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2020-01-23
La Giornata della memoria squalificata dal vittimismo
Ansa
Coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia
Che la Giornata della memoria sia scappata di mano è un dato di fatto. Si fanno sempre più strada, tra molti ebrei come pure tra tante persone non ebree, sentimenti di disagio, esasperazione e, purtroppo, finanche fastidio. Prima ancora del cattivo uso della memoria della Shoah, vi è un dilagante e ossessivo abuso di tale memoria. Questo abuso si è spesso ubriacato di retorica e di iperboli, più che di sensibilità, studio e riflessione.
Di anno in anno, l'impianto liturgico si è fatto più imponente: una solenne «messa» laica, post cristiana. Alla confessione di peccato corrispondono i crimini d'odio, insidiosamente declinati più in maniera collettiva che afferente alle responsabilità individuali; alle letture bibliche si sostituiscono le testimonianze dei sopravvissuti o pagine dei loro sofferti ricordi; a omelie stantie si avvicendano trite lezioni di morale civile e politica; al crocifisso si sovrappongono gli ebrei, nuovamente figure cristiche e interessanti soltanto in quanto vittime. Ed è così che il ricordo della Shoah sembra essere sottoposto anch'esso a un'ermeneutica non troppo dissimile da quella con cui la patristica strappò le Scritture ebraiche agli ebrei, generalizzandole e universalizzandole per una nuova società e per nuovi scopi, talora rivolgendole proprio contro gli stessi ebrei, quando cioè non ci si poteva agevolmente svincolare dal riferimento concreto e puntuale, particolare e peculiare, all'ebraismo e agli ebrei.
Se la Giornata della memoria è anzitutto, universalmente, il luogo per parlare di ogni forma di discriminazione e persecuzione, ossia l'espressione estrema del razzismo, il problema sarà allora addomesticare e contenere l'antisemitismo nel più generale razzismo. Ed è così che il riferimento agli ebrei insiste unicamente sul loro essere stati vittime, fossilizzandoli a quel ruolo drammatico e passivo, con un totale disinteresse sulle rinascite e sui conseguimenti successivi, personali e comunitari. Sulla vita dopo, nonostante. Non solo: man mano che questo processo di generalizzazione procede, inevitabilmente si moltiplica la tentazione di accostarvi ogni altra tragedia e violenza umana, sì che il riferimento storico specifico all'antisemitismo e agli ebrei o viene ridimensionato e sbiadito, oppure infastidisce, perché sembra tradire l'afflato universalizzante.
È doveroso rivendicare la portata universale di Auschwitz, con i suoi moniti all'intero genere umano. Per farlo è però, al contempo, imprescindibile precondizione e criterio regolatore comprenderne la primaria e specifica portata per gli ebrei e in relazione agli ebrei. I progressisti, molti in assoluta buona fede e con nobili intenti, taluni invece con sofisticata cattiva coscienza, hanno cercato di svellere questo nesso, che, se perduto, tradisce l'intera memoria della Shoah, falsificandola. Ed è esattamente così che è stato possibile usare tale preziosa memoria, appropriandosene alcuni, per delegittimare culturalmente e politicamente altri. Questa è, a tutti gli effetti, una profanazione.
I «liturgisti» della memoria, comunque, nonostante il carattere «ecumenico» di molte cerimonie, non sono stati, sin dagli inizi, tuttavia così universali e inclusivi come vorrebbero apparire. Dove sono e dove sono state, infatti, le testimonianze presso le massime istituzioni della Repubblica dei Testimoni di Geova o degli omosessuali, vittime anch'essi?
Chiaramente c'è un certo imbarazzo… colpevole a mio avviso. Quando verranno sdoganate anche queste testimonianze, la colpevolezza si trasformerà in semplice ipocrisia. Ciò sottolineato, è indubbio che vi sia una distanza, da riconoscersi, tra la Shoah patita dagli ebrei, e le tremende persecuzioni di cui soffrirono, nell'imperversare della stessa barbarie nazifascista, altre comunità umane. Certamente, una riflessione attenta, onesta e puntuale sull'antisemitismo, come pure sul pregiudizio delegittimante e omicida contro gli omosessuali, romperebbe l'idea che tutto ciò sia facilmente riducibile a declinazioni diverse di un più ampio razzismo, dato che si tratta, occorre ripeterlo ancora una volta, di mali specifici, con origini, attitudini e declinazioni tra loro anche irriducibili.
Da anni mi tormenta un interrogativo: perché gli occidentali non hanno riconosciuto anche al genocidio armeno (patito pure da 800.000 cristiani assiri e da 400.000 greci del Ponto) questa cesura drammatica della Storia, tremendamente reale e con un enorme portato simbolico?
Perché abbiamo teologie della Shoah -persino da parte cristiana- e nulla o quasi sul genocidio armeno? Perché la filosofia non se ne curò (e in ampia misura ancora non se ne cura), nonostante il pensiero politico, filosofico e teologico tedesco ben sapesse cosa stesse accadendo agli armeni e talora lo giustificasse, essendo peraltro i tedeschi i principali complici dei turchi nell'opera genocidaria? Perché non contrastare con ogni mezzo politico ed economico un negazionismo di Stato, perpetrato durante e dopo (sino a oggi) l'opera genocidaria contro gli armeni, a fronte di un Paese che arretra di ora in ora rispetto al riconoscimento di diritti minimi irrinunciabili, quali quello di espressione e di stampa?
Dopotutto, le deportazioni moderne di massa non sono state certo inventate dai nazisti con la Shoah. Le nazioni europee (Francia, Belgio, Inghilterra, Portogallo, Spagna e Olanda) si sono con successo peritate nel deportare con industriale efficacia dall'Africa almeno una dozzina di milioni di esseri umani, con spesso ampia complicità delle potenze musulmane: c'era là uno scopo economico. L'Inquisizione portoghese deportò via nave, per processarli e condannarli scenograficamente a Lisbona, decine di migliaia di marrani, criptoebrei e giudaizzanti da Rio de Janeiro e dal Brasile: fu totalmente antieconomico, ma vi era un fine dimostrativo e autocelebrativo.
Le deportazioni in massa degli armeni e degli ebrei, invece, dovevano occultare (negazionismo intragenocidario) l'opera genocidaria ed eliminare, per la sola colpa di essere nati, ebrei e armeni, anche se questo significava distruggere la società ottomana o quelle europee e impoverirle, persino quando questo risultò totalmente antieconomico, con i rispettivi regimi allo strenuo. E, ancora, dopotutto, anche gli armeni, il più antico popolo cristiano, morto martire e non apostata, possono essere intesi da alcuni come una figura cristica. Infine, la parola «genocidio», subito giustamente applicata alla Shoah, fu coniata da un pensatore e giurista ebreo, Raphael Lemkin, che la inventò pensando agli armeni.
Molti rispondono che quel che è successo agli ebrei è successo qui da noi, ecco perché. Ammesso (e non concesso) che questa risposta sia valida, si impone un'obiezione: perché mai, allora, andare sempre e in primo luogo ad Auschwitz, disertando istituzioni e scuole i principali luoghi della memoria italiana, confinando all'alterità oltreconfine la barbarie nazista? È raro che vi siano circuiti e treni della memoria, con un itinerario tutto italiano, che partano dai ghetti romano, veneziano o anconetano (i primi della Storia, proprio alla radice di questa drammatica storia) e che poi transitino per le Fosse Ardeatine e per Fossoli, per Borgo S. Dalmazzo, il Memoriale della Shoah di Milano, il Meis di Ferrara, il campo di Bolzano e la Risiera di S. Sabba, con il suo crematorio italiano. È più facile esorcizzare gran parte del male Oltralpe, e rende possibili narrazioni nazionali più confortanti. Ed è così che si può cercare di ridimensionare il tradimento atroce patito dagli ebrei italiani, tra i più entusiasti e fedeli fautori dell'Unità d'Italia, durante gli anni del nazifascismo. Così come è più facile tacere sui tradimenti successivi, inflitti ai superstiti: dalle odiose parole di Benedetto Croce alla trasformazione oscena e ignobile di un pur grande giurista, Gaetano Azzariti, da presidente del famigerato Tribunale della Razza a Presidente della Corte costituzionale della Repubblica italiana, in quota comunista, con silenzi decennali.
La Giornata della memoria dovrebbe educarci al silenzio, all'interrogativo angoscioso e all'assunzione drammatica ed esigente della complessità dell'umano e delle sue tenebre intrinseche, e non agli slogan facili, come il pur doveroso e auspicabile «mai più».
La polemica su via Almirante è una scusa per oscurare l’antisemitismo della sinistra
«Non si può fare storia demonizzando certi nomi anziché riferendosi alle situazioni reali». Queste parole pronunciate da Renzo De Felice (e contenute nel terzo volume dei suoi Scritti giornalistici editi da Luni), tornano in mente mentre si assiste alla polemica sulla via dedicata a Giorgio Almirante dal Comune di Verona. Secondo Liliana Segre, l'intitolazione di una strada al fu leader missino sarebbe incompatibile con la sua cittadinanza onoraria. Il pensiero della senatrice a vita - sopravvissuta all'Olocausto - è comprensibile, e non sta certo a noi discuterlo. Decisamente meno giustificata, invece, è la posizione di vari esponenti della sinistra, a partire da quelli veronesi per arrivare ai nomi di rilievo nazionale (Alessia Rotta, Massimo Cacciari e altri).
Il punto è che la baruffa su Almirante oscura un pezzo di storia. Per l'ennesima volta, si tenta di presentare l'antisemitismo come un tratto distintivo della destra italiana e si stende una coltre di oblio sull'odio di stampo progressista. Il capo missino, come ha ricordato sulla Stampa Mattia Feltri, condannò con decisione ogni forma di anti ebraismo, oltre ad avere aiutato una famiglia ebrea a scampare alle persecuzioni. Più in generale, la destra italiana - anche perché è spesso stata costretta a farlo - ha affrontato il proprio passato, lo ha elaborato e ne ha tratto insegnamenti preziosi. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del fronte progressista. Il quale, ancora oggi, continua a nascondere e proteggere la propria componente antisemita e ostinatamente rifiuta di fare i conti con la realtà.
A portare un po' di chiarezza sull'argomento sono due volumi che meriterebbero una vasta eco, e che dovrebbero essere lungamente discussi non soltanto a livello accademico. Il primo è La sinistra italiana e gli ebrei di Alessandra Tarquini, appena pubblicato dal Mulino. Il secondo è «Ben venga la propaganda», di Claudio Siniscalchi (Studium). Partiamo da quest'ultimo. Storico del cinema, Siniscalchi esamina il film Süss, l'ebreo (Jud Süss, 1940) di Veit Harlan e la ricezione che ha avuto nel nostro Paese. Stiamo parlando di una delle più famose pellicole di propaganda realizzate dal regime nazionalsocialista: l'ebreo Süss si presenta in un paesino tedesco a cerca, con fare mellifluo, di portare corruzione e decadenza fra gli ariani. La carica antisemita, come si può immaginare, è ai massimi livelli.
Il film fu accolto come un capolavoro nel nostro Paese, e tra i più entusiasti recensori ci furono alcuni personaggi oggi piuttosto noti. Dopo la prima bolognese del 1941, per esempio, sul settimanale L'Assalto comparve un articolo elogiativo firmato da un giovane critico cinematografico di nome Enzo Biagi. Sì, proprio lui, una delle colonne del giornalismo italiano. Sentite che scriveva di Süss, l'ebreo: «Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte, perché li trova illustrati con una efficacia che né il libro, il giornale o il teatro potrebbero avere». Niente male: Biagi sosteneva che si potesse comprendere perfettamente l'ebraismo tramite un film di propaganda antiebraica nazista. Che dite, cancelliamo dallo stradario le vie dedicate al celeberrimo cronista, divenuto negli ultimi anni di vita un eroe della sinistra antiberlusconiana?
Ancora meglio di Biagi, però, fece un altro mito progressista, il futuro regista Michelangelo Antonioni, che sul Corriere Padano diede libero sfogo all'entusiasmo per la pellicola di Harlan: «Non esitiamo a dire che se questa è propaganda, ben venga la propaganda», scrisse. «Poiché il film è potente, incisivo, efficacissimo. [...] Stonature non ce ne sono, tutto procede con una coerenza lucidissima, con un ritmo incalzante, con una precisione matematica, che vuol dire intelligente. E di intelligenza in L'ebreo Süss ce n'è molta, molta. Vedrete l'episodio di Süss che violenta la fanciulla: è condotto con una abilità sorprendente». Un film bellissimo, intelligente perfino. Di nuovo: facciamo piazza pulita delle strade intitolate ad Antonioni? Ovviamente abbiamo citato soltanto due casi che, per quanto sorprendenti, risultano minori all'interno della vastissima storia dell'odio rosso contro gli ebrei.
Del resto, come nota Alessandra Tarquini, «l'antisemitismo moderno nacque nella cultura politica della sinistra e non in quella della destra». Gran parte dei socialisti e dei comunisti, quand'anche non facevano proprio gli stereotipi razzisti mutuati dall'anti ebraismo «biologico», ritenevano che l'unico modo per risolvere la «questione ebraica» fosse quello di cancellare l'identità degli ebrei, assimilandoli fino a che smettessero di esistere come corpo estraneo.
Il volume della Tarquini smonta un luogo comune, e cioè che l'antisemitismo di sinistra sia legato al dibattito su Israele e Palestina. In realtà non poche personalità progressiste, nel corso dei decenni, hanno dato prova di odio verso gli ebrei in quanto tali. Poi, certo, la nascita dello Stato ebraico ha esacerbato gli animi. Persino Enrico Berlinguer, nel 1967, criticava l'atteggiamento degli arabi verso Israele poiché «puntare sulla distruzione significa puntare su una prospettiva irrealizzabile» (e se fosse stata realizzabile?). Di esempi potremmo farne a centinaia: dai ruggiti di Alberto Asor Rosa fino ai grugniti di Chef Rubio, per tacere del filo islamismo di sinistra (ben descritto da Giulio Meotti in L'Europa senza ebrei, Lindau). Ma questo pezzo di storia non si racconta mai. Perché ai cari progressisti non interessa davvero combattere l'odio: a loro importa sfruttarlo per accusare di nazismo chiunque non la pensi come loro.
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È diventata una «messa laica» contro il razzismo: così si oscura il riferimento agli ebrei. E intanto si dimentica il genocidio armeno.L'astio verso il popolo d'Israele non è affatto «di destra». I progressisti alimentano l'ennesimo scontro sul leader missino per lavarsi una coscienza tutt'altro che pulita.Lo speciale contiene due articoliCoordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-Nord ItaliaChe la Giornata della memoria sia scappata di mano è un dato di fatto. Si fanno sempre più strada, tra molti ebrei come pure tra tante persone non ebree, sentimenti di disagio, esasperazione e, purtroppo, finanche fastidio. Prima ancora del cattivo uso della memoria della Shoah, vi è un dilagante e ossessivo abuso di tale memoria. Questo abuso si è spesso ubriacato di retorica e di iperboli, più che di sensibilità, studio e riflessione.Di anno in anno, l'impianto liturgico si è fatto più imponente: una solenne «messa» laica, post cristiana. Alla confessione di peccato corrispondono i crimini d'odio, insidiosamente declinati più in maniera collettiva che afferente alle responsabilità individuali; alle letture bibliche si sostituiscono le testimonianze dei sopravvissuti o pagine dei loro sofferti ricordi; a omelie stantie si avvicendano trite lezioni di morale civile e politica; al crocifisso si sovrappongono gli ebrei, nuovamente figure cristiche e interessanti soltanto in quanto vittime. Ed è così che il ricordo della Shoah sembra essere sottoposto anch'esso a un'ermeneutica non troppo dissimile da quella con cui la patristica strappò le Scritture ebraiche agli ebrei, generalizzandole e universalizzandole per una nuova società e per nuovi scopi, talora rivolgendole proprio contro gli stessi ebrei, quando cioè non ci si poteva agevolmente svincolare dal riferimento concreto e puntuale, particolare e peculiare, all'ebraismo e agli ebrei.Se la Giornata della memoria è anzitutto, universalmente, il luogo per parlare di ogni forma di discriminazione e persecuzione, ossia l'espressione estrema del razzismo, il problema sarà allora addomesticare e contenere l'antisemitismo nel più generale razzismo. Ed è così che il riferimento agli ebrei insiste unicamente sul loro essere stati vittime, fossilizzandoli a quel ruolo drammatico e passivo, con un totale disinteresse sulle rinascite e sui conseguimenti successivi, personali e comunitari. Sulla vita dopo, nonostante. Non solo: man mano che questo processo di generalizzazione procede, inevitabilmente si moltiplica la tentazione di accostarvi ogni altra tragedia e violenza umana, sì che il riferimento storico specifico all'antisemitismo e agli ebrei o viene ridimensionato e sbiadito, oppure infastidisce, perché sembra tradire l'afflato universalizzante.È doveroso rivendicare la portata universale di Auschwitz, con i suoi moniti all'intero genere umano. Per farlo è però, al contempo, imprescindibile precondizione e criterio regolatore comprenderne la primaria e specifica portata per gli ebrei e in relazione agli ebrei. I progressisti, molti in assoluta buona fede e con nobili intenti, taluni invece con sofisticata cattiva coscienza, hanno cercato di svellere questo nesso, che, se perduto, tradisce l'intera memoria della Shoah, falsificandola. Ed è esattamente così che è stato possibile usare tale preziosa memoria, appropriandosene alcuni, per delegittimare culturalmente e politicamente altri. Questa è, a tutti gli effetti, una profanazione.I «liturgisti» della memoria, comunque, nonostante il carattere «ecumenico» di molte cerimonie, non sono stati, sin dagli inizi, tuttavia così universali e inclusivi come vorrebbero apparire. Dove sono e dove sono state, infatti, le testimonianze presso le massime istituzioni della Repubblica dei Testimoni di Geova o degli omosessuali, vittime anch'essi? Chiaramente c'è un certo imbarazzo… colpevole a mio avviso. Quando verranno sdoganate anche queste testimonianze, la colpevolezza si trasformerà in semplice ipocrisia. Ciò sottolineato, è indubbio che vi sia una distanza, da riconoscersi, tra la Shoah patita dagli ebrei, e le tremende persecuzioni di cui soffrirono, nell'imperversare della stessa barbarie nazifascista, altre comunità umane. Certamente, una riflessione attenta, onesta e puntuale sull'antisemitismo, come pure sul pregiudizio delegittimante e omicida contro gli omosessuali, romperebbe l'idea che tutto ciò sia facilmente riducibile a declinazioni diverse di un più ampio razzismo, dato che si tratta, occorre ripeterlo ancora una volta, di mali specifici, con origini, attitudini e declinazioni tra loro anche irriducibili.Da anni mi tormenta un interrogativo: perché gli occidentali non hanno riconosciuto anche al genocidio armeno (patito pure da 800.000 cristiani assiri e da 400.000 greci del Ponto) questa cesura drammatica della Storia, tremendamente reale e con un enorme portato simbolico? Perché abbiamo teologie della Shoah -persino da parte cristiana- e nulla o quasi sul genocidio armeno? Perché la filosofia non se ne curò (e in ampia misura ancora non se ne cura), nonostante il pensiero politico, filosofico e teologico tedesco ben sapesse cosa stesse accadendo agli armeni e talora lo giustificasse, essendo peraltro i tedeschi i principali complici dei turchi nell'opera genocidaria? Perché non contrastare con ogni mezzo politico ed economico un negazionismo di Stato, perpetrato durante e dopo (sino a oggi) l'opera genocidaria contro gli armeni, a fronte di un Paese che arretra di ora in ora rispetto al riconoscimento di diritti minimi irrinunciabili, quali quello di espressione e di stampa?Dopotutto, le deportazioni moderne di massa non sono state certo inventate dai nazisti con la Shoah. Le nazioni europee (Francia, Belgio, Inghilterra, Portogallo, Spagna e Olanda) si sono con successo peritate nel deportare con industriale efficacia dall'Africa almeno una dozzina di milioni di esseri umani, con spesso ampia complicità delle potenze musulmane: c'era là uno scopo economico. L'Inquisizione portoghese deportò via nave, per processarli e condannarli scenograficamente a Lisbona, decine di migliaia di marrani, criptoebrei e giudaizzanti da Rio de Janeiro e dal Brasile: fu totalmente antieconomico, ma vi era un fine dimostrativo e autocelebrativo. Le deportazioni in massa degli armeni e degli ebrei, invece, dovevano occultare (negazionismo intragenocidario) l'opera genocidaria ed eliminare, per la sola colpa di essere nati, ebrei e armeni, anche se questo significava distruggere la società ottomana o quelle europee e impoverirle, persino quando questo risultò totalmente antieconomico, con i rispettivi regimi allo strenuo. E, ancora, dopotutto, anche gli armeni, il più antico popolo cristiano, morto martire e non apostata, possono essere intesi da alcuni come una figura cristica. Infine, la parola «genocidio», subito giustamente applicata alla Shoah, fu coniata da un pensatore e giurista ebreo, Raphael Lemkin, che la inventò pensando agli armeni.Molti rispondono che quel che è successo agli ebrei è successo qui da noi, ecco perché. Ammesso (e non concesso) che questa risposta sia valida, si impone un'obiezione: perché mai, allora, andare sempre e in primo luogo ad Auschwitz, disertando istituzioni e scuole i principali luoghi della memoria italiana, confinando all'alterità oltreconfine la barbarie nazista? È raro che vi siano circuiti e treni della memoria, con un itinerario tutto italiano, che partano dai ghetti romano, veneziano o anconetano (i primi della Storia, proprio alla radice di questa drammatica storia) e che poi transitino per le Fosse Ardeatine e per Fossoli, per Borgo S. Dalmazzo, il Memoriale della Shoah di Milano, il Meis di Ferrara, il campo di Bolzano e la Risiera di S. Sabba, con il suo crematorio italiano. È più facile esorcizzare gran parte del male Oltralpe, e rende possibili narrazioni nazionali più confortanti. Ed è così che si può cercare di ridimensionare il tradimento atroce patito dagli ebrei italiani, tra i più entusiasti e fedeli fautori dell'Unità d'Italia, durante gli anni del nazifascismo. Così come è più facile tacere sui tradimenti successivi, inflitti ai superstiti: dalle odiose parole di Benedetto Croce alla trasformazione oscena e ignobile di un pur grande giurista, Gaetano Azzariti, da presidente del famigerato Tribunale della Razza a Presidente della Corte costituzionale della Repubblica italiana, in quota comunista, con silenzi decennali.La Giornata della memoria dovrebbe educarci al silenzio, all'interrogativo angoscioso e all'assunzione drammatica ed esigente della complessità dell'umano e delle sue tenebre intrinseche, e non agli slogan facili, come il pur doveroso e auspicabile «mai più».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-giornata-della-memoria-squalificata-dal-vittimismo-2644891391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-polemica-su-via-almirante-e-una-scusa-per-oscurare-lantisemitismo-della-sinistra" data-post-id="2644891391" data-published-at="1767905323" data-use-pagination="False"> La polemica su via Almirante è una scusa per oscurare l’antisemitismo della sinistra «Non si può fare storia demonizzando certi nomi anziché riferendosi alle situazioni reali». Queste parole pronunciate da Renzo De Felice (e contenute nel terzo volume dei suoi Scritti giornalistici editi da Luni), tornano in mente mentre si assiste alla polemica sulla via dedicata a Giorgio Almirante dal Comune di Verona. Secondo Liliana Segre, l'intitolazione di una strada al fu leader missino sarebbe incompatibile con la sua cittadinanza onoraria. Il pensiero della senatrice a vita - sopravvissuta all'Olocausto - è comprensibile, e non sta certo a noi discuterlo. Decisamente meno giustificata, invece, è la posizione di vari esponenti della sinistra, a partire da quelli veronesi per arrivare ai nomi di rilievo nazionale (Alessia Rotta, Massimo Cacciari e altri). Il punto è che la baruffa su Almirante oscura un pezzo di storia. Per l'ennesima volta, si tenta di presentare l'antisemitismo come un tratto distintivo della destra italiana e si stende una coltre di oblio sull'odio di stampo progressista. Il capo missino, come ha ricordato sulla Stampa Mattia Feltri, condannò con decisione ogni forma di anti ebraismo, oltre ad avere aiutato una famiglia ebrea a scampare alle persecuzioni. Più in generale, la destra italiana - anche perché è spesso stata costretta a farlo - ha affrontato il proprio passato, lo ha elaborato e ne ha tratto insegnamenti preziosi. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del fronte progressista. Il quale, ancora oggi, continua a nascondere e proteggere la propria componente antisemita e ostinatamente rifiuta di fare i conti con la realtà. A portare un po' di chiarezza sull'argomento sono due volumi che meriterebbero una vasta eco, e che dovrebbero essere lungamente discussi non soltanto a livello accademico. Il primo è La sinistra italiana e gli ebrei di Alessandra Tarquini, appena pubblicato dal Mulino. Il secondo è «Ben venga la propaganda», di Claudio Siniscalchi (Studium). Partiamo da quest'ultimo. Storico del cinema, Siniscalchi esamina il film Süss, l'ebreo (Jud Süss, 1940) di Veit Harlan e la ricezione che ha avuto nel nostro Paese. Stiamo parlando di una delle più famose pellicole di propaganda realizzate dal regime nazionalsocialista: l'ebreo Süss si presenta in un paesino tedesco a cerca, con fare mellifluo, di portare corruzione e decadenza fra gli ariani. La carica antisemita, come si può immaginare, è ai massimi livelli. Il film fu accolto come un capolavoro nel nostro Paese, e tra i più entusiasti recensori ci furono alcuni personaggi oggi piuttosto noti. Dopo la prima bolognese del 1941, per esempio, sul settimanale L'Assalto comparve un articolo elogiativo firmato da un giovane critico cinematografico di nome Enzo Biagi. Sì, proprio lui, una delle colonne del giornalismo italiano. Sentite che scriveva di Süss, l'ebreo: «Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte, perché li trova illustrati con una efficacia che né il libro, il giornale o il teatro potrebbero avere». Niente male: Biagi sosteneva che si potesse comprendere perfettamente l'ebraismo tramite un film di propaganda antiebraica nazista. Che dite, cancelliamo dallo stradario le vie dedicate al celeberrimo cronista, divenuto negli ultimi anni di vita un eroe della sinistra antiberlusconiana? Ancora meglio di Biagi, però, fece un altro mito progressista, il futuro regista Michelangelo Antonioni, che sul Corriere Padano diede libero sfogo all'entusiasmo per la pellicola di Harlan: «Non esitiamo a dire che se questa è propaganda, ben venga la propaganda», scrisse. «Poiché il film è potente, incisivo, efficacissimo. [...] Stonature non ce ne sono, tutto procede con una coerenza lucidissima, con un ritmo incalzante, con una precisione matematica, che vuol dire intelligente. E di intelligenza in L'ebreo Süss ce n'è molta, molta. Vedrete l'episodio di Süss che violenta la fanciulla: è condotto con una abilità sorprendente». Un film bellissimo, intelligente perfino. Di nuovo: facciamo piazza pulita delle strade intitolate ad Antonioni? Ovviamente abbiamo citato soltanto due casi che, per quanto sorprendenti, risultano minori all'interno della vastissima storia dell'odio rosso contro gli ebrei. Del resto, come nota Alessandra Tarquini, «l'antisemitismo moderno nacque nella cultura politica della sinistra e non in quella della destra». Gran parte dei socialisti e dei comunisti, quand'anche non facevano proprio gli stereotipi razzisti mutuati dall'anti ebraismo «biologico», ritenevano che l'unico modo per risolvere la «questione ebraica» fosse quello di cancellare l'identità degli ebrei, assimilandoli fino a che smettessero di esistere come corpo estraneo. Il volume della Tarquini smonta un luogo comune, e cioè che l'antisemitismo di sinistra sia legato al dibattito su Israele e Palestina. In realtà non poche personalità progressiste, nel corso dei decenni, hanno dato prova di odio verso gli ebrei in quanto tali. Poi, certo, la nascita dello Stato ebraico ha esacerbato gli animi. Persino Enrico Berlinguer, nel 1967, criticava l'atteggiamento degli arabi verso Israele poiché «puntare sulla distruzione significa puntare su una prospettiva irrealizzabile» (e se fosse stata realizzabile?). Di esempi potremmo farne a centinaia: dai ruggiti di Alberto Asor Rosa fino ai grugniti di Chef Rubio, per tacere del filo islamismo di sinistra (ben descritto da Giulio Meotti in L'Europa senza ebrei, Lindau). Ma questo pezzo di storia non si racconta mai. Perché ai cari progressisti non interessa davvero combattere l'odio: a loro importa sfruttarlo per accusare di nazismo chiunque non la pensi come loro.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».