«2013: fuga dal Classico», titolava, in quell'anno, un'inchiesta dell'Espresso in cui si vaticinava la morte delle lingue morte. Tre anni dopo, le cose non vanno poi malaccio come si pensava: il 53,1% degli studenti che si sono iscritti ad una classe prima di scuola superiore per l'anno scolastico 2016/2017 ha scelto il liceo, con un significativo aumento rispetto al 51,9% del 2015/2016. Per quanto riguarda il classico, parliamo del 6,1% degli studenti a fronte del 6% dell'anno scorso. Qualcuno che sgobba sul De Bello Gallico, insomma, ancora c'è. I prof, dal canto loro, cercano di far fronte al deserto che avanza come meglio possono: pensiamo a quel docente di Genova che ha dato da tradurre alla sua classe Imperatum adeamus, che non è un apologo di Tacito sui lati oscuri del potere ma, semplicemente, Andiamo a comandare di Fabio Rovazzi, il goliardico tormentone musicale dell'estate. Tentativi che fanno sorridere. Sono molto seri, invece, quegli insigni latinisti che ultimamente sono sbarcati in libreria con richiami all'ordine sulla necessità di tornare alla lingua dei Romani. Anche nel XXI secolo, soprattutto nel XXI secolo. Nicola Gardini, insegnante di letteratura italiana ad Oxford, ha addirittura intitolato il suo saggio Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile (Garzanti). Più altisonante il titolo del saggio di Ivano Dionigi, latinista e già rettore dell'Università di Bologna, che ha appena dato alle stampe Il presente non basta. La lezione del latino (Mondadori). Non si tratta di saggi accademici per specialisti, ma di accorati appelli rivolti a tutti gli italiani, o almeno alla parte più colta di loro. Libri che, peraltro, scalano le classifiche e vanno in ristampa. Segno che la gente li legge, che la problematica è sentita. Va detto che molto spesso gli argomenti in favore delle humanae litterae riescono ad essere più barbosi dello studio stesso delle declinazioni. Si dice che latino e greco insegnano a ragionare. Ed è vero. Ma anche lo studio del giapponese, se è per questo. È una banalità: ogni volta che operiamo sulle nostre strutture mentali che hanno a che fare con le lingue impariamo qualcosa di più su noi stessi e sugli altri, forzando le nostre capacità logiche ad inoltrarsi oltre i sentieri già battuti. Ma allora perché proprio latino e greco e non, piuttosto, una lingua con cui sia possibile ordinare un caffè da qualche parte nel mondo? Vanno giustamente messi sul piedistallo esempi come quello di Fabiola Giannotti, la ricercatrice che ha scoperto il «bosone di Higgs», che dichiarò: «Amavo il greco e il latino, ma soprattutto la filosofia. Lì ho intuito che la fisica mi avrebbe permesso di affrontare in materia pratica le domande filosofiche». Ma la maggior parte degli studenti non scoprirà alcun bosone e di queste piste sotterranee e feconde tra fisica, filosofia e lingue antiche non avrà mai sentore. Insomma, si tratta di eccezioni. Paul Veyne, uno dei massimi conoscitori viventi del mondo greco-romano, ha del resto lanciato una provocazione: aboliamo il latino. «A che serve studiarlo quando non lo si saprà mai abbastanza per leggere gli autori antichi? Bisogna fare come i gesuiti, 20 ore a settimana. Oppure niente». Anche in Francia se ne sta discutendo parecchio, dopo i consistenti tagli allo studio del latino e del greco operati dal ministro dell'Istruzione, che, come ricordava ieri su La Verità Richard Millet, è di origine marocchina, e non è detto che fra le due cose non vi sia una correlazione. Perché, ed è questo il punto fondamentale, alla fine la conoscenza del latino e del greco è una questione identitaria. Gli appassionati difensori degli studi classici sfiorano il concetto, stando però bene attenti a non dire ciò che non si può più dire, perché, insomma, siamo pur sempre tutti cittadini del mondo e si sa che una cultura vale l'altra. Viceversa, conoscere la lingua dei nostri antenati significa proprio comprendere che, per noi, una cultura vale più di altre. Che il patrimonio culturale e linguistico di un popolo non è sostituibile. E poi magari, sommessamente, provare forse a capire che neanche i popoli stessi lo sono.
«2013: fuga dal Classico», titolava, in quell'anno, un'inchiesta dell'Espresso in cui si vaticinava la morte delle lingue morte. Tre anni dopo, le cose non vanno poi malaccio come si pensava: il 53,1% degli studenti che si sono iscritti ad una classe prima di scuola superiore per l'anno scolastico 2016/2017 ha scelto il liceo, con un significativo aumento rispetto al 51,9% del 2015/2016. Per quanto riguarda il classico, parliamo del 6,1% degli studenti a fronte del 6% dell'anno scorso. Qualcuno che sgobba sul De Bello Gallico, insomma, ancora c'è. I prof, dal canto loro, cercano di far fronte al deserto che avanza come meglio possono: pensiamo a quel docente di Genova che ha dato da tradurre alla sua classe Imperatum adeamus, che non è un apologo di Tacito sui lati oscuri del potere ma, semplicemente, Andiamo a comandare di Fabio Rovazzi, il goliardico tormentone musicale dell'estate. Tentativi che fanno sorridere. Sono molto seri, invece, quegli insigni latinisti che ultimamente sono sbarcati in libreria con richiami all'ordine sulla necessità di tornare alla lingua dei Romani. Anche nel XXI secolo, soprattutto nel XXI secolo. Nicola Gardini, insegnante di letteratura italiana ad Oxford, ha addirittura intitolato il suo saggio Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile (Garzanti). Più altisonante il titolo del saggio di Ivano Dionigi, latinista e già rettore dell'Università di Bologna, che ha appena dato alle stampe Il presente non basta. La lezione del latino (Mondadori). Non si tratta di saggi accademici per specialisti, ma di accorati appelli rivolti a tutti gli italiani, o almeno alla parte più colta di loro. Libri che, peraltro, scalano le classifiche e vanno in ristampa. Segno che la gente li legge, che la problematica è sentita. Va detto che molto spesso gli argomenti in favore delle humanae litterae riescono ad essere più barbosi dello studio stesso delle declinazioni. Si dice che latino e greco insegnano a ragionare. Ed è vero. Ma anche lo studio del giapponese, se è per questo. È una banalità: ogni volta che operiamo sulle nostre strutture mentali che hanno a che fare con le lingue impariamo qualcosa di più su noi stessi e sugli altri, forzando le nostre capacità logiche ad inoltrarsi oltre i sentieri già battuti. Ma allora perché proprio latino e greco e non, piuttosto, una lingua con cui sia possibile ordinare un caffè da qualche parte nel mondo? Vanno giustamente messi sul piedistallo esempi come quello di Fabiola Giannotti, la ricercatrice che ha scoperto il «bosone di Higgs», che dichiarò: «Amavo il greco e il latino, ma soprattutto la filosofia. Lì ho intuito che la fisica mi avrebbe permesso di affrontare in materia pratica le domande filosofiche». Ma la maggior parte degli studenti non scoprirà alcun bosone e di queste piste sotterranee e feconde tra fisica, filosofia e lingue antiche non avrà mai sentore. Insomma, si tratta di eccezioni. Paul Veyne, uno dei massimi conoscitori viventi del mondo greco-romano, ha del resto lanciato una provocazione: aboliamo il latino. «A che serve studiarlo quando non lo si saprà mai abbastanza per leggere gli autori antichi? Bisogna fare come i gesuiti, 20 ore a settimana. Oppure niente». Anche in Francia se ne sta discutendo parecchio, dopo i consistenti tagli allo studio del latino e del greco operati dal ministro dell'Istruzione, che, come ricordava ieri su La Verità Richard Millet, è di origine marocchina, e non è detto che fra le due cose non vi sia una correlazione. Perché, ed è questo il punto fondamentale, alla fine la conoscenza del latino e del greco è una questione identitaria. Gli appassionati difensori degli studi classici sfiorano il concetto, stando però bene attenti a non dire ciò che non si può più dire, perché, insomma, siamo pur sempre tutti cittadini del mondo e si sa che una cultura vale l'altra. Viceversa, conoscere la lingua dei nostri antenati significa proprio comprendere che, per noi, una cultura vale più di altre. Che il patrimonio culturale e linguistico di un popolo non è sostituibile. E poi magari, sommessamente, provare forse a capire che neanche i popoli stessi lo sono.
Andrea Orcel (Ansa)
Dopo gli stop alle operazioni Bpm e Commerzbank, Unicredit cambia spartito: meno shopping compulsivo, più investimenti in tecnologia. Nel 2026 si prevedono ricavi netti per oltre 25 miliardi e utile intorno a 11 miliardi. Analisti e mercati apprezzano.
Il momento d’oro delle banche non accenna a scolorire. Anzi, luccica sempre di più. Dopo i conti record di Bper e Intesa Sanpaolo, anche Unicredit sale sul podio. Numeri robusti, dividendi muscolari e una strategia che, per una volta, dice una cosa semplice in un mondo complicato: meglio crescere bene che comprare male.
L’amministratore delegato Andrea Orcel ha deciso che l’epoca delle grandi abbuffate di acquisizioni può aspettare. Dopo lo stop in Italia su Banco Bpm e il semaforo rosso acceso in Germania su Commerzbank, Orcel cambia spartito («Su Commerz», dice, «pensiamo che al momento giusto, se le condizioni saranno favorevoli, tutto accadrà nel modo corretto»). Insomma niente shopping compulsivo, niente fusioni forzate: crescita organica, tecnologia e capitale restituito agli azionisti come se piovesse. E piove forte.
Il gruppo archivia il 2025 con 10,6 miliardi di utile netto, in crescita del 14%, nonostante 1,4 miliardi di oneri straordinari messi a bilancio come chi paga subito il conto per non pensarci più. È un utile «pulito», digerito dal mercato senza bruciori, tanto che il titolo ieri mattina ha aperto le danze in Borsa toccando nuovi massimi. L’aumento dei volumi lascia immaginare che la musica non sta per finire. Chiude a 78,6 euro con un rialzo del 6,36%
Ma il vero colpo di teatro non è l’utile. È il bazooka dei dividendi. Unicredit promette 30 miliardi in tre anni, pari a oltre un quarto della capitalizzazione di mercato. Tradotto dal linguaggio bancario: gli azionisti sono invitati a tavola, e non per un aperitivo. Solo nel 2025 le cedole e il riacquisto di azioni valgono 9,5 miliardi, con 4,75 miliardi di dividendi cash. La remunerazione ai soci sale del 31% a 3,15 euro, l’utile per azione cresce del 20%.
La macchina operativa gira: i costi al 38% dei ricavi, tra i migliori del settore, costi stabili a 9,4 miliardi nonostante investimenti e perimetro più ampio, qualità dell’attivo solida come una cassaforte di una volta. Le sofferenze nette sono all’1,6%. Insomma, niente sorprese sgradevoli dietro l’angolo. Il mercato apprezza considerando anche la robusta distribuzione di valore.
Con il completamento del piano industriale denominatio «Unicredit Unlocked», Orcel chiude un capitolo da venti trimestri consecutivi di crescita e ne apre uno nuovo. Si chiamerà «Unicredit Unlimited». Il nome è ambizioso, quasi hollywoodiano, ma la sceneggiatura è prudente. Dal 2026 al 2028 la parola d’ordine è una sola: creazione di valore. Più quota di mercato nei segmenti migliori, più efficienza, più tecnologia per arginare l’avanzata delle fintech. E soprattutto più investimenti in dati e intelligenza artificiale, finanziati non con debito o avventure straordinarie, ma con la generazione interna di risorse.
Qui entra in scena Alpha Bank in Grecia, laboratorio avanzato di una banca che vuole diventare sempre più piattaforma tecnologica, meno sportello e più algoritmo. Orcel non lo dice apertamente, ma il messaggio è chiaro: il futuro non si compra, si costruisce. E se l’Europa sogna grandi fusioni transfrontaliere, Unicredit preferisce aspettare. «Abbiamo 13 mercati, quindi 13 opzioni», dice. Traduzione: possiamo permetterci di dire no.
Anche sul dossier Generali Orcel abbassa i toni: partnership industriale, dialogo costante, niente trame segrete. Il resto, dice, «sono fantasie di chi ha bisogno di inventare storie». Una frase che fotografa bene lo spirito del momento: meno romanzi, più contabilità. Spiega che i rapporti con Trieste sono migliori perché ormai con Amundi le cose vanno sempre peggio: «Sapete che il contratto che avevamo scade a metà del 2027 e avrete notato che abbiamo aumentato i volumi con altri fornitori e con Onemarkets. Ogni volta che lo facciamo, paghiamo loro una penale. E questo fino al 2027» Per fronteggiare i rischi «abbiamo accantonato un fondo per la maggior parte delle penali che dovremo onorare»
Le nuove proiezioni sono musica per le orecchie degli analisti. Nel 2026 ricavi netti oltre 25 miliardi, utile intorno agli 11 miliardi. Nel 2028 l’asticella sale: ricavi a 27,5 miliardi, utile vicino ai 13 miliardi. Gli analisti di Mediobanca applaudono, Equita conferma il consiglio d’acquisto, Banca Akros parla di flessibilità strategica elevata. Citi storce un po’ il naso sui risultati operativi del trimestre, ma ammette che gli oneri straordinari sono stati anticipati per rafforzare il futuro. In altre parole: il presente può anche stonare di una nota, ma la sinfonia resta intatta.
E così, mentre l’economia europea arranca e la politica discute, le banche italiane continuano a macinare utili come se nulla potesse fermarle. Il momento d’oro prosegue. Unicredit si prende la scena spiegando che non serve crescere in fretta (soprattutto dopo gli infortuni su Bpm e Commerz). Più importante crescere bene. Orcel dirige promettendo dividendi e tecnologia. Lo shopping può attendere.
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Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia a Strasburgo, riferendosi specificamente alla Calabria.
«Il Senato della Repubblica aderisce al Giorno del Ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale. Le bandiere sono esposte a mezz’asta per tutta la giornata di martedì 10 febbraio. La facciata di Palazzo Madama è stata illuminata con i colori della Bandiera dal tramonto del 9 febbraio all’alba di oggi e, nuovamente, sarà illuminata dal tramonto alla mezzanotte di martedì 10 febbraio».
Paolo Petrecca (Ansa)
L’ad Rossi vede il direttore: niente cerimonia finale. Silenzio sul blitz del Quirinale.
Gli effetti sono dirompenti, le cause restano accuratamente sotto il tappeto. Il «caso Bulbarelli» è diventato il «caso Petrecca», e la Rai - per mano del suo amministratore delegato Giampaolo Rossi -, ha battuto un colpo. Ieri infatti Rossi ha incontrato il direttore di RaiSport al centro della impacciata telecronaca dell’evento inaugurale dei XXV Giochi olimpici invernali chiedendo una «assunzione di responsabilità» a Paolo Petrecca stesso e all’azienda tutta. Tradotto: niente conduzione della cerimonia di chiusura di Milano-Cortina e parziale contentino all’agitazione del comitato di redazione della testata pubblica.
In mattinata, infatti, l’organo sindacale dei giornalisti del canale sportivo della tv di Stato era nuovamente sceso in campo contro Petrecca annunciando il ritiro delle firme fino alla fine dei Giochi «in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore di RaiSport ha recato ai telespettatori, alla Rai e a tutta la redazione». «Questa non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far credere», prosegue il comunicato, «ma di rispetto e di dignità per il servizio pubblico». Segue annuncio di tre giorni di sciopero, a Giochi finiti, che la redazione ha votato dopo la doppia bocciatura del piano editoriale del direttore.
Che non sia una «questione politica» resta però piuttosto discutibile, se è vero che neppure ieri - sotto il profluvio di comunicati, dichiarazioni e rivendicazioni - c’è stato qualcuno che abbia avuto la minima dignità di citare il motivo per cui la telecronaca incriminata di Roberto Petrecca sia andata in onda: ovvero la cacciata, documentata e mai smentita, di Auro Bulbarelli a opera del Quirinale. Il vicedirettore della testata, diventato un fantasma dopo aver fatto un «passo di lato» decisamente «spintaneo» dalla conduzione, ha pagato carissimo l’aver anticipato una notizia vera: la sorpresa che ha visto protagonista il capo di Stato nell’inaugurazione dei Giochi. Come rivelato infatti da un altro vicedirettore, quello di questo quotidiano - Giacomo Amadori -, Sergio Mattarella ha acconsentito a partecipare a un cameo a bordo di un tram guidato da Valentino Rossi, prendendo così parte alla cerimonia dello scorso 6 febbraio. Ma quando Bulbarelli aveva «spoilerato» senza dettagli il blitz di Mattarella, si era beccato gli strali e le smentite di mezzo mondo, e un successivo intervento degli uomini del presidente aveva fatto sì che il giornalista venisse escluso dalla telecronaca forse più attesa della sua carriera.
Nel frattempo la storia si è incaricata di certificare che Bulbarelli aveva detto la pura verità, e la (nostra) cronaca di svelare il pressing del Colle sulla Rai. Risultato: Petrecca si è intestato una diretta che forse oggi non rifarebbe, e su di lui si è rovesciato un putiferio. A opposizione, cdr e Usigrai non è parso vero di avere un motivo valido per tornare all’assalto del direttore di RaiSport. Ma hanno dovuto fare le contorsioni per evitare di pronunciare due nomi: quello di Auro Bulbarelli e quello di Sergio Mattarella. Sempre perché, ovviamente, «non è una questione politica».
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