True
2021-12-30
L’Italia sfiora 100.000 contagi. Il governo gioca al sudoku
Ansa
«Con Omicron stiamo andando verso endemia, quindi niente panico», ha detto ieri in tv il sottosegretario alla Salute, Piepaolo Sileri. Facendo tornare in mente una delle scene cult de L’aereo più pazzo del mondo: quando il velivolo sta precipitando tutti si mettono a urlare e il comandante dall’altoparlante rassicura i passeggeri: «Niente panico!». Per un attimo stanno tutti calmi anche se l’aereo continua a scendere. Poi si sentono nuove urla di terrore e stavolta la voce del capitano gracchia dall’altoparlante: «Ok, panico!». Ecco, le parole di Sileri sembravano quelle del capitano. Solo che l’«ok, panico» non fa ridere come nel film. Anzi.
Dopo le feste natalizie rovinate da nuove strette, code interminabili per i tamponi e un sistema di tracciamento andato in tilt, la giornata di ieri è stata scandita da un continuo rincorrersi di voci e indiscrezioni filtrate prima dalla Conferenza dei governatori delle Regioni, poi dalla lunga riunione del Comitato tecnico scientifico e poi dalla cabina di regia, che ha anticipato il Consiglio dei ministri slittato dalle 18.30 a poco dopo le 20. Quello che è stato definito l’orientamento del Cts si è trasformato in una specie di partita di sudoku su come ridurre le quarantene per uscire dal caos dei tamponi, senza dover ammettere che l’unica soluzione concreta sarebbe quella di togliere green pass e super green pass (di cui si potrebbe addirittura discutere l’estensione ai luoghi di lavoro in un prossimo Cdm).
Con il deflagrare dei contagi per la variante Omicron, il governo si è così infilato in vicolo cieco da cui è sempre più difficile uscire. E ha messo l’ennesima pezza di regole confuse adottate nel panico che è peggio del buco, ovvero l’incapacità di fare testing e tracing per ridurre le quarantene sulla base dei rischi. Non sono state ancora spiegate le motivazioni scientifiche delle nuove misure, né se è stato valutato ex ante il loro impatto. La sensazione è che si continui ad attribuire a Omicron ciò che invece viene deciso perché il sistema dei tamponi e del tracciamento è ormai saltato. Mentre nessuno, al ministero della Salute, si assume ancora la responsabilità di aver spinto gli italiani a fare i tamponi prima delle feste.
E così, a tarda sera del 29 dicembre e a pochi giorni dall’ultimo Cdm e dall’ultimo decreto emanato, dal sudoku siamo passati al gioco delle tre quarantene. E a un nuovo decreto legge.
Quando questo giornale è andato in stampa la riunione dei ministri era ancora in corso. In base alle informazioni raccolte, i giorni di isolamento da fare se si entra in contatto con un soggetto positivo sarebbero stati rivisti in base a tre categorie: i non vaccinati, chi ha un green pass rafforzato da oltre 120 giorni e chi ha un green pass rafforzato da meno di 120 giorni. Per i non vaccinati che hanno avuto contatti con un positivo continueranno a vigere le attuali regole, ovvero la quarantena di 10 giorni. Per le persone in possesso del green pass rafforzato da oltre 120 giorni, la quarantena si ridurrà a 5 giorni e al termine di questo periodo sarà richiesto un tampone con esito negativo. Per le persone con dose booster o con green pass rafforzato da meno di 120 giorni, non sarà più prevista la quarantena ma una forma di autosorveglianza (no sintomi) e, al quinto giorno dal contatto con il caso positivo Covid-19, l’effettuazione di un tampone con esito negativo (va in generale ricordato che il personale sanitario e dei servizi pubblici essenziali è esonerato dalle misure di quarantena precauzionale in base a quanto già previsto dal cosiddetto decreto Cura Italia).
La decorrenza delle nuove norme, per ragioni organizzative e logistiche, sarà definita in accordo con il commissario Francesco Paolo Figliuolo. Di certo, i tamponi restano per uscire dall’isolamento. E i tamponi non si trovano. Così come cominciano già a scarseggiare le mascherine Ffp2, per le quali ieri sera in Cdm sarebbe stata discussa la possibilità di fissare un prezzo calmierato.
In mattinata le richieste arrivate al governo dalla Conferenza delle Regioni erano state numerose: allinearsi alle ordinanze di Umbria, Toscana ed Emilia Romagna, che prevedono l’isolamento per chi risulti positivo a un tampone antigenico rapido, concentrare il contact tracing sui soggetti non vaccinati, immunodepressi o comunità chiuse come ospedali e Rsa; per i soggetti vaccinati con tre dosi passare dalla quarantena a una forma di autosorveglianza, effettuando, se positivi, il periodo di isolamento di 10 giorni ma evitando un nuovo tampone al termine di questo periodo se negli ultimi tre giorni non si sono più registrati sintomi; esentare dalla quarantena chi ha completato il ciclo primario (prima e seconda dose) di vaccinazione da meno di 4 mesi o ha ricevuto 3 dosi, ricorrendo all’autosorveglianza e all’utilizzo di mascherine Ffp2. Infine, i governatori avevano anche chiesto di cancellare la quarantena per i vaccinati anche in ambito scolastico. Il dilagare del contagio rende infatti un rebus il ritorno tra i banchi dopo le festività. Per molti il rientro nelle aule il 10 gennaio potrebbe diventare un miraggio.
Nel frattempo, mancano reagenti e personale anche se da ormai da due anni abbiamo lo stato di emergenza che, almeno sul piano del diritto, consente di acquisire più agilmente mezzi e risorse in deroga alle norme vigenti. O meglio, dovrebbe essere così. Ma sull’aereo più pazzo del mondo delle misure anti Covid l’emergenza si è trasformata in panico.
L’asse Lega-5 stelle (per ora) blocca il super green pass sul lavoro
Lega e M5s si impongono e fanno saltare l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre a quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. Uno smacco senza precedenti in particolare per il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che l’altro ieri aveva auspicato «l’applicazione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, pubblico, privato e autonomo». Sconfitti anche il solito Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute, che ieri mattina aveva proclamato: «È il momento del super green pass per fare tutto, a partire dal poter andare a lavorare» e le Regioni, che pure avevano chiesto di estendere l’obbligo del green pass rafforzato, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o con la guarigione dal Covid, ma non viene rilasciato a chi presenta un tampone negativo, a tutto il mondo del lavoro.
La giornata di ieri segna quindi un nostalgico ritorno ai tempi della maggioranza Lega-M5s: di buon mattino si riunisce il Comitato tecnico scientifico, che esamina le proposte di nuovi provvedimenti sul contrasto alla pandemia. Alle 16.45 si riunisce la cabina di regia, presieduta da Mario Draghi. Presenti i capidelegazione dei partiti di maggioranza, Giancarlo Giorgetti (Lega), Dario Franceschini (Pd), Roberto Speranza (Leu), Elena Bonetti (Iv) Stefano Patuanelli (M5s) e Mariastella Gelmini accompagnata da Renato Brunetta (Fi), il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, il presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli.
Sull’estensione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, o almeno ai dipendenti della pubblica amministrazione che lavorano a contatto con il pubblico, Lega e M5s fanno muro. Il primo a prendere la parola per esprimere le sue perplessità e quelle del Carroccio è Giorgetti. Il ministro dello Sviluppo economico fa presente ai colleghi che estendere l’obbligo del super green pass a tutti i lavoratori si configurerebbe come un vero e proprio obbligo vaccinale. In questo caso, tiene a sottolineare Giorgetti, lo Stato dovrebbe assumersi la responsabilità di eventuali effetti dannosi del vaccino, e stilare un elenco di persone fragili da esentare. Anche il ministro dell’Agricoltura, il grillino Stefano Patuanelli, si mette di traverso: «Abbiamo sempre ragionato per funzioni», dice Patuanelli alla Verità, «forze dell’ordine, docenti, sanitari. Quelli a contatto con le persone. Quale sarebbe la ratio di distinguere tra un lavoratore e un disoccupato? Non siamo contrari all’obbligo», aggiunge Patuanelli, «come dimostrano i precedenti decreti, ma con raziocinio». Patuanelli in cabina di regia dice anche di preferire, a questo punto, di iniziare a ragionare di obbligo vaccinale.
Franceschini, Speranza, Brunetta e la Gelmini cercano di convincere Draghi a introdurre questa specie di obbligo vaccinale mascherato, ma il premier non vuole forzare la mano, e quindi si ragiona di una estensione bonsai, per il personale dei trasporti, i lavoratori delle fiere e quelli degli impianti sciistici. Una sconfitta del fronte dei pasdaran del super green pass, che finisce per far imbestialire il Pd: «Ancora una volta», twitta imbestialito il senatore dem Dario Stefano, «la Lega di Salvini vuole impedire al governo di prendere iniziative forti contro la pandemia. Un atteggiamento non più tollerabile. Si decida subito il super green pass per tutti i lavoratori».
Se non ci fosse, dovrebbero inventarlo, il senatore Stefano: twitta contro la Lega ma si dimentica di citare il M5s, che pure si è opposto al super green pass per tutti i lavoratori, o forse finge di dimenticarlo, poiché i pentastellati sono alleati dei dem. Del resto, la mossa di Patuanelli, fedelissimo di Giuseppe Conte, non potrà non avere ripercussioni sull’alleanza giallorossa, già messa a dura prova dal crollo costante dei consensi del M5s. Nervoso, per usare un eufemismo, anche Brunetta.
La posizione di Giorgetti è all’insegna del più puro buon senso e anche della chiarezza nei confronti dei cittadini. Estendere a tutto il mondo del lavoro il super green pass, infatti, equivale a introdurre surrettiziamente in Italia l’obbligo vaccinale senza però stabilirlo per legge, e dunque non assumendosi la responsabilità di erogare indennizzi in caso di effetti avversi. Una questione affrontata spesso dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Penso che l’estensione del green pass e il vaccino obbligatorio», ha detto a questo proposito, alcune settimane fa, la Meloni, «siano due cose diverse. Il green pass era una misura nata dall’Unione europea per favorire la circolazione delle persone, il vaccino obbligatorio è un’altra cosa: se il governo vuole usare il green ass per inserire surrettiziamente l’obbligo vaccinale allora io penso che questo non sia giusto. Inserisca l’obbligo vaccinale», ha aggiunto la Meloni, «io non sono d’accordo ma se ne assume la responsabilità; anche perché ci sono regole diverse sugli indennizzi nel caso in cui qualcosa non funzioni. L’obbligo vaccinale prevede per legge che lo Stato indennizzi, sul resto ci sono sentenze della Corte costituzionale ma la legge non c’è».
Alle 21 inizia il Consiglio dei ministri: «Il Pd è a favore dell’obbligo vaccinale ma intanto l’estensione del super green pass a tutte le attività rappresenta un incentivo a vaccinarsi», spiegano fonti dem mentre la riunione è ancora in corso. La battaglia continua.
Continua a leggereRiduci
Estenuante confronto con Cts e Regioni, si va verso una specie di gioco enigmistico per le nuove quarantene: trivaccinati liberi se privi di sintomi, 5 giorni e tampone per chi ha la seconda dose da più di 4 mesi, tutto come ora per chi non è inoculato.In Cdm, muro contro la linea di Renato Brunetta e Giancarlo Giorgetti: «Se ne riparla nel 2022». Stefano Patuanelli: «No a obblighi senza logica». Si va verso l’estensione del foglio verde rafforzato a trasporti, fiere e impianti.Lo speciale contiene due articoli.«Con Omicron stiamo andando verso endemia, quindi niente panico», ha detto ieri in tv il sottosegretario alla Salute, Piepaolo Sileri. Facendo tornare in mente una delle scene cult de L’aereo più pazzo del mondo: quando il velivolo sta precipitando tutti si mettono a urlare e il comandante dall’altoparlante rassicura i passeggeri: «Niente panico!». Per un attimo stanno tutti calmi anche se l’aereo continua a scendere. Poi si sentono nuove urla di terrore e stavolta la voce del capitano gracchia dall’altoparlante: «Ok, panico!». Ecco, le parole di Sileri sembravano quelle del capitano. Solo che l’«ok, panico» non fa ridere come nel film. Anzi. Dopo le feste natalizie rovinate da nuove strette, code interminabili per i tamponi e un sistema di tracciamento andato in tilt, la giornata di ieri è stata scandita da un continuo rincorrersi di voci e indiscrezioni filtrate prima dalla Conferenza dei governatori delle Regioni, poi dalla lunga riunione del Comitato tecnico scientifico e poi dalla cabina di regia, che ha anticipato il Consiglio dei ministri slittato dalle 18.30 a poco dopo le 20. Quello che è stato definito l’orientamento del Cts si è trasformato in una specie di partita di sudoku su come ridurre le quarantene per uscire dal caos dei tamponi, senza dover ammettere che l’unica soluzione concreta sarebbe quella di togliere green pass e super green pass (di cui si potrebbe addirittura discutere l’estensione ai luoghi di lavoro in un prossimo Cdm). Con il deflagrare dei contagi per la variante Omicron, il governo si è così infilato in vicolo cieco da cui è sempre più difficile uscire. E ha messo l’ennesima pezza di regole confuse adottate nel panico che è peggio del buco, ovvero l’incapacità di fare testing e tracing per ridurre le quarantene sulla base dei rischi. Non sono state ancora spiegate le motivazioni scientifiche delle nuove misure, né se è stato valutato ex ante il loro impatto. La sensazione è che si continui ad attribuire a Omicron ciò che invece viene deciso perché il sistema dei tamponi e del tracciamento è ormai saltato. Mentre nessuno, al ministero della Salute, si assume ancora la responsabilità di aver spinto gli italiani a fare i tamponi prima delle feste.E così, a tarda sera del 29 dicembre e a pochi giorni dall’ultimo Cdm e dall’ultimo decreto emanato, dal sudoku siamo passati al gioco delle tre quarantene. E a un nuovo decreto legge. Quando questo giornale è andato in stampa la riunione dei ministri era ancora in corso. In base alle informazioni raccolte, i giorni di isolamento da fare se si entra in contatto con un soggetto positivo sarebbero stati rivisti in base a tre categorie: i non vaccinati, chi ha un green pass rafforzato da oltre 120 giorni e chi ha un green pass rafforzato da meno di 120 giorni. Per i non vaccinati che hanno avuto contatti con un positivo continueranno a vigere le attuali regole, ovvero la quarantena di 10 giorni. Per le persone in possesso del green pass rafforzato da oltre 120 giorni, la quarantena si ridurrà a 5 giorni e al termine di questo periodo sarà richiesto un tampone con esito negativo. Per le persone con dose booster o con green pass rafforzato da meno di 120 giorni, non sarà più prevista la quarantena ma una forma di autosorveglianza (no sintomi) e, al quinto giorno dal contatto con il caso positivo Covid-19, l’effettuazione di un tampone con esito negativo (va in generale ricordato che il personale sanitario e dei servizi pubblici essenziali è esonerato dalle misure di quarantena precauzionale in base a quanto già previsto dal cosiddetto decreto Cura Italia).La decorrenza delle nuove norme, per ragioni organizzative e logistiche, sarà definita in accordo con il commissario Francesco Paolo Figliuolo. Di certo, i tamponi restano per uscire dall’isolamento. E i tamponi non si trovano. Così come cominciano già a scarseggiare le mascherine Ffp2, per le quali ieri sera in Cdm sarebbe stata discussa la possibilità di fissare un prezzo calmierato.In mattinata le richieste arrivate al governo dalla Conferenza delle Regioni erano state numerose: allinearsi alle ordinanze di Umbria, Toscana ed Emilia Romagna, che prevedono l’isolamento per chi risulti positivo a un tampone antigenico rapido, concentrare il contact tracing sui soggetti non vaccinati, immunodepressi o comunità chiuse come ospedali e Rsa; per i soggetti vaccinati con tre dosi passare dalla quarantena a una forma di autosorveglianza, effettuando, se positivi, il periodo di isolamento di 10 giorni ma evitando un nuovo tampone al termine di questo periodo se negli ultimi tre giorni non si sono più registrati sintomi; esentare dalla quarantena chi ha completato il ciclo primario (prima e seconda dose) di vaccinazione da meno di 4 mesi o ha ricevuto 3 dosi, ricorrendo all’autosorveglianza e all’utilizzo di mascherine Ffp2. Infine, i governatori avevano anche chiesto di cancellare la quarantena per i vaccinati anche in ambito scolastico. Il dilagare del contagio rende infatti un rebus il ritorno tra i banchi dopo le festività. Per molti il rientro nelle aule il 10 gennaio potrebbe diventare un miraggio. Nel frattempo, mancano reagenti e personale anche se da ormai da due anni abbiamo lo stato di emergenza che, almeno sul piano del diritto, consente di acquisire più agilmente mezzi e risorse in deroga alle norme vigenti. O meglio, dovrebbe essere così. Ma sull’aereo più pazzo del mondo delle misure anti Covid l’emergenza si è trasformata in panico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-100000-contagi-governo-sudoku-2656194725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lasse-lega-5-stelle-per-ora-blocca-il-super-green-pass-sul-lavoro" data-post-id="2656194725" data-published-at="1640830032" data-use-pagination="False"> L’asse Lega-5 stelle (per ora) blocca il super green pass sul lavoro Lega e M5s si impongono e fanno saltare l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre a quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. Uno smacco senza precedenti in particolare per il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che l’altro ieri aveva auspicato «l’applicazione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, pubblico, privato e autonomo». Sconfitti anche il solito Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute, che ieri mattina aveva proclamato: «È il momento del super green pass per fare tutto, a partire dal poter andare a lavorare» e le Regioni, che pure avevano chiesto di estendere l’obbligo del green pass rafforzato, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o con la guarigione dal Covid, ma non viene rilasciato a chi presenta un tampone negativo, a tutto il mondo del lavoro. La giornata di ieri segna quindi un nostalgico ritorno ai tempi della maggioranza Lega-M5s: di buon mattino si riunisce il Comitato tecnico scientifico, che esamina le proposte di nuovi provvedimenti sul contrasto alla pandemia. Alle 16.45 si riunisce la cabina di regia, presieduta da Mario Draghi. Presenti i capidelegazione dei partiti di maggioranza, Giancarlo Giorgetti (Lega), Dario Franceschini (Pd), Roberto Speranza (Leu), Elena Bonetti (Iv) Stefano Patuanelli (M5s) e Mariastella Gelmini accompagnata da Renato Brunetta (Fi), il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, il presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli. Sull’estensione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, o almeno ai dipendenti della pubblica amministrazione che lavorano a contatto con il pubblico, Lega e M5s fanno muro. Il primo a prendere la parola per esprimere le sue perplessità e quelle del Carroccio è Giorgetti. Il ministro dello Sviluppo economico fa presente ai colleghi che estendere l’obbligo del super green pass a tutti i lavoratori si configurerebbe come un vero e proprio obbligo vaccinale. In questo caso, tiene a sottolineare Giorgetti, lo Stato dovrebbe assumersi la responsabilità di eventuali effetti dannosi del vaccino, e stilare un elenco di persone fragili da esentare. Anche il ministro dell’Agricoltura, il grillino Stefano Patuanelli, si mette di traverso: «Abbiamo sempre ragionato per funzioni», dice Patuanelli alla Verità, «forze dell’ordine, docenti, sanitari. Quelli a contatto con le persone. Quale sarebbe la ratio di distinguere tra un lavoratore e un disoccupato? Non siamo contrari all’obbligo», aggiunge Patuanelli, «come dimostrano i precedenti decreti, ma con raziocinio». Patuanelli in cabina di regia dice anche di preferire, a questo punto, di iniziare a ragionare di obbligo vaccinale. Franceschini, Speranza, Brunetta e la Gelmini cercano di convincere Draghi a introdurre questa specie di obbligo vaccinale mascherato, ma il premier non vuole forzare la mano, e quindi si ragiona di una estensione bonsai, per il personale dei trasporti, i lavoratori delle fiere e quelli degli impianti sciistici. Una sconfitta del fronte dei pasdaran del super green pass, che finisce per far imbestialire il Pd: «Ancora una volta», twitta imbestialito il senatore dem Dario Stefano, «la Lega di Salvini vuole impedire al governo di prendere iniziative forti contro la pandemia. Un atteggiamento non più tollerabile. Si decida subito il super green pass per tutti i lavoratori». Se non ci fosse, dovrebbero inventarlo, il senatore Stefano: twitta contro la Lega ma si dimentica di citare il M5s, che pure si è opposto al super green pass per tutti i lavoratori, o forse finge di dimenticarlo, poiché i pentastellati sono alleati dei dem. Del resto, la mossa di Patuanelli, fedelissimo di Giuseppe Conte, non potrà non avere ripercussioni sull’alleanza giallorossa, già messa a dura prova dal crollo costante dei consensi del M5s. Nervoso, per usare un eufemismo, anche Brunetta. La posizione di Giorgetti è all’insegna del più puro buon senso e anche della chiarezza nei confronti dei cittadini. Estendere a tutto il mondo del lavoro il super green pass, infatti, equivale a introdurre surrettiziamente in Italia l’obbligo vaccinale senza però stabilirlo per legge, e dunque non assumendosi la responsabilità di erogare indennizzi in caso di effetti avversi. Una questione affrontata spesso dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Penso che l’estensione del green pass e il vaccino obbligatorio», ha detto a questo proposito, alcune settimane fa, la Meloni, «siano due cose diverse. Il green pass era una misura nata dall’Unione europea per favorire la circolazione delle persone, il vaccino obbligatorio è un’altra cosa: se il governo vuole usare il green ass per inserire surrettiziamente l’obbligo vaccinale allora io penso che questo non sia giusto. Inserisca l’obbligo vaccinale», ha aggiunto la Meloni, «io non sono d’accordo ma se ne assume la responsabilità; anche perché ci sono regole diverse sugli indennizzi nel caso in cui qualcosa non funzioni. L’obbligo vaccinale prevede per legge che lo Stato indennizzi, sul resto ci sono sentenze della Corte costituzionale ma la legge non c’è». Alle 21 inizia il Consiglio dei ministri: «Il Pd è a favore dell’obbligo vaccinale ma intanto l’estensione del super green pass a tutte le attività rappresenta un incentivo a vaccinarsi», spiegano fonti dem mentre la riunione è ancora in corso. La battaglia continua.
Getty Images
Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
Continua a leggereRiduci
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
Continua a leggereRiduci
I loggionisti del Piermarini (foto Carlo Melato)
Dopo una vita in coda e in silenzio (più o meno), sfidando ogni tipo di temperatura e di condizione atmosferica, gli ultimi romantici dell’opera hanno infatti deciso di prendere carta, penna e tablet per inviare una bella Pec ai piani elevati della Fabbrica dei sogni. La grande paura degli irriducibili melomani è che, passettino dopo passettino, chi guida il Piermarini stia gentilmente accompagnando verso l’uscita una gloriosa tradizione, aprendo le porte al regno incontrastato della vendita online.
«Cara Scala, amato Teatro», scrivono gli ultrà del melodramma che, a forza di aspettare il loro turno nel porticato di via Filodrammatici per accaparrarsi uno dei 140 ticket per tutte le tasche, sono diventati una specie di famiglia allargata, «siamo un gruppo di loggionisti, affezionati alla coda fisica per la conquista di un posto ai piani alti, economico e soprattutto disponibile il giorno stesso. È una tradizione che riteniamo bellissima e che fa onore al teatro; del resto, lasciatecelo dire, anche la Scala dovrebbe essere fiera di avere degli affezionati disposti, in certe occasioni, a qualsiasi sacrificio pur di entrare nella sala del Piermarini». «Però, da qualche tempo», e qui il coro di oltre 200 voci (e firme in calce) inizia a farsi sentire come un vero e proprio personaggio collettivo, «ci sembra - ma speriamo di sbagliarci - che la famigerata coda sia mal sopportata, forse all’insegna del progresso che vorrebbe che tutto si facesse online». D’altra parte i più esperti hanno iniziato ad alzare le antenne quando i tagliandi «popolari» per il balletto e i concerti sono scesi da 140 a 80 (e molti ricordano che prima del passaggio forzato al Teatro Arcimboldi erano addirittura 200), gli orari per l’appello sono cambiati (dalle 13 alle 17, con un’ora soltanto per sbrigare tutte le pratiche prima della vendita Urbi et Orbi delle 18) e le istruzioni per l’uso del manualone scaligero hanno iniziato a mutare.
«Essere legati a una tradizione», prosegue l’appello, «non significa essere vecchi e contrari all’innovazione; l’etimologia dice che significa tramandare, quindi passare alle nuove generazioni. E di fatto, insieme ai vecchi appassionati, ci sono molti giovani che si mettono in coda, spesso quelli che hanno assistito a una “primina” e sono desiderosi di tornare, confortati dal costo davvero esiguo degli ingressi last minute di Loggione». E su questo è difficile eccepire. Come ha dimostrato la recente e acclamata Tetralogia wagneriana, la percentuale di capelli bianchi è inversamente proporzionale al numero di scalini che bisogna salire (ai giovani non manca la passione, ma i dané, direbbe Monsieur de La Palisse). «Con tutto il nostro cuore ci auguriamo che non venga tolta la coda fisica, una tradizione che rappresenta il respiro profondo del Teatro, il segno della passione che vive e si tramanda!».
«A quel grido il ciel risponde», direbbe Giuseppe Verdi, e la Scala, interpellata dalla Verità, prova con grande prontezza a tranquillizzare il popolo del Loggione, anima insostituibile del Teatro. «Non esiste alcun progetto di riduzione», spiegano dal Piermarini, «ma il problema esiste e per questo ci sono stati degli incontri con l’associazione L’Accordo, che gestisce la coda. Abbiamo registrato un calo, soprattutto nel balletto. Ora bisogna trovare un equilibrio per migliorare la distribuzione ed evitare che i biglietti restino invenduti».
Continua a leggereRiduci
iStock
Un tesoretto da 7,4 miliardi. L’obiettivo? Finanziare l’acquisto di Banco Bpm e contribuire alla nascita del famoso terzo polo bancario nazionale. Creatura mitologica evocata nei convegni e mai avvistata in natura. Sarebbe, sempre secondo il Financial Times, anche un tassello del progetto del governo italiano per ridisegnare il sistema creditizio. Cinque persone vicine al dossier - numero sempre rassicurante, perché dispari e quindi apparentemente credibile - avrebbero raccontato a FT che Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte, appena tornato in sella immagina di vendere la quota del Leone a investitori italiani di lungo periodo.
Chi sarebbero i compratori? Il casting è blasonato. Il primo nome che circola è UniCredit, già salito all’8,7% di Generali e sempre pronto a stare dove succede qualcosa. L’altro nome è Intesa Sanpaolo, che però ha sempre smentito. L’amministratore delegato Carlo Messina ha ammesso di aver pensato a Generali una decina d’anni fa. Poi ha rinunciato preferendo costruire una grande assicurazione in casa.
Puntuale. però, è arrivata la smentita da Siena. Nessuna ipotesi allo studio, nessuna vendita della quota Generali, nessun dossier sul tavolo. Mps ha fatto sapere di essere «interamente focalizzata» sulla fusione con Mediobanca, il vero progetto industriale del momento. Per la serie: non disturbate il conducente, stiamo ancora parcheggiando la macchina a Piazzetta Cuccia.
Il piano di Lovaglio, almeno sulla carta, prevede di completare l’operazione entro fine 2026. Ogni altra ipotesi, dicono da Siena, è prematura. Ma alla precisazione non credono in molti. Nel lessico della finanza prima una voce è «prematura», poi diventa «una valutazione», infine «strategicamente coerente». Tuttavia queste non sono giornate da giochi d’artificio a Piazza Affari. Generali è salita dello 0,6%, il Banco dello 0,4% e Mps ha perso l’1,2%. Certo la storia ha una sua razionalità. Mps è tornata centrale, dopo anni passati tra ristrutturazioni, aumenti di capitale e salvataggi pubblici che avrebbero fiaccato anche una quercia secolare. Lovaglio ha rimesso in ordine i conti, l’assemblea gli ha rinnovato, a sorpresa, la fiducia, e adesso Siena torna a pensarsi grande. Non più banca da museo del dissesto, ma perno di un nuovo consolidamento nazionale. Certo, c’è il dettaglio non secondario della quota Generali. Un asset prezioso, politicamente sensibile e strategicamente ingombrante. Tenerlo significa contare in Italia. Venderlo significa fare cassa e comprare futuro Sul fondo resta il regista silenzioso: Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio. È anche grazie al suo voto, insieme a Banco Bpm, che Lovaglio è rimasto saldo al timone del Monte. E Delfin, come noto, ha interessi trasversali: Mediobanca, UniCredit, Generali. In pratica, se si muove una sedia nel salotto finanziario italiano, da qualche parte c’è sempre un comando che porta in Lussemburgo.
Ed è proprio lì che si gioca il prossimo capitolo. Lunedì gli otto eredi Del Vecchio si ritroveranno per decidere se aprire la strada a Leonardo Maria Del Vecchio, tramite il veicolo Lmdv Fin, per acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. Valore dell’operazione: circa 10 miliardi di euro. Una cifra che trasforma ogni litigio familiare in tema da consiglio di amministrazione.
Se l’operazione andasse in porto, Leonardo Maria salirebbe al 37,5% di Delfin, diventandone il dominus di fatto. A sostenerlo ci sarebbe un pool bancario di tutto rispetto: UniCredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Serve anche cambiare le regole interne, togliendo il tetto che limita al 10% degli utili i dividendi distribuibili. Tema apparentemente tecnico, ma in realtà centrale: nelle holding di famiglia i sentimenti contano, ma il cash flow aiuta. Quanto alla vendita delle partecipazioni finanziarie di Delfin, al momento non risulta sul tavolo. Ma anche qui vale la regola aurea della finanza: ciò che non è sul tavolo oggi può essere nel comunicato di domani.
Continua a leggereRiduci