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Jack Vettriano: la sua arte «pop» in mostra a Bologna

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Jack Vettriano in mostra  a Bologna
Jack Vettriano,The Singing Butler, 1992

Celebre pittore scozzese più amato dal pubblico che dalla critica, Jack Vettriano (1951-2025) è scomparso il 1° marzo di quest’anno, a pochi giorni dall’inaugurazione della bella monografica in corso a Bologna (sino al 20 luglio 2025) nelle stanze di Palazzo Pallavicini. Per la prima volta in assoluto in Italia, l’esposizione ospita ben 70 opere, tra cui gli scatti nel suo studio eseguiti da Francesco Guidicini, ritrattista ufficiale del Sunday Times.


Ho sempre amato la pittura di Jack Vettriano. Sia perché mi piacciono particolarmente le atmosfere «noir», sia perché quel suo realismo essenziale, fatto di ambientazioni interne e solitarie, in cui i soggetti sembrano quasi slegati gli uni dagli altri, mi ricordano uno dei miei miti assoluti, Edward Hopper.E ad amare Vettriano, per fortuna, siamo in molti. Vettriano ha una vastissima platea di estimatori, è un pittore «pop » che piace tanto al pubblico… Ma molto meno alla critica. Poco importa che uno dei suoi quadri più famosi, The Singing Butler (1992), sia stato venduto all’asta da Sotheby’s per oltre 750mila sterline e che i suoi contributi all'arte siano stati premiati con diverse onorificenze, tra cui, nel 2003 , la nomina a Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico (OBE) per i servizi resi alle arti visive: nonostante questi riconoscimenti, davanti a un’opera di Vettriano, una parte della critica «storce ancora il naso», come si suol dire… Forse, ora che è scomparso, anche i detrattori si ricrederanno ( non dimentichiamoci che, nel 1874, anche la prima mostra degli Impressionisti venne aspramente criticata…), ma se anche questo non dovesse accadere, questo grande artista scozzese ha già raccolto, in vita, consensi a livello internazionale - con mostre a Edimburgo,Londra, Hong Kong, Johannesburg e New York - e l’apprezzamento di importanti collezionisti, tra cui Jack Nicholson, Sir Alex Ferguson, Sir Tim Rice e Robbie Coltrane. Le suo opere, riproduzioni comprese, sono richiestissime sul mercato e quello straordinario Maggiordomo che balla (rappresentazione di un elegante coppia che danza su una spiaggia tempestosa, accompagnata dal maggiordomo e dalla cameriera che reggono due ombrelli neri) è entrato oramai nell’immaginario collettivo.

La mostra bolognese attualmente in corso è un omaggio a questo artista autodidatta di origini italiane, che scelse di firmarsi con il cognome della madre (quello paterno era Hoggan) , che iniziò a lavorare poco più adolescente e che iniziò a dipingere a ventun anni, quando un’amica, per il suo compleanno, gli regalò un set di pennelli e acquerelli. Da allora a pochi giorni fa, Vettriano non ha mai smesso di dipingere e le sue opere evocative e senza tempo, che continueranno ad affascinare e ad ispirare le nuove generazioni, hanno lasciato un segno profondo nell’arte scozzese contemporanea. E non solo.

La Mostra

Curata da Francesca Bogliolo con la preziosa collaborazione dell’artista, la grande monografica di Palazzo Pallavicini vede alternarsi, nel suo ricco percorso espositivo, oltre 70 opere tra oli, grafiche a tiratura limitata (create appositamente per questa esposizione) e gli splendidi scatti nello studio di Jack Vettriano eseguiti dal noto ritrattista Francesco Guidicini, le cui opere sono presenti alla National Portrait Gallery di Londra. Un’esposizione affascinante, che immagine dopo immagine introduce il visitatore nella vita e nella poetica di Vettriano, nella sua arte onirica, sensuale, romantica, contraddittoria, per sua stessa ammissione «autobiografica». Un' arte che non rappresenta solamente ciò che è visibile, ma ciò che principalmente non lo è, e che invece si cela oltre le apparenze (un concetto, questo, che Vettriano condivide con Lucio Fontana, ben rappresentato nel bellissimo dipinto/ autoritratto Omaggio a Fontana). Una pittura che strega con i suoi chiaroscuri, le pennellate morbide, i contorni netti e definiti, il perfetto equilibrio tra bellezza e mistero. Un erotismo che non scade mai nella volgarità, fatto di femme fatale ammalianti e irragiungibili e uomini irrimediabilmente schiavi di un paio di tacchi a spillo , di un rossetto vermiglio, del pizzo trasparente di un vestito. O di una giarrettiera. Dipinti che sembrano set cinematografici o cartelloni pubblicitari retrò, atmosfere da Grande Gatsby che sanno di jazz, armonico e sincopato. Scene di danza (uno dei temi più amati da Vettriano e metafora della vita), con ballerini lievi ed eterei che volteggiano isolati dal resto del mondo, in un dialogo muto di anime e corpi. E, a dominare su tutto, un senso di solitudine e di attesa, di sentimenti intuiti più che manifesti, fatti di gesti accennati, sguardi complici, vicinanza. Pudore. Anche quando il soggetto è erotico.Ecco. Vettriano è tutto questo e la mostra bolognese è un importante omaggio alla sua arte. E anche alla sua memoria.

Jack Vettriano, Dance me to the End of Love, 2013

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La scacchiera dove la geopolitica regola (spesso) i suoi conti
Nella foto lo scacchista americano Bobby Fischer (a destra) e Boris Spassky si stringono la mano, seduti al tavolo degli scacchi, prima di dare inizio all'incontro. Sveti Stefan, 2 settembre 1992 (Ansa)

Da Fischer-Spassky alla Russia di Vladimir Putin, dall’Ucraina ai talebani, da Sara Khadem alle sorelle Polgár: il gioco più silenzioso del mondo resta un campo di battaglia politico, diplomatico e culturale.


C’è stato un tempo in cui bastava un’apertura “gambetto di donna” o cavallo in f3 per scatenare i giornali di mezzo mondo, sull’asse Washington e Mosca. I giornalisti arrivavano a mobilitare il Pentagono, il Cremlino e persino la paranoia nucleare. Eravamo negli anni Sessanta, quando Bobby Fischer, un ragazzo di Brooklyn, scontroso e preciso come un revisore dei conti, aveva deciso di sfidare non soltanto i grandi maestri sovietici, ma un’intera idea del mondo. Il duello simbolico arrivò al suo culmine nel 1972, a Reykjavík, quando Fischer batté Boris Spassky e divenne il primo americano nato negli Stati Uniti a conquistare il titolo mondiale, interrompendo la lunga egemonia sovietica sugli scacchi. Dal 1951 al 1969, ricordano enciclopedie e libri, campioni e sfidanti mondiali erano stati cittadini sovietici: gli scacchi erano quasi un ministero informale dell’intelligenza di Stato, quasi un distaccamento del palazzo della Lubjanka, la storica sede del Kgb, il servizio segreto sovietico.

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