2019-05-06
Pierluigi Paracchi (Imagoeconomica)
Lunedì la resa dei conti: i soci storici sfidano Paracchi sul voto maggiorato, il cambio dell’oggetto sociale e l’acquisizione di Atc. Decisivi gli equilibri con San Raffaele e Cdp. Sullo sfondo la causa di Milano, la vertenza con Enea Tech e il paracadute al presidente.
Dalla cura del cancro alla vendita di armi. È questa la parabola di Genenta Science, società nata nel 2014 per sviluppare una terapia genica contro il glioblastoma, tra i tumori più aggressivi del cervello, e oggi impegnata nella costruzione di un gruppo attivo nella difesa, nell’aerospazio e nella sicurezza.
Il 29 giugno gli azionisti dovranno scegliere il nuovo consiglio di amministrazione e decidere se completare questa trasformazione. Alla lista guidata dal presidente Pierluigi Paracchi si contrappone quella di un gruppo di soci storici, che propone Riccardo Palmisano e contesta il voto maggiorato, il cambio dell’oggetto sociale e le operazioni realizzate nel settore militare. L’assemblea dovrà votare anche il cambio di denominazione in Saentra Forge e una delega quinquennale per raccogliere fino a 300 milioni di euro attraverso aumenti di capitale o obbligazioni convertibili, con la possibilità di emettere fino a 120 milioni di nuove azioni.
Genenta è nata intorno alla ricerca del professor Luigi Naldini e dell’Ospedale San Raffaele. Il progetto principale, Temferon, utilizza cellule staminali geneticamente modificate per trasportare interferone all’interno del microambiente tumorale. Dopo il glioblastoma, la piattaforma è stata estesa al carcinoma renale metastatico.
Nel 2021 la società si è quotata al Nasdaq a 11,50 dollari per azione, con Cdp Venture Capital tra gli investitori. Il San Raffaele è rimasto centrale sia sul piano scientifico sia su quello societario. Possiede poco più dell’8% del capitale, ma grazie al voto maggiorato dispone di circa un quinto dei diritti di voto.
Il passaggio decisivo avviene nel maggio 2024, quando Genenta introduce, su proposta di Paracchi, un sistema che attribuisce fino a dieci voti alle azioni possedute da lungo tempo. Il regolamento consente di considerare anche gli anni di possesso precedenti all’iscrizione nell’elenco speciale.
In questo modo Paracchi, pur detenendo una quota economica inferiore al 10%, arriva a controllare oltre la metà dei voti esistenti nell’assemblea del 29 ottobre 2025. In quella sede viene modificato l’oggetto sociale, estendendolo ai settori sottoposti alla normativa Golden Power, compresi difesa, aerospazio e cyber security. La maggioranza degli investitori, tuttavia, detiene Ads negoziate al Nasdaq. Per ottenere la maggiorazione, questi titoli devono essere trasformati in azioni ordinarie italiane, rinunciando alla loro diretta negoziabilità sul mercato americano.
La nuova strategia si intreccia con Fondazione Praexidia, presieduta da Paracchi e attiva nella difesa, nello spazio, nella sicurezza e nelle tecnologie dual use. Un accordo sottoscritto nel gennaio 2026 tra Paracchi, Praexidia e Genenta indicava che il presidente, grazie ai diritti maggiorati, controllava circa il 49% dei voti ed era in grado di incidere sulla nomina della maggioranza del consiglio.
Il 18 marzo alcuni soci hanno impugnato davanti al Tribunale di Milano sia la delibera sul voto maggiorato sia quella sul cambio dell’oggetto sociale, presentando anche richieste cautelari. La causa è ancora pendente e l’assemblea si terrà mentre la validità di queste modifiche resta sottoposta al vaglio del tribunale.
Il 4 maggio undici azionisti hanno inoltre formalizzato il proprio coordinamento alla Sec. Il gruppo deteneva circa il 23% del capitale e, grazie al voto maggiorato, oltre il 31% dei diritti di voto.
Nel frattempo altri soci si sono iscritti nell’elenco speciale, facendo salire il totale dei voti da circa 46 a oltre 92 milioni. Paracchi ha conservato gli stessi 22,7 milioni di voti, ma il suo peso è sceso da oltre il 54 a circa il 24,5%.
In questo contesto, con un azionariato spaccato in due, l’assemblea straordinaria convocata per il 25 marzo, che avrebbe dovuto approvare il cambio di nome in Saentra Forge, è stata revocata soltanto due giorni prima della data prevista.
Il principale investimento del nuovo corso è Atc Srl (Armi Tattiche Custom), produttrice di fucili tattici e sistemi per forze speciali. Dopo avere acquistato a gennaio il 19,5% per 1,275 milioni di euro, Genenta, nonostante la causa ancora pendente, ha modificato l’accordo che prevedeva l’acquisto di un ulteriore 31,5% di Atc e ha invece rilevato il restante 80,5% attraverso l’emissione di 24,6 milioni di nuove azioni a 0,39 euro ciascuna. I tre soci di Atc, Marco Spiga, Mattia Berardinetti e Gioacchino Specchi, arrivano così a detenere poco più della metà del capitale economico di Genenta. Resta decisivo, ma sembra facile capire quale lista sosterranno il 29 giugno.
Sul fronte finanziario pesa il contenzioso con Enea Tech. Genenta aveva ottenuto un prestito convertibile fino a 20 milioni di euro per Temferon, di cui 7,5 milioni già versati.
L’esito dell’assemblea dipenderà anche da San Raffaele e Cdp. Naldini si è schierato con i soci contestatori, ma l’ospedale, titolare delle licenze su Temferon e di circa un quinto dei voti, non ha preso posizione. Anche Cdp non ha ancora chiarito come intenda votare. Proprio due giorni fa Paracchi ha comunicato alla Sec che il 19 giugno ha stipulato a suo favore un bel paracadute di 12 mensilità più bonus. Sarà un segno di debolezza?
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2026-06-27
L'intelligenza artificiale è la nuova frontiera strategica. Italia e India possono guidarla insieme
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iStock
L'intelligenza artificiale non è più soltanto una rivoluzione tecnologica. È diventata uno dei principali strumenti attraverso cui si misureranno la competitività economica, la sicurezza nazionale e l'influenza geopolitica dei prossimi decenni.
Il dibattito internazionale continua a essere dominato dal confronto tra Stati Uniti e Cina. Da una parte Silicon Valley e le grandi piattaforme private. Dall'altra il modello cinese, fortemente sostenuto e controllato dallo Stato. Esiste però una terza via che sta emergendo con crescente forza e che l'Europa farebbe bene a osservare con maggiore attenzione. È quella dell'India.
Negli ultimi dieci anni Nuova Delhi ha costruito il più grande ecosistema digitale pubblico esistente al mondo. L'identità digitale Aadhaar, il sistema dei pagamenti UPI, DigiLocker, ONDC e le piattaforme dedicate alle lingue indiane rappresentano un'infrastruttura sulla quale l'intelligenza artificiale può essere sviluppata e utilizzata su scala nazionale.
L'India non punta semplicemente a produrre nuovi modelli linguistici. Sta costruendo un modello di sviluppo dell'intelligenza artificiale capace di rispondere ai bisogni di oltre un miliardo e quattrocento milioni di cittadini, operando in decine di lingue diverse e affrontando problemi concreti nei settori della sanità, dell'agricoltura, dell'istruzione, della finanza e della pubblica amministrazione.
Questa impostazione rende l'India un interlocutore naturale per l'Europa e, in particolare, per l'Italia.
Il nostro Paese rappresenta una delle principali potenze manifatturiere del continente. Possiede eccellenze nella robotica, nell'automazione industriale, nell'aerospazio, nella meccanica di precisione, nelle scienze della vita e nella ricerca universitaria. L'India offre invece una disponibilità unica di competenze informatiche, sviluppo software, capacità di elaborazione dei dati e un mercato sufficientemente vasto da trasformare rapidamente l'innovazione in applicazioni concrete.
Le due economie sono complementari.
È proprio questa complementarità che dovrebbe trasformare l'intelligenza artificiale in uno dei pilastri del partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi.
La cooperazione potrebbe svilupparsi su numerosi livelli.
Le università potrebbero creare laboratori comuni dedicati all'intelligenza artificiale affidabile, trasparente e spiegabile. Le imprese italiane potrebbero integrare le competenze software indiane nelle proprie produzioni manifatturiere, aumentando produttività e competitività senza rinunciare alla qualità che contraddistingue il Made in Italy.
Particolarmente interessante sarebbe il coinvolgimento delle piccole e medie imprese.
L'economia italiana è costruita proprio sul tessuto delle PMI, che spesso dispongono di eccellenze tecnologiche ma non delle risorse necessarie per sviluppare autonomamente soluzioni basate sull'intelligenza artificiale. La collaborazione con partner indiani potrebbe consentire una rapida diffusione dell'AI all'interno del sistema produttivo italiano, senza dipendere esclusivamente dalle grandi piattaforme americane o cinesi.
Anche la cooperazione nel settore della difesa assume una rilevanza crescente.
L'intelligenza artificiale è destinata a trasformare la logistica militare, la cybersicurezza, la manutenzione predittiva, i sistemi autonomi e la protezione delle infrastrutture critiche. In un momento nel quale Italia e India stanno rafforzando la loro cooperazione nell'Indo-Pacifico e nel Mediterraneo, la dimensione tecnologica diventa parte integrante della sicurezza nazionale.
Esiste poi una prospettiva ancora più ampia.L'Italia, attraverso il Piano Mattei, intende rafforzare la propria presenza nel continente africano. L'India vanta da decenni relazioni consolidate con numerosi Paesi del Sud globale. Una cooperazione italo-indiana sull'intelligenza artificiale potrebbe contribuire allo sviluppo di tecnologie destinate all'agricoltura, alla sanità, all'istruzione e alla pubblica amministrazione africana, offrendo un'alternativa concreta sia al modello tecnologico americano sia a quello cinese.
L'intelligenza artificiale sarà probabilmente la tecnologia che definirà i rapporti di forza del XXI secolo.
Per questa ragione il partenariato tra Italia e India non dovrebbe limitarsi all'interscambio commerciale o agli investimenti industriali. Dovrebbe evolversi verso una vera alleanza tecnologica.
L'India ha dimostrato di possedere il capitale umano, le infrastrutture digitali e la capacità di innovazione necessari per diventare una delle grandi potenze mondiali dell'intelligenza artificiale.
L'Italia dispone dell'eccellenza industriale, della ricerca scientifica e della capacità manifatturiera per trasformare questa innovazione in valore economico.
Se sapranno unire queste rispettive eccellenze, Roma e Nuova Delhi potranno contribuire non soltanto a utilizzare l'intelligenza artificiale, ma anche a definirne le regole, gli standard e la visione democratica in un mondo sempre più dominato dalla competizione tecnologica.
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Raniero Guerra (Ansa)
Troppi aspetti non tornano nel verbale di un’udienza del processo a Raniero Guerra & C.: dalla registrazione iniziata in ritardo ai controlli del pubblico in aula «raccomandati» alla toga fino a uno strano video collegamento partito con una persona esterna.
Dentro l’aula, prima della sentenza, c’è già qualcosa che non torna. È il 12 maggio. Nel palazzo di giustizia di Roma si celebra l’udienza preliminare del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico nazionale. Davanti al giudice ci sono gli ex dirigenti del ministero della Salute: Raniero Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa e Francesco Maraglino (nel frattempo deceduto).
L’accusa è di omissione di atti d’ufficio. Il procedimento si chiuderà con un «non luogo a procedere» per «intervenuta prescrizione». Ma oggi il caso non riguarda la prescrizione. La vicenda è arrivata sul tavolo del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con un’interrogazione parlamentare depositata alla Camera e al Senato da Fratelli d’Italia. I meloniani chiedono «di avviare un’ispezione al tribunale di Roma al fine di verificare la regolarità dello svolgimento del procedimento penale». La richiesta, come anticipato ieri dalla Verità, nasce dai rilievi trasmessi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, presieduta dal senatore Marco Lisei, dall’associazione dei familiari delle vittime del Covid #Sereniesempreuniti. Il punto di partenza è il verbale dell’udienza. Un verbale redatto con il sistema della fonoregistrazione e successiva trascrizione. Ed è proprio qui che si nota la prima crepa.
Il documento si apre alle 10.48. Ma il giudice Alessandra Boffi esordisce così: «Da questo momento parte con la trascrizione. D’accordo? Vuole formulare la questione avvocato di nuovo? Abbia pazienza, perché abbiamo acceso...». L’udienza, quindi, almeno in parte, era già cominciata. La registrazione no. Tanto che a un avvocato viene chiesto di ripetere la questione. È un dettaglio? Forse. Ma nelle aule giudiziarie i dettagli spesso diventano sostanza. Soprattutto quando, più avanti, proprio la pubblicità dell’udienza diventa terreno di scontro. A un certo punto prende la parola l’avvocato Augusto Sinagra, che rappresentava alcune delle parti civili costituite. Sta spiegando perché, dopo quello che dice di aver visto, aveva deciso di non mettere più piede in un’aula di giustizia penale.
Il giudice lo interrompe. Non per il merito. Per una persona seduta in fondo all’aula. «Mi perdoni. Può chiedere chi è quel signore, lì in fondo, quello in fondo. Mi perdoni, chi è lei? Mi scusi, perché la vedevo... va bene. Prego, mi perdoni avvocato». Sinagra riprende. Ma non lascia passare l’episodio. Lo trasforma nel cuore politico e processuale del suo intervento. Dice al giudice: «Lei ha chiesto l’accertamento dell’identità della persona, adesso. Giudice, sappiamo tutti quanti che questo zelo, questa precisione, chiamiamola così, questa accuratezza nel tenere presente che la Camera di Consiglio non è aperta al pubblico, non è di tutti i giorni, non è di tutti i giudici. Lei con attitudine generosa direi, e anche sincera, stamattina ci ha comunicato che era stato raccomandato di fare queste verifiche». L’avvocato attribuisce alla giudice una precedente comunicazione: quei controlli sarebbero stati «raccomandati».
E proprio qui il ritardo iniziale della fonoregistrazione diventa un elemento che non può essere liquidato come una formalità. Sinagra insiste: «Questa verifica non ha lo scopo di rendere ossequio alla norma del codice, ha lo scopo di dare il minimo della pubblicità possibile quando si parla di queste cose». E ancora: «Non basta che il giudice sia imparziale... lei certamente lo è! Occorre che appaia anche imparziale, ma per apparire imparziale occorre che ci sia un pubblico». Ma proprio quando le parti civili stanno per chiedere che il capo d’accusa venga trasformato in uno più grave, quello di epidemia colposa, c’è un secondo colpo di scena. L’udienza viene interrotta, questa volta per un inconveniente tecnico. Dal verbale risulta che «è partito un videocollegamento in aula». Dagli altoparlanti parte la voce di qualcuno che non è presente. Uno strano e sospetto cortocircuito. Il giudice si accorge che qualcosa non funziona: «Scusate... non credo che sentano, no! Sospendiamo 5 minuti e risolviamo questo problema». Qualcuno, a quel punto, si è chiesto se ci fosse stato un collegamento con l’esterno. Secondo quanto riportato nel materiale trasmesso alla Commissione Covid e ripreso da Fratelli d’Italia, il giudice avrebbe dichiarato di aver subito «pressioni» esterne ed estranee in relazione alle decisioni da assumere nel procedimento, «tanto da impedirle di autorizzare la pubblicità delle udienze». È una ricostruzione politica, non giudiziaria. Ma quel passaggio è stato ritenuto di una gravità tale da finire in un’interrogazione al Guardasigilli.
Nell’interrogazione le «condotte processuali» vengono definite «gravi» e «meritevoli di una approfondita valutazione sotto il profilo ispettivo, disciplinare e politico-istituzionale». I firmatari sostengono che «il condizionamento della funzione giurisdizionale sarebbe stato apertamente menzionato in udienza alla presenza di decine di parti civili costituite», oltre che dei legali degli imputati, e che ciò rappresenterebbe «una evidente lesione dei principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura».
Di certo sull’apertura dell’udienza al pubblico c’era molta tensione. Al punto che alle precisazioni dell’avvocato Sinagra il giudice lo interrompe: «Ma non ho capito, ma lei sta facendo un appunto?». L’avvocato replica: «No...», ma viene nuovamente fermato. Ne nasce un breve botta e risposta. E a quel punto il giudice spiega il senso del proprio intervento: «Mi sembra solo che insistesse troppo sul fatto che io abbia richiamato... è mio dovere, perché mi hanno invitato... a contenere il numero delle persone». Una frase che si collega a quanto sostenuto pochi istanti prima da Sinagra, secondo cui il giudice aveva comunicato che era stato «raccomandato di fare queste verifiche». Proprio attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni nell’interrogazione parlamentare.
Ma mentre attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni dell’interrogazione parlamentare, il capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami, chiede che l’ex premier Giuseppe Conte, invece di «intralciare i lavori» della Commissione Covid, «si faccia audire» e «racconti quello che sa riguardo a ciò che sta emergendo come il più grande scandalo della storia della Repubblica». Ovvero l’acquisto per «1 miliardo 251 milioni di euro» da «consorzi cinesi sconosciuti» di mascherine «rivelatesi farlocche».
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