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2019-05-25
La Finanza sul caso dei soldi Unicef: «Carte contraffatte»
Quando si dice fare carte false. Tra le segnalazioni dell'Unità informazione finanziaria che, dal 2012, lanciava allarmi su Alessandro Conticini e le sue manovre sui fondi per i bambini africani, ce n'è una che ha impegnato più delle altre la Guardia di Finanza. È del 22 gennaio 2015, quando sul conto corrente del parente della famiglia Renzi (Alessandro è il fratello del cognato di Matteo Renzi) arriva un bonifico di 372.000 dollari, pari a circa 318.000 euro. L'accredito non va a buon fine perché il mittente, l'organizzazione umanitaria «Operation California», ha indicato come beneficiario «International Development Association c/o Alessandro Conticini». Ma nessun conto, in filiale, è aperto a quel nome. E quindi i soldi vengono stornati e restituiti. Una ventina di giorni dopo, si ripete il tentativo con il beneficiario corretto: «Alessandro Conticini c/o International Development Association». La somma viene finalmente accreditata sul conto corrente personale di Conticini. Qualcosa, però, non quadra. E allora gli uffici della banca, dove Conticini movimenta con disinvoltura centinaia di migliaia di euro provenienti dai finanziamenti di Ong e associazioni umanitarie, lo convocano e gli chiedono un giustificativo per quella somma così ingente proveniente dall'estero. L'uomo spiega che la cifra riguarda un compenso per lui e la moglie, Valérie Quéré, per delle «consulenze» prestate all'organizzazione americana. Possibile? I funzionari dell'istituto di credito sono scettici, e inviano una segnalazione di «operazione sospetta» a Bankitalia. Che, analizzando il materiale di Conticini e incrociando le informazioni raccolte su fonti aperte, scrive in una relazione allegata all'inchiesta in cui è coinvolto l'uomo che desta «perplessità», in relazione alla «vocazione assistenziale» di «Operation California», un «singolo pagamento di 372.000 dollari». E per cosa, poi? Per consulenze a «fronte di spese che si aggirerebbero (…) nell'ordine di 1,9/2 milioni di dollari». Una cifra troppo alta che da sola rappresenterebbe un sesto dell'intero budget a disposizione.
Le fiamme gialle, che già stanno lavorando sullo svuotamento dei fondi per progetti di solidarietà in Africa ad opera del parente dei Renzi, raccolgono l'alert di Bankitalia e vanno oltre. E decidono di passare al microscopio la documentazione che i Conticini hanno consegnato in banca. Scoprono così alcuni indizi che portano gli inquirenti a ipotizzare la fabbricazione di un presunto falso «copia e incolla» per giustificare il bonifico che «Operation California» avrebbe voluto indirizzare alla organizzazione umanitaria di Conticini ma che, invece, è finito sul suo conto corrente personale. Scrivono i militari della polizia tributaria: «Da un sommario esame della documentazione prodotta di supporto al bonifico (...) sembrerebbe che la stessa sia frutto dell'unione, in un unico foglio, di più parti di differente provenienza». Infatti, annotano ancora gli investigatori in una informativa, il «carattere di scrittura dell'intestazione mittente/destinatario appare uguale a quello della nota di chiusura ossia “by this communication..." ma differente da quello utilizzato per la descrizione delle attività indicate a fronte del programma 2014/2015». Una svista grafica difficilmente giustificabile per una struttura internazionale che si occupa di programmi per l'infanzia e per la lotta alla povertà da almeno 30 anni. La lente d'ingrandimento dei finanzieri passa anche sopra la «firma sottostante il nominativo Alessandro Conticini», e rileva che «sembrerebbe non apposta in modo autografo», ma «ritagliata in maniera elettronica da altra documentazione stante l'opacità che ne caratterizza i contorni». Il giustificativo del bonifico, insomma, offre più di un dubbio sulla sua genuinità. Ancora dalla informativa della Guardia di Finanza: «La documentazione, inoltre, pure avendo ad oggetto “invoice" (fattura, ndr) e riferita al pagamento delle spese di consulenza, non presenta un elemento fondamentale per la identificazione di un documento fiscale ossia il codice fiscale e/o partita Iva». E questo senza considerare il dettaglio che la presunta fattura, su «carta intestata “Operation California", rechi come titolo “contribution"». Ovvero, contributo semplice. E non come ci si aspetterebbe, data la natura del mittente, «contributo umanitario».
La conclusione a cui giungono gli inquirenti rafforza il fronte d'indagine sull'appropriazione indebita di cui si sarebbe reso protagonista Conticini. Infatti, secondo Guardia di Finanza e Bankitalia, «appare quantomeno anomalo che una ingente somma di denaro, originariamente destinata a finanziare la Play Therapy Africa (la società di Conticini che rastrella contributi milionari in giro per il mondo per presunti progetti di sostegno alla terapia del gioco in Africa, ndr) venga poi trasferita su vari rapporti di conto intestati a Conticini».
Dunque, la somma è stata «verosimilmente destinata a un impiego diverso da quello per il quale è stata erogata dalle organizzazioni internazionali». Impieghi coincidenti con le spese «personali» e «familiari» del parente dell'ex premier Matteo Renzi. Come le due superville in Portogallo e in Francia costate, come ha raccontato Panorama questa settimana, 2 milioni di euro. O come le spese per le carte di credito dei coniugi impegnati a girare il mondo, dall'Africa all'Europa passando per gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi.
L’ex premier inizia il trasloco nella nuova villa a Firenze
L'attesa è finita. I lavori di ristrutturazione della nuova villa di Matteo Renzi sono terminati e proprio ieri è iniziato il trasloco dei mobili. Il sogno del Bomba, quello di trasferirsi dalla piccola e periferica Rignano sull'Arno nella zona più à la page, più bella e ricca di Firenze sta per diventare realtà. Presto potrà svegliarsi ad un passo dal viale dei Colli disegnato dal genio di Giuseppe Poggi e vivere circondato dal verde e con vicini tanto prestigiosi quanto ricchi: imprenditori, medici e dirigenti di altissimo livello. Mica male per uno che sosteneva di avere 15.859 euro sul proprio conto corrente. Dall'altro ieri sono iniziati i primi spostamenti di camion e furgoni che hanno portato, nel giro di 24 ore, dentro la nuova residenza letti, armadi e librerie. La casa a un passo da Ponte Vecchio - che per anni ha ospitato Matteo, Agnese e i tre figli - è stata lasciata. Mercoledì pomeriggio era stata proprio la moglie dell'ex segretario del Pd a verificare, di persona, la conclusione dei lavori interni alla nuova villa. Ogni dettaglio è stato studiato con estrema attenzione. Nel pomeriggio si era recata in via Tacca e aveva a lungo colloquiato con gli architetti che hanno diretto i lavori. Che sono molto avanti ma non del tutto finiti. Nell'immenso giardino circostante sono ancora presenti due ruspe, che serviranno per migliorare anche lo spazio esterno. Era il 30 giugno 2018 quando La Verità, in esclusiva, raccontò l'acquisto della super villa da oltre 1 milione di euro. Una notizia che fece il giro d'Italia e fu ripresa anche da organi d'informazione all'estero. Non solo per la bellezza della location e per il prezzo (1 milione e 300.000 euro, per l'esattezza), che non può certo essere definito alla portata di tutti, ma proprio per quell'affermazione sui 15.859 euro in banca, sostenuta con phatos dal Bomba davanti a Nicola Porro e le telecamere di Matrix. Una cifra modesta, che stride e non poco con un preliminare d'acquisto da 400.000 euro (saldato con quattro assegni circolari). La villa dei sogni di Renzi ha una metratura complessiva di 276 metri quadri ed è divisa (a livello catastale) in 11,5 vani. Va poi aggiunto l'immenso parco da oltre 1.500 metri quadri. Un alloggio principesco di due piani, nei quali spiccano un gigantesco salotto open space, una cucina degna di Carlo Cracco, tre camere con bagno, uno studio e una terrazza.
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Alessandro Conticini, parente di Matteo Renzi, segnalato a Bankitalia per 372.000 dollari sospetti. La Gdf sulle carte: «Copia incolla di vari fogli».Matteo Renzi e i suoi lasciano il centro storico per la magione da 1,3 milioni di euro sui colli. Presa dopo aver detto: «Ho solo 15.859 euro».Lo speciale contiene due articoli Quando si dice fare carte false. Tra le segnalazioni dell'Unità informazione finanziaria che, dal 2012, lanciava allarmi su Alessandro Conticini e le sue manovre sui fondi per i bambini africani, ce n'è una che ha impegnato più delle altre la Guardia di Finanza. È del 22 gennaio 2015, quando sul conto corrente del parente della famiglia Renzi (Alessandro è il fratello del cognato di Matteo Renzi) arriva un bonifico di 372.000 dollari, pari a circa 318.000 euro. L'accredito non va a buon fine perché il mittente, l'organizzazione umanitaria «Operation California», ha indicato come beneficiario «International Development Association c/o Alessandro Conticini». Ma nessun conto, in filiale, è aperto a quel nome. E quindi i soldi vengono stornati e restituiti. Una ventina di giorni dopo, si ripete il tentativo con il beneficiario corretto: «Alessandro Conticini c/o International Development Association». La somma viene finalmente accreditata sul conto corrente personale di Conticini. Qualcosa, però, non quadra. E allora gli uffici della banca, dove Conticini movimenta con disinvoltura centinaia di migliaia di euro provenienti dai finanziamenti di Ong e associazioni umanitarie, lo convocano e gli chiedono un giustificativo per quella somma così ingente proveniente dall'estero. L'uomo spiega che la cifra riguarda un compenso per lui e la moglie, Valérie Quéré, per delle «consulenze» prestate all'organizzazione americana. Possibile? I funzionari dell'istituto di credito sono scettici, e inviano una segnalazione di «operazione sospetta» a Bankitalia. Che, analizzando il materiale di Conticini e incrociando le informazioni raccolte su fonti aperte, scrive in una relazione allegata all'inchiesta in cui è coinvolto l'uomo che desta «perplessità», in relazione alla «vocazione assistenziale» di «Operation California», un «singolo pagamento di 372.000 dollari». E per cosa, poi? Per consulenze a «fronte di spese che si aggirerebbero (…) nell'ordine di 1,9/2 milioni di dollari». Una cifra troppo alta che da sola rappresenterebbe un sesto dell'intero budget a disposizione.Le fiamme gialle, che già stanno lavorando sullo svuotamento dei fondi per progetti di solidarietà in Africa ad opera del parente dei Renzi, raccolgono l'alert di Bankitalia e vanno oltre. E decidono di passare al microscopio la documentazione che i Conticini hanno consegnato in banca. Scoprono così alcuni indizi che portano gli inquirenti a ipotizzare la fabbricazione di un presunto falso «copia e incolla» per giustificare il bonifico che «Operation California» avrebbe voluto indirizzare alla organizzazione umanitaria di Conticini ma che, invece, è finito sul suo conto corrente personale. Scrivono i militari della polizia tributaria: «Da un sommario esame della documentazione prodotta di supporto al bonifico (...) sembrerebbe che la stessa sia frutto dell'unione, in un unico foglio, di più parti di differente provenienza». Infatti, annotano ancora gli investigatori in una informativa, il «carattere di scrittura dell'intestazione mittente/destinatario appare uguale a quello della nota di chiusura ossia “by this communication..." ma differente da quello utilizzato per la descrizione delle attività indicate a fronte del programma 2014/2015». Una svista grafica difficilmente giustificabile per una struttura internazionale che si occupa di programmi per l'infanzia e per la lotta alla povertà da almeno 30 anni. La lente d'ingrandimento dei finanzieri passa anche sopra la «firma sottostante il nominativo Alessandro Conticini», e rileva che «sembrerebbe non apposta in modo autografo», ma «ritagliata in maniera elettronica da altra documentazione stante l'opacità che ne caratterizza i contorni». Il giustificativo del bonifico, insomma, offre più di un dubbio sulla sua genuinità. Ancora dalla informativa della Guardia di Finanza: «La documentazione, inoltre, pure avendo ad oggetto “invoice" (fattura, ndr) e riferita al pagamento delle spese di consulenza, non presenta un elemento fondamentale per la identificazione di un documento fiscale ossia il codice fiscale e/o partita Iva». E questo senza considerare il dettaglio che la presunta fattura, su «carta intestata “Operation California", rechi come titolo “contribution"». Ovvero, contributo semplice. E non come ci si aspetterebbe, data la natura del mittente, «contributo umanitario». La conclusione a cui giungono gli inquirenti rafforza il fronte d'indagine sull'appropriazione indebita di cui si sarebbe reso protagonista Conticini. Infatti, secondo Guardia di Finanza e Bankitalia, «appare quantomeno anomalo che una ingente somma di denaro, originariamente destinata a finanziare la Play Therapy Africa (la società di Conticini che rastrella contributi milionari in giro per il mondo per presunti progetti di sostegno alla terapia del gioco in Africa, ndr) venga poi trasferita su vari rapporti di conto intestati a Conticini». Dunque, la somma è stata «verosimilmente destinata a un impiego diverso da quello per il quale è stata erogata dalle organizzazioni internazionali». Impieghi coincidenti con le spese «personali» e «familiari» del parente dell'ex premier Matteo Renzi. Come le due superville in Portogallo e in Francia costate, come ha raccontato Panorama questa settimana, 2 milioni di euro. O come le spese per le carte di credito dei coniugi impegnati a girare il mondo, dall'Africa all'Europa passando per gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-finanza-sul-caso-dei-soldi-unicef-carte-contraffatte-2638081875.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-premier-inizia-il-trasloco-nella-nuova-villa-a-firenze" data-post-id="2638081875" data-published-at="1775743005" data-use-pagination="False"> L’ex premier inizia il trasloco nella nuova villa a Firenze L'attesa è finita. I lavori di ristrutturazione della nuova villa di Matteo Renzi sono terminati e proprio ieri è iniziato il trasloco dei mobili. Il sogno del Bomba, quello di trasferirsi dalla piccola e periferica Rignano sull'Arno nella zona più à la page, più bella e ricca di Firenze sta per diventare realtà. Presto potrà svegliarsi ad un passo dal viale dei Colli disegnato dal genio di Giuseppe Poggi e vivere circondato dal verde e con vicini tanto prestigiosi quanto ricchi: imprenditori, medici e dirigenti di altissimo livello. Mica male per uno che sosteneva di avere 15.859 euro sul proprio conto corrente. Dall'altro ieri sono iniziati i primi spostamenti di camion e furgoni che hanno portato, nel giro di 24 ore, dentro la nuova residenza letti, armadi e librerie. La casa a un passo da Ponte Vecchio - che per anni ha ospitato Matteo, Agnese e i tre figli - è stata lasciata. Mercoledì pomeriggio era stata proprio la moglie dell'ex segretario del Pd a verificare, di persona, la conclusione dei lavori interni alla nuova villa. Ogni dettaglio è stato studiato con estrema attenzione. Nel pomeriggio si era recata in via Tacca e aveva a lungo colloquiato con gli architetti che hanno diretto i lavori. Che sono molto avanti ma non del tutto finiti. Nell'immenso giardino circostante sono ancora presenti due ruspe, che serviranno per migliorare anche lo spazio esterno. Era il 30 giugno 2018 quando La Verità, in esclusiva, raccontò l'acquisto della super villa da oltre 1 milione di euro. Una notizia che fece il giro d'Italia e fu ripresa anche da organi d'informazione all'estero. Non solo per la bellezza della location e per il prezzo (1 milione e 300.000 euro, per l'esattezza), che non può certo essere definito alla portata di tutti, ma proprio per quell'affermazione sui 15.859 euro in banca, sostenuta con phatos dal Bomba davanti a Nicola Porro e le telecamere di Matrix. Una cifra modesta, che stride e non poco con un preliminare d'acquisto da 400.000 euro (saldato con quattro assegni circolari). La villa dei sogni di Renzi ha una metratura complessiva di 276 metri quadri ed è divisa (a livello catastale) in 11,5 vani. Va poi aggiunto l'immenso parco da oltre 1.500 metri quadri. Un alloggio principesco di due piani, nei quali spiccano un gigantesco salotto open space, una cucina degna di Carlo Cracco, tre camere con bagno, uno studio e una terrazza.
Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
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Così il premier durante l'informativa alla Camera sull'azione del governo, che ha toccato anche i temi di Hormuz, della crisi in Medio Oriente e del rapporto con gli Stati Uniti.
Quindi la stoccata alla leader Pd sul rapporto Europa-Usa e l'unità dell'Occidente: «Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara a Elly Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo».