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2022-03-28
La guerra sottomarina per Internet
«Chi diventerà leader nell’intelligenza artificiale dominerà il mondo». Era il 2017 e Vladimir Putin parlando agli studenti all’apertura dell’anno scolastico sottolineò l’importanza strategica delle nuove tecnologie. Nel 2013 esplose lo scandalo Datagate e Edward Snowden, informatico ex tecnico della Cia, rivelò al mondo che era in atto una guerra di spionaggio dove i protagonisti non erano gli 007 ma «cimici» calate negli abissi marini. Il grande pubblico venne a sapere che le profondità degli oceani sono percorse da un reticolo di cavi a fibre ottiche dove viaggiano miliardi di dati, di privati cittadini ma anche di aziende, governi, pubbliche amministrazioni, dati sensibili e quindi anche segreti di Stato. Snowden disse che l’intelligence inglese era riuscita a penetrare nei cavi, intercettando 600 milioni di telefonate al giorno.
Internet viaggia attraverso queste dorsali in fibra ottica subacquee. La loro importanza è sempre più strategica per la vita quotidiana, le attività economiche, ma anche per la sicurezza dei vari Stati, le decisioni strategiche e il controllo delle informazioni. Il 7 gennaio scorso, il capo della Difesa britannica, l’ammiraglio Sir Tony Radakin dichiarò al Times che «la Russia ha sviluppato la capacità di mettere in pericolo i cavi sottomarini e di sfruttarli». Secondo il capo delle forze armate, negli ultimi 20 anni c’è stato «un aumento fenomenale dell’attività sottomarina e subacquea russa». A dicembre 2020 la collisione tra una fregata britannica e un sottomarino russo avevano innescato una serie di speculazioni sull’entità dell’attività russa di mappatura dei cavi.
le manovre russe
Un altro passaggio è utile a capire il carattere strategico di questa rete di cablaggio sottomarino. A novembre 2021 comparve sul sito Formiche.net un intervento dell’europarlamentare olandese Bart Groothuis, relatore della proposta di revisione della direttiva europea Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nonché ex capo del bureau per la sicurezza cibernetica del ministero della Difesa dei Paesi Bassi, che dice: «Molti ministri della Difesa nella Nato e nell’Unione europea ed esperti hanno messo in guardia su sospette operazioni russe contro i cavi sottomarini in fibra ottica. Il timore è che qualcuno possa sabotarli. E proprio la Russia ha fatto due test per disconnettersi da Internet». È questo un riferimento ai tentativi di Mosca di sperimentare una sorta di «Internet sovrano». Un’analisi del think tank statunitense Center for strategic and international studies ha rivelato che a ottobre 2020 i ministri della Difesa alleati hanno ricevuto un rapporto confidenziale sulla «vulnerabilità dei cavi sottomarini transatlantici». L’istituto sottolinea che «nonostante la proliferazione di dichiarazioni pubbliche, che affermano l’importanza di proteggerli, finora è mancata un’azione collettiva per rafforzare la loro sicurezza».
autostrade oceaniche
Ma di cosa stiamo parlando? I cavi sottomarini sono un’infrastruttura cruciale nel mondo contemporaneo, un asset strategico della geoeconomia e della geopolitica internazionali. Il 97% del traffico Internet globale passa attraverso queste dorsali subacquee a fibra ottica (il restante sui satelliti) e grazie a esse si realizzano transazioni finanziarie pari a circa 10 trilioni di dollari al giorno. A oggi il fondo degli oceani è percorso da una rete di 426 cavi pari a 1,2 milioni di chilometri, cioè tre volte la distanza tra la Terra e la Luna.
Lo sviluppo della telefonia cellulare, la possibilità di inviare file di ogni grandezza da un capo all’altro del mondo, ci ha portato a pensare che le informazioni viaggino preferibilmente via etere, tramite i satelliti. Niente di più sbagliato. Il veicolo più economico e performante per le connessioni a lunga distanza è rappresentato dai cavi sottomarini a fibra ottica. L’area euro-atlantica è la strada di cablaggio più antica e trasporta il traffico di dati con dozzine di cavi, la maggior parte dei quali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’Europa fa molto affidamento su questi cavi poiché la maggior parte dei suoi dati è archiviata in data center situati negli Stati Uniti. Altre rotte importanti sono quelle che collegano l’Europa all’Asia (attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez) e l’Asia con gli Stati Uniti (attraverso l’oceano Pacifico).
gestione in mani private
La pianificazione, la produzione, la distribuzione e la manutenzione dei cavi sottomarini sono quasi interamente nelle mani del settore privato. Attualmente, i quattro maggiori fornitori sono Alcatel submarine networks (Francia), Subcom (Stati Uniti), Nec (Giappone) e Huawei marine networks (Cina), la cui quota di mercato è progressivamente salita al 10%. Pechino sta attuando una politica sempre più aggressiva. La sfida tra potenze si gioca anche negli abissi e i cavi, oltre a essere oggetto di spionaggio, possono diventare strumento di sabotaggio. Manomettere uno degli snodi del cablaggio sottomarino significa impossessarsi di dati sensibili, finanziari, militari ma anche potere determinare il blackout informativo di un intero Paese.
Nel dicembre 2019 Taiwan ha affermato che Pechino stava sostenendo investimenti privati nei cavi sottomarini del Pacifico come meccanismo per spiare e rubare dati. Quando la Russia nel 2014 annetté la Crimea, l’esercito russo prese di mira i cavi sottomarini che collegano la penisola alla terraferma per ottenere il controllo dell’ambiente informativo. Controllare più porzioni della rete dei mari significa aumentare il proprio potere. Se ne sono accorti anche i fornitori di contenuti (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) che stanno investendo in questo settore per garantire l’interconnessione dei loro data center. Google ha più di 100.000 chilometri di cavi posati, Facebook 91.000, Amazon 30.000 e Microsoft 6.000.
la dipendenza mondiale
La dipendenza dai cavi sottomarini continuerà ad aumentare con la crescita della domanda di dati, spinta dal passaggio ai servizi cloud e dalla diffusione delle reti 5G. Un mondo iperconnesso e un’economia super digitalizzata dipenderanno sempre più dai cavi. Il mercato dei cablaggi sottomarini dovrebbe raggiungere nel 2026 il valore di 30,8 miliardi di dollari da 10,3 miliardi del 2017. L’Italia ha un ruolo centrale perché nel Sud passano i cavi che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa. A rivelarlo fu Snowden che nel 2013 descrisse come a Mazara del Vallo, in Sicilia, afferiscono 9 tra i più importanti cavi sottomarini internazionali, tra cui quello che rappresenta il più alto grado di criticità: il Sea-Me-We3 (South East Asia-Middle East-Western Europe 3).
Completato nel 2000, oltre a essere il cavo più lungo al mondo con i suoi 39.000 chilometri è capace di trasportare 960 gigabite al secondo. Lo snodo di Mazara del Vallo è un punto nevralgico per l’accesso ai cavi sottomarini più importanti del Mediterraneo. Ugualmente strategica è la base di Agios Nikolaos a Cipro, hub dei cavi in fibra ottica che collegano Israele, Siria, Libano, Egitto, Turchia, Grecia con l’Europa continentale.
Giuseppe Gagliano: «Le intercettazioni subacquee presero il via negli anni Settanta»
«Il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio globale è di grandissima rilevanza. Da essi dipendono le comunicazioni, i flussi finanziari e l’accesso ai dati stoccati nel cloud, quindi il loro controllo costituisce uno strumento formidabile di influenza geoeconomica. La Cina, ma anche la Thailandia e Singapore, stanno concentrando grandi risorse su queste infrastrutture. Gli investimenti nel 2010 erano pari a circa l’1% e dal 2011 in poi, sono saliti ora al 9%». Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis e analista geopolitico, ci guida nella ricostruzione della complessa strategia del cablaggio sottomarino.
Qual è il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio tra potenze?
«Nel 2019, un gruppo di agenzie governative statunitensi guidate dal Dipartimento di giustizia, note come Team Telecom, si sono fortemente opposte al progetto chiamato Pacific light cable network, un cavo sottomarino lungo 8.000 miglia, circa 12.900 chilometri, tra America e Cina a causa di alcuni dubbi sul partner cinese coinvolto nell’operazione. L’infrastruttura, finanziata da Google, Facebook e Peng telecom & media group, uno dei maggiori produttori di hardware e telecomunicazioni in Cina, produrrà il primo collegamento Internet diretto tra Los Angeles e Hong Kong e si prevede che incrementerà la velocità di Internet sia in Cina sia negli Stati Uniti. Il completamento è previsto entro quest’anno. Ma Team Telecom teme che il progetto, dal costo di 300 milioni di dollari, possa facilitare lo spionaggio cinese».
Quali sono i casi di spionaggio più eclatanti tramite i cavi sottomarini?
«Già a partire dagli anni Settanta gli Usa avviarono missioni di intercettazioni dei cavi sottomarini. La più famosa è quella denominata Operation Ivy Bells, una collaborazione tra Marina, Cia e Usa per ascoltare le comunicazioni tra le basi navali sovietiche sul mare di Okhotsk. Nel febbraio 2013 Edward Snowden rivelò che la Nsa aveva introdotto un virus informatico nel cuore del sito di amministrazione e gestione di Sea-Me-We 4, un cavo che veicola le comunicazioni telefoniche e Internet da Marsiglia al Nord Africa, il Medioriente e il Sudest asiatico. Marsiglia costituisce uno dei principali nodi di intercettazione al mondo. Recentemente gli americani hanno intercettato in Honduras un cavo sottomarino che serve un resort in cui si riuniscono operatori economici globali del settore automobilistico e agroalimentare. A giugno 2014 il quotidiano londinese The Register ha svelato l’esistenza di un’area segreta a Seeb, sulla costa settentrionale dell’Oman, gestita dal servizio di sicurezza britannico Gchq, per controllare le comunicazioni tra Paesi arabi. Ma non bisogna dimenticare che due dei quattro cavi subacquei che atterrano a Seeb sono i principali fornitori di connettività in India».
Cosa accadrebbe con un sabotaggio dei cavi sottomarini?
«Danneggerebbe in modo estremamente rilevante le comunicazioni. A farne le spese sarebbe soprattutto l’Europa per tutti i nostri usi: voce, dati, visualizzazione di video, visualizzazione di dati, archiviazione di dati personali o aziendali, transazioni finanziarie. L’Europa è fragile e soggetta a tutti i rischi, dalla rottura del cavo alla sospensione unilaterale del servizio. Le conseguenze, anche sulla sicurezza nazionale, sarebbero drammatiche. La Commissione europea ha poco potere. I 27 Stati membri non fanno causa comune. Manca una strategia globale. A volte alleate, spesso concorrenti, le aziende europee non riescono a unirsi per controllare un’attività con poca o nessuna regolamentazione. La Francia gioca certamente un ruolo di leader con la multinazionale Orange».
C’è il rischio che la Russia usi i cavi sottomarini per eventuali ritorsioni o per spionaggio?
«Probabile. La Royal Navy britannica da tempo controlla con particolare attenzione l’attività sottomarina russa come dimostra l’importanza attribuita alla collisione avvenuta nel dicembre 2020 tra una fregata britannica e un sottomarino russo. Qual era lo scopo del sottomarino russo se non di prendere informazioni dai cavi sottomarini? È evidente che la “cyber warfare” che ha preso avvio dal 2014 tra Russia e Ucraina passa anche per i cavi sottomarini».
La Cina continua ad allargare la zona d’influenza
Mentre tutta l’attenzione è puntata sulla Russia, la Cina continua a operare per allargare il controllo sulla rete di cablaggio degli abissi. Attualmente gli Stati Uniti possiedono il maggior numero di cavi sottomarini ma la Cina si è posta come obiettivo di controllarne il 60% entro il 2025. La strada per arrivare ad avere la leadership in queste infrastrutture strategiche è rappresentata dalla Digital silk road, creata nel 2015 e pilastro della Belt and road initiative (Bri). Con il progetto della Digital silk road, per la quale sono previsti investimenti pari a 95 miliardi di dollari, la Cina intende aumentare il proprio peso politico, economico e tecnologico in particolare nei Paesi in via di sviluppo, Asia meridionale e Africa.
Questa sorta di «colonizzazione» avverrà soprattutto tramite la costruzione di infrastrutture digitali (tra cui reti 5G, cavi, sistemi per memorizzare i dati) in questi Paesi. Pechino inoltre punta a imporre i propri standard tecnologici a livello internazionale e anche agli Stati Uniti. La gara con le imprese americane è entrata nel vivo. Le due principali aziende cinesi del settore, la Hentong e Huawei marine, hanno costruito uno dei più importanti cavi a livello internazionale, il Peace, lungo 12.000 chilometri che connette l’Europa, e in particolare la Francia, al Pakistan passando per il Golfo e il Corno d’Africa. Le aziende cinesi sono tra quelle dominanti nel campo delle infrastrutture fisiche di Internet. Come ha riportato la Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, Huawei marine (oggi Hmn technologies), ha costruito o riparato un quarto dei cavi sottomarini nel mondo.
In risposta alla Nuova via della seta promossa da Pechino, Washington ha varato il Build back better for the world, «un’iniziativa costruttiva per soddisfare le enormi esigenze di infrastrutture dei Paesi a basso e medio reddito», come ha spiegato la Casa Bianca, fornendo un’«alternativa positiva alla Cina». Il piano è stato lanciato al vertice del G7 del 2021 in Cornovaglia. Tuttavia i Paesi europei, pur condannando Pechino sul tema dei diritti umani, non sono disposti a troncare completamente i rapporti economici con la Repubblica Popolare con la quale hanno un interscambio commerciale importante.
Il ruolo strategico dei cavi sottomarini è confermato dall’intervento dell’amministrazione Trump nel 2019 per bloccare il collegamento diretto tra gli Stati Uniti e Hong Kong del Pacific light cable network, progettato nel 2016 da Facebook e Google e connesso a Filippine e Taiwan, ma senza Hong Kong. Il governo americano aveva sollevato il problema della presenza di un’azienda cinese all’interno del consorzio di costruzione e quindi sulla possibilità che il cavo potesse essere oggetto di spionaggio se collegato direttamente al territorio cinese.
Per arginare l’avanzata cinese nell’industria dei cavi a fibra ottica degli abissi, gli Stati Uniti stanno facendo pressione su alcuni Paesi proponendo progetti di connettività alternativi a quelli di Pechino. Un esempio è l’azione di convincimento effettuata sugli Stati federati di Micronesia per convincerli ad abbandonare un contratto da 72,6 milioni di dollari, finanziato dalla Banca mondiale e dalla Banca asiatica di sviluppo, che con ogni probabilità sarebbe assegnato a Huawei. Dopo una lunga trattativa si è deciso che per la realizzazione del cavo la Micronesia avrà solo fondi statunitensi. L’evoluzione della partita tra Usa e Cina per il cablaggio dei mari risentirà dell’esito del conflitto in Ucraina e dei nuovi equilibri geopolitici che si verranno a creare.
Il bersaglio preferito dalle spie
Parla l'esperto di cybersicurezza Luigi Martino: «La manomissione di queste infrastrutture non serve per tagliare fuori un Paese, ma per impadronirsi delle informazioni più riservate».
«È molto difficile usare i cavi sottomarini per isolare un Paese, come strumento di ritorsione durante il conflitto. Sono infrastrutture interconnesse e non è possibile fare una segmentazione tale da escludere un’unica nazione da internet. Piuttosto si può fare azione di spionaggio, come è accaduto più volte in passato, o di sabotaggio». Luigi Martino, direttore del Center for cybersecurity del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Firenze, traccia questo scenario.
È difficile applicare sanzioni mirate su alcuni Paesi per l’uso di cavi sottomarini?
«Non è possibile escludere la Russia dall’utilizzo della rete di cablaggio perché significherebbe penalizzare anche altri Paesi, magari gli stessi che vogliono fare un’azione di pressione su Mosca. Sono infrastrutture interdipendenti. La Russia inoltre sta sperimentando l’autonomia di Internet tramite il programma Runet basato sull’utilizzo di un cavo sottomarino indipendente che consente di staccarsi da Internet globale. Già nel 2019 il Parlamento sovietico aveva deciso di implementare l’Internet alternativo permettendo a Mosca di isolarsi dal resto del mondo. Questo è un dato importante da non sottovalutare. Un tema che finora non è stato affrontato è la gestione pubblico-privata della rete in fondo ai mari. Cosa succede in caso di un attacco contro un cavo sottomarino?».
Se un Paese non può essere isolato nel flusso dei dati, si può però spiare.
«L’attività di spionaggio tramite i cavi di cablaggio è molto diffusa. In passato, alcuni sottomarini russi sono stati trovati nelle vicinanze dei cavi».
È possibile il sabotaggio di questi asset?
«Non escluderei il sabotaggio di cavi che passano nel Mar Nero o di quelli che attraversano zone di influenza russe. Tranciare queste infrastrutture può portare a interrompere le comunicazioni via Internet. Conseguenze più gravi si avrebbero se fossero colpiti cavi usati per lo scambio di informazioni militari con ripercussioni sui sistemi di comando o controllo e lo scambio di informazioni sensibili».
L’Italia corre il rischio di un black out di dati per l’attacco ai cavi che passano nel Mediterraneo?
«Non credo perché l’azione di sabotaggio colpirebbe più Paesi e poi i russi stanno usando altri strumenti per accecare Internet».
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Riduci
Il 97% del traffico online passa sui fondali in 426 cavi lunghi 1,2 milioni di chilometri. Ogni giorno passano scambi finanziari pari a 10 trilioni di dollari oltre a un’enorme quantità di informazioni. Il loro controllo è conteso tra i grandi del mondo e i colossi del web, che investono capitali immensi, con il rischio di sabotaggio. Parlano due esperti. Lo speciale contiene quattro articoli.«Chi diventerà leader nell’intelligenza artificiale dominerà il mondo». Era il 2017 e Vladimir Putin parlando agli studenti all’apertura dell’anno scolastico sottolineò l’importanza strategica delle nuove tecnologie. Nel 2013 esplose lo scandalo Datagate e Edward Snowden, informatico ex tecnico della Cia, rivelò al mondo che era in atto una guerra di spionaggio dove i protagonisti non erano gli 007 ma «cimici» calate negli abissi marini. Il grande pubblico venne a sapere che le profondità degli oceani sono percorse da un reticolo di cavi a fibre ottiche dove viaggiano miliardi di dati, di privati cittadini ma anche di aziende, governi, pubbliche amministrazioni, dati sensibili e quindi anche segreti di Stato. Snowden disse che l’intelligence inglese era riuscita a penetrare nei cavi, intercettando 600 milioni di telefonate al giorno.Internet viaggia attraverso queste dorsali in fibra ottica subacquee. La loro importanza è sempre più strategica per la vita quotidiana, le attività economiche, ma anche per la sicurezza dei vari Stati, le decisioni strategiche e il controllo delle informazioni. Il 7 gennaio scorso, il capo della Difesa britannica, l’ammiraglio Sir Tony Radakin dichiarò al Times che «la Russia ha sviluppato la capacità di mettere in pericolo i cavi sottomarini e di sfruttarli». Secondo il capo delle forze armate, negli ultimi 20 anni c’è stato «un aumento fenomenale dell’attività sottomarina e subacquea russa». A dicembre 2020 la collisione tra una fregata britannica e un sottomarino russo avevano innescato una serie di speculazioni sull’entità dell’attività russa di mappatura dei cavi. le manovre russeUn altro passaggio è utile a capire il carattere strategico di questa rete di cablaggio sottomarino. A novembre 2021 comparve sul sito Formiche.net un intervento dell’europarlamentare olandese Bart Groothuis, relatore della proposta di revisione della direttiva europea Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nonché ex capo del bureau per la sicurezza cibernetica del ministero della Difesa dei Paesi Bassi, che dice: «Molti ministri della Difesa nella Nato e nell’Unione europea ed esperti hanno messo in guardia su sospette operazioni russe contro i cavi sottomarini in fibra ottica. Il timore è che qualcuno possa sabotarli. E proprio la Russia ha fatto due test per disconnettersi da Internet». È questo un riferimento ai tentativi di Mosca di sperimentare una sorta di «Internet sovrano». Un’analisi del think tank statunitense Center for strategic and international studies ha rivelato che a ottobre 2020 i ministri della Difesa alleati hanno ricevuto un rapporto confidenziale sulla «vulnerabilità dei cavi sottomarini transatlantici». L’istituto sottolinea che «nonostante la proliferazione di dichiarazioni pubbliche, che affermano l’importanza di proteggerli, finora è mancata un’azione collettiva per rafforzare la loro sicurezza». autostrade oceanicheMa di cosa stiamo parlando? I cavi sottomarini sono un’infrastruttura cruciale nel mondo contemporaneo, un asset strategico della geoeconomia e della geopolitica internazionali. Il 97% del traffico Internet globale passa attraverso queste dorsali subacquee a fibra ottica (il restante sui satelliti) e grazie a esse si realizzano transazioni finanziarie pari a circa 10 trilioni di dollari al giorno. A oggi il fondo degli oceani è percorso da una rete di 426 cavi pari a 1,2 milioni di chilometri, cioè tre volte la distanza tra la Terra e la Luna. Lo sviluppo della telefonia cellulare, la possibilità di inviare file di ogni grandezza da un capo all’altro del mondo, ci ha portato a pensare che le informazioni viaggino preferibilmente via etere, tramite i satelliti. Niente di più sbagliato. Il veicolo più economico e performante per le connessioni a lunga distanza è rappresentato dai cavi sottomarini a fibra ottica. L’area euro-atlantica è la strada di cablaggio più antica e trasporta il traffico di dati con dozzine di cavi, la maggior parte dei quali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’Europa fa molto affidamento su questi cavi poiché la maggior parte dei suoi dati è archiviata in data center situati negli Stati Uniti. Altre rotte importanti sono quelle che collegano l’Europa all’Asia (attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez) e l’Asia con gli Stati Uniti (attraverso l’oceano Pacifico).gestione in mani privateLa pianificazione, la produzione, la distribuzione e la manutenzione dei cavi sottomarini sono quasi interamente nelle mani del settore privato. Attualmente, i quattro maggiori fornitori sono Alcatel submarine networks (Francia), Subcom (Stati Uniti), Nec (Giappone) e Huawei marine networks (Cina), la cui quota di mercato è progressivamente salita al 10%. Pechino sta attuando una politica sempre più aggressiva. La sfida tra potenze si gioca anche negli abissi e i cavi, oltre a essere oggetto di spionaggio, possono diventare strumento di sabotaggio. Manomettere uno degli snodi del cablaggio sottomarino significa impossessarsi di dati sensibili, finanziari, militari ma anche potere determinare il blackout informativo di un intero Paese.Nel dicembre 2019 Taiwan ha affermato che Pechino stava sostenendo investimenti privati nei cavi sottomarini del Pacifico come meccanismo per spiare e rubare dati. Quando la Russia nel 2014 annetté la Crimea, l’esercito russo prese di mira i cavi sottomarini che collegano la penisola alla terraferma per ottenere il controllo dell’ambiente informativo. Controllare più porzioni della rete dei mari significa aumentare il proprio potere. Se ne sono accorti anche i fornitori di contenuti (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) che stanno investendo in questo settore per garantire l’interconnessione dei loro data center. Google ha più di 100.000 chilometri di cavi posati, Facebook 91.000, Amazon 30.000 e Microsoft 6.000.la dipendenza mondialeLa dipendenza dai cavi sottomarini continuerà ad aumentare con la crescita della domanda di dati, spinta dal passaggio ai servizi cloud e dalla diffusione delle reti 5G. Un mondo iperconnesso e un’economia super digitalizzata dipenderanno sempre più dai cavi. Il mercato dei cablaggi sottomarini dovrebbe raggiungere nel 2026 il valore di 30,8 miliardi di dollari da 10,3 miliardi del 2017. L’Italia ha un ruolo centrale perché nel Sud passano i cavi che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa. A rivelarlo fu Snowden che nel 2013 descrisse come a Mazara del Vallo, in Sicilia, afferiscono 9 tra i più importanti cavi sottomarini internazionali, tra cui quello che rappresenta il più alto grado di criticità: il Sea-Me-We3 (South East Asia-Middle East-Western Europe 3). Completato nel 2000, oltre a essere il cavo più lungo al mondo con i suoi 39.000 chilometri è capace di trasportare 960 gigabite al secondo. Lo snodo di Mazara del Vallo è un punto nevralgico per l’accesso ai cavi sottomarini più importanti del Mediterraneo. Ugualmente strategica è la base di Agios Nikolaos a Cipro, hub dei cavi in fibra ottica che collegano Israele, Siria, Libano, Egitto, Turchia, Grecia con l’Europa continentale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giuseppe-gagliano-le-intercettazioni-subacquee-presero-il-via-negli-anni-settanta" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> Giuseppe Gagliano: «Le intercettazioni subacquee presero il via negli anni Settanta» «Il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio globale è di grandissima rilevanza. Da essi dipendono le comunicazioni, i flussi finanziari e l’accesso ai dati stoccati nel cloud, quindi il loro controllo costituisce uno strumento formidabile di influenza geoeconomica. La Cina, ma anche la Thailandia e Singapore, stanno concentrando grandi risorse su queste infrastrutture. Gli investimenti nel 2010 erano pari a circa l’1% e dal 2011 in poi, sono saliti ora al 9%». Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis e analista geopolitico, ci guida nella ricostruzione della complessa strategia del cablaggio sottomarino. Qual è il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio tra potenze? «Nel 2019, un gruppo di agenzie governative statunitensi guidate dal Dipartimento di giustizia, note come Team Telecom, si sono fortemente opposte al progetto chiamato Pacific light cable network, un cavo sottomarino lungo 8.000 miglia, circa 12.900 chilometri, tra America e Cina a causa di alcuni dubbi sul partner cinese coinvolto nell’operazione. L’infrastruttura, finanziata da Google, Facebook e Peng telecom & media group, uno dei maggiori produttori di hardware e telecomunicazioni in Cina, produrrà il primo collegamento Internet diretto tra Los Angeles e Hong Kong e si prevede che incrementerà la velocità di Internet sia in Cina sia negli Stati Uniti. Il completamento è previsto entro quest’anno. Ma Team Telecom teme che il progetto, dal costo di 300 milioni di dollari, possa facilitare lo spionaggio cinese». Quali sono i casi di spionaggio più eclatanti tramite i cavi sottomarini? «Già a partire dagli anni Settanta gli Usa avviarono missioni di intercettazioni dei cavi sottomarini. La più famosa è quella denominata Operation Ivy Bells, una collaborazione tra Marina, Cia e Usa per ascoltare le comunicazioni tra le basi navali sovietiche sul mare di Okhotsk. Nel febbraio 2013 Edward Snowden rivelò che la Nsa aveva introdotto un virus informatico nel cuore del sito di amministrazione e gestione di Sea-Me-We 4, un cavo che veicola le comunicazioni telefoniche e Internet da Marsiglia al Nord Africa, il Medioriente e il Sudest asiatico. Marsiglia costituisce uno dei principali nodi di intercettazione al mondo. Recentemente gli americani hanno intercettato in Honduras un cavo sottomarino che serve un resort in cui si riuniscono operatori economici globali del settore automobilistico e agroalimentare. A giugno 2014 il quotidiano londinese The Register ha svelato l’esistenza di un’area segreta a Seeb, sulla costa settentrionale dell’Oman, gestita dal servizio di sicurezza britannico Gchq, per controllare le comunicazioni tra Paesi arabi. Ma non bisogna dimenticare che due dei quattro cavi subacquei che atterrano a Seeb sono i principali fornitori di connettività in India». Cosa accadrebbe con un sabotaggio dei cavi sottomarini? «Danneggerebbe in modo estremamente rilevante le comunicazioni. A farne le spese sarebbe soprattutto l’Europa per tutti i nostri usi: voce, dati, visualizzazione di video, visualizzazione di dati, archiviazione di dati personali o aziendali, transazioni finanziarie. L’Europa è fragile e soggetta a tutti i rischi, dalla rottura del cavo alla sospensione unilaterale del servizio. Le conseguenze, anche sulla sicurezza nazionale, sarebbero drammatiche. La Commissione europea ha poco potere. I 27 Stati membri non fanno causa comune. Manca una strategia globale. A volte alleate, spesso concorrenti, le aziende europee non riescono a unirsi per controllare un’attività con poca o nessuna regolamentazione. La Francia gioca certamente un ruolo di leader con la multinazionale Orange». C’è il rischio che la Russia usi i cavi sottomarini per eventuali ritorsioni o per spionaggio? «Probabile. La Royal Navy britannica da tempo controlla con particolare attenzione l’attività sottomarina russa come dimostra l’importanza attribuita alla collisione avvenuta nel dicembre 2020 tra una fregata britannica e un sottomarino russo. Qual era lo scopo del sottomarino russo se non di prendere informazioni dai cavi sottomarini? È evidente che la “cyber warfare” che ha preso avvio dal 2014 tra Russia e Ucraina passa anche per i cavi sottomarini». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-cina-continua-ad-allargare-la-zona-dinfluenza" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> La Cina continua ad allargare la zona d’influenza Mentre tutta l’attenzione è puntata sulla Russia, la Cina continua a operare per allargare il controllo sulla rete di cablaggio degli abissi. Attualmente gli Stati Uniti possiedono il maggior numero di cavi sottomarini ma la Cina si è posta come obiettivo di controllarne il 60% entro il 2025. La strada per arrivare ad avere la leadership in queste infrastrutture strategiche è rappresentata dalla Digital silk road, creata nel 2015 e pilastro della Belt and road initiative (Bri). Con il progetto della Digital silk road, per la quale sono previsti investimenti pari a 95 miliardi di dollari, la Cina intende aumentare il proprio peso politico, economico e tecnologico in particolare nei Paesi in via di sviluppo, Asia meridionale e Africa. Questa sorta di «colonizzazione» avverrà soprattutto tramite la costruzione di infrastrutture digitali (tra cui reti 5G, cavi, sistemi per memorizzare i dati) in questi Paesi. Pechino inoltre punta a imporre i propri standard tecnologici a livello internazionale e anche agli Stati Uniti. La gara con le imprese americane è entrata nel vivo. Le due principali aziende cinesi del settore, la Hentong e Huawei marine, hanno costruito uno dei più importanti cavi a livello internazionale, il Peace, lungo 12.000 chilometri che connette l’Europa, e in particolare la Francia, al Pakistan passando per il Golfo e il Corno d’Africa. Le aziende cinesi sono tra quelle dominanti nel campo delle infrastrutture fisiche di Internet. Come ha riportato la Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, Huawei marine (oggi Hmn technologies), ha costruito o riparato un quarto dei cavi sottomarini nel mondo. In risposta alla Nuova via della seta promossa da Pechino, Washington ha varato il Build back better for the world, «un’iniziativa costruttiva per soddisfare le enormi esigenze di infrastrutture dei Paesi a basso e medio reddito», come ha spiegato la Casa Bianca, fornendo un’«alternativa positiva alla Cina». Il piano è stato lanciato al vertice del G7 del 2021 in Cornovaglia. Tuttavia i Paesi europei, pur condannando Pechino sul tema dei diritti umani, non sono disposti a troncare completamente i rapporti economici con la Repubblica Popolare con la quale hanno un interscambio commerciale importante. Il ruolo strategico dei cavi sottomarini è confermato dall’intervento dell’amministrazione Trump nel 2019 per bloccare il collegamento diretto tra gli Stati Uniti e Hong Kong del Pacific light cable network, progettato nel 2016 da Facebook e Google e connesso a Filippine e Taiwan, ma senza Hong Kong. Il governo americano aveva sollevato il problema della presenza di un’azienda cinese all’interno del consorzio di costruzione e quindi sulla possibilità che il cavo potesse essere oggetto di spionaggio se collegato direttamente al territorio cinese. Per arginare l’avanzata cinese nell’industria dei cavi a fibra ottica degli abissi, gli Stati Uniti stanno facendo pressione su alcuni Paesi proponendo progetti di connettività alternativi a quelli di Pechino. Un esempio è l’azione di convincimento effettuata sugli Stati federati di Micronesia per convincerli ad abbandonare un contratto da 72,6 milioni di dollari, finanziato dalla Banca mondiale e dalla Banca asiatica di sviluppo, che con ogni probabilità sarebbe assegnato a Huawei. Dopo una lunga trattativa si è deciso che per la realizzazione del cavo la Micronesia avrà solo fondi statunitensi. L’evoluzione della partita tra Usa e Cina per il cablaggio dei mari risentirà dell’esito del conflitto in Ucraina e dei nuovi equilibri geopolitici che si verranno a creare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-bersaglio-preferito-dalle-spie" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> Il bersaglio preferito dalle spie Parla l'esperto di cybersicurezza Luigi Martino: «La manomissione di queste infrastrutture non serve per tagliare fuori un Paese, ma per impadronirsi delle informazioni più riservate». «È molto difficile usare i cavi sottomarini per isolare un Paese, come strumento di ritorsione durante il conflitto. Sono infrastrutture interconnesse e non è possibile fare una segmentazione tale da escludere un’unica nazione da internet. Piuttosto si può fare azione di spionaggio, come è accaduto più volte in passato, o di sabotaggio». Luigi Martino, direttore del Center for cybersecurity del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Firenze, traccia questo scenario. È difficile applicare sanzioni mirate su alcuni Paesi per l’uso di cavi sottomarini? «Non è possibile escludere la Russia dall’utilizzo della rete di cablaggio perché significherebbe penalizzare anche altri Paesi, magari gli stessi che vogliono fare un’azione di pressione su Mosca. Sono infrastrutture interdipendenti. La Russia inoltre sta sperimentando l’autonomia di Internet tramite il programma Runet basato sull’utilizzo di un cavo sottomarino indipendente che consente di staccarsi da Internet globale. Già nel 2019 il Parlamento sovietico aveva deciso di implementare l’Internet alternativo permettendo a Mosca di isolarsi dal resto del mondo. Questo è un dato importante da non sottovalutare. Un tema che finora non è stato affrontato è la gestione pubblico-privata della rete in fondo ai mari. Cosa succede in caso di un attacco contro un cavo sottomarino?». Se un Paese non può essere isolato nel flusso dei dati, si può però spiare. «L’attività di spionaggio tramite i cavi di cablaggio è molto diffusa. In passato, alcuni sottomarini russi sono stati trovati nelle vicinanze dei cavi». È possibile il sabotaggio di questi asset? «Non escluderei il sabotaggio di cavi che passano nel Mar Nero o di quelli che attraversano zone di influenza russe. Tranciare queste infrastrutture può portare a interrompere le comunicazioni via Internet. Conseguenze più gravi si avrebbero se fossero colpiti cavi usati per lo scambio di informazioni militari con ripercussioni sui sistemi di comando o controllo e lo scambio di informazioni sensibili». L’Italia corre il rischio di un black out di dati per l’attacco ai cavi che passano nel Mediterraneo? «Non credo perché l’azione di sabotaggio colpirebbe più Paesi e poi i russi stanno usando altri strumenti per accecare Internet».
Da sinistra: Bruno Migale, Ezio Simonelli, Vittorio Pisani, Luigi De Siervo, Diego Parente e Maurizio Improta
Questa mattina la Lega Serie A ha ricevuto il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, insieme ad altri vertici della Polizia, per un incontro dedicato alla sicurezza negli stadi e alla gestione dell’ordine pubblico. Obiettivo comune: sviluppare strumenti e iniziative per un calcio più sicuro, inclusivo e rispettoso.
Oggi, negli uffici milanesi della Lega Calcio Serie A, il mondo del calcio professionistico ha ospitato le istituzioni di pubblica sicurezza per un confronto diretto e costruttivo.
Il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, accompagnato da alcune delle figure chiave del dipartimento - il questore di Milano Bruno Migale, il dirigente generale di P.S. prefetto Diego Parente e il presidente dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive Maurizio Improta - ha incontrato i vertici della Lega, guidati dal presidente Ezio Simonelli, dall’amministratore delegato Luigi De Siervo e dall’head of competitions Andrea Butti.
Al centro dell’incontro, durato circa un’ora, temi di grande rilevanza per il calcio italiano: la sicurezza negli stadi e la gestione dell’ordine pubblico durante le partite di Serie A. Secondo quanto emerso, si è trattato di un momento di dialogo concreto, volto a rafforzare la collaborazione tra istituzioni e club, con l’obiettivo di rendere le competizioni sportive sempre più sicure per tifosi, giocatori e operatori.
Il confronto ha permesso di condividere esperienze, criticità e prospettive future, aprendo la strada a un percorso comune per sviluppare strumenti e iniziative capaci di garantire un ambiente rispettoso e inclusivo. La volontà di entrambe le parti è chiara: non solo prevenire episodi di violenza o disordine, ma anche favorire la cultura del rispetto, elemento indispensabile per la crescita del calcio italiano e per la tutela dei tifosi.
«L’incontro di oggi rappresenta un passo importante nella collaborazione tra Lega e Forze dell’Ordine», si sottolinea nella nota ufficiale diffusa al termine della visita dalla Lega Serie A. L’intenzione condivisa è quella di creare un dialogo costante, capace di tradursi in azioni concrete, procedure aggiornate e interventi mirati negli stadi di tutta Italia.
In un contesto sportivo sempre più complesso, dove la passione dei tifosi può trasformarsi rapidamente in tensione, il dialogo tra Lega e Polizia appare strategico. La sfida, spiegano i partecipanti, è costruire una rete di sicurezza che sia preventiva, reattiva e sostenibile, tutelando chi partecipa agli eventi senza compromettere l’atmosfera che caratterizza il calcio italiano.
L’appuntamento di Milano conferma come la sicurezza negli stadi non sia solo un tema operativo, ma un valore condiviso: la Serie A e le forze dell’ordine intendono camminare insieme, passo dopo passo, verso un calcio sempre più sicuro, inclusivo e rispettoso.
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Riduci
Due bambini svaniti nel nulla. Mamma e papà non hanno potuto fargli neppure gli auguri di compleanno, qualche giorno fa, quando i due fratellini hanno compiuto 5 e 9 anni in comunità. Eppure una telefonata non si nega neanche al peggior delinquente. Dunque perché a questi genitori viene negato il diritto di vedere e sentire i loro figli? Qual è la grave colpa che avrebbero commesso visto che i bimbi stavano bene?
Un allontanamento che oggi mostra troppi lati oscuri. A partire dal modo in cui quel 16 ottobre i bimbi sono stati portati via con la forza, tra le urla strazianti. Alle ore 11.10, come denunciano le telecamere di sorveglianza della casa, i genitori vengono attirati fuori al cancello da due carabinieri. Alle 11.29 spuntano dal bosco una decina di agenti, armati di tutto punto e col giubbotto antiproiettile. E mentre gridano «Pigliali, pigliali tutti!» fanno irruzione nella casa, dove si trovano, da soli, i bambini. I due fratellini vengono portati fuori dagli agenti, il più piccolo messo a sedere, sulle scale, col pigiamino e senza scarpe. E solo quindici minuti dopo, alle 11,43, come registrano le telecamere, arrivano le assistenti sociali che portano via i bambini tra le urla disperate.
Una procedura al di fuori di ogni regola. Che però ottiene l’appoggio della giudice Nadia Todeschini, del Tribunale dei minori di Firenze. Come riferisce un ispettore ripreso dalle telecamere di sorveglianza della casa: «Ho telefonato alla giudice e le ho detto: “Dottoressa, l’operazione è andata bene. I bambini sono con i carabinieri. E adesso sono arrivati gli assistenti sociali”. E la giudice ha risposto: “Non so come ringraziarvi!”».
Dunque, chi ha dato l’ordine di agire in questo modo? E che trauma è stato inferto a questi bambini? Giriamo la domanda a Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza. «Per la nostra Costituzione un bambino non può essere prelevato con la forza», conferma, «per di più se non è in borghese. Ci sono delle sentenze della Cassazione. Queste modalità non sono conformi allo Stato di diritto. Se il bambino non vuole andare, i servizi sociali si debbono fermare. Purtroppo ci stiamo abituando a qualcosa che è fuori legge».
Proviamo a chiedere spiegazioni ai servizi sociali dell’unione Montana dei comuni Valtiberina, ma l’accoglienza non è delle migliori. Prima minacciano di chiamare i carabinieri. Poi, la più giovane ci chiude la porta in faccia con un calcio. È Veronica Savignani, che quella mattina, come mostrano le telecamere, afferra il bimbo come un pacco. E mentre lui scalcia e grida disperato - «Aiuto! Lasciatemi andare» - lei lo rimprovera: «Ma perché urli?». Dopo un po’ i toni cambiano. Esce a parlarci Sara Spaterna. C’era anche lei quel giorno, con la collega Roberta Agostini, per portare via i bambini. Ma l’unica cosa di cui si preoccupa è che «è stata rovinata la sua immagine». E alle nostre domande ripete come una cantilena: «Non posso rispondere». Anche la responsabile dei servizi, Francesca Meazzini, contattata al telefono, si trincera dietro un «non posso dirle nulla».
Al Tribunale dei Minoridi Firenze, invece, parte lo scarica barile. La presidente, Silvia Chiarantini, dice che «l’allontanamento è avvenuto secondo le regole di legge». E ci conferma che i genitori possono vedere i figli in incontri protetti. E allora perché da due mesi a mamma e papà non è stata concessa neppure una telefonata? E chi pagherà per il trauma fatto a questi bambini?
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Riduci
Il premier: «Il governo ci ha creduto fin dall’inizio, impulso decisivo per nuovi traguardi».
«Il governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo traguardo. Ringrazio i ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier, ma è stata una partita che non abbiamo giocato da soli: abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano. Questo riconoscimento imprimerà al sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi».
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio celebrando l’entrata della cucina italiana nei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. È la prima cucina al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. A deliberarlo, all’unanimità, è stato il Comitato intergovernativo dell’Unesco, riunito a New Delhi, in India.
Ansa
I vaccini a Rna messaggero contro il Covid favoriscono e velocizzano, se a dosi ripetute, la crescita di piccoli tumori già presenti nell’organismo e velocizzano la crescita di metastasi. È quanto emerge dalla letteratura scientifica e, in particolare, dagli esperimenti fatti in vitro sulle cellule e quelli sui topi, così come viene esposto nello studio pubblicato lo scorso 2 dicembre sulla rivista Mdpi da Ciro Isidoro, biologo, medico, patologo e oncologo sperimentale, nonché professore ordinario di patologia generale all’Università del Piemonte orientale di Novara. Lo studio è una review, ovvero una sintesi critica dei lavori scientifici pubblicati finora sull’argomento, e le conclusioni a cui arriva sono assai preoccupanti. Dai dati scientifici emerge che sia il vaccino a mRna contro il Covid sia lo stesso virus possono favorire la crescita di tumori e metastasi già esistenti. Inoltre, alla luce dei dati clinici a disposizione, emerge sempre più chiaramente che a questo rischio di tumori e metastasi «accelerati» appaiono più esposti i vaccinati con più dosi. Fa notare Isidoro: «Proprio a causa delle ripetute vaccinazioni i vaccinati sono più soggetti a contagiarsi e dunque - sebbene sia vero che il vaccino li protegge, ma temporaneamente, dal Covid grave - queste persone si ritrovano nella condizione di poter subire contemporaneamente i rischi oncologici provocati da vaccino e virus naturale messi insieme».
Sono diversi i meccanismi cellulari attraverso cui il vaccino può velocizzare l’andamento del cancro analizzati negli studi citati nella review di Isidoro, intitolata «Sars-Cov2 e vaccini anti-Covid-19 a mRna: Esiste un plausibile legame meccanicistico con il cancro?». Tra questi studi, alcuni rilevano che, in conseguenza della vaccinazione anti-Covid a mRna - e anche in conseguenza del Covid -, «si riduce Ace 2», enzima convertitore di una molecola chiamata angiotensina II, favorendo il permanere di questa molecola che favorisce a sua volta la proliferazione dei tumori. Altri dati analizzati nella review dimostrano inoltre che sia il virus che i vaccini di nuova generazione portano ad attivazione di geni e dunque all’attivazione di cellule tumorali. Altri dati ancora mostrano come sia il virus che il vaccino inibiscano l’espressione di proteine che proteggono dalle mutazioni del Dna.
Insomma, il vaccino anti-Covid, così come il virus, interferisce nei meccanismi cellulari di protezione dal cancro esponendo a maggiori rischi chi ha già una predisposizione genetica alla formazione di cellule tumorali e i malati oncologici con tumori dormienti, spiega Isidoro, facendo notare come i vaccinati con tre o più dosi si sono rivelati più esposti al contagio «perché il sistema immunitario in qualche modo viene ingannato e si adatta alla spike e dunque rende queste persone più suscettibili ad infettarsi».
Nella review anche alcune conferme agli esperimenti in vitro che arrivano dal mondo reale, come uno studio retrospettivo basato su un’ampia coorte di individui non vaccinati (595.007) e vaccinati (2.380.028) a Seul, che ha rilevato un’associazione tra vaccinazione e aumento del rischio di cancro alla tiroide, allo stomaco, al colon-retto, al polmone, al seno e alla prostata. «Questi dati se considerati nel loro insieme», spiega Isidoro, «convergono alla stessa conclusione: dovrebbero suscitare sospetti e stimolare una discussione nella comunità scientifica».
D’altra parte, anche Katalin Karikó, la biochimica vincitrice nel 2023 del Nobel per la Medicina proprio in virtù dei suoi studi sull’Rna applicati ai vaccini anti Covid, aveva parlato di questi possibili effetti collaterali di «acceleratore di tumori già esistenti». In particolare, in un’intervista rilasciata a Die Welt lo scorso gennaio, la ricercatrice ungherese aveva riferito della conversazione con una donna sulla quale, due giorni dopo l’inoculazione, era comparso «un grosso nodulo al seno». La signora aveva attribuito l’insorgenza del cancro al vaccino, mentre la scienziata lo escludeva ma tuttavia forniva una spiegazione del fenomeno: «Il cancro c’era già», spiegava Karikó, «e la vaccinazione ha dato una spinta in più al sistema immunitario, così che le cellule di difesa immunitaria si sono precipitate in gran numero sul nemico», sostenendo, infine, che il vaccino avrebbe consentito alla malcapitata di «scoprire più velocemente il cancro», affermazione che ha lasciato e ancor di più oggi lascia - alla luce di questo studio di Isidoro - irrisolti tanti interrogativi, soprattutto di fronte all’incremento in numero dei cosiddetti turbo-cancri e alla riattivazione di metastasi in malati oncologici, tutti eventi che si sono manifestati post vaccinazione anti- Covid e non hanno trovato altro tipo di plausibilità biologica diversa da una possibile correlazione con i preparati a mRna.
«Marginale il gabinetto di Speranza»
Mentre eravamo chiusi in casa durante il lockdown, il più lungo di tutti i Paesi occidentali, ognuno di noi era certo in cuor suo che i decisori che apparecchiavano ogni giorno alle 18 il tragico rito della lettura dei contagi e dei decessi sapessero ciò che stavano facendo. In realtà, al netto di un accettabile margine di impreparazione vista l’emergenza del tutto nuova, nelle tante stanze dei bottoni che il governo Pd-M5S di allora, guidato da Giuseppe Conte, aveva istituito, andavano tutti in ordine sparso. E l’audizione in commissione Covid del proctologo del San Raffaele Pierpaolo Sileri, allora viceministro alla Salute in quota 5 stelle, ha reso ancor più tangibile il livello d’improvvisazione e sciatteria di chi allora prese le decisioni e oggi è impegnato in tripli salti carpiati pur di rinnegarne la paternità. È il caso, ad esempio, del senatore Francesco Boccia del Pd, che ieri è intervenuto con zelante sollecitudine rivolgendo a Sileri alcune domande che son suonate più come ingannevoli asseverazioni. Una per tutte: «Io penso che il gabinetto del ministero della salute (guidato da Roberto Speranza, ndr) fosse assolutamente marginale, decidevano Protezione civile e coordinamento dei ministri». Il senso dell’intervento di Boccia non è difficile da cogliere: minimizzare le responsabilità del primo imputato della malagestione pandemica, Speranza, collega di partito di Boccia, e rovesciare gli oneri ora sul Cts, ora sulla Protezione civile, eventualmente sul governo ma in senso collegiale. «Puoi chiarire questi aspetti così li mettiamo a verbale?», ha chiesto Boccia a Sileri. L’ex sottosegretario alla salute, però, non ha dato la risposta desiderata: «Il mio ruolo era marginale», ha dichiarato Sileri, impegnato a sua volta a liberarsi del peso degli errori e delle omissioni in nome di un malcelato «io non c’ero, e se c’ero dormivo», «il Cts faceva la valutazione scientifica e la dava alla politica. Era il governo che poi decideva». Quello stesso governo dove Speranza, per forza di cose, allora era il componente più rilevante. Sileri ha dichiarato di essere stato isolato dai funzionari del ministero: «Alle riunioni non credo aver preso parte se non una volta» e «i Dpcm li ricevevo direttamente in aula, non ne avevo nemmeno una copia». Che questo racconto sia funzionale all’obiettivo di scaricare le responsabilità su altri, è un dato di fatto, ma l’immagine che ne esce è quella di decisori «inadeguati e tragicomici», come ebbe già ad ammettere l’altro sottosegretario Sandra Zampa (Pd).Anche sull’adozione dell’antiscientifica «terapia» a base di paracetamolo (Tachipirina) e vigile attesa, Sileri ha dichiarato di essere totalmente estraneo alla decisione: «Non so chi ha redatto la circolare del 30 novembre 2020 che dava agli antinfiammatori un ruolo marginale, ne ho scoperto l’esistenza soltanto dopo che era già uscita». Certo, ha ammesso, a novembre poteva essere dato maggiore spazio ai Fans perché «da marzo avevamo capito che non erano poi così malvagi». Bontà sua. Per Alice Buonguerrieri (Fdi) «è la conferma che la gestione del Covid affogasse nella confusione più assoluta». Boccia è tornato all’attacco anche sul piano pandemico: «Alcuni virologi hanno ribadito che era scientificamente impossibile averlo su Sars Cov-2, confermi?». «L'impatto era inatteso, ma ovviamente avere un piano pandemico aggiornato avrebbe fatto grosse differenze», ha replicato Sileri, che nel corso dell’audizione ha anche preso le distanze dalle misure suggerite dall’Oms che «aveva un grosso peso politico da parte dalla Cina». «I burocrati nominati da Speranza sono stati lasciati spadroneggiare per coprire le scelte errate dei vertici politici», è il commento di Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, alla «chicca» emersa in commissione: un messaggio di fuoco che l’allora capo di gabinetto del ministero Goffredo Zaccardi indirizzò a Sileri («Stai buono o tiro fuori i dossier che ho nel cassetto», avrebbe scritto).In che mani siamo stati.
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