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2020-07-23
La Lamorgese ci prende in giro. Accoglie infetti e jihadisti ma mette all’erta sulla movida
Luciana Lamorgese (Salvatore Laporta/Kontrolab/Getty images)
Luciana Lamorgese è molto preoccupata, perché sul territorio italiano si muovono individui pericolosi, il cui comportamento irresponsabile potrebbe vanificare tutti gli immani sforzi compiuti dai nostri connazionali durante l'isolamento. Ah, pensate che si riferisca ai migranti che arrivano a frotte? Ma no, che avete capito… Il vero pericolo giunge della «tribù degli aperitivi», dai giovanissimi e dai quarantenni che infiammano la movida e per cui il ministro dell'Interno invoca controlli più severi. Ieri, intervistata da Il Mattino, la Lamorgese si è pronunciata sulle «modalità caotiche della cosiddetta movida» e ha spiegato che «da parte delle istituzioni, della scuola e delle stesse famiglie è necessario anche uno sforzo più incisivo per informare e rendere più consapevoli i giovani, e non solo loro, sui rischi reali che stiamo correndo».
Di fronte a frasi del genere, sorge il serio sospetto che il ministro ci stia prendendo in giro. Ma quale scuola dovrebbe informare i giovani? Quella che ancora non sappiamo se e come riaprirà? Andiamo bene. E le famiglie? Davvero vogliamo dire agli italiani che ancora, dopo tutti questi mesi di sacrifici, non hanno fatto abbastanza? Quale «informazione» in più dovrebbero fornire ai ragazzi? Soprattutto: con quale faccia si scarica il bidone nelle mani dei cittadini quando le istituzioni sono le prime a creare pericoli e a fregarsene delle reali esigenze della popolazione?
Il fatto è che la Lamorgese viene a parlarci di movida e di aperitivi, ma intanto sulle coste italiane sono sbarcate la bellezza di 10.463 persone, contro le 3.428 registrate nello stesso periodo dell'anno scorso. Tra i nuovi arrivati, come sappiamo, molti sono risultati infetti. Ma il ministro non sembra preoccupato. «Due giorni fa», dice, «sono andata a Lampedusa per verificare la situazione e ho potuto rassicurare il sindaco Totò Martello sull'impegno del governo a non lasciare sola anche la sua comunità». Certo, fatto sta che nell'hotspot di Lampedusa ci sono attualmente 400 persone: cifra da collasso. Ogni giorno si contano centinaia di nuovi stranieri in ingresso, però la Lamorgese è tranquilla: «Il test sierologico viene eseguito su tutti i migranti che sbarcano sull'isola grazie al servizio sanitario della Regione Siciliana, e i nuovi arrivati vengono trasferiti in tempi brevi verso altre destinazioni». Ah, e questo dovrebbe rasserenarci? Lampedusa continua a essere sotto pressione, in compenso centinaia di stranieri vengono sparsi altrove: giusto ieri 200 tunisini sono stati spediti a Porto Empedocle (Agrigento). Il risultato di queste politiche lo conosciamo: i migranti intasano i centri in vari luoghi della Penisola e spesso e volentieri si danno alla fuga.
Quanto accaduto in Basilicata, ad esempio, è fuori dalla grazia di Dio. Come noto, la regione è stata fra le meno colpite dal coronavirus, tanto da meritarsi il titolo di «Covid free». Visto che la situazione era tranquilla, che cosa ha fatto il ministero? Ha pensato bene di trasferire in Basilicata un bel gruppo di bengalesi che sono poi risultati positivi. Questi signori sono approdati a Lampedusa, e da lì spostati ad Agrigento. Hanno fatto il test sierologico, proprio come ha detto la Lamorgese. Poi, però, quando sono stati sottoposti al tampone, ben 36 sono risultati infetti. E adesso se ne stanno in un territorio che fino a qualche tempo fa era libero dalla pandemia. Però, secondo il ministro, il problema è la movida…
Se non bastasse il Covid, poi, ci sono pure altre bellezze. È la stessa Lamorgese a confermare al Mattino che in Italia «sono stati rintracciati soggetti radicalizzati che risultavano già espulsi». In pratica continuano ad arrivare, oltre ai contagiati, pure i terroristi islamici, tanto per non farsi mancare niente. Il pensiero del ministro, tuttavia, va ai tunisini, un popolo a cui «dobbiamo tendere la mano» perché il loro Paese «sta attraversando una grave crisi economica dovuta al Covid-19». Già, l'Italia invece la crisi non la sente nemmeno un po'…
Il concetto, in ogni caso, è chiarissimo: il problema, al solito, è costituito dagli italiani indisciplinati, mica dagli stranieri che entrano a mucchi e vengono distribuiti in giro cosicché possano darsi alla macchia, aggredire i militari (è accaduto in un centro di accoglienza siciliano) o aumentare il pericolo di contagio. Infatti la Lamorgese non ci pensa nemmeno a escogitare misure più rigide per bloccare gli arrivi. Macché: insiste a voler cambiare i decreti sicurezza, anzi a sentir lei è già tutto pronto. «Il tavolo istituito al Viminale è vicino al traguardo», afferma. «Nei prossimi giorni avremo un testo finalmente condiviso con le modifiche che, ci tengo a ricordare, riguardano esclusivamente le norme sull'immigrazione».
Che meraviglia: finalmente le leggi del perfido Matteo Salvini verranno annientate, le Ong avranno meno difficoltà, gli arrivi saranno più sicuri, i centri torneranno a riempirsi (anche perché è diventato ancora più difficile rimpatriare gli stranieri, specie se nei Paesi d'origine è diffuso il Covid) e noi ci sentiremo tutti più generosi. E se poi decine di infetti vengono spediti a turbare gli equilibri di una regione «Covid free», pazienza. Per essere buoni bisogna pur soffrire un po', no?
Abusata a 5 anni. L’«orco» è il vicino romeno
Quando l'orco è il vicino di casa. È successo a Ostia, il mare della Capitale, dove una bambina di 5 anni è stata violentata dal vicino di casa, D.C., nato in Romania. La bambina era stata affidata all'uomo dal padre, anche lui romeno. D.C, 32 anni, residente a Ostia, nella zona dell'Idroscalo, famosa perché lì, il 2 novembre 1975, veniva ammazzato Pier Paolo Pasolini, è stato arrestato con l'accusa di violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima e portato nel carcere di Regina Coeli. A eseguire l'arresto la polizia giudiziaria del commissariato di Ostia, diretto da Eugenio Ferraro, che ha eseguito l'ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Roma, a seguito di un'indagine coordinata dal pool specializzato della Procura romana.
Il fatto sarebbe accaduto lo scorso 26 giugno quando il padre della vittima, operaio di un cantiere navale di Ostia, per un imprevisto impegno di lavoro ha affidato per un paio d'ore i suoi figli, la bambina di 5 anni e il fratellino di 2, al vicino di casa, nonché amico di famiglia. Poco tempo dopo, appena rientrata a casa, la mamma era andata a riprendere i figli e la bambina subito le aveva raccontato cosa era successo nell'abitazione dell'amico di famiglia: il mostro l'aveva palpeggiata ripetutamente, aveva abusato sessualmente di lei. All'arrivo del papà, la giovane coppia aveva portato la piccola all'ospedale Grassi, dove i medici hanno riscontrato sintomi compatibili con la violenza riferita dalla bambina. Ascoltata poi in audizione protetta dagli investigatori, con l'aiuto di una psicologa, la bambina aveva confermato quanto aveva già confidato alla mamma, raccontando tutti i dettagli di quella violenza subita aggiungendo, peraltro, che l'amico di famiglia si era fermato dal fare quei palpeggiamenti ripetuti nel momento in cui aveva sentito il rumore dell'auto della madre che stava rientrando a casa.
Disperati ed esterrefatti i genitori che fin dal primo momento hanno raccontato di fidarsi del trentaduenne e che mai avrebbero sospettato che fosse capace La bambina è stata poi ascoltata in audizione protetta dagli investigatori, con l'aiuto di una psicologa, e ha confermato quanto aveva già detto alla mamma, raccontando i dettagli della violenza subita e precisando che l'uomo si era fermato a palpeggiarla nel momento in cui aveva sentito il rumore dell'auto della madre che stava rientrando a casa. Disperati ed esterrefatti i genitori che hanno raccontato agli inquirenti come mai avrebbero sospettato che l'uomo, di cui avevano piena fiducia, fosse capace di violentare la loro bambina.
Il romeno, che è incensurato, sulla base degli indizi raccolti, è stato arrestato direttamente nel cantiere in zona Trionfale dove lavora. Espletate le formalità di rito è stato portato nel carcere romano di Regina Coeli: per lui l'accusa è di violenza sessuale aggravata, in quanto commessa in danno di minorenne.
Non è la prima volta che l'orco è proprio il vicino di casa, la persona di cui spesso genitori indaffarati e senza altri aiuti si fidano e al quale affidano i loro figli. Lo scorso dicembre, per violenza sessuale, lesioni personali e violazione di domicilio è stato arrestato un romeno di 38 anni, residente a Sezze, in provincia di Latina. L'uomo, intorno alle 2 di notte, dopo aver infranto il vetro della porta d'ingresso ed essere entrato nell'appartamento di una sua connazionale di 35 anni, si era introdotto nella cameretta della figlia della donna, di 10 anni. L'aveva baciata e palpeggiata nelle parti intime poi aveva dato alla piccola 10 euro minacciandola affinché non raccontasse ad alcuno quanto accaduto. I genitori però, richiamati dalle urla della figlia, avevano fatto in tempo a vedere l'uomo in fuga e a denunciarlo.
Lo choc di Ostia per la squallida violenza ai danni della piccola romena violentata dal vicino, si aggiunge a quello della stessa Capitale dove martedì scorso una ventenne, all'uscita di un supermercato nello storico e famoso rione Testaccio, è stata trascinata da un dipendente in un vicolo laterale. L'uomo l'ha costretta prima a un rapporto orale e poi ha tentato di avere un rapporto completo. La ragazza è riuscita a divincolarsi, fuggire e poi a denunciare l'uomo, di 50 anni, che è stato arrestato dalla polizia per violenza sessuale. Era già noto alle forze dell'ordine. È stato bloccato dalla polizia all'interno dello stesso supermercato dove era ritornato a lavorare. La ragazza si era recata negli uffici di polizia per sporgere denuncia dopo essere stata visitata in ospedale.
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Per il ministro dell'Interno il pericolo viene della «tribù degli aperitivi». Non dai radicalizzati che risultavano espulsi né dai positivi sbarcati e smistati. Anche in Basilicata, che era Covid free.Arrestato a Ostia l'amico di famiglia cui i genitori di due bimbi avevano chiesto aiuto a causa di un impegno di lavoro improvviso L'uomo ha rivolto pesanti attenzioni alla più grande, che però ha riferito tutto alla mamma. La visita in ospedale, poi la denuncia.Lo speciale contiene due articoli Luciana Lamorgese è molto preoccupata, perché sul territorio italiano si muovono individui pericolosi, il cui comportamento irresponsabile potrebbe vanificare tutti gli immani sforzi compiuti dai nostri connazionali durante l'isolamento. Ah, pensate che si riferisca ai migranti che arrivano a frotte? Ma no, che avete capito… Il vero pericolo giunge della «tribù degli aperitivi», dai giovanissimi e dai quarantenni che infiammano la movida e per cui il ministro dell'Interno invoca controlli più severi. Ieri, intervistata da Il Mattino, la Lamorgese si è pronunciata sulle «modalità caotiche della cosiddetta movida» e ha spiegato che «da parte delle istituzioni, della scuola e delle stesse famiglie è necessario anche uno sforzo più incisivo per informare e rendere più consapevoli i giovani, e non solo loro, sui rischi reali che stiamo correndo». Di fronte a frasi del genere, sorge il serio sospetto che il ministro ci stia prendendo in giro. Ma quale scuola dovrebbe informare i giovani? Quella che ancora non sappiamo se e come riaprirà? Andiamo bene. E le famiglie? Davvero vogliamo dire agli italiani che ancora, dopo tutti questi mesi di sacrifici, non hanno fatto abbastanza? Quale «informazione» in più dovrebbero fornire ai ragazzi? Soprattutto: con quale faccia si scarica il bidone nelle mani dei cittadini quando le istituzioni sono le prime a creare pericoli e a fregarsene delle reali esigenze della popolazione?Il fatto è che la Lamorgese viene a parlarci di movida e di aperitivi, ma intanto sulle coste italiane sono sbarcate la bellezza di 10.463 persone, contro le 3.428 registrate nello stesso periodo dell'anno scorso. Tra i nuovi arrivati, come sappiamo, molti sono risultati infetti. Ma il ministro non sembra preoccupato. «Due giorni fa», dice, «sono andata a Lampedusa per verificare la situazione e ho potuto rassicurare il sindaco Totò Martello sull'impegno del governo a non lasciare sola anche la sua comunità». Certo, fatto sta che nell'hotspot di Lampedusa ci sono attualmente 400 persone: cifra da collasso. Ogni giorno si contano centinaia di nuovi stranieri in ingresso, però la Lamorgese è tranquilla: «Il test sierologico viene eseguito su tutti i migranti che sbarcano sull'isola grazie al servizio sanitario della Regione Siciliana, e i nuovi arrivati vengono trasferiti in tempi brevi verso altre destinazioni». Ah, e questo dovrebbe rasserenarci? Lampedusa continua a essere sotto pressione, in compenso centinaia di stranieri vengono sparsi altrove: giusto ieri 200 tunisini sono stati spediti a Porto Empedocle (Agrigento). Il risultato di queste politiche lo conosciamo: i migranti intasano i centri in vari luoghi della Penisola e spesso e volentieri si danno alla fuga.Quanto accaduto in Basilicata, ad esempio, è fuori dalla grazia di Dio. Come noto, la regione è stata fra le meno colpite dal coronavirus, tanto da meritarsi il titolo di «Covid free». Visto che la situazione era tranquilla, che cosa ha fatto il ministero? Ha pensato bene di trasferire in Basilicata un bel gruppo di bengalesi che sono poi risultati positivi. Questi signori sono approdati a Lampedusa, e da lì spostati ad Agrigento. Hanno fatto il test sierologico, proprio come ha detto la Lamorgese. Poi, però, quando sono stati sottoposti al tampone, ben 36 sono risultati infetti. E adesso se ne stanno in un territorio che fino a qualche tempo fa era libero dalla pandemia. Però, secondo il ministro, il problema è la movida…Se non bastasse il Covid, poi, ci sono pure altre bellezze. È la stessa Lamorgese a confermare al Mattino che in Italia «sono stati rintracciati soggetti radicalizzati che risultavano già espulsi». In pratica continuano ad arrivare, oltre ai contagiati, pure i terroristi islamici, tanto per non farsi mancare niente. Il pensiero del ministro, tuttavia, va ai tunisini, un popolo a cui «dobbiamo tendere la mano» perché il loro Paese «sta attraversando una grave crisi economica dovuta al Covid-19». Già, l'Italia invece la crisi non la sente nemmeno un po'…Il concetto, in ogni caso, è chiarissimo: il problema, al solito, è costituito dagli italiani indisciplinati, mica dagli stranieri che entrano a mucchi e vengono distribuiti in giro cosicché possano darsi alla macchia, aggredire i militari (è accaduto in un centro di accoglienza siciliano) o aumentare il pericolo di contagio. Infatti la Lamorgese non ci pensa nemmeno a escogitare misure più rigide per bloccare gli arrivi. Macché: insiste a voler cambiare i decreti sicurezza, anzi a sentir lei è già tutto pronto. «Il tavolo istituito al Viminale è vicino al traguardo», afferma. «Nei prossimi giorni avremo un testo finalmente condiviso con le modifiche che, ci tengo a ricordare, riguardano esclusivamente le norme sull'immigrazione». Che meraviglia: finalmente le leggi del perfido Matteo Salvini verranno annientate, le Ong avranno meno difficoltà, gli arrivi saranno più sicuri, i centri torneranno a riempirsi (anche perché è diventato ancora più difficile rimpatriare gli stranieri, specie se nei Paesi d'origine è diffuso il Covid) e noi ci sentiremo tutti più generosi. E se poi decine di infetti vengono spediti a turbare gli equilibri di una regione «Covid free», pazienza. Per essere buoni bisogna pur soffrire un po', no? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lamorgese-ci-prende-in-giro-accoglie-infetti-e-jihadisti-ma-mette-allerta-sulla-movida-2646451303.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abusata-a-5-anni-l-orco-e-il-vicino-romeno" data-post-id="2646451303" data-published-at="1595440852" data-use-pagination="False"> Abusata a 5 anni. L’«orco» è il vicino romeno Quando l'orco è il vicino di casa. È successo a Ostia, il mare della Capitale, dove una bambina di 5 anni è stata violentata dal vicino di casa, D.C., nato in Romania. La bambina era stata affidata all'uomo dal padre, anche lui romeno. D.C, 32 anni, residente a Ostia, nella zona dell'Idroscalo, famosa perché lì, il 2 novembre 1975, veniva ammazzato Pier Paolo Pasolini, è stato arrestato con l'accusa di violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima e portato nel carcere di Regina Coeli. A eseguire l'arresto la polizia giudiziaria del commissariato di Ostia, diretto da Eugenio Ferraro, che ha eseguito l'ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Roma, a seguito di un'indagine coordinata dal pool specializzato della Procura romana. Il fatto sarebbe accaduto lo scorso 26 giugno quando il padre della vittima, operaio di un cantiere navale di Ostia, per un imprevisto impegno di lavoro ha affidato per un paio d'ore i suoi figli, la bambina di 5 anni e il fratellino di 2, al vicino di casa, nonché amico di famiglia. Poco tempo dopo, appena rientrata a casa, la mamma era andata a riprendere i figli e la bambina subito le aveva raccontato cosa era successo nell'abitazione dell'amico di famiglia: il mostro l'aveva palpeggiata ripetutamente, aveva abusato sessualmente di lei. All'arrivo del papà, la giovane coppia aveva portato la piccola all'ospedale Grassi, dove i medici hanno riscontrato sintomi compatibili con la violenza riferita dalla bambina. Ascoltata poi in audizione protetta dagli investigatori, con l'aiuto di una psicologa, la bambina aveva confermato quanto aveva già confidato alla mamma, raccontando tutti i dettagli di quella violenza subita aggiungendo, peraltro, che l'amico di famiglia si era fermato dal fare quei palpeggiamenti ripetuti nel momento in cui aveva sentito il rumore dell'auto della madre che stava rientrando a casa. Disperati ed esterrefatti i genitori che fin dal primo momento hanno raccontato di fidarsi del trentaduenne e che mai avrebbero sospettato che fosse capace La bambina è stata poi ascoltata in audizione protetta dagli investigatori, con l'aiuto di una psicologa, e ha confermato quanto aveva già detto alla mamma, raccontando i dettagli della violenza subita e precisando che l'uomo si era fermato a palpeggiarla nel momento in cui aveva sentito il rumore dell'auto della madre che stava rientrando a casa. Disperati ed esterrefatti i genitori che hanno raccontato agli inquirenti come mai avrebbero sospettato che l'uomo, di cui avevano piena fiducia, fosse capace di violentare la loro bambina. Il romeno, che è incensurato, sulla base degli indizi raccolti, è stato arrestato direttamente nel cantiere in zona Trionfale dove lavora. Espletate le formalità di rito è stato portato nel carcere romano di Regina Coeli: per lui l'accusa è di violenza sessuale aggravata, in quanto commessa in danno di minorenne. Non è la prima volta che l'orco è proprio il vicino di casa, la persona di cui spesso genitori indaffarati e senza altri aiuti si fidano e al quale affidano i loro figli. Lo scorso dicembre, per violenza sessuale, lesioni personali e violazione di domicilio è stato arrestato un romeno di 38 anni, residente a Sezze, in provincia di Latina. L'uomo, intorno alle 2 di notte, dopo aver infranto il vetro della porta d'ingresso ed essere entrato nell'appartamento di una sua connazionale di 35 anni, si era introdotto nella cameretta della figlia della donna, di 10 anni. L'aveva baciata e palpeggiata nelle parti intime poi aveva dato alla piccola 10 euro minacciandola affinché non raccontasse ad alcuno quanto accaduto. I genitori però, richiamati dalle urla della figlia, avevano fatto in tempo a vedere l'uomo in fuga e a denunciarlo. Lo choc di Ostia per la squallida violenza ai danni della piccola romena violentata dal vicino, si aggiunge a quello della stessa Capitale dove martedì scorso una ventenne, all'uscita di un supermercato nello storico e famoso rione Testaccio, è stata trascinata da un dipendente in un vicolo laterale. L'uomo l'ha costretta prima a un rapporto orale e poi ha tentato di avere un rapporto completo. La ragazza è riuscita a divincolarsi, fuggire e poi a denunciare l'uomo, di 50 anni, che è stato arrestato dalla polizia per violenza sessuale. Era già noto alle forze dell'ordine. È stato bloccato dalla polizia all'interno dello stesso supermercato dove era ritornato a lavorare. La ragazza si era recata negli uffici di polizia per sporgere denuncia dopo essere stata visitata in ospedale.
Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
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«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.
Il pm Fabio De Pasquale (Ansa)
Ecco, io non vorrei farmi indagare da un magistrato che ha collezionato ben due condanne, a otto mesi di carcere, per reati inerenti il suo lavoro. E invece nel magico mondo della magistratura italiana, quella che non vuole farsi riformare né giudicare, questo è ritenuto assolutamente normale. Scusate se scrivo per fatto personale, ma ieri ho ricevuto dalla procura di Milano un avviso di fine indagini a mio carico e fissazione dell’udienza preliminare. Da direttore de Il Giornale non avrei impedito la pubblicazione di una notizia del collega Felice Manti che raccontava di una denuncia della famiglia Borsellino su alcune vicende che riguardano l’allora procuratore di Palermo, Guido Lo Forte, e i veleni che circolavano in quella procura ai tempi di Falcone e Borsellino. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l’inchiesta su di me, conclusa il 14 gennaio 2026, porta la firma del Pm Fabio De Pasquale, condannato per ben due volte, in primo e secondo grado, a otto mesi di reclusione per avere truccato uno dei più importanti processi che si sono celebrati recentemente in Italia, quello all’Eni che tanto danno ha provocato a quell’azienda e all’immagine dell’Italia, e che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati «per non aver commesso il fatto». La domanda è semplice: come è possibile che a un pm condannato al carcere per un reato grave e infamante sia concesso di continuare a fare il suo mestiere, di indagare su chicchessia, di formulare accuse e chiedere processi?
Ecco, io non accetto di essere sottoposto ad esame da una persona del genere, neppure da una categoria, i magistrati, che tollerano tutto ciò. Non dico tanto, ma una «sospensione cautelare» in attesa della Cassazione - come accadrebbe in qualsiasi altra professione - sarebbe chiedere troppo? Non lo accetto da cittadino, non lo accetto da giornalista, non lo accetto neppure da portavoce del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia. Quella di De Pasquale - al quale non ho mai risparmiato dure critiche per il suo operato che a oggi ben due sentenze definiscono truffaldino - è una intimidazione inaccettabile, che guarda caso arriva a due anni distanza dai fatti e nel pieno della campagna referendaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l’Associazione nazionale magistrati, che cosa ne pensa il Csm che si ostina a lasciarlo al suo posto, che cosa ne pensano i vari sostenitori del No alla riforma. Mi piacerebbe, ma so già che nulla accadrà perché De Pasquale ben li rappresenta. Rappresenta tutto ciò che la riforma della giustizia che andrà a referendum il 22 e 23 marzo vuole cambiare e che la casta dei magistrati vuole invece mantenere per continuare a spadroneggiare sul diritto.
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