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2021-09-01
La sanità italiana preda facile per gli hacker. Cartelle cliniche vendute a 1.000 euro sul dark web
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Ansa
A distanza di più di un mese dagli attacchi al sistema informatico della regione Lazio proseguono i disservizi nel settore sanitario nell'amministrazione di Nicola Zingaretti. In procura di Roma si cerca di trovare il filo per dipanare la matassa, ma al momento non ci sono indagati. Sarà difficile se non impossibile trovarli. C'è chi spera nell'aiuto del Cnaipic, il nuovo Centro nazionale anticrimine informatico per la Protezione delle infrastrutture critiche. La struttura sta cercando di scoprire in che modo gli hacker abbiano ottenuto le credenziali di un dipendente di Frosinone di LazioCrea, dal cui computer è stato lanciato l'attacco. In attesa di qualche novità c'è chi però ha iniziato ad analizzare le strutture sanitarie italiane, cercando di capire se il Lazio sia un caso isolato oppure possano crearsi situazioni di questo tipo anche in altre regioni italiane.
Non è solo l'attacco diretto alle strutture sanitarie l'obiettivo dei cosiddetti «criminal hacker». C'è infatti un'altra componente di grande valore per gli aggressori: i dati dei pazienti. Il valore di una cartella sanitaria sul mercato nero è ormai superiore a quello di una carta di credito. Secondo un rapporto della Cbs (emittente televisiva americana, le cartelle cliniche possono essere vendute fino a 1.000 dollari ciascuna sul dark web. Contengono importanti informazioni personali e altrettanti dati sensibili. Rubando e chiedendo riscatti per i dati dei pazienti, gli hacker possono ricevere milioni di euro dalle organizzazioni sanitarie, disposte a pagare il riscatto pur di evitare lunghe interruzioni delle cure mediche. In alternativa, i criminali possono rubare i dati delle cartelle cliniche dei pazienti per creare «kit di identità» che valgono fino a 2.000 dollari sul deep web, con gli acquirenti che utilizzano le informazioni per creare documenti fasulli, presentare false richieste di assicurazione o accumulare altri tipi di spese. I danni ai pazienti colpiti potrebbero non essere mai annullati. Lo dimostra il caso di un paziente americano la cui identità è stata rubata nel 2004, che ha trascorso un decennio cancellando accuse su falsi debiti. Con più di 31 milioni di cartelle cliniche esposte da incidenti di Data Breach nel 2020 (considerando solo quelli di cui siamo a conoscenza), questa storia potrebbe diventare fin troppo comune. Una preoccupazione non solo per i pazienti potenzialmente colpiti, ma anche per le organizzazioni sanitarie che contano sulla fiducia dei propri pazienti per garantirsi entrate critiche.
L'analisi sulla sanità italiana è stata effettuata da Swascan tramite il sevizio di cyber risk indicators che «determina e misura il potenziale rischio cyber del settore sanitario italiano». Lo studio è stato fatto nel mese di agosto e ha preso in considerazione 20 strutture sanitarie pubbliche e private tra le prime 100 in termini di dimensione, fatturato e reputazione. Per ogni azienda selezionata è stata effettuata una attività di «Domain Threat Intelligence (Dti) mediante la Cyber Security Platform» di Swascan. Le evidenze di criticità mostrano come le aziende sanitarie sono facile preda di attacchi ransomware. Si stima che entro la fine del 2021 si quintuplicheranno, secondo un rapporto di Cybersecurity Ventures. Più è debole il perimetro, maggiore sarà la probabilità che si verifichino minacce di questo tipo. Pratiche di sicurezza inadeguate, password deboli o condivise e scarsa formazione sui temi di cyber security, espongono gli ospedali al rischio di subire tecniche di hackeraggio alle cartelle cliniche dei pazienti.
La maggior parte delle tecniche vanno a colpire «il fattore umano sfruttando la disattenzione delle persone infatti è possibile invogliarle a cliccare su link malevoli e fornire informazioni personali senza volerlo. Ad esempio, una delle tecniche più note, il phishing, sfrutta le mail per indurre gli individui a divulgare informazioni sensibili o riservate. Questi messaggi non sono sempre facili da distinguere perché sono costruiti a "regola d'arte" per imitare mittenti legittimi e infliggere enormi danni alle organizzazioni. Nello specifico sono state individuate 293 coppie di mail aziendali con password disponibili pubblicamente nella nostra sanità. Parliamo di mail che i dipendenti della struttura hanno usato per registrarsi su siti o servizi terzi, i quali hanno subito un databreach. Di conseguenza le credenziali degli utenti sono diventate pubbliche.
Nonostante ciò, la probabilità che queste password possano essere usate per accedere ai sistemi della struttura è basso, in considerazione che tutte le aziende, anche quelle sanitarie, hanno sicuramente una policy che prevede il cambio password periodico. Il vero rischio è legato proprio alle attività di social engineering, principalmente phishing, per rubare le credenziali o per ingannare gli utenti a scaricare un malware spesso associato a Botnet.
Il gruppo di lavoro di Swascan ha rilevato un rischio concreto per le organizzazioni sanitarie di subire un cyber attack. Nello specifico, operando solo su informazioni pubbliche e semipubbliche - disponibili nel web, dark web e deep web – si è scoperto che le aziende del settore sanità del campione in esame presentano diversi rischi: 942 vulnerabilità in totale, 9355 e-mail compromesse, 239 Ip esposti su internet, 579 servizi aperti su Internet. Nello specifico la media è pari a: 75% vulnerabilità medie 14% vulnerabilità alte, 11% vulnerabilità alte, 468 e-mail compromesse in media per dominio
Va fatta però prima una premessa, perché nell'ultimo «decennio ha visto una drastica riduzione del personale sanitario in Italia dovuta al reiterarsi delle misure di spending review. In questo senso, tra il 2009 e il 2018, i dipendenti a tempo indeterminato sono diminuiti complessivamente del 6,5%, passando da 693.600 unità a fine 2009 a 648.507 a fine 2018. Ad oggi, secondo i dati Istat, in Italia operano: 241 945 medici, 367 684 infermieri, 51 954 odontoiatri, 7 253 ostetriche, 75 000 farmacisti
La crisi sanitaria provocata dalla pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare questo problema: l'Italia si è infatti trovata con una dotazione insufficiente di risorse umane necessarie per poter fronteggiare un'emergenza di tale portata. Allo stesso tempo, però, il Covid ha accelerato la transizione digitale, al punto che importanti aziende sanitarie hanno, in poco tempo, adottato dispositivi mobili e servizi cloud all'avanguardia. Queste nuove tecnologie oggi sono fondamentali poiché favoriscono una migliore analisi dei dati e un maggiore coordinamento dell'ecosistema, oltre ad avere il potenziale di monitorare la salute del paziente, fornire diagnosi a distanza e salvare vite umane. L'85% delle organizzazioni sanitarie hanno dichiarato che, entro cinque anni, il "mobile" sarà il principale mezzo per fruire dei servizi di assistenza sanitaria. Tuttavia, questa digitalizzazione ha comportato e comporterà dei rischi cyber; più dispositivi al di fuori del perimetro protetto significano una maggiore superficie di attacco che i criminali informatici possono prendere di mira. Se non protetti dalle minacce cyber, infatti, anche i migliori ospedali del mondo sono vulnerabili e rischiano un'interruzione delle proprie attività e delle procedure sanitarie quotidiane.
Pierguido Iezzi (Swascan): «Il Paese deve correre per colmare il
ritardo tecnologico e culturale»
Un'ondata di cyber crime sta colpendo l'Italia e tutto l'Occidente. Certamente non è un fenomeno temporaneo. Nel periodo estivo, i cacciatori di vulnerabilità di Swascan (gruppo Tinexta) di Pierguido Iezzi, tramite il servizio di Malware Threat Intelligence, hanno rilevato in azione oltre 90mila tipologie di malware, 2.194 dei quali di nuova concezione o mai visti prima. Questo è un barometro piuttosto esemplificativo di come il cyber crime stia diventando una delle principali minacce quando si tratta di sicurezza digitale.
Il problema è mondiale. Il ransomware resta la minaccia principale per le aziende. Questo tipo di attacco – secondo le stime di Cybersecurity Ventures - entro il 2031 supererà 265 miliardi di dollari a livello globale. I danni arrivano su vari livelli. Innanzitutto, si verifica una perdita di entrate aziendali: il 66% delle organizzazioni ha riportato una significativa perdita di entrate a seguito di un attacco ransomware. Inoltre, le richieste di riscatto aumentano: il 35% delle aziende che hanno pagato una richiesta di riscatto hanno corrisposto tra i 350.000 e 1,4 milioni di dollari, mentre il 7% ha pagato riscatti superiori a 1,4 milioni di dollari.
Swascan ha prodotto diverse analisi e importanti report, ponendo l'attenzione sulle vulnerabilità sistemiche delle nostre aziende e le criticità delle imprese dei principali settori strategici dell'economia italiana, quali il metalmeccanico, il marittimo, energia e sostenibilità. L'azienda lombarda collabora con la cinese Lenovo e la statunitense Xerox, per la condivisione delle informazioni rispetto alle vulnerabilità e alle minacce. In questo caso, lo strumento di Domain Threat Intelligence permette di condividere la conoscenza e le informazioni acquisite nel tutelare le aziende loro clienti, formattandole per settori economici ed industriali.
L'analisi condotta sul colosso americano Xerox, ad esempio, ha dimostrato che quest'ultimo non è un universo protetto e che la supply chain digitale può presentare enormi insidie per la cyber security aziendale, e non solo: più grande è il perimetro, maggiori sono i rischi per l'ecosistema digitale delle organizzazioni. Il caso del gigante cinese Lenovo, con un fatturato di 50 miliardi di dollari annui, è un altro esempio di quanto oggi, più che mai, è fondamentale la collaborazione attiva tra aziende di cyber security e i fornitori di servizi, proprio come è avvenuto con Lenovo, dove sono state scoperte almeno tre vulnerabilità nei prodotti digitali della multinazionale. Un altro esempio significativo dell'attività di ricerca condotta su Entando, società di sistemi integrati open source, nata tra Sardegna e California e presto divenuta una multinazionale. Le analisi svolte hanno permesso di scoprire, durante un apposito "penetration test", una grave vulnerabilità che avrebbe consentito ad un aggressore di accedere, tramite il prodotto Entando, ai sistemi dei clienti.
Questa panoramica sugli incidenti più recenti pone l'accento non solo sui comportamenti individuali, prevalentemente dovuti al fattore umano, non necessariamente doloso, ma anche sui rischi per terze parti, e sull'estensione del perimetro digitale e della supply chain. L'utilizzo dei servizi di sicurezza digitale è diventato imprescindibile per governare la complessità digitale.
Il drammatico incidente che ha colpito la Regione Lazio, mandando in tilt l'intero sistema informatico e bloccando il programma di vaccinazioni, denuncia il ritardo del nostro Paese in investimenti, formazione e cultura della sicurezza digitale, così come la mancanza di risorse umane e tecnologie..
Qualcosa nell'ultimo mese si è mosso. Il perimetro di sicurezza nazionale, la nuova agenzia per la cyber sicurezza (Acn) e gli oltre 200 miliardi del Pnrr dedicati a favorire la digitalizzazione del Paese, sono strumenti che rappresentano un'opportunità da non perdere e una grande sfida per il rilancio dell'Italia, in un momento in cui non c'è alternativa se non la collaborazione reciproca.
C'è spazio per una collaborazione pubblico – privata: screening, analisi e reportistica, evidenziando Cyber Risk Indicators, si propongono di contribuire alle esigenze del momento in materia di cyber sicurezza nazionale, non solo condividendo informazioni e know how sulle minacce ma fornendo anche una metrica comune di confronto.
Grazie alle indagini svolte su settori strategici per l'Italia, ricercando informazioni relative alle potenziali vulnerabilità di domini, sottodomini ed e-mail compromesse, disponibili a livello di web e di deep web, e dunque accessibili facilmente, è stato possibile esaminare le potenziali vulnerabilità di 20 tra le prime 100 aziende italiane per fatturato. Il risultato finale? Emergono nuovi rischi potenziali, anche come conseguenza trasversale della digitalizzazione delle imprese. Il settore energetico, ad esempio, si è letto sul report Swascan, rivela alta vulnerabilità e la quota più bassa di aziende virtuose (20%); il settore metalmeccanico ha il 30% di aziende con zero vulnerabilità mentre il settore della blue economy si rivela il più virtuoso (40%). Gli attacchi cyber a settori, come questi, vitali per le attività economiche del nostro Paese, sono e saranno sempre più frequenti, le tecniche di attacco sempre più sofisticate e le richieste di riscatto sempre più alte. "In un particolare contesto come questo - dice Iezzi – bisogna investire sulla prevenzione che costa meno della gestione di un incidente e del suo ripristino, anche in termini reputazionali, come insegnano i casi recenti. Prevenire significa attuare misure di sicurezza predittiva e porre l'accento sul tema della Threat Intelligence, per conoscere la propria esposizione al rischio cyber, il danno potenziale e come allocare efficientemente le risorse. Il cyber crime – conclude– è una guerra che si vince con l'informazione e la conoscenza".
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Pratiche di sicurezza inadeguate, password deboli o condivise e scarsa formazione sui temi di cyber security, espongono gli ospedali italiani al rischio di subire tecniche di hackeraggio. La ricerca di Swascan su 20 strutture sanitarie italiane ha trovato 9355 email compromesse, 239 Ip esposti su internet e 579 servizi aperti. La media di vulnerabilità è al 75%.Il problema è mondiale. Il ransomware resta la minaccia principale per le aziende. Questo tipo di attacco entro il 2031 supererà 265 miliardi di dollari a livello globale. Il 35% delle aziende che hanno pagato una richiesta di riscatto hanno corrisposto tra i 350.000 e 1,4 milioni di dollari,Lo speciale contiene due articoliA distanza di più di un mese dagli attacchi al sistema informatico della regione Lazio proseguono i disservizi nel settore sanitario nell'amministrazione di Nicola Zingaretti. In procura di Roma si cerca di trovare il filo per dipanare la matassa, ma al momento non ci sono indagati. Sarà difficile se non impossibile trovarli. C'è chi spera nell'aiuto del Cnaipic, il nuovo Centro nazionale anticrimine informatico per la Protezione delle infrastrutture critiche. La struttura sta cercando di scoprire in che modo gli hacker abbiano ottenuto le credenziali di un dipendente di Frosinone di LazioCrea, dal cui computer è stato lanciato l'attacco. In attesa di qualche novità c'è chi però ha iniziato ad analizzare le strutture sanitarie italiane, cercando di capire se il Lazio sia un caso isolato oppure possano crearsi situazioni di questo tipo anche in altre regioni italiane. Non è solo l'attacco diretto alle strutture sanitarie l'obiettivo dei cosiddetti «criminal hacker». C'è infatti un'altra componente di grande valore per gli aggressori: i dati dei pazienti. Il valore di una cartella sanitaria sul mercato nero è ormai superiore a quello di una carta di credito. Secondo un rapporto della Cbs (emittente televisiva americana, le cartelle cliniche possono essere vendute fino a 1.000 dollari ciascuna sul dark web. Contengono importanti informazioni personali e altrettanti dati sensibili. Rubando e chiedendo riscatti per i dati dei pazienti, gli hacker possono ricevere milioni di euro dalle organizzazioni sanitarie, disposte a pagare il riscatto pur di evitare lunghe interruzioni delle cure mediche. In alternativa, i criminali possono rubare i dati delle cartelle cliniche dei pazienti per creare «kit di identità» che valgono fino a 2.000 dollari sul deep web, con gli acquirenti che utilizzano le informazioni per creare documenti fasulli, presentare false richieste di assicurazione o accumulare altri tipi di spese. I danni ai pazienti colpiti potrebbero non essere mai annullati. Lo dimostra il caso di un paziente americano la cui identità è stata rubata nel 2004, che ha trascorso un decennio cancellando accuse su falsi debiti. Con più di 31 milioni di cartelle cliniche esposte da incidenti di Data Breach nel 2020 (considerando solo quelli di cui siamo a conoscenza), questa storia potrebbe diventare fin troppo comune. Una preoccupazione non solo per i pazienti potenzialmente colpiti, ma anche per le organizzazioni sanitarie che contano sulla fiducia dei propri pazienti per garantirsi entrate critiche.L'analisi sulla sanità italiana è stata effettuata da Swascan tramite il sevizio di cyber risk indicators che «determina e misura il potenziale rischio cyber del settore sanitario italiano». Lo studio è stato fatto nel mese di agosto e ha preso in considerazione 20 strutture sanitarie pubbliche e private tra le prime 100 in termini di dimensione, fatturato e reputazione. Per ogni azienda selezionata è stata effettuata una attività di «Domain Threat Intelligence (Dti) mediante la Cyber Security Platform» di Swascan. Le evidenze di criticità mostrano come le aziende sanitarie sono facile preda di attacchi ransomware. Si stima che entro la fine del 2021 si quintuplicheranno, secondo un rapporto di Cybersecurity Ventures. Più è debole il perimetro, maggiore sarà la probabilità che si verifichino minacce di questo tipo. Pratiche di sicurezza inadeguate, password deboli o condivise e scarsa formazione sui temi di cyber security, espongono gli ospedali al rischio di subire tecniche di hackeraggio alle cartelle cliniche dei pazienti.La maggior parte delle tecniche vanno a colpire «il fattore umano sfruttando la disattenzione delle persone infatti è possibile invogliarle a cliccare su link malevoli e fornire informazioni personali senza volerlo. Ad esempio, una delle tecniche più note, il phishing, sfrutta le mail per indurre gli individui a divulgare informazioni sensibili o riservate. Questi messaggi non sono sempre facili da distinguere perché sono costruiti a "regola d'arte" per imitare mittenti legittimi e infliggere enormi danni alle organizzazioni. Nello specifico sono state individuate 293 coppie di mail aziendali con password disponibili pubblicamente nella nostra sanità. Parliamo di mail che i dipendenti della struttura hanno usato per registrarsi su siti o servizi terzi, i quali hanno subito un databreach. Di conseguenza le credenziali degli utenti sono diventate pubbliche.Nonostante ciò, la probabilità che queste password possano essere usate per accedere ai sistemi della struttura è basso, in considerazione che tutte le aziende, anche quelle sanitarie, hanno sicuramente una policy che prevede il cambio password periodico. Il vero rischio è legato proprio alle attività di social engineering, principalmente phishing, per rubare le credenziali o per ingannare gli utenti a scaricare un malware spesso associato a Botnet.Il gruppo di lavoro di Swascan ha rilevato un rischio concreto per le organizzazioni sanitarie di subire un cyber attack. Nello specifico, operando solo su informazioni pubbliche e semipubbliche - disponibili nel web, dark web e deep web – si è scoperto che le aziende del settore sanità del campione in esame presentano diversi rischi: 942 vulnerabilità in totale, 9355 e-mail compromesse, 239 Ip esposti su internet, 579 servizi aperti su Internet. Nello specifico la media è pari a: 75% vulnerabilità medie 14% vulnerabilità alte, 11% vulnerabilità alte, 468 e-mail compromesse in media per dominioVa fatta però prima una premessa, perché nell'ultimo «decennio ha visto una drastica riduzione del personale sanitario in Italia dovuta al reiterarsi delle misure di spending review. In questo senso, tra il 2009 e il 2018, i dipendenti a tempo indeterminato sono diminuiti complessivamente del 6,5%, passando da 693.600 unità a fine 2009 a 648.507 a fine 2018. Ad oggi, secondo i dati Istat, in Italia operano: 241 945 medici, 367 684 infermieri, 51 954 odontoiatri, 7 253 ostetriche, 75 000 farmacisti La crisi sanitaria provocata dalla pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare questo problema: l'Italia si è infatti trovata con una dotazione insufficiente di risorse umane necessarie per poter fronteggiare un'emergenza di tale portata. Allo stesso tempo, però, il Covid ha accelerato la transizione digitale, al punto che importanti aziende sanitarie hanno, in poco tempo, adottato dispositivi mobili e servizi cloud all'avanguardia. Queste nuove tecnologie oggi sono fondamentali poiché favoriscono una migliore analisi dei dati e un maggiore coordinamento dell'ecosistema, oltre ad avere il potenziale di monitorare la salute del paziente, fornire diagnosi a distanza e salvare vite umane. L'85% delle organizzazioni sanitarie hanno dichiarato che, entro cinque anni, il "mobile" sarà il principale mezzo per fruire dei servizi di assistenza sanitaria. Tuttavia, questa digitalizzazione ha comportato e comporterà dei rischi cyber; più dispositivi al di fuori del perimetro protetto significano una maggiore superficie di attacco che i criminali informatici possono prendere di mira. 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Nel periodo estivo, i cacciatori di vulnerabilità di Swascan (gruppo Tinexta) di Pierguido Iezzi, tramite il servizio di Malware Threat Intelligence, hanno rilevato in azione oltre 90mila tipologie di malware, 2.194 dei quali di nuova concezione o mai visti prima. Questo è un barometro piuttosto esemplificativo di come il cyber crime stia diventando una delle principali minacce quando si tratta di sicurezza digitale.Il problema è mondiale. Il ransomware resta la minaccia principale per le aziende. Questo tipo di attacco – secondo le stime di Cybersecurity Ventures - entro il 2031 supererà 265 miliardi di dollari a livello globale. I danni arrivano su vari livelli. Innanzitutto, si verifica una perdita di entrate aziendali: il 66% delle organizzazioni ha riportato una significativa perdita di entrate a seguito di un attacco ransomware. Inoltre, le richieste di riscatto aumentano: il 35% delle aziende che hanno pagato una richiesta di riscatto hanno corrisposto tra i 350.000 e 1,4 milioni di dollari, mentre il 7% ha pagato riscatti superiori a 1,4 milioni di dollari.Swascan ha prodotto diverse analisi e importanti report, ponendo l'attenzione sulle vulnerabilità sistemiche delle nostre aziende e le criticità delle imprese dei principali settori strategici dell'economia italiana, quali il metalmeccanico, il marittimo, energia e sostenibilità. L'azienda lombarda collabora con la cinese Lenovo e la statunitense Xerox, per la condivisione delle informazioni rispetto alle vulnerabilità e alle minacce. In questo caso, lo strumento di Domain Threat Intelligence permette di condividere la conoscenza e le informazioni acquisite nel tutelare le aziende loro clienti, formattandole per settori economici ed industriali. L'analisi condotta sul colosso americano Xerox, ad esempio, ha dimostrato che quest'ultimo non è un universo protetto e che la supply chain digitale può presentare enormi insidie per la cyber security aziendale, e non solo: più grande è il perimetro, maggiori sono i rischi per l'ecosistema digitale delle organizzazioni. Il caso del gigante cinese Lenovo, con un fatturato di 50 miliardi di dollari annui, è un altro esempio di quanto oggi, più che mai, è fondamentale la collaborazione attiva tra aziende di cyber security e i fornitori di servizi, proprio come è avvenuto con Lenovo, dove sono state scoperte almeno tre vulnerabilità nei prodotti digitali della multinazionale. Un altro esempio significativo dell'attività di ricerca condotta su Entando, società di sistemi integrati open source, nata tra Sardegna e California e presto divenuta una multinazionale. Le analisi svolte hanno permesso di scoprire, durante un apposito "penetration test", una grave vulnerabilità che avrebbe consentito ad un aggressore di accedere, tramite il prodotto Entando, ai sistemi dei clienti.Questa panoramica sugli incidenti più recenti pone l'accento non solo sui comportamenti individuali, prevalentemente dovuti al fattore umano, non necessariamente doloso, ma anche sui rischi per terze parti, e sull'estensione del perimetro digitale e della supply chain. L'utilizzo dei servizi di sicurezza digitale è diventato imprescindibile per governare la complessità digitale.Il drammatico incidente che ha colpito la Regione Lazio, mandando in tilt l'intero sistema informatico e bloccando il programma di vaccinazioni, denuncia il ritardo del nostro Paese in investimenti, formazione e cultura della sicurezza digitale, così come la mancanza di risorse umane e tecnologie..Qualcosa nell'ultimo mese si è mosso. Il perimetro di sicurezza nazionale, la nuova agenzia per la cyber sicurezza (Acn) e gli oltre 200 miliardi del Pnrr dedicati a favorire la digitalizzazione del Paese, sono strumenti che rappresentano un'opportunità da non perdere e una grande sfida per il rilancio dell'Italia, in un momento in cui non c'è alternativa se non la collaborazione reciproca. C'è spazio per una collaborazione pubblico – privata: screening, analisi e reportistica, evidenziando Cyber Risk Indicators, si propongono di contribuire alle esigenze del momento in materia di cyber sicurezza nazionale, non solo condividendo informazioni e know how sulle minacce ma fornendo anche una metrica comune di confronto. Grazie alle indagini svolte su settori strategici per l'Italia, ricercando informazioni relative alle potenziali vulnerabilità di domini, sottodomini ed e-mail compromesse, disponibili a livello di web e di deep web, e dunque accessibili facilmente, è stato possibile esaminare le potenziali vulnerabilità di 20 tra le prime 100 aziende italiane per fatturato. Il risultato finale? Emergono nuovi rischi potenziali, anche come conseguenza trasversale della digitalizzazione delle imprese. Il settore energetico, ad esempio, si è letto sul report Swascan, rivela alta vulnerabilità e la quota più bassa di aziende virtuose (20%); il settore metalmeccanico ha il 30% di aziende con zero vulnerabilità mentre il settore della blue economy si rivela il più virtuoso (40%). Gli attacchi cyber a settori, come questi, vitali per le attività economiche del nostro Paese, sono e saranno sempre più frequenti, le tecniche di attacco sempre più sofisticate e le richieste di riscatto sempre più alte. "In un particolare contesto come questo - dice Iezzi – bisogna investire sulla prevenzione che costa meno della gestione di un incidente e del suo ripristino, anche in termini reputazionali, come insegnano i casi recenti. Prevenire significa attuare misure di sicurezza predittiva e porre l'accento sul tema della Threat Intelligence, per conoscere la propria esposizione al rischio cyber, il danno potenziale e come allocare efficientemente le risorse. Il cyber crime – conclude– è una guerra che si vince con l'informazione e la conoscenza".
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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