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2020-01-23
La Giornata della memoria squalificata dal vittimismo
Ansa
Coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia
Che la Giornata della memoria sia scappata di mano è un dato di fatto. Si fanno sempre più strada, tra molti ebrei come pure tra tante persone non ebree, sentimenti di disagio, esasperazione e, purtroppo, finanche fastidio. Prima ancora del cattivo uso della memoria della Shoah, vi è un dilagante e ossessivo abuso di tale memoria. Questo abuso si è spesso ubriacato di retorica e di iperboli, più che di sensibilità, studio e riflessione.
Di anno in anno, l'impianto liturgico si è fatto più imponente: una solenne «messa» laica, post cristiana. Alla confessione di peccato corrispondono i crimini d'odio, insidiosamente declinati più in maniera collettiva che afferente alle responsabilità individuali; alle letture bibliche si sostituiscono le testimonianze dei sopravvissuti o pagine dei loro sofferti ricordi; a omelie stantie si avvicendano trite lezioni di morale civile e politica; al crocifisso si sovrappongono gli ebrei, nuovamente figure cristiche e interessanti soltanto in quanto vittime. Ed è così che il ricordo della Shoah sembra essere sottoposto anch'esso a un'ermeneutica non troppo dissimile da quella con cui la patristica strappò le Scritture ebraiche agli ebrei, generalizzandole e universalizzandole per una nuova società e per nuovi scopi, talora rivolgendole proprio contro gli stessi ebrei, quando cioè non ci si poteva agevolmente svincolare dal riferimento concreto e puntuale, particolare e peculiare, all'ebraismo e agli ebrei.
Se la Giornata della memoria è anzitutto, universalmente, il luogo per parlare di ogni forma di discriminazione e persecuzione, ossia l'espressione estrema del razzismo, il problema sarà allora addomesticare e contenere l'antisemitismo nel più generale razzismo. Ed è così che il riferimento agli ebrei insiste unicamente sul loro essere stati vittime, fossilizzandoli a quel ruolo drammatico e passivo, con un totale disinteresse sulle rinascite e sui conseguimenti successivi, personali e comunitari. Sulla vita dopo, nonostante. Non solo: man mano che questo processo di generalizzazione procede, inevitabilmente si moltiplica la tentazione di accostarvi ogni altra tragedia e violenza umana, sì che il riferimento storico specifico all'antisemitismo e agli ebrei o viene ridimensionato e sbiadito, oppure infastidisce, perché sembra tradire l'afflato universalizzante.
È doveroso rivendicare la portata universale di Auschwitz, con i suoi moniti all'intero genere umano. Per farlo è però, al contempo, imprescindibile precondizione e criterio regolatore comprenderne la primaria e specifica portata per gli ebrei e in relazione agli ebrei. I progressisti, molti in assoluta buona fede e con nobili intenti, taluni invece con sofisticata cattiva coscienza, hanno cercato di svellere questo nesso, che, se perduto, tradisce l'intera memoria della Shoah, falsificandola. Ed è esattamente così che è stato possibile usare tale preziosa memoria, appropriandosene alcuni, per delegittimare culturalmente e politicamente altri. Questa è, a tutti gli effetti, una profanazione.
I «liturgisti» della memoria, comunque, nonostante il carattere «ecumenico» di molte cerimonie, non sono stati, sin dagli inizi, tuttavia così universali e inclusivi come vorrebbero apparire. Dove sono e dove sono state, infatti, le testimonianze presso le massime istituzioni della Repubblica dei Testimoni di Geova o degli omosessuali, vittime anch'essi?
Chiaramente c'è un certo imbarazzo… colpevole a mio avviso. Quando verranno sdoganate anche queste testimonianze, la colpevolezza si trasformerà in semplice ipocrisia. Ciò sottolineato, è indubbio che vi sia una distanza, da riconoscersi, tra la Shoah patita dagli ebrei, e le tremende persecuzioni di cui soffrirono, nell'imperversare della stessa barbarie nazifascista, altre comunità umane. Certamente, una riflessione attenta, onesta e puntuale sull'antisemitismo, come pure sul pregiudizio delegittimante e omicida contro gli omosessuali, romperebbe l'idea che tutto ciò sia facilmente riducibile a declinazioni diverse di un più ampio razzismo, dato che si tratta, occorre ripeterlo ancora una volta, di mali specifici, con origini, attitudini e declinazioni tra loro anche irriducibili.
Da anni mi tormenta un interrogativo: perché gli occidentali non hanno riconosciuto anche al genocidio armeno (patito pure da 800.000 cristiani assiri e da 400.000 greci del Ponto) questa cesura drammatica della Storia, tremendamente reale e con un enorme portato simbolico?
Perché abbiamo teologie della Shoah -persino da parte cristiana- e nulla o quasi sul genocidio armeno? Perché la filosofia non se ne curò (e in ampia misura ancora non se ne cura), nonostante il pensiero politico, filosofico e teologico tedesco ben sapesse cosa stesse accadendo agli armeni e talora lo giustificasse, essendo peraltro i tedeschi i principali complici dei turchi nell'opera genocidaria? Perché non contrastare con ogni mezzo politico ed economico un negazionismo di Stato, perpetrato durante e dopo (sino a oggi) l'opera genocidaria contro gli armeni, a fronte di un Paese che arretra di ora in ora rispetto al riconoscimento di diritti minimi irrinunciabili, quali quello di espressione e di stampa?
Dopotutto, le deportazioni moderne di massa non sono state certo inventate dai nazisti con la Shoah. Le nazioni europee (Francia, Belgio, Inghilterra, Portogallo, Spagna e Olanda) si sono con successo peritate nel deportare con industriale efficacia dall'Africa almeno una dozzina di milioni di esseri umani, con spesso ampia complicità delle potenze musulmane: c'era là uno scopo economico. L'Inquisizione portoghese deportò via nave, per processarli e condannarli scenograficamente a Lisbona, decine di migliaia di marrani, criptoebrei e giudaizzanti da Rio de Janeiro e dal Brasile: fu totalmente antieconomico, ma vi era un fine dimostrativo e autocelebrativo.
Le deportazioni in massa degli armeni e degli ebrei, invece, dovevano occultare (negazionismo intragenocidario) l'opera genocidaria ed eliminare, per la sola colpa di essere nati, ebrei e armeni, anche se questo significava distruggere la società ottomana o quelle europee e impoverirle, persino quando questo risultò totalmente antieconomico, con i rispettivi regimi allo strenuo. E, ancora, dopotutto, anche gli armeni, il più antico popolo cristiano, morto martire e non apostata, possono essere intesi da alcuni come una figura cristica. Infine, la parola «genocidio», subito giustamente applicata alla Shoah, fu coniata da un pensatore e giurista ebreo, Raphael Lemkin, che la inventò pensando agli armeni.
Molti rispondono che quel che è successo agli ebrei è successo qui da noi, ecco perché. Ammesso (e non concesso) che questa risposta sia valida, si impone un'obiezione: perché mai, allora, andare sempre e in primo luogo ad Auschwitz, disertando istituzioni e scuole i principali luoghi della memoria italiana, confinando all'alterità oltreconfine la barbarie nazista? È raro che vi siano circuiti e treni della memoria, con un itinerario tutto italiano, che partano dai ghetti romano, veneziano o anconetano (i primi della Storia, proprio alla radice di questa drammatica storia) e che poi transitino per le Fosse Ardeatine e per Fossoli, per Borgo S. Dalmazzo, il Memoriale della Shoah di Milano, il Meis di Ferrara, il campo di Bolzano e la Risiera di S. Sabba, con il suo crematorio italiano. È più facile esorcizzare gran parte del male Oltralpe, e rende possibili narrazioni nazionali più confortanti. Ed è così che si può cercare di ridimensionare il tradimento atroce patito dagli ebrei italiani, tra i più entusiasti e fedeli fautori dell'Unità d'Italia, durante gli anni del nazifascismo. Così come è più facile tacere sui tradimenti successivi, inflitti ai superstiti: dalle odiose parole di Benedetto Croce alla trasformazione oscena e ignobile di un pur grande giurista, Gaetano Azzariti, da presidente del famigerato Tribunale della Razza a Presidente della Corte costituzionale della Repubblica italiana, in quota comunista, con silenzi decennali.
La Giornata della memoria dovrebbe educarci al silenzio, all'interrogativo angoscioso e all'assunzione drammatica ed esigente della complessità dell'umano e delle sue tenebre intrinseche, e non agli slogan facili, come il pur doveroso e auspicabile «mai più».
La polemica su via Almirante è una scusa per oscurare l’antisemitismo della sinistra
«Non si può fare storia demonizzando certi nomi anziché riferendosi alle situazioni reali». Queste parole pronunciate da Renzo De Felice (e contenute nel terzo volume dei suoi Scritti giornalistici editi da Luni), tornano in mente mentre si assiste alla polemica sulla via dedicata a Giorgio Almirante dal Comune di Verona. Secondo Liliana Segre, l'intitolazione di una strada al fu leader missino sarebbe incompatibile con la sua cittadinanza onoraria. Il pensiero della senatrice a vita - sopravvissuta all'Olocausto - è comprensibile, e non sta certo a noi discuterlo. Decisamente meno giustificata, invece, è la posizione di vari esponenti della sinistra, a partire da quelli veronesi per arrivare ai nomi di rilievo nazionale (Alessia Rotta, Massimo Cacciari e altri).
Il punto è che la baruffa su Almirante oscura un pezzo di storia. Per l'ennesima volta, si tenta di presentare l'antisemitismo come un tratto distintivo della destra italiana e si stende una coltre di oblio sull'odio di stampo progressista. Il capo missino, come ha ricordato sulla Stampa Mattia Feltri, condannò con decisione ogni forma di anti ebraismo, oltre ad avere aiutato una famiglia ebrea a scampare alle persecuzioni. Più in generale, la destra italiana - anche perché è spesso stata costretta a farlo - ha affrontato il proprio passato, lo ha elaborato e ne ha tratto insegnamenti preziosi. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del fronte progressista. Il quale, ancora oggi, continua a nascondere e proteggere la propria componente antisemita e ostinatamente rifiuta di fare i conti con la realtà.
A portare un po' di chiarezza sull'argomento sono due volumi che meriterebbero una vasta eco, e che dovrebbero essere lungamente discussi non soltanto a livello accademico. Il primo è La sinistra italiana e gli ebrei di Alessandra Tarquini, appena pubblicato dal Mulino. Il secondo è «Ben venga la propaganda», di Claudio Siniscalchi (Studium). Partiamo da quest'ultimo. Storico del cinema, Siniscalchi esamina il film Süss, l'ebreo (Jud Süss, 1940) di Veit Harlan e la ricezione che ha avuto nel nostro Paese. Stiamo parlando di una delle più famose pellicole di propaganda realizzate dal regime nazionalsocialista: l'ebreo Süss si presenta in un paesino tedesco a cerca, con fare mellifluo, di portare corruzione e decadenza fra gli ariani. La carica antisemita, come si può immaginare, è ai massimi livelli.
Il film fu accolto come un capolavoro nel nostro Paese, e tra i più entusiasti recensori ci furono alcuni personaggi oggi piuttosto noti. Dopo la prima bolognese del 1941, per esempio, sul settimanale L'Assalto comparve un articolo elogiativo firmato da un giovane critico cinematografico di nome Enzo Biagi. Sì, proprio lui, una delle colonne del giornalismo italiano. Sentite che scriveva di Süss, l'ebreo: «Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte, perché li trova illustrati con una efficacia che né il libro, il giornale o il teatro potrebbero avere». Niente male: Biagi sosteneva che si potesse comprendere perfettamente l'ebraismo tramite un film di propaganda antiebraica nazista. Che dite, cancelliamo dallo stradario le vie dedicate al celeberrimo cronista, divenuto negli ultimi anni di vita un eroe della sinistra antiberlusconiana?
Ancora meglio di Biagi, però, fece un altro mito progressista, il futuro regista Michelangelo Antonioni, che sul Corriere Padano diede libero sfogo all'entusiasmo per la pellicola di Harlan: «Non esitiamo a dire che se questa è propaganda, ben venga la propaganda», scrisse. «Poiché il film è potente, incisivo, efficacissimo. [...] Stonature non ce ne sono, tutto procede con una coerenza lucidissima, con un ritmo incalzante, con una precisione matematica, che vuol dire intelligente. E di intelligenza in L'ebreo Süss ce n'è molta, molta. Vedrete l'episodio di Süss che violenta la fanciulla: è condotto con una abilità sorprendente». Un film bellissimo, intelligente perfino. Di nuovo: facciamo piazza pulita delle strade intitolate ad Antonioni? Ovviamente abbiamo citato soltanto due casi che, per quanto sorprendenti, risultano minori all'interno della vastissima storia dell'odio rosso contro gli ebrei.
Del resto, come nota Alessandra Tarquini, «l'antisemitismo moderno nacque nella cultura politica della sinistra e non in quella della destra». Gran parte dei socialisti e dei comunisti, quand'anche non facevano proprio gli stereotipi razzisti mutuati dall'anti ebraismo «biologico», ritenevano che l'unico modo per risolvere la «questione ebraica» fosse quello di cancellare l'identità degli ebrei, assimilandoli fino a che smettessero di esistere come corpo estraneo.
Il volume della Tarquini smonta un luogo comune, e cioè che l'antisemitismo di sinistra sia legato al dibattito su Israele e Palestina. In realtà non poche personalità progressiste, nel corso dei decenni, hanno dato prova di odio verso gli ebrei in quanto tali. Poi, certo, la nascita dello Stato ebraico ha esacerbato gli animi. Persino Enrico Berlinguer, nel 1967, criticava l'atteggiamento degli arabi verso Israele poiché «puntare sulla distruzione significa puntare su una prospettiva irrealizzabile» (e se fosse stata realizzabile?). Di esempi potremmo farne a centinaia: dai ruggiti di Alberto Asor Rosa fino ai grugniti di Chef Rubio, per tacere del filo islamismo di sinistra (ben descritto da Giulio Meotti in L'Europa senza ebrei, Lindau). Ma questo pezzo di storia non si racconta mai. Perché ai cari progressisti non interessa davvero combattere l'odio: a loro importa sfruttarlo per accusare di nazismo chiunque non la pensi come loro.
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È diventata una «messa laica» contro il razzismo: così si oscura il riferimento agli ebrei. E intanto si dimentica il genocidio armeno.L'astio verso il popolo d'Israele non è affatto «di destra». I progressisti alimentano l'ennesimo scontro sul leader missino per lavarsi una coscienza tutt'altro che pulita.Lo speciale contiene due articoliCoordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-Nord ItaliaChe la Giornata della memoria sia scappata di mano è un dato di fatto. Si fanno sempre più strada, tra molti ebrei come pure tra tante persone non ebree, sentimenti di disagio, esasperazione e, purtroppo, finanche fastidio. Prima ancora del cattivo uso della memoria della Shoah, vi è un dilagante e ossessivo abuso di tale memoria. Questo abuso si è spesso ubriacato di retorica e di iperboli, più che di sensibilità, studio e riflessione.Di anno in anno, l'impianto liturgico si è fatto più imponente: una solenne «messa» laica, post cristiana. Alla confessione di peccato corrispondono i crimini d'odio, insidiosamente declinati più in maniera collettiva che afferente alle responsabilità individuali; alle letture bibliche si sostituiscono le testimonianze dei sopravvissuti o pagine dei loro sofferti ricordi; a omelie stantie si avvicendano trite lezioni di morale civile e politica; al crocifisso si sovrappongono gli ebrei, nuovamente figure cristiche e interessanti soltanto in quanto vittime. Ed è così che il ricordo della Shoah sembra essere sottoposto anch'esso a un'ermeneutica non troppo dissimile da quella con cui la patristica strappò le Scritture ebraiche agli ebrei, generalizzandole e universalizzandole per una nuova società e per nuovi scopi, talora rivolgendole proprio contro gli stessi ebrei, quando cioè non ci si poteva agevolmente svincolare dal riferimento concreto e puntuale, particolare e peculiare, all'ebraismo e agli ebrei.Se la Giornata della memoria è anzitutto, universalmente, il luogo per parlare di ogni forma di discriminazione e persecuzione, ossia l'espressione estrema del razzismo, il problema sarà allora addomesticare e contenere l'antisemitismo nel più generale razzismo. Ed è così che il riferimento agli ebrei insiste unicamente sul loro essere stati vittime, fossilizzandoli a quel ruolo drammatico e passivo, con un totale disinteresse sulle rinascite e sui conseguimenti successivi, personali e comunitari. Sulla vita dopo, nonostante. Non solo: man mano che questo processo di generalizzazione procede, inevitabilmente si moltiplica la tentazione di accostarvi ogni altra tragedia e violenza umana, sì che il riferimento storico specifico all'antisemitismo e agli ebrei o viene ridimensionato e sbiadito, oppure infastidisce, perché sembra tradire l'afflato universalizzante.È doveroso rivendicare la portata universale di Auschwitz, con i suoi moniti all'intero genere umano. Per farlo è però, al contempo, imprescindibile precondizione e criterio regolatore comprenderne la primaria e specifica portata per gli ebrei e in relazione agli ebrei. I progressisti, molti in assoluta buona fede e con nobili intenti, taluni invece con sofisticata cattiva coscienza, hanno cercato di svellere questo nesso, che, se perduto, tradisce l'intera memoria della Shoah, falsificandola. Ed è esattamente così che è stato possibile usare tale preziosa memoria, appropriandosene alcuni, per delegittimare culturalmente e politicamente altri. Questa è, a tutti gli effetti, una profanazione.I «liturgisti» della memoria, comunque, nonostante il carattere «ecumenico» di molte cerimonie, non sono stati, sin dagli inizi, tuttavia così universali e inclusivi come vorrebbero apparire. Dove sono e dove sono state, infatti, le testimonianze presso le massime istituzioni della Repubblica dei Testimoni di Geova o degli omosessuali, vittime anch'essi? Chiaramente c'è un certo imbarazzo… colpevole a mio avviso. Quando verranno sdoganate anche queste testimonianze, la colpevolezza si trasformerà in semplice ipocrisia. Ciò sottolineato, è indubbio che vi sia una distanza, da riconoscersi, tra la Shoah patita dagli ebrei, e le tremende persecuzioni di cui soffrirono, nell'imperversare della stessa barbarie nazifascista, altre comunità umane. Certamente, una riflessione attenta, onesta e puntuale sull'antisemitismo, come pure sul pregiudizio delegittimante e omicida contro gli omosessuali, romperebbe l'idea che tutto ciò sia facilmente riducibile a declinazioni diverse di un più ampio razzismo, dato che si tratta, occorre ripeterlo ancora una volta, di mali specifici, con origini, attitudini e declinazioni tra loro anche irriducibili.Da anni mi tormenta un interrogativo: perché gli occidentali non hanno riconosciuto anche al genocidio armeno (patito pure da 800.000 cristiani assiri e da 400.000 greci del Ponto) questa cesura drammatica della Storia, tremendamente reale e con un enorme portato simbolico? Perché abbiamo teologie della Shoah -persino da parte cristiana- e nulla o quasi sul genocidio armeno? Perché la filosofia non se ne curò (e in ampia misura ancora non se ne cura), nonostante il pensiero politico, filosofico e teologico tedesco ben sapesse cosa stesse accadendo agli armeni e talora lo giustificasse, essendo peraltro i tedeschi i principali complici dei turchi nell'opera genocidaria? Perché non contrastare con ogni mezzo politico ed economico un negazionismo di Stato, perpetrato durante e dopo (sino a oggi) l'opera genocidaria contro gli armeni, a fronte di un Paese che arretra di ora in ora rispetto al riconoscimento di diritti minimi irrinunciabili, quali quello di espressione e di stampa?Dopotutto, le deportazioni moderne di massa non sono state certo inventate dai nazisti con la Shoah. Le nazioni europee (Francia, Belgio, Inghilterra, Portogallo, Spagna e Olanda) si sono con successo peritate nel deportare con industriale efficacia dall'Africa almeno una dozzina di milioni di esseri umani, con spesso ampia complicità delle potenze musulmane: c'era là uno scopo economico. L'Inquisizione portoghese deportò via nave, per processarli e condannarli scenograficamente a Lisbona, decine di migliaia di marrani, criptoebrei e giudaizzanti da Rio de Janeiro e dal Brasile: fu totalmente antieconomico, ma vi era un fine dimostrativo e autocelebrativo. Le deportazioni in massa degli armeni e degli ebrei, invece, dovevano occultare (negazionismo intragenocidario) l'opera genocidaria ed eliminare, per la sola colpa di essere nati, ebrei e armeni, anche se questo significava distruggere la società ottomana o quelle europee e impoverirle, persino quando questo risultò totalmente antieconomico, con i rispettivi regimi allo strenuo. E, ancora, dopotutto, anche gli armeni, il più antico popolo cristiano, morto martire e non apostata, possono essere intesi da alcuni come una figura cristica. Infine, la parola «genocidio», subito giustamente applicata alla Shoah, fu coniata da un pensatore e giurista ebreo, Raphael Lemkin, che la inventò pensando agli armeni.Molti rispondono che quel che è successo agli ebrei è successo qui da noi, ecco perché. Ammesso (e non concesso) che questa risposta sia valida, si impone un'obiezione: perché mai, allora, andare sempre e in primo luogo ad Auschwitz, disertando istituzioni e scuole i principali luoghi della memoria italiana, confinando all'alterità oltreconfine la barbarie nazista? È raro che vi siano circuiti e treni della memoria, con un itinerario tutto italiano, che partano dai ghetti romano, veneziano o anconetano (i primi della Storia, proprio alla radice di questa drammatica storia) e che poi transitino per le Fosse Ardeatine e per Fossoli, per Borgo S. Dalmazzo, il Memoriale della Shoah di Milano, il Meis di Ferrara, il campo di Bolzano e la Risiera di S. Sabba, con il suo crematorio italiano. È più facile esorcizzare gran parte del male Oltralpe, e rende possibili narrazioni nazionali più confortanti. Ed è così che si può cercare di ridimensionare il tradimento atroce patito dagli ebrei italiani, tra i più entusiasti e fedeli fautori dell'Unità d'Italia, durante gli anni del nazifascismo. Così come è più facile tacere sui tradimenti successivi, inflitti ai superstiti: dalle odiose parole di Benedetto Croce alla trasformazione oscena e ignobile di un pur grande giurista, Gaetano Azzariti, da presidente del famigerato Tribunale della Razza a Presidente della Corte costituzionale della Repubblica italiana, in quota comunista, con silenzi decennali.La Giornata della memoria dovrebbe educarci al silenzio, all'interrogativo angoscioso e all'assunzione drammatica ed esigente della complessità dell'umano e delle sue tenebre intrinseche, e non agli slogan facili, come il pur doveroso e auspicabile «mai più».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-giornata-della-memoria-squalificata-dal-vittimismo-2644891391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-polemica-su-via-almirante-e-una-scusa-per-oscurare-lantisemitismo-della-sinistra" data-post-id="2644891391" data-published-at="1775897294" data-use-pagination="False"> La polemica su via Almirante è una scusa per oscurare l’antisemitismo della sinistra «Non si può fare storia demonizzando certi nomi anziché riferendosi alle situazioni reali». Queste parole pronunciate da Renzo De Felice (e contenute nel terzo volume dei suoi Scritti giornalistici editi da Luni), tornano in mente mentre si assiste alla polemica sulla via dedicata a Giorgio Almirante dal Comune di Verona. Secondo Liliana Segre, l'intitolazione di una strada al fu leader missino sarebbe incompatibile con la sua cittadinanza onoraria. Il pensiero della senatrice a vita - sopravvissuta all'Olocausto - è comprensibile, e non sta certo a noi discuterlo. Decisamente meno giustificata, invece, è la posizione di vari esponenti della sinistra, a partire da quelli veronesi per arrivare ai nomi di rilievo nazionale (Alessia Rotta, Massimo Cacciari e altri). Il punto è che la baruffa su Almirante oscura un pezzo di storia. Per l'ennesima volta, si tenta di presentare l'antisemitismo come un tratto distintivo della destra italiana e si stende una coltre di oblio sull'odio di stampo progressista. Il capo missino, come ha ricordato sulla Stampa Mattia Feltri, condannò con decisione ogni forma di anti ebraismo, oltre ad avere aiutato una famiglia ebrea a scampare alle persecuzioni. Più in generale, la destra italiana - anche perché è spesso stata costretta a farlo - ha affrontato il proprio passato, lo ha elaborato e ne ha tratto insegnamenti preziosi. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del fronte progressista. Il quale, ancora oggi, continua a nascondere e proteggere la propria componente antisemita e ostinatamente rifiuta di fare i conti con la realtà. A portare un po' di chiarezza sull'argomento sono due volumi che meriterebbero una vasta eco, e che dovrebbero essere lungamente discussi non soltanto a livello accademico. Il primo è La sinistra italiana e gli ebrei di Alessandra Tarquini, appena pubblicato dal Mulino. Il secondo è «Ben venga la propaganda», di Claudio Siniscalchi (Studium). Partiamo da quest'ultimo. Storico del cinema, Siniscalchi esamina il film Süss, l'ebreo (Jud Süss, 1940) di Veit Harlan e la ricezione che ha avuto nel nostro Paese. Stiamo parlando di una delle più famose pellicole di propaganda realizzate dal regime nazionalsocialista: l'ebreo Süss si presenta in un paesino tedesco a cerca, con fare mellifluo, di portare corruzione e decadenza fra gli ariani. La carica antisemita, come si può immaginare, è ai massimi livelli. Il film fu accolto come un capolavoro nel nostro Paese, e tra i più entusiasti recensori ci furono alcuni personaggi oggi piuttosto noti. Dopo la prima bolognese del 1941, per esempio, sul settimanale L'Assalto comparve un articolo elogiativo firmato da un giovane critico cinematografico di nome Enzo Biagi. Sì, proprio lui, una delle colonne del giornalismo italiano. Sentite che scriveva di Süss, l'ebreo: «Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte, perché li trova illustrati con una efficacia che né il libro, il giornale o il teatro potrebbero avere». Niente male: Biagi sosteneva che si potesse comprendere perfettamente l'ebraismo tramite un film di propaganda antiebraica nazista. Che dite, cancelliamo dallo stradario le vie dedicate al celeberrimo cronista, divenuto negli ultimi anni di vita un eroe della sinistra antiberlusconiana? Ancora meglio di Biagi, però, fece un altro mito progressista, il futuro regista Michelangelo Antonioni, che sul Corriere Padano diede libero sfogo all'entusiasmo per la pellicola di Harlan: «Non esitiamo a dire che se questa è propaganda, ben venga la propaganda», scrisse. «Poiché il film è potente, incisivo, efficacissimo. [...] Stonature non ce ne sono, tutto procede con una coerenza lucidissima, con un ritmo incalzante, con una precisione matematica, che vuol dire intelligente. E di intelligenza in L'ebreo Süss ce n'è molta, molta. Vedrete l'episodio di Süss che violenta la fanciulla: è condotto con una abilità sorprendente». Un film bellissimo, intelligente perfino. Di nuovo: facciamo piazza pulita delle strade intitolate ad Antonioni? Ovviamente abbiamo citato soltanto due casi che, per quanto sorprendenti, risultano minori all'interno della vastissima storia dell'odio rosso contro gli ebrei. Del resto, come nota Alessandra Tarquini, «l'antisemitismo moderno nacque nella cultura politica della sinistra e non in quella della destra». Gran parte dei socialisti e dei comunisti, quand'anche non facevano proprio gli stereotipi razzisti mutuati dall'anti ebraismo «biologico», ritenevano che l'unico modo per risolvere la «questione ebraica» fosse quello di cancellare l'identità degli ebrei, assimilandoli fino a che smettessero di esistere come corpo estraneo. Il volume della Tarquini smonta un luogo comune, e cioè che l'antisemitismo di sinistra sia legato al dibattito su Israele e Palestina. In realtà non poche personalità progressiste, nel corso dei decenni, hanno dato prova di odio verso gli ebrei in quanto tali. Poi, certo, la nascita dello Stato ebraico ha esacerbato gli animi. Persino Enrico Berlinguer, nel 1967, criticava l'atteggiamento degli arabi verso Israele poiché «puntare sulla distruzione significa puntare su una prospettiva irrealizzabile» (e se fosse stata realizzabile?). Di esempi potremmo farne a centinaia: dai ruggiti di Alberto Asor Rosa fino ai grugniti di Chef Rubio, per tacere del filo islamismo di sinistra (ben descritto da Giulio Meotti in L'Europa senza ebrei, Lindau). Ma questo pezzo di storia non si racconta mai. Perché ai cari progressisti non interessa davvero combattere l'odio: a loro importa sfruttarlo per accusare di nazismo chiunque non la pensi come loro.
Attacco israeliano nel Sud del Libano il 10 aprile 2026 (Ansa)
Mercoledì sono stati colpiti diversi quartieri residenziali della capitale, dove una serie di raid aerei israeliani ha provocato oltre 300 morti, trasformandolo nel giorno più sanguinoso dall’inizio del nuovo conflitto. Ma Beirut, la valle della Bekaa e tutto il sud sono ormai un bersaglio quotidiano dell’aviazione di Tel Aviv, che anche ieri ha colpito. Intanto Hezbollah, in risposta all’attacco sulla capitale, ha lanciato una serie di missili contro una base navale dell’esercito israeliano nella città di Ashdod, nell’estremo sud d’Israele al confine con la striscia di Gaza, a dimostrazione che le potenzialità balistiche del Partito di Dio sono ancora enormemente ampie. Il movimento sciita filoiraniano ha dichiarato che non intende fermarsi fino al termine dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti, bersagliando di razzi il nord israeliano e soprattutto la Galilea. Hezbollah rivendica di aver diritto alle sue operazioni militari come una risposta alla violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dal Pakistan ed accettato da Teheran e Washington.
Ma questa nuova guerra rischia di travolgere il piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo, dove la popolazione scivola verso una grave crisi di sicurezza alimentare a causa dell’aumento dei prezzi e della crescente domanda da parte delle famiglie sfollate a causa dei bombardamenti israeliani. Questo l’allarme lanciato dai rappresentanti del World Food Programme in Libano, che stanno cercando di affrontare anche il problema delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dalle aree meridionali. Israele, su pressione di Donald Trump, ha però accettato l’apertura di negoziati diretti con il Libano, che si terranno a partire da martedì prossimo a Washington e che potrebbero evitare un ulteriore escalation nel Paese dei cedri.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha subito accettato di recarsi nella capitale statunitense nei prossimi giorni, nel tentativo di portare avanti i negoziati, come hanno dichiarato diverse fonti governative di Beirut, anche se i colloqui saranno tenuti dagli ambasciatori negli Stati Uniti di Libano e Israele, Nada Hamadeh-Moawad e Yechiel Leiter, oltre all’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa.
Naim Qassem, capo di Hezbollah, , ha chiesto al governo libanese di smettere di fare «concessioni gratuite» a Israele prima dei colloqui. In vista di questo determinante meeting a Washington e per la situazione che rimane incandescente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare nel processo contro di lui per le prossime due settimane. In Israele è stato revocato lo stato di emergenza, applicato durante la guerra con l’Iran e sospeso al momento della tregua, permettendo così all’attività giudiziaria di ricominciare con le inchieste e i processi che erano già in corso. Il processo per corruzione contro Netanyahu dovrebbe ripartire domani, ma tutto potrebbe slittare di qualche giorno. Sul campo lo scontro rimane feroce e nella notte Tel Aviv ha dichiarato di aver distrutto dieci lanciarazzi dei miliziani sciiti che sarebbero stati utilizzati come rampe di missili per bersagliare il nord israeliano. Dall’inizio del conflitto, secondo le cifre diffusa dal ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo è già salito a 1.888 morti e a 6168 feriti, ma sono dati che devono essere aggiornati ora per ora. L’Idf infatti ha bombardato un ufficio della sicurezza di Stato, uccidendo otto agenti nella città meridionale di Nabatieh e ha minacciato di colpire le ambulanze, accusando Hezbollah di farne un uso militare, mentre gli ospedali di Beirut sono sommersi di feriti da curare e sono vicini al collasso. Le Forze di difesa israeliane in un’altra operazione hanno scoperto un tunnel che conduce a un sito di infrastrutture sotterranee dove sono state trovati missili anticarro, armi da fuoco ed un deposito di munizioni. Le sirene antiaeree hanno suonato ininterrottamente in tutta Israele, compreso a Tel Aviv e ad Haifa dove però tutti i razzi sono stati intercettati.
Lunedì, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, arriverà in Libano per manifestare solidarietà e vicinanza al presidente Joseph Aoun e a tutto il popolo libanese a seguito dei bombardamenti, come ha scritto in un post il responsabile della Farnesina, che ha continuato: «Non vogliamo che a pagare sia ancora la popolazione civile come a Gaza». Tajani ha ribadito che l’Italia sosterrà, con un ruolo da protagonista, questa nuova fase di dialogo in Medio Oriente, anche per evitare un’escalation del conflitto e mettere fine alle azioni terroristiche di Hezbollah. Proprio i sostenitori dei miliziani, insieme agli alleati di Amal, si sono radunati a Hamra per protestare contro i negoziati con Israele.
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Donald Trump (Ansa)
Gli Stati Uniti si preparano ai colloqui previsti oggi a Islamabad. E la Casa Bianca guarda con interesse soprattutto alla delicata questione di Hormuz. «Ci sono notizie secondo cui l’Iran starebbe imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz: è meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!», ha affermato Donald Trump su Truth. «L’Iran sta facendo un pessimo lavoro, qualcuno direbbe vergognoso, nel permettere al petrolio di attraversare lo Stretto di Hormuz. Questo non è l’accordo che abbiamo», ha anche detto. «Gli iraniani sembrano non rendersi conto di non avere altre carte da giocare se non quella di estorcere denaro al mondo a breve termine, usando le vie di navigazione internazionali. L’unica ragione per cui sono ancora in vita è per negoziare!», ha poi rincarato la dose, sostenendo che Teheran sarebbe più brava a gestire le pubbliche relazioni che a combattere. D’altronde, sempre ieri, l’esercito iraniano ha annunciato di voler mantenere l’iniziativa per il «controllo» dello Stretto.
Non è del resto un mistero che la questione di Hormuz aleggi pesantemente sui colloqui pakistani. Agli occhi di Trump, l’apertura dello Stretto è necessaria per abbassare strutturalmente il costo dell’energia e, in particolare, il prezzo della benzina negli Stati Uniti: un obiettivo cruciale per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Basti pensare che ieri è stato rivelato che, a marzo, l’inflazione Oltreatlantico è salita dello 0,9% rispetto a febbraio proprio a causa del conflitto contro Teheran. «Ci aspettiamo una rapida riduzione dei prezzi dell’energia una volta che lo Stretto sarà riaperto. Attualmente ci sono navi che lo attraversano, ma a circa il 10% del ritmo normale. Una volta tornati al ritmo normale, prevediamo che la situazione si normalizzerà», ha affermato, sempre ieri, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett. «Abbiamo mandato la squadra migliore in Pakistan per negoziare con gli iraniani, e abbiamo anche piani di riserva, se necessario», ha aggiunto. È in questo quadro che il premier britannico, Keir Starmer, ha detto di aver discusso con Trump delle «capacità militari» e della «logistica» per il transito nello Stretto.
Insomma, l’atteggiamento di Teheran su Hormuz sta irritando non poco l’inquilino della Casa Bianca. Dall’altra parte, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che, prima dell’avvio dei negoziati con Washington, la Repubblica islamica si aspetta che vi sia un cessate il fuoco in Libano, oltre al «rilascio dei beni iraniani bloccati». Se i nodi sul tavolo non sono pochi, JD Vance, poco prima di partire per Islamabad (dove oggi guiderà il team negoziale statunitense), ha mostrato un cauto ottimismo. «Attendiamo con interesse la fase di negoziazione. Credo che sarà positiva. Vedremo, ovviamente», ha dichiarato. «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente disposti a tendere la mano», ha proseguito, per poi aggiungere: «Se proveranno a metterci in difficoltà, scopriranno che il team negoziale non è molto disponibile».
Chiaramente, oltre a Hormuz, gli americani oggi punteranno a discutere di vari argomenti: dalla liberazione dei cittadini statunitensi detenuti in Iran alla questione dell’arricchimento dell’uranio, senza dimenticare il programma missilistico del regime khomeinista e i suoi pericolosi proxy regionali. Teheran, dal canto suo, mirerà soprattutto a far leva su un punto: la richiesta di revoca delle sanzioni internazionali. Date queste premesse, e a meno che i negoziati non saltino all’ultimo momento, Trump ha comunque intenzione di trattare con la pistola poggiata sul tavolo. «Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai realizzate», ha detto ieri, parlando col New York Post. «Se non raggiungeremo un accordo, le utilizzeremo, e le utilizzeremo in modo molto efficace», ha proseguito. «Lo scopriremo tra circa 24 ore. Lo sapremo presto», ha altresì affermato, quando gli è stato chiesto se i colloqui avranno successo.
Ciò detto, Trump non sta mettendo sotto pressione soltanto Teheran. Il presidente americano sta infatti ponendo dei paletti anche a Benjamin Netanyahu. Ieri, la Cnn ha rivelato che, poco prima che il premier israeliano annunciasse dei colloqui diretti con il Libano due giorni fa, Trump avrebbe avuto una telefonata «tesa» con lui. «Netanyahu ha capito che, se non avesse chiesto colloqui diretti con il Libano, Trump avrebbe potuto semplicemente dichiarare un cessate il fuoco», ha riportato la testata. D’altronde, pur avendo ufficialmente escluso che l’accordo di tregua con l’Iran includesse il Libano, il presidente americano temeva che i bombardamenti israeliani sul Paese dei cedri potessero far saltare il tavolo diplomatico con Teheran. È quindi in questo senso che ha spinto Netanyahu ad attenuare gli attacchi e ad avviare trattative con Beirut. Il destino dell’iniziativa diplomatica statunitense con l’Iran naviga tra Scilla e Cariddi. La strada è in salita, certo. Ma non è detto che, alla fine, Vance non riesca a portare a casa qualche risultato concreto.
Teheran all’America: «I colloqui? Stop ai raid e sbloccate gli asset»
Islamabad blindata, strade deserte, posti di blocco sulle arterie principali e sicurezza rafforzata con l’invio di truppe e forze dell’ordine. La capitale pachistana si prepara ai colloqui tra Stati Uniti e Iran con misure eccezionali, mentre il governo ha imposto due giorni festivi per limitare gli spostamenti. I negoziati, in teoria, dovrebbero partire oggi. In pratica, restano appesi a un filo.
L’incertezza è totale. Da un lato è attesa la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance, dall’altro Teheran continua a non confermare la propria presenza, lasciando intendere che tutto dipenderà dal rispetto di alcune condizioni. «Finché gli Stati Uniti non rispetteranno il loro impegno a un cessate il fuoco su tutti i fronti, i negoziati restano in sospeso», ha fatto sapere una fonte citata dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran. Un messaggio che, già alla vigilia, mette in dubbio l’avvio stesso del tavolo di confronto. Washington prova comunque a mostrarsi fiduciosa: «Non vediamo l’ora che inizino i negoziati. Credo che saranno positivi», ha detto Vance ai giornalisti prima della partenza. L’apertura, però, è accompagnata da un avvertimento molto chiaro: «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, siamo pronti a tendere la mano. Se invece cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile». Una linea che combina disponibilità e fermezza, nel tentativo di tenere aperto il dialogo senza concedere margini a manovre dilatorie.
Sul fronte iraniano, il tono resta decisamente più rigido. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha ribadito che lo svolgimento dei colloqui è «subordinato all’ottenimento di garanzie» sul rispetto del cessate il fuoco. Ancora più esplicito il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, destinato a guidare la delegazione insieme al ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: «Due delle misure concordate», ha dichiarato Ghalibaf, «devono essere ancora attuate: un cessate il fuoco su tutti i fronti e il rilascio degli asset iraniani bloccati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima che i negoziati inizino». Condizioni che, di fatto, trasformano l’avvio del dialogo in un passaggio tutt’altro che scontato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la confusione sulle stesse tempistiche. Il Wall Street Journal aveva parlato ieri di una delegazione iraniana già arrivata a Islamabad, ma la notizia è stata smentita da Teheran. «Sono completamente false», ha assicurato una fonte iraniana, precisando che i colloqui restano «in fase di revisione e pianificazione». Un cortocircuito informativo che fotografa bene il clima attorno al negoziato: nulla è davvero confermato, tutto può ancora saltare.
Nel frattempo, sul tavolo si accumulano dossier destinati a complicare ulteriormente il confronto. Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti intendono inserire nelle trattative anche il tema del rilascio dei detenuti americani in Iran, allargando così il perimetro del negoziato oltre la sola questione della tregua. Un elemento che rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni e di rendere ancora più difficile trovare un’intesa rapida.
E non è l’unico fattore di pressione. Da Washington arriva anche un avvertimento sul possibile coinvolgimento di altri attori globali. Il rappresentante commerciale americano, Jamieson Greer, ha sottolineato che un eventuale ingresso della Cina nel dossier iraniano «complicherebbe il quadro», segnalando il rischio che il confronto tra Stati Uniti e Iran possa trasformarsi in una partita più ampia sul piano geopolitico.
Insomma, tutto rimane appeso a un filo. Lo dimostra anche il messaggio arrivato dal Comando centrale iraniano: le forze armate di Teheran tengono «il dito sul grilletto» e qualsiasi nuovo attacco contro Hezbollah e il Libano «avrà una risposta devastante e dolorosa».
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Silvia Salis (Imagoeconomica)
«Quest’attenzione nazionale mi lusinga». Fieramente contraria alle primarie fino a una settimana fa (per la felicità di Elly Schlein che non la sopporta), Silvia Salis ha puntato il tacco 10 Manolo Blahnik da 1.200 euro e ha fatto inversione di marcia. «Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione». È bastata la benedizione di Bloomberg per far cambiare idea alla sindaca di Genova e veder calare un’espressione sofferente sul volto della segretaria del Pd. Così la sinistra post-liceale con chitarra e spartito di Manu Chao rischia di dover cedere il passo a quella da vernissage, tendenza Greenwich Village in abito da cocktail.
Non un cambio da niente sul fronte del porto. Ma Bloomberg non può essere ignorato e il reportage del network statunitense interpreta il comune sentire in crescita nei corridoi del Nazareno. «Lei è il nuovo volto italiano», titola il sito nella sezione politica, e argomenta così: «La sconfitta referendaria subita dalla premier sta galvanizzando l’opposizione. Con le speranze di tornare al potere riaccese, è emerso un nuovo nome come potenziale contendente: Silvia Salis. La quarantenne, neofita della politica, non siede in Parlamento ma a Genova, nel cinquecentesco Palazzo Doria Tursi, dove ricopre la carica di sindaco. L’ex lanciatrice di martello olimpica (miglior piazzamento 30ª ai giochi di Londra, ndr) scommette che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e al contempo costruirsi una reputazione a livello nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile».
Accompagnata da una borsa Vuitton bianca più grande di lei, la Salis presentabile va alla guerra contro Schlein in pocho. Per ora è un approccio gentile, poco conflittuale, prosecco e tartina signora mia. Ma come spiega a Bloomberg, alcuni paletti si vedono con chiarezza sullo sfondo. «Sebbene l’opposizione, composta da blocchi eterogenei che spaziano dal Pd di centrosinistra al Movimento 5 stelle populista fino ad Avs sia stata galvanizzata dalla vittoria referendaria, molto resta ancora da definire. Non è stata fissata una data per le primarie, non è ancora emerso un chiaro favorito ed è tutt’altro che scontato che tutti i No al referendum si riversino contro Meloni alle elezioni. I due principali contendenti sono Giuseppe Conte ed Elly Schlein, leader Pd dal 2023…».
I puntini di sospensione sono proiettili, traccianti che indicano l’elemento di corto circuito in agguato. Lei. A questo punto il triangolo rosso si fa imbarazzante. Se Conte è indiscutibilmente il «lui», che un minuto dopo lo spoglio dei No ha lanciato le primarie ed è stato (guarda la coincidenza) incoronato proprio da Bloomberg come astro rinascente del campo largo, Elly non può che essere «l’altra», quella da corteggiare nelle piazze pro Pal ma da lasciare a casa a sgranocchiare lupini sul divano nelle feste comandate come le elezioni politiche. La segretaria e i fedelissimi del «tortellino magico» si vedono già a Palazzo Chigi, non vorrebbero passare dalla trappola delle primarie e guardano con fastidio le ambizioni altrui. Quelle di Conte che brama il grande rientro sull’onda dei successi del reddito di cittadinanza e del Superbonus (totale debito 200 miliardi) ed ora quelle della sindaca lusingata.
Nella tonnara di centrosinistra si materializza un altro campanello d’allarme per Schlein: la ritrovata consonanza fra il deus ex machina Dario Franceschini e Matteo Renzi. Da abile navigatore da retrobottega, l’ex premier prova a dare le carte e benedice a sua volta le primarie: «Vedo due ipotesi. Se si va a votare in primavera del 2027 fai le primarie nell’autunno del ’26, se invece si va a votare a giugno a scadenza naturale della legislatura, si possono fare nella primavera del 2027», ha detto a Sky Start. Poi l’endorsement: «Mi piacerebbe che ci sia un candidato dell’area riformista. Io voterei Silvia Salis ma i nomi comunque arrivano dopo, prima arrivano le proposte. Le primarie hanno un effetto catartico: dobbiamo portare tre milioni di persone alle urne e poi chi perde appoggerà chi vince».
Per lui intrufolarsi con il 2% di Italia viva è facile ma la sua presenza (considerata tossica come il lattosio dai grillini) è destinata a creare ulteriori imbarazzi. Così lo scenario, già complesso, diventa un rebus: Conte pretende una soglia precisa in percentuale e non vuole il doppio turno perché fiuta la trappola della morsa piddina, Schlein chiede l’atto di fede al partito e propone l’antico smacchiatore di giaguari Pierluigi Bersani come federatore. Il mal di testa è totale, ci mancava Bloomberg a caricare come un’auto elettrica lady Salis. «Se mi chiedessero di candidarmi ci sarei», è la martellata della martellista. Che si prepara al «fatti più in là» con il tacco da guerra ed è pronta a sfilare contro il caro bollette con la Vuitton tendenza Kate Middleton. Chissà come la prendono i camalli.
Conte inizia il tour di autoinvestitura con un occhio a Trump e uno a cinesi
È iniziato il Conte alla rovescia. Cresce l’attivismo del leader M5s, Giuseppe Conte, ossessionato dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi. Prima il pranzo, un po’ indigesto, con l’emissario di Donald Trump in Italia, Paolo Zampolli, poi il lancio del suo libro manifesto politico Una nuova primavera, che esce in libreria martedì prossimo, e ancora i messaggi di apertura a Pechino e la frenata sul gas russo. Tutto e il contrario di tutto, che per il CamaleConte è pane quotidiano.
Per uno che è stato presidente del Consiglio, prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, andare a braccetto prima con Trump e poi con Xi Jimping è un gioco da ragazzi. L’avvocatino di Volturara Appula si è fatto prima intervistare (e adulare) da Bloomberg, colosso dell’informazione mondiale con sede a New York, mass media di orientamento pragmatico tutto orientato al business, che lo incorona alla guida del campo progressista, insieme a Silvia Salis, scartando a priori l’ipotesi Elly Schlein, salvo poi rispolverare il suo vecchio cavallo di battaglia: la Via della Seta.
In tutto questo calderone, il campione del mondo di cinismo e trasformismo si fa ben consigliare dall’ambasciatore Pietro Benassi, che è stato il suo sottosegretario a Palazzo Chigi e che ambisce a diventare il ministro degli Esteri del suo, immaginario, terzo governo.
Dunque, il derby Conte-Salis è iniziato con la benedizione di Bloomberg, che non prevede il terzo incomodo Schlein, buttata fuori alle qualificazioni. L’operazione simpatia attraverso il suo libro, che Conte presenterà in tutta Italia, è partita e punta a rilanciare la sua immagine sbiadita e chiacchierata, lanciando nello stesso tempo un’Opa alla sinistra. Ma lo fa, ovviamente, a modo suo, in maniera piuttosto contraddittoria e sgangherata, abituato com’è a tenere i piedi su più staffe, per non rischiare di cadere. Come dice Bloomberg «la sconfitta referendaria subita dalla premier Giorgia Meloni sta galvanizzando l’opposizione italiana», ma soprattutto sta eccitando il professor Conte che lancia nel mare della politica italiana la sua «rete», provando a farci finire dentro la destra.
Tra le altre cose, il proposito che più allarma, è che Conte apra di nuovo alla Cina. «L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina», lascia a verbale. Torna in gloria il «partito cinese» tanto caro a Massimo D’Alema e a Romano Prodi e ora, all’uomo che si autocandida alla guida del campo largo. Lo stesso che nella sua precedente stagione a Palazzo Chigi portò in Italia trionfante Xi Jinping, il dittatore cinese a cui non sembrò vero di mostrare in mondovisione con quanta riverenza veniva ricevuto nel cuore dell’Occidente. Ecco cosa ci aspetterebbe se Conte tornasse ad essere premier nel 2027. Non solo lo sfascio dei conti pubblici (Conte è quello del superbonus), non solo il giustizialismo, ma un secco spostamento del Paese verso l’asse geopolitico anti-Occidente. Meloni ha tenuto l’Italia nella metà campo giusta, l’avvocato del popolo si schiererebbe da quell’altra.
Ma c’è di peggio. Conte accusa Meloni di essere inginocchiata a Trump. Tuttavia in Italia si vede, di nascosto, con il suo inviato. Vuole salire di nuovo sul cavallo made in China. Senza considerare che nel 2025, l’Ue ha esportato beni in Cina per un valore di 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, registrando un deficit commerciale di 359,8 miliardi di euro. Rispetto al 2024, le esportazioni sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 6,4%. Lo dice l’Eurostat. Tradotto: la Cina ci riempie di spazzatura e noi glielo lasciamo fare. I dazi di Trump, che Conte osteggia, servono proprio a rallentare questa ondata di merce scadente. Ma Conte preferisce lo stesso essere amico della Cina anche se, in disparte, liscia il pelo a Trump. Il cortocircuito della sinistra è evidente.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Dopo un’ampia panoramica sulla situazione politica, economica ed internazionale, e la rinnovata fiducia nel segretario, l’attenzione si è concentrata sul futuro di Forza Italia. È emersa una visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore Silvio Berlusconi. All’incontro hanno partecipato Gianni Letta ed il dottor Danilo Pellegrino (amministratore delegato di Fininvest, ndr)». «Quello con il segretario nazionale di Forza Italia, e vicepremier, Antonio Tajani è stato un incontro molto positivo», fanno sapere all’Ansa fonti dei Berlusconi. Piena fiducia in Tajani da parte della famiglia, quindi, almeno sulla carta, ma del resto Forza Italia in questo momento non può fare a meno del vicepremier e ministro degli Esteri, per almeno due ragioni. La prima: Tajani gode del sostegno di Giorgia Meloni, che ha nel ministro degli Esteri un elemento di stabilizzazione del governo. Tajani non ha mai creato il minimo problema alla Meloni, anzi c’è chi lo accusa di essere fin troppo «appiattito» sulla premier. Accuse che arrivano da chi, al posto suo, sarebbe appiattito tale e quale: la Meloni ha un rapporto diretto con la famiglia, e il leader di Forza Italia, chiunque sia, non può certo permettersi strappi e prese di distanza. Secondo motivo della stabilità di Tajani: non si capisce per quale motivo dovrebbe essere sostituito, considerato che il partito è sopravvissuto alla scomparsa di Silvio Berlusconi molto meglio di quelle che erano alcune previsioni. Al Sud in particolare Fi è sostanzialmente sulle stesse percentuali di Fratelli d’Italia, mentre a livello nazionale si colloca stabilmente intorno al 10%. Non si intravede un trascinatore di masse in grado di far crescere Fi, tanto è vero che alla fine dei giochi il famigerato «rinnovamento», almeno fino ad ora, è consistito nello scambio di postazioni tra Stefania Craxi e Maurizio Gasparri: la prima è diventata capogruppo al Senato, il secondo presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Un altro cambio potrebbe avvenire alla Camera, dove Paolo Barelli sarebbe sul punto di lasciare il ruolo di capogruppo: la disponibilità a un passo indietro c’è stata, ora bisogna individuare il successore. C’è poi tutta la questione dei congressi, quello nazionale e quelli regionali, che qualcuno vorrebbe rimandare, qualcuno confermare, ma qui siamo di fronte a contrasti tra dirigenti locali, giochi e giochetti di potere in vista della partita delle candidature alle politiche del 2027. Non prima: se c’è una cosa che tutte le nostre fonti ci confermano è che Forza Italia non ha la minima intenzione di partecipare a eventuali giochetti di palazzo che abbiano l’obiettivo di sostituire in corsa Giorgia Meloni con qualche professorone sostenuto pure dal Pd. Il centrodestra, ricordiamolo, governa compatto in Regioni e città, ha una storia ormai più che quarantennale e nessuno, tra deputati e senatori, ha la minima intenzione di assumersi una responsabilità così pesante. Diverso lo scenario per il dopo-elezioni: con l’attuale legge elettorale, in caso di un sostanziale pareggio, Forza Italia potrebbe tirare in ballo la «responsabilità» e accettare di partecipare a un governo multicolor, ma siamo nel campo dell’ignoto. Fino al 2027, Barelli o non Barelli, Craxi o Gasparri, Forza Italia non farà nulla che possa mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni. A meno che, naturalmente, non si rompa qualcosa tra la stessa Meloni e la famiglia.
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