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2022-03-28
La guerra sottomarina per Internet
«Chi diventerà leader nell’intelligenza artificiale dominerà il mondo». Era il 2017 e Vladimir Putin parlando agli studenti all’apertura dell’anno scolastico sottolineò l’importanza strategica delle nuove tecnologie. Nel 2013 esplose lo scandalo Datagate e Edward Snowden, informatico ex tecnico della Cia, rivelò al mondo che era in atto una guerra di spionaggio dove i protagonisti non erano gli 007 ma «cimici» calate negli abissi marini. Il grande pubblico venne a sapere che le profondità degli oceani sono percorse da un reticolo di cavi a fibre ottiche dove viaggiano miliardi di dati, di privati cittadini ma anche di aziende, governi, pubbliche amministrazioni, dati sensibili e quindi anche segreti di Stato. Snowden disse che l’intelligence inglese era riuscita a penetrare nei cavi, intercettando 600 milioni di telefonate al giorno.
Internet viaggia attraverso queste dorsali in fibra ottica subacquee. La loro importanza è sempre più strategica per la vita quotidiana, le attività economiche, ma anche per la sicurezza dei vari Stati, le decisioni strategiche e il controllo delle informazioni. Il 7 gennaio scorso, il capo della Difesa britannica, l’ammiraglio Sir Tony Radakin dichiarò al Times che «la Russia ha sviluppato la capacità di mettere in pericolo i cavi sottomarini e di sfruttarli». Secondo il capo delle forze armate, negli ultimi 20 anni c’è stato «un aumento fenomenale dell’attività sottomarina e subacquea russa». A dicembre 2020 la collisione tra una fregata britannica e un sottomarino russo avevano innescato una serie di speculazioni sull’entità dell’attività russa di mappatura dei cavi.
le manovre russe
Un altro passaggio è utile a capire il carattere strategico di questa rete di cablaggio sottomarino. A novembre 2021 comparve sul sito Formiche.net un intervento dell’europarlamentare olandese Bart Groothuis, relatore della proposta di revisione della direttiva europea Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nonché ex capo del bureau per la sicurezza cibernetica del ministero della Difesa dei Paesi Bassi, che dice: «Molti ministri della Difesa nella Nato e nell’Unione europea ed esperti hanno messo in guardia su sospette operazioni russe contro i cavi sottomarini in fibra ottica. Il timore è che qualcuno possa sabotarli. E proprio la Russia ha fatto due test per disconnettersi da Internet». È questo un riferimento ai tentativi di Mosca di sperimentare una sorta di «Internet sovrano». Un’analisi del think tank statunitense Center for strategic and international studies ha rivelato che a ottobre 2020 i ministri della Difesa alleati hanno ricevuto un rapporto confidenziale sulla «vulnerabilità dei cavi sottomarini transatlantici». L’istituto sottolinea che «nonostante la proliferazione di dichiarazioni pubbliche, che affermano l’importanza di proteggerli, finora è mancata un’azione collettiva per rafforzare la loro sicurezza».
autostrade oceaniche
Ma di cosa stiamo parlando? I cavi sottomarini sono un’infrastruttura cruciale nel mondo contemporaneo, un asset strategico della geoeconomia e della geopolitica internazionali. Il 97% del traffico Internet globale passa attraverso queste dorsali subacquee a fibra ottica (il restante sui satelliti) e grazie a esse si realizzano transazioni finanziarie pari a circa 10 trilioni di dollari al giorno. A oggi il fondo degli oceani è percorso da una rete di 426 cavi pari a 1,2 milioni di chilometri, cioè tre volte la distanza tra la Terra e la Luna.
Lo sviluppo della telefonia cellulare, la possibilità di inviare file di ogni grandezza da un capo all’altro del mondo, ci ha portato a pensare che le informazioni viaggino preferibilmente via etere, tramite i satelliti. Niente di più sbagliato. Il veicolo più economico e performante per le connessioni a lunga distanza è rappresentato dai cavi sottomarini a fibra ottica. L’area euro-atlantica è la strada di cablaggio più antica e trasporta il traffico di dati con dozzine di cavi, la maggior parte dei quali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’Europa fa molto affidamento su questi cavi poiché la maggior parte dei suoi dati è archiviata in data center situati negli Stati Uniti. Altre rotte importanti sono quelle che collegano l’Europa all’Asia (attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez) e l’Asia con gli Stati Uniti (attraverso l’oceano Pacifico).
gestione in mani private
La pianificazione, la produzione, la distribuzione e la manutenzione dei cavi sottomarini sono quasi interamente nelle mani del settore privato. Attualmente, i quattro maggiori fornitori sono Alcatel submarine networks (Francia), Subcom (Stati Uniti), Nec (Giappone) e Huawei marine networks (Cina), la cui quota di mercato è progressivamente salita al 10%. Pechino sta attuando una politica sempre più aggressiva. La sfida tra potenze si gioca anche negli abissi e i cavi, oltre a essere oggetto di spionaggio, possono diventare strumento di sabotaggio. Manomettere uno degli snodi del cablaggio sottomarino significa impossessarsi di dati sensibili, finanziari, militari ma anche potere determinare il blackout informativo di un intero Paese.
Nel dicembre 2019 Taiwan ha affermato che Pechino stava sostenendo investimenti privati nei cavi sottomarini del Pacifico come meccanismo per spiare e rubare dati. Quando la Russia nel 2014 annetté la Crimea, l’esercito russo prese di mira i cavi sottomarini che collegano la penisola alla terraferma per ottenere il controllo dell’ambiente informativo. Controllare più porzioni della rete dei mari significa aumentare il proprio potere. Se ne sono accorti anche i fornitori di contenuti (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) che stanno investendo in questo settore per garantire l’interconnessione dei loro data center. Google ha più di 100.000 chilometri di cavi posati, Facebook 91.000, Amazon 30.000 e Microsoft 6.000.
la dipendenza mondiale
La dipendenza dai cavi sottomarini continuerà ad aumentare con la crescita della domanda di dati, spinta dal passaggio ai servizi cloud e dalla diffusione delle reti 5G. Un mondo iperconnesso e un’economia super digitalizzata dipenderanno sempre più dai cavi. Il mercato dei cablaggi sottomarini dovrebbe raggiungere nel 2026 il valore di 30,8 miliardi di dollari da 10,3 miliardi del 2017. L’Italia ha un ruolo centrale perché nel Sud passano i cavi che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa. A rivelarlo fu Snowden che nel 2013 descrisse come a Mazara del Vallo, in Sicilia, afferiscono 9 tra i più importanti cavi sottomarini internazionali, tra cui quello che rappresenta il più alto grado di criticità: il Sea-Me-We3 (South East Asia-Middle East-Western Europe 3).
Completato nel 2000, oltre a essere il cavo più lungo al mondo con i suoi 39.000 chilometri è capace di trasportare 960 gigabite al secondo. Lo snodo di Mazara del Vallo è un punto nevralgico per l’accesso ai cavi sottomarini più importanti del Mediterraneo. Ugualmente strategica è la base di Agios Nikolaos a Cipro, hub dei cavi in fibra ottica che collegano Israele, Siria, Libano, Egitto, Turchia, Grecia con l’Europa continentale.
Giuseppe Gagliano: «Le intercettazioni subacquee presero il via negli anni Settanta»
«Il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio globale è di grandissima rilevanza. Da essi dipendono le comunicazioni, i flussi finanziari e l’accesso ai dati stoccati nel cloud, quindi il loro controllo costituisce uno strumento formidabile di influenza geoeconomica. La Cina, ma anche la Thailandia e Singapore, stanno concentrando grandi risorse su queste infrastrutture. Gli investimenti nel 2010 erano pari a circa l’1% e dal 2011 in poi, sono saliti ora al 9%». Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis e analista geopolitico, ci guida nella ricostruzione della complessa strategia del cablaggio sottomarino.
Qual è il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio tra potenze?
«Nel 2019, un gruppo di agenzie governative statunitensi guidate dal Dipartimento di giustizia, note come Team Telecom, si sono fortemente opposte al progetto chiamato Pacific light cable network, un cavo sottomarino lungo 8.000 miglia, circa 12.900 chilometri, tra America e Cina a causa di alcuni dubbi sul partner cinese coinvolto nell’operazione. L’infrastruttura, finanziata da Google, Facebook e Peng telecom & media group, uno dei maggiori produttori di hardware e telecomunicazioni in Cina, produrrà il primo collegamento Internet diretto tra Los Angeles e Hong Kong e si prevede che incrementerà la velocità di Internet sia in Cina sia negli Stati Uniti. Il completamento è previsto entro quest’anno. Ma Team Telecom teme che il progetto, dal costo di 300 milioni di dollari, possa facilitare lo spionaggio cinese».
Quali sono i casi di spionaggio più eclatanti tramite i cavi sottomarini?
«Già a partire dagli anni Settanta gli Usa avviarono missioni di intercettazioni dei cavi sottomarini. La più famosa è quella denominata Operation Ivy Bells, una collaborazione tra Marina, Cia e Usa per ascoltare le comunicazioni tra le basi navali sovietiche sul mare di Okhotsk. Nel febbraio 2013 Edward Snowden rivelò che la Nsa aveva introdotto un virus informatico nel cuore del sito di amministrazione e gestione di Sea-Me-We 4, un cavo che veicola le comunicazioni telefoniche e Internet da Marsiglia al Nord Africa, il Medioriente e il Sudest asiatico. Marsiglia costituisce uno dei principali nodi di intercettazione al mondo. Recentemente gli americani hanno intercettato in Honduras un cavo sottomarino che serve un resort in cui si riuniscono operatori economici globali del settore automobilistico e agroalimentare. A giugno 2014 il quotidiano londinese The Register ha svelato l’esistenza di un’area segreta a Seeb, sulla costa settentrionale dell’Oman, gestita dal servizio di sicurezza britannico Gchq, per controllare le comunicazioni tra Paesi arabi. Ma non bisogna dimenticare che due dei quattro cavi subacquei che atterrano a Seeb sono i principali fornitori di connettività in India».
Cosa accadrebbe con un sabotaggio dei cavi sottomarini?
«Danneggerebbe in modo estremamente rilevante le comunicazioni. A farne le spese sarebbe soprattutto l’Europa per tutti i nostri usi: voce, dati, visualizzazione di video, visualizzazione di dati, archiviazione di dati personali o aziendali, transazioni finanziarie. L’Europa è fragile e soggetta a tutti i rischi, dalla rottura del cavo alla sospensione unilaterale del servizio. Le conseguenze, anche sulla sicurezza nazionale, sarebbero drammatiche. La Commissione europea ha poco potere. I 27 Stati membri non fanno causa comune. Manca una strategia globale. A volte alleate, spesso concorrenti, le aziende europee non riescono a unirsi per controllare un’attività con poca o nessuna regolamentazione. La Francia gioca certamente un ruolo di leader con la multinazionale Orange».
C’è il rischio che la Russia usi i cavi sottomarini per eventuali ritorsioni o per spionaggio?
«Probabile. La Royal Navy britannica da tempo controlla con particolare attenzione l’attività sottomarina russa come dimostra l’importanza attribuita alla collisione avvenuta nel dicembre 2020 tra una fregata britannica e un sottomarino russo. Qual era lo scopo del sottomarino russo se non di prendere informazioni dai cavi sottomarini? È evidente che la “cyber warfare” che ha preso avvio dal 2014 tra Russia e Ucraina passa anche per i cavi sottomarini».
La Cina continua ad allargare la zona d’influenza
Mentre tutta l’attenzione è puntata sulla Russia, la Cina continua a operare per allargare il controllo sulla rete di cablaggio degli abissi. Attualmente gli Stati Uniti possiedono il maggior numero di cavi sottomarini ma la Cina si è posta come obiettivo di controllarne il 60% entro il 2025. La strada per arrivare ad avere la leadership in queste infrastrutture strategiche è rappresentata dalla Digital silk road, creata nel 2015 e pilastro della Belt and road initiative (Bri). Con il progetto della Digital silk road, per la quale sono previsti investimenti pari a 95 miliardi di dollari, la Cina intende aumentare il proprio peso politico, economico e tecnologico in particolare nei Paesi in via di sviluppo, Asia meridionale e Africa.
Questa sorta di «colonizzazione» avverrà soprattutto tramite la costruzione di infrastrutture digitali (tra cui reti 5G, cavi, sistemi per memorizzare i dati) in questi Paesi. Pechino inoltre punta a imporre i propri standard tecnologici a livello internazionale e anche agli Stati Uniti. La gara con le imprese americane è entrata nel vivo. Le due principali aziende cinesi del settore, la Hentong e Huawei marine, hanno costruito uno dei più importanti cavi a livello internazionale, il Peace, lungo 12.000 chilometri che connette l’Europa, e in particolare la Francia, al Pakistan passando per il Golfo e il Corno d’Africa. Le aziende cinesi sono tra quelle dominanti nel campo delle infrastrutture fisiche di Internet. Come ha riportato la Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, Huawei marine (oggi Hmn technologies), ha costruito o riparato un quarto dei cavi sottomarini nel mondo.
In risposta alla Nuova via della seta promossa da Pechino, Washington ha varato il Build back better for the world, «un’iniziativa costruttiva per soddisfare le enormi esigenze di infrastrutture dei Paesi a basso e medio reddito», come ha spiegato la Casa Bianca, fornendo un’«alternativa positiva alla Cina». Il piano è stato lanciato al vertice del G7 del 2021 in Cornovaglia. Tuttavia i Paesi europei, pur condannando Pechino sul tema dei diritti umani, non sono disposti a troncare completamente i rapporti economici con la Repubblica Popolare con la quale hanno un interscambio commerciale importante.
Il ruolo strategico dei cavi sottomarini è confermato dall’intervento dell’amministrazione Trump nel 2019 per bloccare il collegamento diretto tra gli Stati Uniti e Hong Kong del Pacific light cable network, progettato nel 2016 da Facebook e Google e connesso a Filippine e Taiwan, ma senza Hong Kong. Il governo americano aveva sollevato il problema della presenza di un’azienda cinese all’interno del consorzio di costruzione e quindi sulla possibilità che il cavo potesse essere oggetto di spionaggio se collegato direttamente al territorio cinese.
Per arginare l’avanzata cinese nell’industria dei cavi a fibra ottica degli abissi, gli Stati Uniti stanno facendo pressione su alcuni Paesi proponendo progetti di connettività alternativi a quelli di Pechino. Un esempio è l’azione di convincimento effettuata sugli Stati federati di Micronesia per convincerli ad abbandonare un contratto da 72,6 milioni di dollari, finanziato dalla Banca mondiale e dalla Banca asiatica di sviluppo, che con ogni probabilità sarebbe assegnato a Huawei. Dopo una lunga trattativa si è deciso che per la realizzazione del cavo la Micronesia avrà solo fondi statunitensi. L’evoluzione della partita tra Usa e Cina per il cablaggio dei mari risentirà dell’esito del conflitto in Ucraina e dei nuovi equilibri geopolitici che si verranno a creare.
Il bersaglio preferito dalle spie
Parla l'esperto di cybersicurezza Luigi Martino: «La manomissione di queste infrastrutture non serve per tagliare fuori un Paese, ma per impadronirsi delle informazioni più riservate».
«È molto difficile usare i cavi sottomarini per isolare un Paese, come strumento di ritorsione durante il conflitto. Sono infrastrutture interconnesse e non è possibile fare una segmentazione tale da escludere un’unica nazione da internet. Piuttosto si può fare azione di spionaggio, come è accaduto più volte in passato, o di sabotaggio». Luigi Martino, direttore del Center for cybersecurity del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Firenze, traccia questo scenario.
È difficile applicare sanzioni mirate su alcuni Paesi per l’uso di cavi sottomarini?
«Non è possibile escludere la Russia dall’utilizzo della rete di cablaggio perché significherebbe penalizzare anche altri Paesi, magari gli stessi che vogliono fare un’azione di pressione su Mosca. Sono infrastrutture interdipendenti. La Russia inoltre sta sperimentando l’autonomia di Internet tramite il programma Runet basato sull’utilizzo di un cavo sottomarino indipendente che consente di staccarsi da Internet globale. Già nel 2019 il Parlamento sovietico aveva deciso di implementare l’Internet alternativo permettendo a Mosca di isolarsi dal resto del mondo. Questo è un dato importante da non sottovalutare. Un tema che finora non è stato affrontato è la gestione pubblico-privata della rete in fondo ai mari. Cosa succede in caso di un attacco contro un cavo sottomarino?».
Se un Paese non può essere isolato nel flusso dei dati, si può però spiare.
«L’attività di spionaggio tramite i cavi di cablaggio è molto diffusa. In passato, alcuni sottomarini russi sono stati trovati nelle vicinanze dei cavi».
È possibile il sabotaggio di questi asset?
«Non escluderei il sabotaggio di cavi che passano nel Mar Nero o di quelli che attraversano zone di influenza russe. Tranciare queste infrastrutture può portare a interrompere le comunicazioni via Internet. Conseguenze più gravi si avrebbero se fossero colpiti cavi usati per lo scambio di informazioni militari con ripercussioni sui sistemi di comando o controllo e lo scambio di informazioni sensibili».
L’Italia corre il rischio di un black out di dati per l’attacco ai cavi che passano nel Mediterraneo?
«Non credo perché l’azione di sabotaggio colpirebbe più Paesi e poi i russi stanno usando altri strumenti per accecare Internet».
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Il 97% del traffico online passa sui fondali in 426 cavi lunghi 1,2 milioni di chilometri. Ogni giorno passano scambi finanziari pari a 10 trilioni di dollari oltre a un’enorme quantità di informazioni. Il loro controllo è conteso tra i grandi del mondo e i colossi del web, che investono capitali immensi, con il rischio di sabotaggio. Parlano due esperti. Lo speciale contiene quattro articoli.«Chi diventerà leader nell’intelligenza artificiale dominerà il mondo». Era il 2017 e Vladimir Putin parlando agli studenti all’apertura dell’anno scolastico sottolineò l’importanza strategica delle nuove tecnologie. Nel 2013 esplose lo scandalo Datagate e Edward Snowden, informatico ex tecnico della Cia, rivelò al mondo che era in atto una guerra di spionaggio dove i protagonisti non erano gli 007 ma «cimici» calate negli abissi marini. Il grande pubblico venne a sapere che le profondità degli oceani sono percorse da un reticolo di cavi a fibre ottiche dove viaggiano miliardi di dati, di privati cittadini ma anche di aziende, governi, pubbliche amministrazioni, dati sensibili e quindi anche segreti di Stato. Snowden disse che l’intelligence inglese era riuscita a penetrare nei cavi, intercettando 600 milioni di telefonate al giorno.Internet viaggia attraverso queste dorsali in fibra ottica subacquee. La loro importanza è sempre più strategica per la vita quotidiana, le attività economiche, ma anche per la sicurezza dei vari Stati, le decisioni strategiche e il controllo delle informazioni. Il 7 gennaio scorso, il capo della Difesa britannica, l’ammiraglio Sir Tony Radakin dichiarò al Times che «la Russia ha sviluppato la capacità di mettere in pericolo i cavi sottomarini e di sfruttarli». Secondo il capo delle forze armate, negli ultimi 20 anni c’è stato «un aumento fenomenale dell’attività sottomarina e subacquea russa». A dicembre 2020 la collisione tra una fregata britannica e un sottomarino russo avevano innescato una serie di speculazioni sull’entità dell’attività russa di mappatura dei cavi. le manovre russeUn altro passaggio è utile a capire il carattere strategico di questa rete di cablaggio sottomarino. A novembre 2021 comparve sul sito Formiche.net un intervento dell’europarlamentare olandese Bart Groothuis, relatore della proposta di revisione della direttiva europea Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nonché ex capo del bureau per la sicurezza cibernetica del ministero della Difesa dei Paesi Bassi, che dice: «Molti ministri della Difesa nella Nato e nell’Unione europea ed esperti hanno messo in guardia su sospette operazioni russe contro i cavi sottomarini in fibra ottica. Il timore è che qualcuno possa sabotarli. E proprio la Russia ha fatto due test per disconnettersi da Internet». È questo un riferimento ai tentativi di Mosca di sperimentare una sorta di «Internet sovrano». Un’analisi del think tank statunitense Center for strategic and international studies ha rivelato che a ottobre 2020 i ministri della Difesa alleati hanno ricevuto un rapporto confidenziale sulla «vulnerabilità dei cavi sottomarini transatlantici». L’istituto sottolinea che «nonostante la proliferazione di dichiarazioni pubbliche, che affermano l’importanza di proteggerli, finora è mancata un’azione collettiva per rafforzare la loro sicurezza». autostrade oceanicheMa di cosa stiamo parlando? I cavi sottomarini sono un’infrastruttura cruciale nel mondo contemporaneo, un asset strategico della geoeconomia e della geopolitica internazionali. Il 97% del traffico Internet globale passa attraverso queste dorsali subacquee a fibra ottica (il restante sui satelliti) e grazie a esse si realizzano transazioni finanziarie pari a circa 10 trilioni di dollari al giorno. A oggi il fondo degli oceani è percorso da una rete di 426 cavi pari a 1,2 milioni di chilometri, cioè tre volte la distanza tra la Terra e la Luna. Lo sviluppo della telefonia cellulare, la possibilità di inviare file di ogni grandezza da un capo all’altro del mondo, ci ha portato a pensare che le informazioni viaggino preferibilmente via etere, tramite i satelliti. Niente di più sbagliato. Il veicolo più economico e performante per le connessioni a lunga distanza è rappresentato dai cavi sottomarini a fibra ottica. L’area euro-atlantica è la strada di cablaggio più antica e trasporta il traffico di dati con dozzine di cavi, la maggior parte dei quali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’Europa fa molto affidamento su questi cavi poiché la maggior parte dei suoi dati è archiviata in data center situati negli Stati Uniti. Altre rotte importanti sono quelle che collegano l’Europa all’Asia (attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez) e l’Asia con gli Stati Uniti (attraverso l’oceano Pacifico).gestione in mani privateLa pianificazione, la produzione, la distribuzione e la manutenzione dei cavi sottomarini sono quasi interamente nelle mani del settore privato. Attualmente, i quattro maggiori fornitori sono Alcatel submarine networks (Francia), Subcom (Stati Uniti), Nec (Giappone) e Huawei marine networks (Cina), la cui quota di mercato è progressivamente salita al 10%. Pechino sta attuando una politica sempre più aggressiva. La sfida tra potenze si gioca anche negli abissi e i cavi, oltre a essere oggetto di spionaggio, possono diventare strumento di sabotaggio. Manomettere uno degli snodi del cablaggio sottomarino significa impossessarsi di dati sensibili, finanziari, militari ma anche potere determinare il blackout informativo di un intero Paese.Nel dicembre 2019 Taiwan ha affermato che Pechino stava sostenendo investimenti privati nei cavi sottomarini del Pacifico come meccanismo per spiare e rubare dati. Quando la Russia nel 2014 annetté la Crimea, l’esercito russo prese di mira i cavi sottomarini che collegano la penisola alla terraferma per ottenere il controllo dell’ambiente informativo. Controllare più porzioni della rete dei mari significa aumentare il proprio potere. Se ne sono accorti anche i fornitori di contenuti (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) che stanno investendo in questo settore per garantire l’interconnessione dei loro data center. Google ha più di 100.000 chilometri di cavi posati, Facebook 91.000, Amazon 30.000 e Microsoft 6.000.la dipendenza mondialeLa dipendenza dai cavi sottomarini continuerà ad aumentare con la crescita della domanda di dati, spinta dal passaggio ai servizi cloud e dalla diffusione delle reti 5G. Un mondo iperconnesso e un’economia super digitalizzata dipenderanno sempre più dai cavi. Il mercato dei cablaggi sottomarini dovrebbe raggiungere nel 2026 il valore di 30,8 miliardi di dollari da 10,3 miliardi del 2017. L’Italia ha un ruolo centrale perché nel Sud passano i cavi che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa. A rivelarlo fu Snowden che nel 2013 descrisse come a Mazara del Vallo, in Sicilia, afferiscono 9 tra i più importanti cavi sottomarini internazionali, tra cui quello che rappresenta il più alto grado di criticità: il Sea-Me-We3 (South East Asia-Middle East-Western Europe 3). Completato nel 2000, oltre a essere il cavo più lungo al mondo con i suoi 39.000 chilometri è capace di trasportare 960 gigabite al secondo. Lo snodo di Mazara del Vallo è un punto nevralgico per l’accesso ai cavi sottomarini più importanti del Mediterraneo. Ugualmente strategica è la base di Agios Nikolaos a Cipro, hub dei cavi in fibra ottica che collegano Israele, Siria, Libano, Egitto, Turchia, Grecia con l’Europa continentale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giuseppe-gagliano-le-intercettazioni-subacquee-presero-il-via-negli-anni-settanta" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> Giuseppe Gagliano: «Le intercettazioni subacquee presero il via negli anni Settanta» «Il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio globale è di grandissima rilevanza. Da essi dipendono le comunicazioni, i flussi finanziari e l’accesso ai dati stoccati nel cloud, quindi il loro controllo costituisce uno strumento formidabile di influenza geoeconomica. La Cina, ma anche la Thailandia e Singapore, stanno concentrando grandi risorse su queste infrastrutture. Gli investimenti nel 2010 erano pari a circa l’1% e dal 2011 in poi, sono saliti ora al 9%». Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis e analista geopolitico, ci guida nella ricostruzione della complessa strategia del cablaggio sottomarino. Qual è il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio tra potenze? «Nel 2019, un gruppo di agenzie governative statunitensi guidate dal Dipartimento di giustizia, note come Team Telecom, si sono fortemente opposte al progetto chiamato Pacific light cable network, un cavo sottomarino lungo 8.000 miglia, circa 12.900 chilometri, tra America e Cina a causa di alcuni dubbi sul partner cinese coinvolto nell’operazione. L’infrastruttura, finanziata da Google, Facebook e Peng telecom & media group, uno dei maggiori produttori di hardware e telecomunicazioni in Cina, produrrà il primo collegamento Internet diretto tra Los Angeles e Hong Kong e si prevede che incrementerà la velocità di Internet sia in Cina sia negli Stati Uniti. Il completamento è previsto entro quest’anno. Ma Team Telecom teme che il progetto, dal costo di 300 milioni di dollari, possa facilitare lo spionaggio cinese». Quali sono i casi di spionaggio più eclatanti tramite i cavi sottomarini? «Già a partire dagli anni Settanta gli Usa avviarono missioni di intercettazioni dei cavi sottomarini. La più famosa è quella denominata Operation Ivy Bells, una collaborazione tra Marina, Cia e Usa per ascoltare le comunicazioni tra le basi navali sovietiche sul mare di Okhotsk. Nel febbraio 2013 Edward Snowden rivelò che la Nsa aveva introdotto un virus informatico nel cuore del sito di amministrazione e gestione di Sea-Me-We 4, un cavo che veicola le comunicazioni telefoniche e Internet da Marsiglia al Nord Africa, il Medioriente e il Sudest asiatico. Marsiglia costituisce uno dei principali nodi di intercettazione al mondo. Recentemente gli americani hanno intercettato in Honduras un cavo sottomarino che serve un resort in cui si riuniscono operatori economici globali del settore automobilistico e agroalimentare. A giugno 2014 il quotidiano londinese The Register ha svelato l’esistenza di un’area segreta a Seeb, sulla costa settentrionale dell’Oman, gestita dal servizio di sicurezza britannico Gchq, per controllare le comunicazioni tra Paesi arabi. Ma non bisogna dimenticare che due dei quattro cavi subacquei che atterrano a Seeb sono i principali fornitori di connettività in India». Cosa accadrebbe con un sabotaggio dei cavi sottomarini? «Danneggerebbe in modo estremamente rilevante le comunicazioni. A farne le spese sarebbe soprattutto l’Europa per tutti i nostri usi: voce, dati, visualizzazione di video, visualizzazione di dati, archiviazione di dati personali o aziendali, transazioni finanziarie. L’Europa è fragile e soggetta a tutti i rischi, dalla rottura del cavo alla sospensione unilaterale del servizio. Le conseguenze, anche sulla sicurezza nazionale, sarebbero drammatiche. La Commissione europea ha poco potere. I 27 Stati membri non fanno causa comune. Manca una strategia globale. A volte alleate, spesso concorrenti, le aziende europee non riescono a unirsi per controllare un’attività con poca o nessuna regolamentazione. La Francia gioca certamente un ruolo di leader con la multinazionale Orange». C’è il rischio che la Russia usi i cavi sottomarini per eventuali ritorsioni o per spionaggio? «Probabile. La Royal Navy britannica da tempo controlla con particolare attenzione l’attività sottomarina russa come dimostra l’importanza attribuita alla collisione avvenuta nel dicembre 2020 tra una fregata britannica e un sottomarino russo. Qual era lo scopo del sottomarino russo se non di prendere informazioni dai cavi sottomarini? È evidente che la “cyber warfare” che ha preso avvio dal 2014 tra Russia e Ucraina passa anche per i cavi sottomarini». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-cina-continua-ad-allargare-la-zona-dinfluenza" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> La Cina continua ad allargare la zona d’influenza Mentre tutta l’attenzione è puntata sulla Russia, la Cina continua a operare per allargare il controllo sulla rete di cablaggio degli abissi. Attualmente gli Stati Uniti possiedono il maggior numero di cavi sottomarini ma la Cina si è posta come obiettivo di controllarne il 60% entro il 2025. La strada per arrivare ad avere la leadership in queste infrastrutture strategiche è rappresentata dalla Digital silk road, creata nel 2015 e pilastro della Belt and road initiative (Bri). Con il progetto della Digital silk road, per la quale sono previsti investimenti pari a 95 miliardi di dollari, la Cina intende aumentare il proprio peso politico, economico e tecnologico in particolare nei Paesi in via di sviluppo, Asia meridionale e Africa. Questa sorta di «colonizzazione» avverrà soprattutto tramite la costruzione di infrastrutture digitali (tra cui reti 5G, cavi, sistemi per memorizzare i dati) in questi Paesi. Pechino inoltre punta a imporre i propri standard tecnologici a livello internazionale e anche agli Stati Uniti. La gara con le imprese americane è entrata nel vivo. Le due principali aziende cinesi del settore, la Hentong e Huawei marine, hanno costruito uno dei più importanti cavi a livello internazionale, il Peace, lungo 12.000 chilometri che connette l’Europa, e in particolare la Francia, al Pakistan passando per il Golfo e il Corno d’Africa. Le aziende cinesi sono tra quelle dominanti nel campo delle infrastrutture fisiche di Internet. Come ha riportato la Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, Huawei marine (oggi Hmn technologies), ha costruito o riparato un quarto dei cavi sottomarini nel mondo. In risposta alla Nuova via della seta promossa da Pechino, Washington ha varato il Build back better for the world, «un’iniziativa costruttiva per soddisfare le enormi esigenze di infrastrutture dei Paesi a basso e medio reddito», come ha spiegato la Casa Bianca, fornendo un’«alternativa positiva alla Cina». Il piano è stato lanciato al vertice del G7 del 2021 in Cornovaglia. Tuttavia i Paesi europei, pur condannando Pechino sul tema dei diritti umani, non sono disposti a troncare completamente i rapporti economici con la Repubblica Popolare con la quale hanno un interscambio commerciale importante. Il ruolo strategico dei cavi sottomarini è confermato dall’intervento dell’amministrazione Trump nel 2019 per bloccare il collegamento diretto tra gli Stati Uniti e Hong Kong del Pacific light cable network, progettato nel 2016 da Facebook e Google e connesso a Filippine e Taiwan, ma senza Hong Kong. Il governo americano aveva sollevato il problema della presenza di un’azienda cinese all’interno del consorzio di costruzione e quindi sulla possibilità che il cavo potesse essere oggetto di spionaggio se collegato direttamente al territorio cinese. Per arginare l’avanzata cinese nell’industria dei cavi a fibra ottica degli abissi, gli Stati Uniti stanno facendo pressione su alcuni Paesi proponendo progetti di connettività alternativi a quelli di Pechino. Un esempio è l’azione di convincimento effettuata sugli Stati federati di Micronesia per convincerli ad abbandonare un contratto da 72,6 milioni di dollari, finanziato dalla Banca mondiale e dalla Banca asiatica di sviluppo, che con ogni probabilità sarebbe assegnato a Huawei. Dopo una lunga trattativa si è deciso che per la realizzazione del cavo la Micronesia avrà solo fondi statunitensi. L’evoluzione della partita tra Usa e Cina per il cablaggio dei mari risentirà dell’esito del conflitto in Ucraina e dei nuovi equilibri geopolitici che si verranno a creare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-bersaglio-preferito-dalle-spie" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> Il bersaglio preferito dalle spie Parla l'esperto di cybersicurezza Luigi Martino: «La manomissione di queste infrastrutture non serve per tagliare fuori un Paese, ma per impadronirsi delle informazioni più riservate». «È molto difficile usare i cavi sottomarini per isolare un Paese, come strumento di ritorsione durante il conflitto. Sono infrastrutture interconnesse e non è possibile fare una segmentazione tale da escludere un’unica nazione da internet. Piuttosto si può fare azione di spionaggio, come è accaduto più volte in passato, o di sabotaggio». Luigi Martino, direttore del Center for cybersecurity del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Firenze, traccia questo scenario. È difficile applicare sanzioni mirate su alcuni Paesi per l’uso di cavi sottomarini? «Non è possibile escludere la Russia dall’utilizzo della rete di cablaggio perché significherebbe penalizzare anche altri Paesi, magari gli stessi che vogliono fare un’azione di pressione su Mosca. Sono infrastrutture interdipendenti. La Russia inoltre sta sperimentando l’autonomia di Internet tramite il programma Runet basato sull’utilizzo di un cavo sottomarino indipendente che consente di staccarsi da Internet globale. Già nel 2019 il Parlamento sovietico aveva deciso di implementare l’Internet alternativo permettendo a Mosca di isolarsi dal resto del mondo. Questo è un dato importante da non sottovalutare. Un tema che finora non è stato affrontato è la gestione pubblico-privata della rete in fondo ai mari. Cosa succede in caso di un attacco contro un cavo sottomarino?». Se un Paese non può essere isolato nel flusso dei dati, si può però spiare. «L’attività di spionaggio tramite i cavi di cablaggio è molto diffusa. In passato, alcuni sottomarini russi sono stati trovati nelle vicinanze dei cavi». È possibile il sabotaggio di questi asset? «Non escluderei il sabotaggio di cavi che passano nel Mar Nero o di quelli che attraversano zone di influenza russe. Tranciare queste infrastrutture può portare a interrompere le comunicazioni via Internet. Conseguenze più gravi si avrebbero se fossero colpiti cavi usati per lo scambio di informazioni militari con ripercussioni sui sistemi di comando o controllo e lo scambio di informazioni sensibili». L’Italia corre il rischio di un black out di dati per l’attacco ai cavi che passano nel Mediterraneo? «Non credo perché l’azione di sabotaggio colpirebbe più Paesi e poi i russi stanno usando altri strumenti per accecare Internet».
Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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