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Elisabetta Franchi: «La mia sfilata è un trionfo di femminilità»

Elisabetta Franchi: «La mia sfilata è un trionfo di femminilità»
Elisabetta Franchi
La stilista, fra le protagoniste della settimana della moda di Milano: «Rappresento donne diverse e mando un messaggio contro la violenza. In questo mondo ha successo chi ha talento e lavora sodo: non basta essere nel posto giusto e fare due sorrisini».

Non solo modelle. «Anche donne vere, credibili, contemporanee», dice la stilista Elisabetta Franchi. Così, sulla sua passerella salgono donne reali, amiche tra di loro. «Ho un messaggio coerente anche sui social, vesto le donne di tutto il mondo che spesso mi chiedono perché in sfilata porto solo un certo tipo di donna. Ho risposto con i fatti, portando non solo la modella che fa quello di lavoro ma donne diverse che hanno sempre rappresentato il mio brand. Tutte belle, sensuali, ma non solo. C’è Sabrina Salerno, abbiamo la stessa età e sono cresciuta vedendola in televisione, era la donna di quell’epoca, gli anni Novanta. Simpatica, mamma e che ha fatto altro nella vita».

Lei ha avuto sempre attenzione per le donne al di là delle Vip, soprattutto verso quelle che subiscono violenza.

«Difatti in passerella c’è anche Gessica Notaro che ha subito una vera violenza, donna fortissima che dice di essere più forte di prima perché lui non ce l’ha fatta ad annientarla e che si sottoporrà a mille interventi per tornare quella che era. Gessica manda un messaggio a tutte le donne salendo sul palco bella e femminile, senza la paura di essere lì. E poi la giornalista Veronica Gentile che ha accettato di fare la modella per un giorno. Diverse influencer. Tanti tipi di donna».

La forza del gruppo, comunque è proprio lei, possiamo dirlo, dopo quel che ha dimostrato nella sua vita: dalla polvere al successo, dalle grandi difficoltà per una infanzia infelice fino a raggiungere la vetta da imprenditrice. Oggi sarebbe possibile per una ragazza?

«Vedo tante ragazze che si avvicinano a questo mondo incantate da quello che è il luccichio ma dopo una settimana piangono a vanno a casa. Ma io dico, bambolina, questa è la vita. In realtà qui c’è gente che lavora senza orari, notti in bianco, dietro c’è un’azienda. L’industria della moda non è come quella che si raccontava negli anni Novanta, party e tappeti rossi. C’è gente che si fa un mazzo tanto, e pensare che il settore viene snobbato quando si parla di economia... In Italia facciamo parte del Pil, portiamo introiti importanti mentre pare si parli del niente».

È sufficiente la creatività per crescere?

«Assolutamente no. A una persona che volesse iniziare direi subito di avere le idee ben chiare su quello che vuole fare perché molti ci provano ma poi si capisce che non c’è il talento. Anch’io volevo fare la cantante ma non avevo la voce. Ci vogliono talento e tanta devozione. Imparare e studiare sempre. Per me che non ho potuto permettermi la scuola è stato più difficile. Se vuoi fare una cosa ti devi preparare, mentre arriva gente sprovveduta che non ha avuto e non ha voglia di studiare. Pensano che tre sorrisini bastino. E invece dico: studia, non mollare che nella vita ce la puoi fare».

A chi indirizza questo messaggio?

«A chi pensa di essere nel posto giusto al momento giusto e voilà. Magari ce la fanno ma sono sempre delle meteore».

Le donne hanno bisogno anche nel vestire di riconquistare sé stesse.

«Certo. Vesto una super manager che lavora nei motori, lavoro prettamente maschile, che mi ringrazia perché con le mie giacche si sente femminile e al tempo stesso molto a posto. Prima si vestiva quasi da uomo. Ho constatato che ad alti livelli le donne danno una mano alle altre donne. Le donne di potere aiutano le altre donne di potere. È quando sono in basso che si fanno la guerra. C’è ancora rivalità. E pensare che quando siamo insieme siamo imbattibili».

Questa collezione?

«Ho preso i miei 20 anni di carriera e in passerella c’è un’esplosione della mia femminilità. La sicurezza delle donne che vesto oggi la rappresento in colori scoppiettanti, nero, verde smeraldo e red velvet che finisce anche sulle labbra. Molti pezzi icona. Ho giocato con i gioielli, un luccichio molto forte, con rasi, velluti, la sensualità indossata».

Lei ha molti negozi in Russia, è in contatto con chi li gestisce?

«Una tragedia, non pensavo che si arrivasse a tanto. A Kiev ho un negozio aperto da poco, eravamo felicissimi. Sono vicino ai miei partner che stanno vivendo una tale dramma. In Russia ho un grande business. Le sanzioni alla Russia faranno molto male anche a noi. I russi amano gli italiani, la nostra cucina, il nostro design, gli stilisti italiani, comprano tutto quello che è italiano, quindi non solo i vestiti. Acquistano made in Italy in qualsiasi settore. Quello che sta accadendo metterà in ginocchio un’intera economia e l’Italia in primis. Sono molto preoccupata. Ho tre negozi diretti, 15 in franchising, lo showroom aperto tre anni fa dove ho investito nella piazza di Mosca. È una immensa tragedia umana ma anche economico finanziaria. Speriamo che qualcuno rinsavisca. Dopo due anni di pandemia il mondo non si meritava un’altra botta di questo genere».


Elisabetta Franchi

La Nasa inventa il bullone no gender
Nasa

L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.

Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.

Il razzismo etico di Montanari mette nel ghetto le idee di destra
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Nel suo ultimo saggio, lo storico dell’arte propone una ricostruzione distorta e sommaria delle riflessioni che ruotano attorno a Fratelli d’Italia. E bolla come malvagio ciò che ha a che fare col partito della fiamma.

Oltre vent’anni fa, quando Luca Ricolfi tracciò in un’opera di successo, Perché siamo antipatici, una diagnosi dei mali che travagliavano la sinistra - allora più di ora suo ambito di appartenenza - e le impedivano di ampliare i consensi elettorali, il suo sguardo si appuntò sul suo innato «senso di superiorità etica».

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«Margo», maternità e scelte estreme: il racconto sottile della nuova serie Apple Tv
«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
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Gli hanno ammazzato il papà sotto gli occhi. Spero che al bimbo non resti solo l’odio
Ansa
I gruppi di bruti non percepiscono l’umanità neanche quando ce l’hanno di fronte. Al piccolo, il padre ha lasciato un esempio.

Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine del bambino di 11 anni che chiede al padre, letteralmente ammazzato poco più grandi di lui? Stava con suo padre, un carpentiere di 47 anni, la sua compagna e suo cognato, quando hanno visto che quei ragazzi stavano tirando bottiglie contro una vetrina.

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