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2022-03-28
La guerra sottomarina per Internet
«Chi diventerà leader nell’intelligenza artificiale dominerà il mondo». Era il 2017 e Vladimir Putin parlando agli studenti all’apertura dell’anno scolastico sottolineò l’importanza strategica delle nuove tecnologie. Nel 2013 esplose lo scandalo Datagate e Edward Snowden, informatico ex tecnico della Cia, rivelò al mondo che era in atto una guerra di spionaggio dove i protagonisti non erano gli 007 ma «cimici» calate negli abissi marini. Il grande pubblico venne a sapere che le profondità degli oceani sono percorse da un reticolo di cavi a fibre ottiche dove viaggiano miliardi di dati, di privati cittadini ma anche di aziende, governi, pubbliche amministrazioni, dati sensibili e quindi anche segreti di Stato. Snowden disse che l’intelligence inglese era riuscita a penetrare nei cavi, intercettando 600 milioni di telefonate al giorno.
Internet viaggia attraverso queste dorsali in fibra ottica subacquee. La loro importanza è sempre più strategica per la vita quotidiana, le attività economiche, ma anche per la sicurezza dei vari Stati, le decisioni strategiche e il controllo delle informazioni. Il 7 gennaio scorso, il capo della Difesa britannica, l’ammiraglio Sir Tony Radakin dichiarò al Times che «la Russia ha sviluppato la capacità di mettere in pericolo i cavi sottomarini e di sfruttarli». Secondo il capo delle forze armate, negli ultimi 20 anni c’è stato «un aumento fenomenale dell’attività sottomarina e subacquea russa». A dicembre 2020 la collisione tra una fregata britannica e un sottomarino russo avevano innescato una serie di speculazioni sull’entità dell’attività russa di mappatura dei cavi.
le manovre russe
Un altro passaggio è utile a capire il carattere strategico di questa rete di cablaggio sottomarino. A novembre 2021 comparve sul sito Formiche.net un intervento dell’europarlamentare olandese Bart Groothuis, relatore della proposta di revisione della direttiva europea Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nonché ex capo del bureau per la sicurezza cibernetica del ministero della Difesa dei Paesi Bassi, che dice: «Molti ministri della Difesa nella Nato e nell’Unione europea ed esperti hanno messo in guardia su sospette operazioni russe contro i cavi sottomarini in fibra ottica. Il timore è che qualcuno possa sabotarli. E proprio la Russia ha fatto due test per disconnettersi da Internet». È questo un riferimento ai tentativi di Mosca di sperimentare una sorta di «Internet sovrano». Un’analisi del think tank statunitense Center for strategic and international studies ha rivelato che a ottobre 2020 i ministri della Difesa alleati hanno ricevuto un rapporto confidenziale sulla «vulnerabilità dei cavi sottomarini transatlantici». L’istituto sottolinea che «nonostante la proliferazione di dichiarazioni pubbliche, che affermano l’importanza di proteggerli, finora è mancata un’azione collettiva per rafforzare la loro sicurezza».
autostrade oceaniche
Ma di cosa stiamo parlando? I cavi sottomarini sono un’infrastruttura cruciale nel mondo contemporaneo, un asset strategico della geoeconomia e della geopolitica internazionali. Il 97% del traffico Internet globale passa attraverso queste dorsali subacquee a fibra ottica (il restante sui satelliti) e grazie a esse si realizzano transazioni finanziarie pari a circa 10 trilioni di dollari al giorno. A oggi il fondo degli oceani è percorso da una rete di 426 cavi pari a 1,2 milioni di chilometri, cioè tre volte la distanza tra la Terra e la Luna.
Lo sviluppo della telefonia cellulare, la possibilità di inviare file di ogni grandezza da un capo all’altro del mondo, ci ha portato a pensare che le informazioni viaggino preferibilmente via etere, tramite i satelliti. Niente di più sbagliato. Il veicolo più economico e performante per le connessioni a lunga distanza è rappresentato dai cavi sottomarini a fibra ottica. L’area euro-atlantica è la strada di cablaggio più antica e trasporta il traffico di dati con dozzine di cavi, la maggior parte dei quali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’Europa fa molto affidamento su questi cavi poiché la maggior parte dei suoi dati è archiviata in data center situati negli Stati Uniti. Altre rotte importanti sono quelle che collegano l’Europa all’Asia (attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez) e l’Asia con gli Stati Uniti (attraverso l’oceano Pacifico).
gestione in mani private
La pianificazione, la produzione, la distribuzione e la manutenzione dei cavi sottomarini sono quasi interamente nelle mani del settore privato. Attualmente, i quattro maggiori fornitori sono Alcatel submarine networks (Francia), Subcom (Stati Uniti), Nec (Giappone) e Huawei marine networks (Cina), la cui quota di mercato è progressivamente salita al 10%. Pechino sta attuando una politica sempre più aggressiva. La sfida tra potenze si gioca anche negli abissi e i cavi, oltre a essere oggetto di spionaggio, possono diventare strumento di sabotaggio. Manomettere uno degli snodi del cablaggio sottomarino significa impossessarsi di dati sensibili, finanziari, militari ma anche potere determinare il blackout informativo di un intero Paese.
Nel dicembre 2019 Taiwan ha affermato che Pechino stava sostenendo investimenti privati nei cavi sottomarini del Pacifico come meccanismo per spiare e rubare dati. Quando la Russia nel 2014 annetté la Crimea, l’esercito russo prese di mira i cavi sottomarini che collegano la penisola alla terraferma per ottenere il controllo dell’ambiente informativo. Controllare più porzioni della rete dei mari significa aumentare il proprio potere. Se ne sono accorti anche i fornitori di contenuti (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) che stanno investendo in questo settore per garantire l’interconnessione dei loro data center. Google ha più di 100.000 chilometri di cavi posati, Facebook 91.000, Amazon 30.000 e Microsoft 6.000.
la dipendenza mondiale
La dipendenza dai cavi sottomarini continuerà ad aumentare con la crescita della domanda di dati, spinta dal passaggio ai servizi cloud e dalla diffusione delle reti 5G. Un mondo iperconnesso e un’economia super digitalizzata dipenderanno sempre più dai cavi. Il mercato dei cablaggi sottomarini dovrebbe raggiungere nel 2026 il valore di 30,8 miliardi di dollari da 10,3 miliardi del 2017. L’Italia ha un ruolo centrale perché nel Sud passano i cavi che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa. A rivelarlo fu Snowden che nel 2013 descrisse come a Mazara del Vallo, in Sicilia, afferiscono 9 tra i più importanti cavi sottomarini internazionali, tra cui quello che rappresenta il più alto grado di criticità: il Sea-Me-We3 (South East Asia-Middle East-Western Europe 3).
Completato nel 2000, oltre a essere il cavo più lungo al mondo con i suoi 39.000 chilometri è capace di trasportare 960 gigabite al secondo. Lo snodo di Mazara del Vallo è un punto nevralgico per l’accesso ai cavi sottomarini più importanti del Mediterraneo. Ugualmente strategica è la base di Agios Nikolaos a Cipro, hub dei cavi in fibra ottica che collegano Israele, Siria, Libano, Egitto, Turchia, Grecia con l’Europa continentale.
Giuseppe Gagliano: «Le intercettazioni subacquee presero il via negli anni Settanta»
«Il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio globale è di grandissima rilevanza. Da essi dipendono le comunicazioni, i flussi finanziari e l’accesso ai dati stoccati nel cloud, quindi il loro controllo costituisce uno strumento formidabile di influenza geoeconomica. La Cina, ma anche la Thailandia e Singapore, stanno concentrando grandi risorse su queste infrastrutture. Gli investimenti nel 2010 erano pari a circa l’1% e dal 2011 in poi, sono saliti ora al 9%». Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis e analista geopolitico, ci guida nella ricostruzione della complessa strategia del cablaggio sottomarino.
Qual è il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio tra potenze?
«Nel 2019, un gruppo di agenzie governative statunitensi guidate dal Dipartimento di giustizia, note come Team Telecom, si sono fortemente opposte al progetto chiamato Pacific light cable network, un cavo sottomarino lungo 8.000 miglia, circa 12.900 chilometri, tra America e Cina a causa di alcuni dubbi sul partner cinese coinvolto nell’operazione. L’infrastruttura, finanziata da Google, Facebook e Peng telecom & media group, uno dei maggiori produttori di hardware e telecomunicazioni in Cina, produrrà il primo collegamento Internet diretto tra Los Angeles e Hong Kong e si prevede che incrementerà la velocità di Internet sia in Cina sia negli Stati Uniti. Il completamento è previsto entro quest’anno. Ma Team Telecom teme che il progetto, dal costo di 300 milioni di dollari, possa facilitare lo spionaggio cinese».
Quali sono i casi di spionaggio più eclatanti tramite i cavi sottomarini?
«Già a partire dagli anni Settanta gli Usa avviarono missioni di intercettazioni dei cavi sottomarini. La più famosa è quella denominata Operation Ivy Bells, una collaborazione tra Marina, Cia e Usa per ascoltare le comunicazioni tra le basi navali sovietiche sul mare di Okhotsk. Nel febbraio 2013 Edward Snowden rivelò che la Nsa aveva introdotto un virus informatico nel cuore del sito di amministrazione e gestione di Sea-Me-We 4, un cavo che veicola le comunicazioni telefoniche e Internet da Marsiglia al Nord Africa, il Medioriente e il Sudest asiatico. Marsiglia costituisce uno dei principali nodi di intercettazione al mondo. Recentemente gli americani hanno intercettato in Honduras un cavo sottomarino che serve un resort in cui si riuniscono operatori economici globali del settore automobilistico e agroalimentare. A giugno 2014 il quotidiano londinese The Register ha svelato l’esistenza di un’area segreta a Seeb, sulla costa settentrionale dell’Oman, gestita dal servizio di sicurezza britannico Gchq, per controllare le comunicazioni tra Paesi arabi. Ma non bisogna dimenticare che due dei quattro cavi subacquei che atterrano a Seeb sono i principali fornitori di connettività in India».
Cosa accadrebbe con un sabotaggio dei cavi sottomarini?
«Danneggerebbe in modo estremamente rilevante le comunicazioni. A farne le spese sarebbe soprattutto l’Europa per tutti i nostri usi: voce, dati, visualizzazione di video, visualizzazione di dati, archiviazione di dati personali o aziendali, transazioni finanziarie. L’Europa è fragile e soggetta a tutti i rischi, dalla rottura del cavo alla sospensione unilaterale del servizio. Le conseguenze, anche sulla sicurezza nazionale, sarebbero drammatiche. La Commissione europea ha poco potere. I 27 Stati membri non fanno causa comune. Manca una strategia globale. A volte alleate, spesso concorrenti, le aziende europee non riescono a unirsi per controllare un’attività con poca o nessuna regolamentazione. La Francia gioca certamente un ruolo di leader con la multinazionale Orange».
C’è il rischio che la Russia usi i cavi sottomarini per eventuali ritorsioni o per spionaggio?
«Probabile. La Royal Navy britannica da tempo controlla con particolare attenzione l’attività sottomarina russa come dimostra l’importanza attribuita alla collisione avvenuta nel dicembre 2020 tra una fregata britannica e un sottomarino russo. Qual era lo scopo del sottomarino russo se non di prendere informazioni dai cavi sottomarini? È evidente che la “cyber warfare” che ha preso avvio dal 2014 tra Russia e Ucraina passa anche per i cavi sottomarini».
La Cina continua ad allargare la zona d’influenza
Mentre tutta l’attenzione è puntata sulla Russia, la Cina continua a operare per allargare il controllo sulla rete di cablaggio degli abissi. Attualmente gli Stati Uniti possiedono il maggior numero di cavi sottomarini ma la Cina si è posta come obiettivo di controllarne il 60% entro il 2025. La strada per arrivare ad avere la leadership in queste infrastrutture strategiche è rappresentata dalla Digital silk road, creata nel 2015 e pilastro della Belt and road initiative (Bri). Con il progetto della Digital silk road, per la quale sono previsti investimenti pari a 95 miliardi di dollari, la Cina intende aumentare il proprio peso politico, economico e tecnologico in particolare nei Paesi in via di sviluppo, Asia meridionale e Africa.
Questa sorta di «colonizzazione» avverrà soprattutto tramite la costruzione di infrastrutture digitali (tra cui reti 5G, cavi, sistemi per memorizzare i dati) in questi Paesi. Pechino inoltre punta a imporre i propri standard tecnologici a livello internazionale e anche agli Stati Uniti. La gara con le imprese americane è entrata nel vivo. Le due principali aziende cinesi del settore, la Hentong e Huawei marine, hanno costruito uno dei più importanti cavi a livello internazionale, il Peace, lungo 12.000 chilometri che connette l’Europa, e in particolare la Francia, al Pakistan passando per il Golfo e il Corno d’Africa. Le aziende cinesi sono tra quelle dominanti nel campo delle infrastrutture fisiche di Internet. Come ha riportato la Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, Huawei marine (oggi Hmn technologies), ha costruito o riparato un quarto dei cavi sottomarini nel mondo.
In risposta alla Nuova via della seta promossa da Pechino, Washington ha varato il Build back better for the world, «un’iniziativa costruttiva per soddisfare le enormi esigenze di infrastrutture dei Paesi a basso e medio reddito», come ha spiegato la Casa Bianca, fornendo un’«alternativa positiva alla Cina». Il piano è stato lanciato al vertice del G7 del 2021 in Cornovaglia. Tuttavia i Paesi europei, pur condannando Pechino sul tema dei diritti umani, non sono disposti a troncare completamente i rapporti economici con la Repubblica Popolare con la quale hanno un interscambio commerciale importante.
Il ruolo strategico dei cavi sottomarini è confermato dall’intervento dell’amministrazione Trump nel 2019 per bloccare il collegamento diretto tra gli Stati Uniti e Hong Kong del Pacific light cable network, progettato nel 2016 da Facebook e Google e connesso a Filippine e Taiwan, ma senza Hong Kong. Il governo americano aveva sollevato il problema della presenza di un’azienda cinese all’interno del consorzio di costruzione e quindi sulla possibilità che il cavo potesse essere oggetto di spionaggio se collegato direttamente al territorio cinese.
Per arginare l’avanzata cinese nell’industria dei cavi a fibra ottica degli abissi, gli Stati Uniti stanno facendo pressione su alcuni Paesi proponendo progetti di connettività alternativi a quelli di Pechino. Un esempio è l’azione di convincimento effettuata sugli Stati federati di Micronesia per convincerli ad abbandonare un contratto da 72,6 milioni di dollari, finanziato dalla Banca mondiale e dalla Banca asiatica di sviluppo, che con ogni probabilità sarebbe assegnato a Huawei. Dopo una lunga trattativa si è deciso che per la realizzazione del cavo la Micronesia avrà solo fondi statunitensi. L’evoluzione della partita tra Usa e Cina per il cablaggio dei mari risentirà dell’esito del conflitto in Ucraina e dei nuovi equilibri geopolitici che si verranno a creare.
Il bersaglio preferito dalle spie
Parla l'esperto di cybersicurezza Luigi Martino: «La manomissione di queste infrastrutture non serve per tagliare fuori un Paese, ma per impadronirsi delle informazioni più riservate».
«È molto difficile usare i cavi sottomarini per isolare un Paese, come strumento di ritorsione durante il conflitto. Sono infrastrutture interconnesse e non è possibile fare una segmentazione tale da escludere un’unica nazione da internet. Piuttosto si può fare azione di spionaggio, come è accaduto più volte in passato, o di sabotaggio». Luigi Martino, direttore del Center for cybersecurity del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Firenze, traccia questo scenario.
È difficile applicare sanzioni mirate su alcuni Paesi per l’uso di cavi sottomarini?
«Non è possibile escludere la Russia dall’utilizzo della rete di cablaggio perché significherebbe penalizzare anche altri Paesi, magari gli stessi che vogliono fare un’azione di pressione su Mosca. Sono infrastrutture interdipendenti. La Russia inoltre sta sperimentando l’autonomia di Internet tramite il programma Runet basato sull’utilizzo di un cavo sottomarino indipendente che consente di staccarsi da Internet globale. Già nel 2019 il Parlamento sovietico aveva deciso di implementare l’Internet alternativo permettendo a Mosca di isolarsi dal resto del mondo. Questo è un dato importante da non sottovalutare. Un tema che finora non è stato affrontato è la gestione pubblico-privata della rete in fondo ai mari. Cosa succede in caso di un attacco contro un cavo sottomarino?».
Se un Paese non può essere isolato nel flusso dei dati, si può però spiare.
«L’attività di spionaggio tramite i cavi di cablaggio è molto diffusa. In passato, alcuni sottomarini russi sono stati trovati nelle vicinanze dei cavi».
È possibile il sabotaggio di questi asset?
«Non escluderei il sabotaggio di cavi che passano nel Mar Nero o di quelli che attraversano zone di influenza russe. Tranciare queste infrastrutture può portare a interrompere le comunicazioni via Internet. Conseguenze più gravi si avrebbero se fossero colpiti cavi usati per lo scambio di informazioni militari con ripercussioni sui sistemi di comando o controllo e lo scambio di informazioni sensibili».
L’Italia corre il rischio di un black out di dati per l’attacco ai cavi che passano nel Mediterraneo?
«Non credo perché l’azione di sabotaggio colpirebbe più Paesi e poi i russi stanno usando altri strumenti per accecare Internet».
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Il 97% del traffico online passa sui fondali in 426 cavi lunghi 1,2 milioni di chilometri. Ogni giorno passano scambi finanziari pari a 10 trilioni di dollari oltre a un’enorme quantità di informazioni. Il loro controllo è conteso tra i grandi del mondo e i colossi del web, che investono capitali immensi, con il rischio di sabotaggio. Parlano due esperti. Lo speciale contiene quattro articoli.«Chi diventerà leader nell’intelligenza artificiale dominerà il mondo». Era il 2017 e Vladimir Putin parlando agli studenti all’apertura dell’anno scolastico sottolineò l’importanza strategica delle nuove tecnologie. Nel 2013 esplose lo scandalo Datagate e Edward Snowden, informatico ex tecnico della Cia, rivelò al mondo che era in atto una guerra di spionaggio dove i protagonisti non erano gli 007 ma «cimici» calate negli abissi marini. Il grande pubblico venne a sapere che le profondità degli oceani sono percorse da un reticolo di cavi a fibre ottiche dove viaggiano miliardi di dati, di privati cittadini ma anche di aziende, governi, pubbliche amministrazioni, dati sensibili e quindi anche segreti di Stato. Snowden disse che l’intelligence inglese era riuscita a penetrare nei cavi, intercettando 600 milioni di telefonate al giorno.Internet viaggia attraverso queste dorsali in fibra ottica subacquee. La loro importanza è sempre più strategica per la vita quotidiana, le attività economiche, ma anche per la sicurezza dei vari Stati, le decisioni strategiche e il controllo delle informazioni. Il 7 gennaio scorso, il capo della Difesa britannica, l’ammiraglio Sir Tony Radakin dichiarò al Times che «la Russia ha sviluppato la capacità di mettere in pericolo i cavi sottomarini e di sfruttarli». Secondo il capo delle forze armate, negli ultimi 20 anni c’è stato «un aumento fenomenale dell’attività sottomarina e subacquea russa». A dicembre 2020 la collisione tra una fregata britannica e un sottomarino russo avevano innescato una serie di speculazioni sull’entità dell’attività russa di mappatura dei cavi. le manovre russeUn altro passaggio è utile a capire il carattere strategico di questa rete di cablaggio sottomarino. A novembre 2021 comparve sul sito Formiche.net un intervento dell’europarlamentare olandese Bart Groothuis, relatore della proposta di revisione della direttiva europea Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nonché ex capo del bureau per la sicurezza cibernetica del ministero della Difesa dei Paesi Bassi, che dice: «Molti ministri della Difesa nella Nato e nell’Unione europea ed esperti hanno messo in guardia su sospette operazioni russe contro i cavi sottomarini in fibra ottica. Il timore è che qualcuno possa sabotarli. E proprio la Russia ha fatto due test per disconnettersi da Internet». È questo un riferimento ai tentativi di Mosca di sperimentare una sorta di «Internet sovrano». Un’analisi del think tank statunitense Center for strategic and international studies ha rivelato che a ottobre 2020 i ministri della Difesa alleati hanno ricevuto un rapporto confidenziale sulla «vulnerabilità dei cavi sottomarini transatlantici». L’istituto sottolinea che «nonostante la proliferazione di dichiarazioni pubbliche, che affermano l’importanza di proteggerli, finora è mancata un’azione collettiva per rafforzare la loro sicurezza». autostrade oceanicheMa di cosa stiamo parlando? I cavi sottomarini sono un’infrastruttura cruciale nel mondo contemporaneo, un asset strategico della geoeconomia e della geopolitica internazionali. Il 97% del traffico Internet globale passa attraverso queste dorsali subacquee a fibra ottica (il restante sui satelliti) e grazie a esse si realizzano transazioni finanziarie pari a circa 10 trilioni di dollari al giorno. A oggi il fondo degli oceani è percorso da una rete di 426 cavi pari a 1,2 milioni di chilometri, cioè tre volte la distanza tra la Terra e la Luna. Lo sviluppo della telefonia cellulare, la possibilità di inviare file di ogni grandezza da un capo all’altro del mondo, ci ha portato a pensare che le informazioni viaggino preferibilmente via etere, tramite i satelliti. Niente di più sbagliato. Il veicolo più economico e performante per le connessioni a lunga distanza è rappresentato dai cavi sottomarini a fibra ottica. L’area euro-atlantica è la strada di cablaggio più antica e trasporta il traffico di dati con dozzine di cavi, la maggior parte dei quali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’Europa fa molto affidamento su questi cavi poiché la maggior parte dei suoi dati è archiviata in data center situati negli Stati Uniti. Altre rotte importanti sono quelle che collegano l’Europa all’Asia (attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez) e l’Asia con gli Stati Uniti (attraverso l’oceano Pacifico).gestione in mani privateLa pianificazione, la produzione, la distribuzione e la manutenzione dei cavi sottomarini sono quasi interamente nelle mani del settore privato. Attualmente, i quattro maggiori fornitori sono Alcatel submarine networks (Francia), Subcom (Stati Uniti), Nec (Giappone) e Huawei marine networks (Cina), la cui quota di mercato è progressivamente salita al 10%. Pechino sta attuando una politica sempre più aggressiva. La sfida tra potenze si gioca anche negli abissi e i cavi, oltre a essere oggetto di spionaggio, possono diventare strumento di sabotaggio. Manomettere uno degli snodi del cablaggio sottomarino significa impossessarsi di dati sensibili, finanziari, militari ma anche potere determinare il blackout informativo di un intero Paese.Nel dicembre 2019 Taiwan ha affermato che Pechino stava sostenendo investimenti privati nei cavi sottomarini del Pacifico come meccanismo per spiare e rubare dati. Quando la Russia nel 2014 annetté la Crimea, l’esercito russo prese di mira i cavi sottomarini che collegano la penisola alla terraferma per ottenere il controllo dell’ambiente informativo. Controllare più porzioni della rete dei mari significa aumentare il proprio potere. Se ne sono accorti anche i fornitori di contenuti (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) che stanno investendo in questo settore per garantire l’interconnessione dei loro data center. Google ha più di 100.000 chilometri di cavi posati, Facebook 91.000, Amazon 30.000 e Microsoft 6.000.la dipendenza mondialeLa dipendenza dai cavi sottomarini continuerà ad aumentare con la crescita della domanda di dati, spinta dal passaggio ai servizi cloud e dalla diffusione delle reti 5G. Un mondo iperconnesso e un’economia super digitalizzata dipenderanno sempre più dai cavi. Il mercato dei cablaggi sottomarini dovrebbe raggiungere nel 2026 il valore di 30,8 miliardi di dollari da 10,3 miliardi del 2017. L’Italia ha un ruolo centrale perché nel Sud passano i cavi che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa. A rivelarlo fu Snowden che nel 2013 descrisse come a Mazara del Vallo, in Sicilia, afferiscono 9 tra i più importanti cavi sottomarini internazionali, tra cui quello che rappresenta il più alto grado di criticità: il Sea-Me-We3 (South East Asia-Middle East-Western Europe 3). Completato nel 2000, oltre a essere il cavo più lungo al mondo con i suoi 39.000 chilometri è capace di trasportare 960 gigabite al secondo. Lo snodo di Mazara del Vallo è un punto nevralgico per l’accesso ai cavi sottomarini più importanti del Mediterraneo. Ugualmente strategica è la base di Agios Nikolaos a Cipro, hub dei cavi in fibra ottica che collegano Israele, Siria, Libano, Egitto, Turchia, Grecia con l’Europa continentale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giuseppe-gagliano-le-intercettazioni-subacquee-presero-il-via-negli-anni-settanta" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> Giuseppe Gagliano: «Le intercettazioni subacquee presero il via negli anni Settanta» «Il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio globale è di grandissima rilevanza. Da essi dipendono le comunicazioni, i flussi finanziari e l’accesso ai dati stoccati nel cloud, quindi il loro controllo costituisce uno strumento formidabile di influenza geoeconomica. La Cina, ma anche la Thailandia e Singapore, stanno concentrando grandi risorse su queste infrastrutture. Gli investimenti nel 2010 erano pari a circa l’1% e dal 2011 in poi, sono saliti ora al 9%». Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis e analista geopolitico, ci guida nella ricostruzione della complessa strategia del cablaggio sottomarino. Qual è il ruolo dei cavi sottomarini nello spionaggio tra potenze? «Nel 2019, un gruppo di agenzie governative statunitensi guidate dal Dipartimento di giustizia, note come Team Telecom, si sono fortemente opposte al progetto chiamato Pacific light cable network, un cavo sottomarino lungo 8.000 miglia, circa 12.900 chilometri, tra America e Cina a causa di alcuni dubbi sul partner cinese coinvolto nell’operazione. L’infrastruttura, finanziata da Google, Facebook e Peng telecom & media group, uno dei maggiori produttori di hardware e telecomunicazioni in Cina, produrrà il primo collegamento Internet diretto tra Los Angeles e Hong Kong e si prevede che incrementerà la velocità di Internet sia in Cina sia negli Stati Uniti. Il completamento è previsto entro quest’anno. Ma Team Telecom teme che il progetto, dal costo di 300 milioni di dollari, possa facilitare lo spionaggio cinese». Quali sono i casi di spionaggio più eclatanti tramite i cavi sottomarini? «Già a partire dagli anni Settanta gli Usa avviarono missioni di intercettazioni dei cavi sottomarini. La più famosa è quella denominata Operation Ivy Bells, una collaborazione tra Marina, Cia e Usa per ascoltare le comunicazioni tra le basi navali sovietiche sul mare di Okhotsk. Nel febbraio 2013 Edward Snowden rivelò che la Nsa aveva introdotto un virus informatico nel cuore del sito di amministrazione e gestione di Sea-Me-We 4, un cavo che veicola le comunicazioni telefoniche e Internet da Marsiglia al Nord Africa, il Medioriente e il Sudest asiatico. Marsiglia costituisce uno dei principali nodi di intercettazione al mondo. Recentemente gli americani hanno intercettato in Honduras un cavo sottomarino che serve un resort in cui si riuniscono operatori economici globali del settore automobilistico e agroalimentare. A giugno 2014 il quotidiano londinese The Register ha svelato l’esistenza di un’area segreta a Seeb, sulla costa settentrionale dell’Oman, gestita dal servizio di sicurezza britannico Gchq, per controllare le comunicazioni tra Paesi arabi. Ma non bisogna dimenticare che due dei quattro cavi subacquei che atterrano a Seeb sono i principali fornitori di connettività in India». Cosa accadrebbe con un sabotaggio dei cavi sottomarini? «Danneggerebbe in modo estremamente rilevante le comunicazioni. A farne le spese sarebbe soprattutto l’Europa per tutti i nostri usi: voce, dati, visualizzazione di video, visualizzazione di dati, archiviazione di dati personali o aziendali, transazioni finanziarie. L’Europa è fragile e soggetta a tutti i rischi, dalla rottura del cavo alla sospensione unilaterale del servizio. Le conseguenze, anche sulla sicurezza nazionale, sarebbero drammatiche. La Commissione europea ha poco potere. I 27 Stati membri non fanno causa comune. Manca una strategia globale. A volte alleate, spesso concorrenti, le aziende europee non riescono a unirsi per controllare un’attività con poca o nessuna regolamentazione. La Francia gioca certamente un ruolo di leader con la multinazionale Orange». C’è il rischio che la Russia usi i cavi sottomarini per eventuali ritorsioni o per spionaggio? «Probabile. La Royal Navy britannica da tempo controlla con particolare attenzione l’attività sottomarina russa come dimostra l’importanza attribuita alla collisione avvenuta nel dicembre 2020 tra una fregata britannica e un sottomarino russo. Qual era lo scopo del sottomarino russo se non di prendere informazioni dai cavi sottomarini? È evidente che la “cyber warfare” che ha preso avvio dal 2014 tra Russia e Ucraina passa anche per i cavi sottomarini». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-cina-continua-ad-allargare-la-zona-dinfluenza" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> La Cina continua ad allargare la zona d’influenza Mentre tutta l’attenzione è puntata sulla Russia, la Cina continua a operare per allargare il controllo sulla rete di cablaggio degli abissi. Attualmente gli Stati Uniti possiedono il maggior numero di cavi sottomarini ma la Cina si è posta come obiettivo di controllarne il 60% entro il 2025. La strada per arrivare ad avere la leadership in queste infrastrutture strategiche è rappresentata dalla Digital silk road, creata nel 2015 e pilastro della Belt and road initiative (Bri). Con il progetto della Digital silk road, per la quale sono previsti investimenti pari a 95 miliardi di dollari, la Cina intende aumentare il proprio peso politico, economico e tecnologico in particolare nei Paesi in via di sviluppo, Asia meridionale e Africa. Questa sorta di «colonizzazione» avverrà soprattutto tramite la costruzione di infrastrutture digitali (tra cui reti 5G, cavi, sistemi per memorizzare i dati) in questi Paesi. Pechino inoltre punta a imporre i propri standard tecnologici a livello internazionale e anche agli Stati Uniti. La gara con le imprese americane è entrata nel vivo. Le due principali aziende cinesi del settore, la Hentong e Huawei marine, hanno costruito uno dei più importanti cavi a livello internazionale, il Peace, lungo 12.000 chilometri che connette l’Europa, e in particolare la Francia, al Pakistan passando per il Golfo e il Corno d’Africa. Le aziende cinesi sono tra quelle dominanti nel campo delle infrastrutture fisiche di Internet. Come ha riportato la Commissione federale delle comunicazioni degli Stati Uniti, Huawei marine (oggi Hmn technologies), ha costruito o riparato un quarto dei cavi sottomarini nel mondo. In risposta alla Nuova via della seta promossa da Pechino, Washington ha varato il Build back better for the world, «un’iniziativa costruttiva per soddisfare le enormi esigenze di infrastrutture dei Paesi a basso e medio reddito», come ha spiegato la Casa Bianca, fornendo un’«alternativa positiva alla Cina». Il piano è stato lanciato al vertice del G7 del 2021 in Cornovaglia. Tuttavia i Paesi europei, pur condannando Pechino sul tema dei diritti umani, non sono disposti a troncare completamente i rapporti economici con la Repubblica Popolare con la quale hanno un interscambio commerciale importante. Il ruolo strategico dei cavi sottomarini è confermato dall’intervento dell’amministrazione Trump nel 2019 per bloccare il collegamento diretto tra gli Stati Uniti e Hong Kong del Pacific light cable network, progettato nel 2016 da Facebook e Google e connesso a Filippine e Taiwan, ma senza Hong Kong. Il governo americano aveva sollevato il problema della presenza di un’azienda cinese all’interno del consorzio di costruzione e quindi sulla possibilità che il cavo potesse essere oggetto di spionaggio se collegato direttamente al territorio cinese. Per arginare l’avanzata cinese nell’industria dei cavi a fibra ottica degli abissi, gli Stati Uniti stanno facendo pressione su alcuni Paesi proponendo progetti di connettività alternativi a quelli di Pechino. Un esempio è l’azione di convincimento effettuata sugli Stati federati di Micronesia per convincerli ad abbandonare un contratto da 72,6 milioni di dollari, finanziato dalla Banca mondiale e dalla Banca asiatica di sviluppo, che con ogni probabilità sarebbe assegnato a Huawei. Dopo una lunga trattativa si è deciso che per la realizzazione del cavo la Micronesia avrà solo fondi statunitensi. L’evoluzione della partita tra Usa e Cina per il cablaggio dei mari risentirà dell’esito del conflitto in Ucraina e dei nuovi equilibri geopolitici che si verranno a creare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-sottomarina-per-internet-2657047490.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-bersaglio-preferito-dalle-spie" data-post-id="2657047490" data-published-at="1648415650" data-use-pagination="False"> Il bersaglio preferito dalle spie Parla l'esperto di cybersicurezza Luigi Martino: «La manomissione di queste infrastrutture non serve per tagliare fuori un Paese, ma per impadronirsi delle informazioni più riservate». «È molto difficile usare i cavi sottomarini per isolare un Paese, come strumento di ritorsione durante il conflitto. Sono infrastrutture interconnesse e non è possibile fare una segmentazione tale da escludere un’unica nazione da internet. Piuttosto si può fare azione di spionaggio, come è accaduto più volte in passato, o di sabotaggio». Luigi Martino, direttore del Center for cybersecurity del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Firenze, traccia questo scenario. È difficile applicare sanzioni mirate su alcuni Paesi per l’uso di cavi sottomarini? «Non è possibile escludere la Russia dall’utilizzo della rete di cablaggio perché significherebbe penalizzare anche altri Paesi, magari gli stessi che vogliono fare un’azione di pressione su Mosca. Sono infrastrutture interdipendenti. La Russia inoltre sta sperimentando l’autonomia di Internet tramite il programma Runet basato sull’utilizzo di un cavo sottomarino indipendente che consente di staccarsi da Internet globale. Già nel 2019 il Parlamento sovietico aveva deciso di implementare l’Internet alternativo permettendo a Mosca di isolarsi dal resto del mondo. Questo è un dato importante da non sottovalutare. Un tema che finora non è stato affrontato è la gestione pubblico-privata della rete in fondo ai mari. Cosa succede in caso di un attacco contro un cavo sottomarino?». Se un Paese non può essere isolato nel flusso dei dati, si può però spiare. «L’attività di spionaggio tramite i cavi di cablaggio è molto diffusa. In passato, alcuni sottomarini russi sono stati trovati nelle vicinanze dei cavi». È possibile il sabotaggio di questi asset? «Non escluderei il sabotaggio di cavi che passano nel Mar Nero o di quelli che attraversano zone di influenza russe. Tranciare queste infrastrutture può portare a interrompere le comunicazioni via Internet. Conseguenze più gravi si avrebbero se fossero colpiti cavi usati per lo scambio di informazioni militari con ripercussioni sui sistemi di comando o controllo e lo scambio di informazioni sensibili». L’Italia corre il rischio di un black out di dati per l’attacco ai cavi che passano nel Mediterraneo? «Non credo perché l’azione di sabotaggio colpirebbe più Paesi e poi i russi stanno usando altri strumenti per accecare Internet».
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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