse il centro più noto per il cambiamento di sesso in Italia), di recente ha spiegato come trattare chi intende sottoporsi alla transizione di genere. «È assolutamente da abolire l'uso del nome di nascita e si deve chiamare il paziente col nome che ha scelto», ha detto la dottoressa. «Non uso mai la parola transessualismo, in quanto la riassegnazione di genere non ha nulla a che vedere col sesso, è una questione di identità e genere, perciò uso solo la parola transgender. Poi è fondamentale l'uso corretto del pronome». Quest'ultima dichiarazione è un concentrato di ideologia, come dimostra la riflessione sull'uso dei «pronomi corretti». La parola «transessualismo», inoltre, viene combattuta perché i movimenti trans stanno cercando in ogni modo di «desessualizzare» tutto ciò che li riguarda. «L'opinione corretta da avere ora è che i trans non traggano il minimo brivido sessuale all'idea di essere trans», ha scritto l'intellettuale inglese Douglas Murray. In realtà, ricerche autorevoli come quelle di J. Michael Bailey della Northwestern University hanno mostrato l'esistenza di una correlazione fra transessualismo (soprattutto maschile) e desiderio sessuale. Purtroppo Bailey, dopo la pubblicazione del suo studio, è stato attaccato ferocemente e persino minacciato (assieme ai suoi figli piccoli) da attivisti trans. È così che l'ideologia mette in ombra la ricerca scientifica.
E allora capite bene che i dubbi crescono. Quando sentiamo un medico parlare di questioni Lgbt ci chiediamo ogni volta: dove finisce la conoscenza scientifica e dove inizia la visione imposta da associazioni e militanti? Ce lo domandiamo leggendo ciò che dice alla Stampa la neuropsicologa infantile Chiara Baietto dell'ospedale Regina Margherita di Torino. A suo dire, il percorso dei bimbi trans può iniziare addirittura «a 2-5 anni». Certo non stupisce che a quell'età si manifesti androginia, piuttosto lascia perplessi l'inserimento in un percorso che possa prevedere utilizzo di «pronomi corretti». La dottoressa Damiana Massara, coordinatrice del Cidigem delle Molinette di Torino, fa sapere ad esempio che nel suo centro «aiutiamo i genitori ad accettare le prove, i vestiti, il farsi chiamare con un nome al maschile o al femminile». Tutto questo perché «se si dà modo di provare e tempo il ragazzo capirà cosa desidera». Come vedete siamo sempre lì, al desiderio. È il desiderio che detta legge e si trasforma quasi automaticamente in «diritto». Resta da dimostrare come e quanto desideri e diritti debbano avere a che fare con la scienza.
Continua a leggereRiduci
Il ministro non risponde sul rientro in aula a settembre: preferisce parlare di affettivitàGià oggi l'urgenza di molti medici in Italia è sostenere la causa di donne divenute «uomini» che «desiderano una gravidanza» Ma quando il patema dei «pronomi corretti» sopravanza l'obiettivo di risolvere problemi ai pazienti, non è più scienza. È ideologiaLo speciale contiene due articoli Il ministro Patrizio Bianchi sembra essere convinto di non avere abbastanza gatte da pelare, tanto che è andato a cercarsene un'altra, e pure bella grossa. Il fatto che il ritorno in classe in presenza non sia ancora garantito pare non rappresentare un grosso problema per il responsabile dell'Istruzione. Qualora infatti a settembre la situazione andasse a catafascio, il nostro formidabile Bianchi ha già pronto il capro espiatorio: gli italiani. «Non è che il ritorno in presenza è un problema solo del governo: tutti dobbiamo lavorare per tornare alla normalità», ha detto ieri partecipando a La Repubblica delle idee. «Io me ne sto già occupando, voglio che se ne occupino anche gli altri, voglio che lo facciamo assieme. Io ci sono ma dovete esserci anche voi». Il messaggio è abbastanza chiaro: se non si riuscirà a tornare in aula fisicamente, daremo la colpa ai non vaccinati o ai soliti «irresponsabili» buoni per tutte le stagioni. Dopo tutto, il povero Bianchi è soltanto un ministro, che pretendete da lui? Sempre ieri ha replicato un po' spazientito a una mamma che gli chiedeva di risolvere il problema delle classi troppo affollate: «Classi pollaio? Non sono Harry Potter né Albus Silente». Come a dire: mica ho i poteri magici, accontentatevi di quel che sto facendo. Il punto è proprio questo: che sta facendo, di preciso, il signor ministro per garantire il ritorno in presenza? Boh. In compenso, ha avuto la brillante idea di buttare sul tavolo un altro argomento per niente complesso: l'educazione sessuale a scuola. «È ora di andare avanti, se ne parla da quando ero piccolo io», ha dichiarato. «Bisogna educare tutti noi agli affetti, e c'è ovviamente una parte fondamentale di sesso, che è una parte della nostra vita, e quindi sta dentro all'idea che a scuola stiamo formando i nostri ragazzi alla vita». Vero: Bianchi ha risposto a una domanda, non ha emesso una circolare. Però il solo fatto che certe idee gli frullino in testa suscita una profonda inquietudine. Primo perché, appunto, la scuola italiana ha una marea di problemi che andrebbero risolti (a parte evitare la dad ci sarebbe, tra le altre cose, da assumere un po' di insegnanti). Ma soprattutto perché di certe questioni sarebbe decisamente meglio se il ministero proprio non si occupasse. Non ci sfugge che i ragazzi abbiano, in questi anni, un rapporto sempre più difficile con la sessualità. Un rapporto che una miriade di elementi concorre a complicare ulteriormente: dalla diffusione smisurata della pornografia in Rete all'aumento del bullismo; dal confronto forzato con culture diverse all'emergere prepotente delle questioni Lgbt. Farsi carico di tale, ponderoso fardello non è compito della scuola, che, per altro, allo stato attuale nemmeno ne sarebbe in grado. L'educazione all'affettività, come va di moda chiamarla ora, così come quella alla sessualità compete alla famiglia. E se la famiglia non è in grado di fornirla per vari motivi, è compito dello Stato supportarla e aiutarla, non sostituirsi ad essa. L'idea di introdurre l'educazione sessuale a scuola è caldeggiata da molti, specie a sinistra. Ma rifiutarla non è cosa da bigotti. Al contrario, non c'è nulla di più libertario che evitare alle istituzioni di infilarsi nell'intimità degli studenti. Se è vero che la liberazione sessuale male interpretata e peggio realizzata provoca scompensi nell'età verde, è ancor più vero che le difficoltà non si possono sciogliere con la burocratizzazione del sesso. È un vizio antico quello di affidarsi a improbabili commissioni e stravaganti «linee guida» al fine di risolvere faccende estremamente delicate. Sappiamo bene dove questa tendenza possa condurre. I progetti di educazione affettiva messi in campo nel corso degli anni si sono rivelati spesso una scusa per introdurre nelle scuole concetti balzani simili a quelli presenti nel ddl Zan. E di sicuro, a questo riguardo, non confortano le scelte ideologiche prese da Bianchi in altri ambiti. Basti ricordare che ha affidato il compito di vigilare sui programmi di Storia a gente che ama paragonare Salvini a Hitler e si diverte quando vede la Meloni a testa in giù. Chissà a chi potrebbe affidare una eventuale commissione sull'educazione sessuale. Il ministro vuole sincerarsi che gli studenti vivano gli affetti nel modo giusto? Bene: li faccia tornare in classe. Il resto, vedrete, verrà da sé.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-scuola-e-nel-caos-ma-bianchi-pensa-alleducazione-sessuale-per-studenti-2653719161.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prossima-frontiera-far-partorire-i-maschi" data-post-id="2653719161" data-published-at="1625766978" data-use-pagination="False"> Prossima frontiera: far partorire i «maschi» «In Italia essere un uomo transgender e portare avanti una gravidanza è ancora un problema». Il titolo dell'articolo è esattamente questo, senza un filo d'ironia. Si tratta di un lungo servizio apparso nei giorni scorsi su Fanpage.it e dedicato a quelli che in inglese si chiamano seahorse dad («papà cavalluccio marino»), ovvero «gli uomini transgender che desiderano portare avanti una gravidanza». Ecco la misura della mistificazione, della perversione delle parole operata nella convinzione che basti modificare il linguaggio per ribaltare la realtà. Provate a rileggere le frasi appena citate, e riflettete sul loro significato. Per prima cosa, vi viene presentata come un dato di fatto l'esistenza di «uomini transgender». Viene cioè stabilito che per diventare maschi (o femmine) sia sufficiente un'operazione chirurgica, un intervento della tecnica. In secondo luogo, vi viene presentato come normale il fatto che un uomo possa «portare avanti una gravidanza», cancellando così la differenza radicale della femmina rispetto al maschio, la quale consiste appunto nella capacità di mettere al mondo figli. Poi c'è un ulteriore passaggio: questi «uomini transgender» non solo possono «portare avanti una gravidanza», ma ne hanno pure il diritto in quanto «lo desiderano». Infine, la conclusione implicita del ragionamento: se il fatto che un «uomo trans» possa partorire vi sembra strano, il dramma è tutto nella vostra testa. Siete voi, retrogradi e bigotti, a far sì che sia «ancora un problema» questa assurda «gravidanza maschile». Ora, se a propagandare la sovversione della realtà fosse semplicemente un articolo su Fanpage, poco male. Il guaio vero è che a diffondere questo genere di idee provvede, tramite il giornale online, Giulia Senofonte, endocrinologa e dottoressa presso l'ospedale Umberto I di Roma. Parliamo del policlinico universitario legato all'università La Sapienza, cioè una delle strutture a cui in Italia ci si può rivolgere per le operazioni di cambiamento di sesso. La dottoressa Senofonte spiega che in Italia gestazioni da parte di trans non ci sono ancora state. «Succede nei Paesi più aperti», sospira l'esperta. «In Italia non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe accadere a un ragazzo con la barba magari al settimo mese di gravidanza. Purtroppo è un fenomeno che va contestualizzato». Già, a quanto pare dalle nostre parti si è ancora molto arretrati. «Se io sono un uomo trans e voglio avere una gravidanza devo andare nel privato, perché con il mio codice fiscale non posso accedere al pubblico dato che per lo Stato italiano ora sono un uomo», continua la Senofonte. «Se sono un uomo trans omosessuale è impossibile avere un figlio, a meno che non decida io di portare avanti la gravidanza. È tutto troppo complicato e dovrebbe cambiare la legislazione, allo stato attuale bisogna andare all'estero». È chiaro, la prossima battaglia dovrà essere quella per sdoganare le gravidanze transgender, come ci ha gentilmente ricordato una copertina dell'Espresso di qualche settimana fa. Suscita un vago senso di inquietudine trovare tracce di ideologia così profonde negli specialisti che lavorano negli ospedali italiani. Pensavamo che il Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica) che opera all'interno del San Camillo di Roma fosse un caso particolare. Ma a quanto pare un po' ovunque scienza e ideologia si mescolano, e la seconda esercita una influenza fondamentale sulla prima. Abbiamo già raccontato quali siano le convinzioni dei professionisti del Saifip, espresse con chiarezza anche in audizione parlamentare alla Camera. E probabilmente non è un caso che pure Maddalena Mosconi, responsabile dell'area minori del Saifip, sia molto interessata ai temi della «genitorialità trans». In un'intervista al Corriere della Sera del 2019, la psicologa raccontò di essere al lavoro con una decina di ragazzi intenzionati a cambiare genere e in procinto di iniziare la terapia ormonale. «Stiamo riflettendo», disse, «sulla possibilità che possano raccogliere e crioconservare i propri gameti (liquido seminale oppure ovociti) prima che gli ormoni ne annientino la capacità riproduttiva. Come specialisti, il nostro compito è quello di offrire loro il supporto e le informazioni necessarie affinché possano compiere la scelta che ritengono più giusta, non solo per l'immediato, ma anche per il futuro». In attesa che si inizi a combattere per sostenere «gli uomini incinti», i medici italiani si concentrano su altre lotte «per i diritti». Giulia Lo Russo, celebre chirurgo dell'ospedale Careggi di Firenze (forse il centro più noto per il cambiamento di sesso in Italia), di recente ha spiegato come trattare chi intende sottoporsi alla transizione di genere. «È assolutamente da abolire l'uso del nome di nascita e si deve chiamare il paziente col nome che ha scelto», ha detto la dottoressa. «Non uso mai la parola transessualismo, in quanto la riassegnazione di genere non ha nulla a che vedere col sesso, è una questione di identità e genere, perciò uso solo la parola transgender. Poi è fondamentale l'uso corretto del pronome». Quest'ultima dichiarazione è un concentrato di ideologia, come dimostra la riflessione sull'uso dei «pronomi corretti». La parola «transessualismo», inoltre, viene combattuta perché i movimenti trans stanno cercando in ogni modo di «desessualizzare» tutto ciò che li riguarda. «L'opinione corretta da avere ora è che i trans non traggano il minimo brivido sessuale all'idea di essere trans», ha scritto l'intellettuale inglese Douglas Murray. In realtà, ricerche autorevoli come quelle di J. Michael Bailey della Northwestern University hanno mostrato l'esistenza di una correlazione fra transessualismo (soprattutto maschile) e desiderio sessuale. Purtroppo Bailey, dopo la pubblicazione del suo studio, è stato attaccato ferocemente e persino minacciato (assieme ai suoi figli piccoli) da attivisti trans. È così che l'ideologia mette in ombra la ricerca scientifica. E allora capite bene che i dubbi crescono. Quando sentiamo un medico parlare di questioni Lgbt ci chiediamo ogni volta: dove finisce la conoscenza scientifica e dove inizia la visione imposta da associazioni e militanti? Ce lo domandiamo leggendo ciò che dice alla Stampa la neuropsicologa infantile Chiara Baietto dell'ospedale Regina Margherita di Torino. A suo dire, il percorso dei bimbi trans può iniziare addirittura «a 2-5 anni». Certo non stupisce che a quell'età si manifesti androginia, piuttosto lascia perplessi l'inserimento in un percorso che possa prevedere utilizzo di «pronomi corretti». La dottoressa Damiana Massara, coordinatrice del Cidigem delle Molinette di Torino, fa sapere ad esempio che nel suo centro «aiutiamo i genitori ad accettare le prove, i vestiti, il farsi chiamare con un nome al maschile o al femminile». Tutto questo perché «se si dà modo di provare e tempo il ragazzo capirà cosa desidera». Come vedete siamo sempre lì, al desiderio. È il desiderio che detta legge e si trasforma quasi automaticamente in «diritto». Resta da dimostrare come e quanto desideri e diritti debbano avere a che fare con la scienza.
content.jwplatform.com
Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
Continua a leggereRiduci
Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
Continua a leggereRiduci
L’Indonesia nazionalizza l’export. Solare europeo sottozero. Hormuz senza tregua. Il ritorno degli extraprofitti. Maxi fusione NextEra-Dominion.