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2020-06-30
La Azzolina durante il weekend si è inventata un altro miliardino
Ansa
Il ministro dell'Istruzione nel fine settimana ha incontrato il Coniglio bianco, che le ha rivelato dove si trovano altri 800 milioni di euro da spendere per la scuola. Adesso si affanna a spiegare che non si tratta di un sogno, è tutto vero. Lucia Azzolina non vuole passare per Alice nel Paese delle meraviglie, anche se la sua vision della scuola è quanto di più fantasticamente distante dalla realtà e ne ha dato ampia prova durante una penosa conferenza stampa pochi giorni fa, infilando una serie di «voglio» e «sogno» che hanno fatto saltare definitivamente la pazienza a genitori, presidi e docenti scolastici. L'Azzolina asserisce che per settembre ci saranno 2,5 miliardi di euro perché «quel miliardo che si cercava in realtà c'era già ma nessuno lo aveva visto». Non salta fuori dal cilindro, non siate maliziosi. La responsabile del Miur ha raccontato: «Quando sono arrivata al ministero ho chiesto di poter vedere i conti e i soldi non spesi. Mi è stato detto che ero il primo ministro a fare questa domanda». «C'erano 800 milioni di euro di Pon (il Programma operativo nazionale del ministero dell'Istruzione, ndr) non spesi e ora li stiamo spendendo», ha continuato a spiegare il ministro, mettendo in fila le cifre: 1,5 miliardi di euro «già messi nel decreto Rilancio», 1 miliardo che deve ancora essere approvato dal Parlamento, gli 800 milioni di euro del Pon. Ci sarebbero più soldi, dunque, ma per fare che cosa? «Arredi nuovi, banchi singoli che permettono di recuperare spazio e noi dobbiamo mantenere un metro di distanza bocca a bocca in classe, banchi singoli e moderni che permetteranno una didattica moderna, nuovi spazi e nuove aule», ha precisato a Radio 24, senza però chiarire che cosa farà quel 15% di alunni tagliati fuori dalle classi e genericamente proiettati all'esterno degli edifici scolastici. Quanto detto ieri ai microfoni dell'emittente radiofonica, cioè che i fondi serviranno anche «per fare patti territoriali per portare gli studenti fuori dalla scuola tradizionale e per l'organico», rimane di una vaghezza insopportabile per i presidi e per le famiglie che dovrebbero accettare l'idea dei propri figli costretti a studiare nei cinema o ai giardinetti. «Dopo aver sparato cifre mai viste prima per la scuola, e che continuano a non vedersi perché dei 2,5 miliardi di euro previsti nel decreto Rilancio, solo 330 milioni dovrebbero arrivare entro settembre, adesso è la volta della promessa di un ulteriore miliardo» ha commentato il deputato leghista Rossano Sasso, della commissione Cultura e istruzione. Sasso ha fatto due conti e «330 milioni stanziati per il 2020 vogliono dire poco più di 6.000 euro per gli oltre 50.000 istituti scolastici del territorio nazionale. Spiccioli che sicuramente non permettono di fare neanche un decimo di quello che annuncia Azzolina».
Il ministro non sembra rendersi conto che la ripartenza a settembre sarà comunque complicata e incerta, dopo lunghi mesi di scuole chiuse e con le condizioni di sicurezza anti Covid-19 imposte dal Comitato tecnico scientifico. Senza un piano certo, in assenza di linee chiare, con responsabilità scaricate sui presidi in nome di un'autonomia che fa comodo al ministero e con numeri buttati là, come le 50.000 assunzioni a tempo determinato, in meno di 70 giorni saranno pochi gli istituti pronti ad aprire le porte agli studenti. Nulla viene ancora precisato sull'utilizzo o meno delle mascherine «si vedrà a settembre», nemmeno sappiamo come verrà garantito il trasporto scolastico in diverse fasce orarie per assicurare gli ingressi scaglionati. Ci saranno lezioni più brevi e maggiore flessibilità, leggasi turni? Saranno disponibili insegnanti di sostegno per gli alunni più fragili o i disabili resteranno a casa come tantissime famiglie si stanno chiedendo? Senza contare il vergognoso trattamento riservato dai gialloverdi alle scuole non statali, di cui forse un terzo riaprirà a settembre perché il governo non stanzia un fondo straordinario né garantisce la detraibilità completa delle rette sostenute dalle famiglie. Eppure queste scuole offrirebbero ottime soluzioni per gli studenti esclusi dalle aule «pubbliche» perché l'obbligo di rispettare il metro di distanza riduce gli spazi a disposizione. Sulla questione è intervenuto anche il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, giudicando «scandaloso che ci sia una forza come il M5s che obietti sul finanziamento alle scuole paritarie». Per il governatore «l'Italia è inadempiente», ha invitato il governo a stanziare subito le risorse: «Posso capire che ci possa essere una posizione ideologica ma se non si garantiscono delle scuole pubbliche, io i bambini li devo mandare a scuola. In Veneto ci sono 80.000 bimbi e 1.112 scuole e chiudendo queste scuole, avremmo 80.000 bimbi che non sanno dove andare».
Collettivi in lotta per gli atenei chiusi
n spiaggia e in discoteca sì, in aula no: voglia di ricominciare zero. In questi mesi ci siamo tutti concentrati sui pasticci del ministro Lucia Azzolina, ma il ritorno a scuola è un incubo non soltanto per colpa sua. Anche i cosiddetti «imbuti da riempire» (citazione dall'omerica gaffe della titolare dell'istruzione per indicare gli studenti) non sembrano per niente interessati a rientrare in sede e ad affrontare gli esami - in questo caso universitari - guardando negli occhi i professori.
La tendenza governativa del «ci rivediamo a settembre, forse» è condivisa a tal punto da indurre i rappresentanti della Sinistra universitaria-Udu della Statale di Milano a chiedere al rettorato di bloccare le prove della sessione estiva, al via domani. Il tono è fermo, più da Matteo Renzi che da Dario Franceschini, e la missiva è indirizzata al prorettore responsabile della didattica, Marisa Porrini, che dopo quattro mesi di lockdown aveva autorizzato gli esami finalmente dal vivo, pur con tutte le cautele sanitarie del caso. «La scelta di permettere lo svolgimento di esami scritti in presenza ha gettato nello scompiglio molti di noi», si lamentano i rappresentanti della sinistra da ateneo, «perché in tanti siamo tornati a casa, spesso lontano da Milano. Troviamo che la scelta di permettere ai docenti di organizzare esami in presenza, in una situazione dove una grossa fetta della popolazione dell'ateneo è fisicamente impossibilitata a presenziare, sia essenzialmente discriminatoria».
Al massimo è discriminatoria per chi torna in aula. Nessuno è assalito dall'urgenza di prendere un treno, di rientrare in sede, di procedere verso la normalità. Anzi la cosa appare una pretesa lunare da parte dell'università. Questo lascia esterrefatti perché il «diritto allo studio» sbandierato nelle cicliche manifestazioni del sabato (di solito in autunno, di solito prima dell'otto dicembre) riserva anche qualche sorpresa, per esempio il diritto-dovere di essere valutati senza il filtro dello schermo, della connessione che cade, delle furbate Web di qualche smaliziato compagno di corso, dei disguidi tecnici che proprio alla Statale hanno rischiato di far annullare a maggio gli esami di Macroeconomia a Scienze politiche.
Far finta che la pandemia sia la stessa di marzo e aprile per gestirsi la lunga estate calda nei luoghi più ameni è una tentazione di molti, ma non è il miglior modo di aiutare il Paese a ripartire. Così la generazione Erasmus con targa progressista orgogliosamente esibita fa muro e spera di fare breccia coinvolgendo anche chi vorrebbe uscire dall'equivoco digitale. «Il discorso ovviamente non riguarda solo gli studenti fuori sede», aggiunge il collettivo «ma anche i tantissimi pendolari che verrebbero costretti a viaggi lunghi per dare un esame». Se i tantissimi pendolari che ogni mattina tornano a lavorare a Milano dai paesi della cintura facessero lo stesso ragionamento, si otterrebbe il nirvana dell'assistenzialismo: un lockdown a vita. Poiché la sinistra per cultura non si limita a protestare, ma pretende di proporre, ecco l'idea vincente sulla scrivania della prof. Porrini: «Pensiamo che l'unica soluzione sia quella di rettificare la circolare al fine di garantire che nessuno sia lasciato indietro, facendo sì che, qualora si scelga di organizzare gli esami in presenza, venga garantito anche lo svolgimento online per chi è impossibilitato a partecipare». Impossibilitato perché malato o perché travolto dall'inedia? Tira aria di 30 politico, di firme a raffica, di Sessantotto pseudosanitario. Con la fantasia al potere dei padri che finalmente si rispecchia nei libretti dei figli.
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Mentre la nebbia sulla ripresa delle lezioni non si dirada, il ministro annuncia di aver individuato ulteriori fondi, per la cifra di ben 2,5 miliardi. E lo spiega così: il denaro «c'era già, però nessuno lo aveva visto»La Statale di Milano dispone il ritorno agli esami dal vivo, ma le sigle degli studenti di sinistra si oppongono. Il Covid-19 è l'alibi perfetto per restarsene in vacanza.Lo speciale contiene due articoli Il ministro dell'Istruzione nel fine settimana ha incontrato il Coniglio bianco, che le ha rivelato dove si trovano altri 800 milioni di euro da spendere per la scuola. Adesso si affanna a spiegare che non si tratta di un sogno, è tutto vero. Lucia Azzolina non vuole passare per Alice nel Paese delle meraviglie, anche se la sua vision della scuola è quanto di più fantasticamente distante dalla realtà e ne ha dato ampia prova durante una penosa conferenza stampa pochi giorni fa, infilando una serie di «voglio» e «sogno» che hanno fatto saltare definitivamente la pazienza a genitori, presidi e docenti scolastici. L'Azzolina asserisce che per settembre ci saranno 2,5 miliardi di euro perché «quel miliardo che si cercava in realtà c'era già ma nessuno lo aveva visto». Non salta fuori dal cilindro, non siate maliziosi. La responsabile del Miur ha raccontato: «Quando sono arrivata al ministero ho chiesto di poter vedere i conti e i soldi non spesi. Mi è stato detto che ero il primo ministro a fare questa domanda». «C'erano 800 milioni di euro di Pon (il Programma operativo nazionale del ministero dell'Istruzione, ndr) non spesi e ora li stiamo spendendo», ha continuato a spiegare il ministro, mettendo in fila le cifre: 1,5 miliardi di euro «già messi nel decreto Rilancio», 1 miliardo che deve ancora essere approvato dal Parlamento, gli 800 milioni di euro del Pon. Ci sarebbero più soldi, dunque, ma per fare che cosa? «Arredi nuovi, banchi singoli che permettono di recuperare spazio e noi dobbiamo mantenere un metro di distanza bocca a bocca in classe, banchi singoli e moderni che permetteranno una didattica moderna, nuovi spazi e nuove aule», ha precisato a Radio 24, senza però chiarire che cosa farà quel 15% di alunni tagliati fuori dalle classi e genericamente proiettati all'esterno degli edifici scolastici. Quanto detto ieri ai microfoni dell'emittente radiofonica, cioè che i fondi serviranno anche «per fare patti territoriali per portare gli studenti fuori dalla scuola tradizionale e per l'organico», rimane di una vaghezza insopportabile per i presidi e per le famiglie che dovrebbero accettare l'idea dei propri figli costretti a studiare nei cinema o ai giardinetti. «Dopo aver sparato cifre mai viste prima per la scuola, e che continuano a non vedersi perché dei 2,5 miliardi di euro previsti nel decreto Rilancio, solo 330 milioni dovrebbero arrivare entro settembre, adesso è la volta della promessa di un ulteriore miliardo» ha commentato il deputato leghista Rossano Sasso, della commissione Cultura e istruzione. Sasso ha fatto due conti e «330 milioni stanziati per il 2020 vogliono dire poco più di 6.000 euro per gli oltre 50.000 istituti scolastici del territorio nazionale. Spiccioli che sicuramente non permettono di fare neanche un decimo di quello che annuncia Azzolina». Il ministro non sembra rendersi conto che la ripartenza a settembre sarà comunque complicata e incerta, dopo lunghi mesi di scuole chiuse e con le condizioni di sicurezza anti Covid-19 imposte dal Comitato tecnico scientifico. Senza un piano certo, in assenza di linee chiare, con responsabilità scaricate sui presidi in nome di un'autonomia che fa comodo al ministero e con numeri buttati là, come le 50.000 assunzioni a tempo determinato, in meno di 70 giorni saranno pochi gli istituti pronti ad aprire le porte agli studenti. Nulla viene ancora precisato sull'utilizzo o meno delle mascherine «si vedrà a settembre», nemmeno sappiamo come verrà garantito il trasporto scolastico in diverse fasce orarie per assicurare gli ingressi scaglionati. Ci saranno lezioni più brevi e maggiore flessibilità, leggasi turni? Saranno disponibili insegnanti di sostegno per gli alunni più fragili o i disabili resteranno a casa come tantissime famiglie si stanno chiedendo? Senza contare il vergognoso trattamento riservato dai gialloverdi alle scuole non statali, di cui forse un terzo riaprirà a settembre perché il governo non stanzia un fondo straordinario né garantisce la detraibilità completa delle rette sostenute dalle famiglie. Eppure queste scuole offrirebbero ottime soluzioni per gli studenti esclusi dalle aule «pubbliche» perché l'obbligo di rispettare il metro di distanza riduce gli spazi a disposizione. Sulla questione è intervenuto anche il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, giudicando «scandaloso che ci sia una forza come il M5s che obietti sul finanziamento alle scuole paritarie». Per il governatore «l'Italia è inadempiente», ha invitato il governo a stanziare subito le risorse: «Posso capire che ci possa essere una posizione ideologica ma se non si garantiscono delle scuole pubbliche, io i bambini li devo mandare a scuola. In Veneto ci sono 80.000 bimbi e 1.112 scuole e chiudendo queste scuole, avremmo 80.000 bimbi che non sanno dove andare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-azzolina-durante-il-weekend-si-e-inventata-un-altro-miliardino-2646292843.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="collettivi-in-lotta-per-gli-atenei-chiusi" data-post-id="2646292843" data-published-at="1593468365" data-use-pagination="False"> Collettivi in lotta per gli atenei chiusi n spiaggia e in discoteca sì, in aula no: voglia di ricominciare zero. In questi mesi ci siamo tutti concentrati sui pasticci del ministro Lucia Azzolina, ma il ritorno a scuola è un incubo non soltanto per colpa sua. Anche i cosiddetti «imbuti da riempire» (citazione dall'omerica gaffe della titolare dell'istruzione per indicare gli studenti) non sembrano per niente interessati a rientrare in sede e ad affrontare gli esami - in questo caso universitari - guardando negli occhi i professori. La tendenza governativa del «ci rivediamo a settembre, forse» è condivisa a tal punto da indurre i rappresentanti della Sinistra universitaria-Udu della Statale di Milano a chiedere al rettorato di bloccare le prove della sessione estiva, al via domani. Il tono è fermo, più da Matteo Renzi che da Dario Franceschini, e la missiva è indirizzata al prorettore responsabile della didattica, Marisa Porrini, che dopo quattro mesi di lockdown aveva autorizzato gli esami finalmente dal vivo, pur con tutte le cautele sanitarie del caso. «La scelta di permettere lo svolgimento di esami scritti in presenza ha gettato nello scompiglio molti di noi», si lamentano i rappresentanti della sinistra da ateneo, «perché in tanti siamo tornati a casa, spesso lontano da Milano. Troviamo che la scelta di permettere ai docenti di organizzare esami in presenza, in una situazione dove una grossa fetta della popolazione dell'ateneo è fisicamente impossibilitata a presenziare, sia essenzialmente discriminatoria». Al massimo è discriminatoria per chi torna in aula. Nessuno è assalito dall'urgenza di prendere un treno, di rientrare in sede, di procedere verso la normalità. Anzi la cosa appare una pretesa lunare da parte dell'università. Questo lascia esterrefatti perché il «diritto allo studio» sbandierato nelle cicliche manifestazioni del sabato (di solito in autunno, di solito prima dell'otto dicembre) riserva anche qualche sorpresa, per esempio il diritto-dovere di essere valutati senza il filtro dello schermo, della connessione che cade, delle furbate Web di qualche smaliziato compagno di corso, dei disguidi tecnici che proprio alla Statale hanno rischiato di far annullare a maggio gli esami di Macroeconomia a Scienze politiche. Far finta che la pandemia sia la stessa di marzo e aprile per gestirsi la lunga estate calda nei luoghi più ameni è una tentazione di molti, ma non è il miglior modo di aiutare il Paese a ripartire. Così la generazione Erasmus con targa progressista orgogliosamente esibita fa muro e spera di fare breccia coinvolgendo anche chi vorrebbe uscire dall'equivoco digitale. «Il discorso ovviamente non riguarda solo gli studenti fuori sede», aggiunge il collettivo «ma anche i tantissimi pendolari che verrebbero costretti a viaggi lunghi per dare un esame». Se i tantissimi pendolari che ogni mattina tornano a lavorare a Milano dai paesi della cintura facessero lo stesso ragionamento, si otterrebbe il nirvana dell'assistenzialismo: un lockdown a vita. Poiché la sinistra per cultura non si limita a protestare, ma pretende di proporre, ecco l'idea vincente sulla scrivania della prof. Porrini: «Pensiamo che l'unica soluzione sia quella di rettificare la circolare al fine di garantire che nessuno sia lasciato indietro, facendo sì che, qualora si scelga di organizzare gli esami in presenza, venga garantito anche lo svolgimento online per chi è impossibilitato a partecipare». Impossibilitato perché malato o perché travolto dall'inedia? Tira aria di 30 politico, di firme a raffica, di Sessantotto pseudosanitario. Con la fantasia al potere dei padri che finalmente si rispecchia nei libretti dei figli.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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