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2021-12-30
L’Italia sfiora 100.000 contagi. Il governo gioca al sudoku
Ansa
«Con Omicron stiamo andando verso endemia, quindi niente panico», ha detto ieri in tv il sottosegretario alla Salute, Piepaolo Sileri. Facendo tornare in mente una delle scene cult de L’aereo più pazzo del mondo: quando il velivolo sta precipitando tutti si mettono a urlare e il comandante dall’altoparlante rassicura i passeggeri: «Niente panico!». Per un attimo stanno tutti calmi anche se l’aereo continua a scendere. Poi si sentono nuove urla di terrore e stavolta la voce del capitano gracchia dall’altoparlante: «Ok, panico!». Ecco, le parole di Sileri sembravano quelle del capitano. Solo che l’«ok, panico» non fa ridere come nel film. Anzi.
Dopo le feste natalizie rovinate da nuove strette, code interminabili per i tamponi e un sistema di tracciamento andato in tilt, la giornata di ieri è stata scandita da un continuo rincorrersi di voci e indiscrezioni filtrate prima dalla Conferenza dei governatori delle Regioni, poi dalla lunga riunione del Comitato tecnico scientifico e poi dalla cabina di regia, che ha anticipato il Consiglio dei ministri slittato dalle 18.30 a poco dopo le 20. Quello che è stato definito l’orientamento del Cts si è trasformato in una specie di partita di sudoku su come ridurre le quarantene per uscire dal caos dei tamponi, senza dover ammettere che l’unica soluzione concreta sarebbe quella di togliere green pass e super green pass (di cui si potrebbe addirittura discutere l’estensione ai luoghi di lavoro in un prossimo Cdm).
Con il deflagrare dei contagi per la variante Omicron, il governo si è così infilato in vicolo cieco da cui è sempre più difficile uscire. E ha messo l’ennesima pezza di regole confuse adottate nel panico che è peggio del buco, ovvero l’incapacità di fare testing e tracing per ridurre le quarantene sulla base dei rischi. Non sono state ancora spiegate le motivazioni scientifiche delle nuove misure, né se è stato valutato ex ante il loro impatto. La sensazione è che si continui ad attribuire a Omicron ciò che invece viene deciso perché il sistema dei tamponi e del tracciamento è ormai saltato. Mentre nessuno, al ministero della Salute, si assume ancora la responsabilità di aver spinto gli italiani a fare i tamponi prima delle feste.
E così, a tarda sera del 29 dicembre e a pochi giorni dall’ultimo Cdm e dall’ultimo decreto emanato, dal sudoku siamo passati al gioco delle tre quarantene. E a un nuovo decreto legge.
Quando questo giornale è andato in stampa la riunione dei ministri era ancora in corso. In base alle informazioni raccolte, i giorni di isolamento da fare se si entra in contatto con un soggetto positivo sarebbero stati rivisti in base a tre categorie: i non vaccinati, chi ha un green pass rafforzato da oltre 120 giorni e chi ha un green pass rafforzato da meno di 120 giorni. Per i non vaccinati che hanno avuto contatti con un positivo continueranno a vigere le attuali regole, ovvero la quarantena di 10 giorni. Per le persone in possesso del green pass rafforzato da oltre 120 giorni, la quarantena si ridurrà a 5 giorni e al termine di questo periodo sarà richiesto un tampone con esito negativo. Per le persone con dose booster o con green pass rafforzato da meno di 120 giorni, non sarà più prevista la quarantena ma una forma di autosorveglianza (no sintomi) e, al quinto giorno dal contatto con il caso positivo Covid-19, l’effettuazione di un tampone con esito negativo (va in generale ricordato che il personale sanitario e dei servizi pubblici essenziali è esonerato dalle misure di quarantena precauzionale in base a quanto già previsto dal cosiddetto decreto Cura Italia).
La decorrenza delle nuove norme, per ragioni organizzative e logistiche, sarà definita in accordo con il commissario Francesco Paolo Figliuolo. Di certo, i tamponi restano per uscire dall’isolamento. E i tamponi non si trovano. Così come cominciano già a scarseggiare le mascherine Ffp2, per le quali ieri sera in Cdm sarebbe stata discussa la possibilità di fissare un prezzo calmierato.
In mattinata le richieste arrivate al governo dalla Conferenza delle Regioni erano state numerose: allinearsi alle ordinanze di Umbria, Toscana ed Emilia Romagna, che prevedono l’isolamento per chi risulti positivo a un tampone antigenico rapido, concentrare il contact tracing sui soggetti non vaccinati, immunodepressi o comunità chiuse come ospedali e Rsa; per i soggetti vaccinati con tre dosi passare dalla quarantena a una forma di autosorveglianza, effettuando, se positivi, il periodo di isolamento di 10 giorni ma evitando un nuovo tampone al termine di questo periodo se negli ultimi tre giorni non si sono più registrati sintomi; esentare dalla quarantena chi ha completato il ciclo primario (prima e seconda dose) di vaccinazione da meno di 4 mesi o ha ricevuto 3 dosi, ricorrendo all’autosorveglianza e all’utilizzo di mascherine Ffp2. Infine, i governatori avevano anche chiesto di cancellare la quarantena per i vaccinati anche in ambito scolastico. Il dilagare del contagio rende infatti un rebus il ritorno tra i banchi dopo le festività. Per molti il rientro nelle aule il 10 gennaio potrebbe diventare un miraggio.
Nel frattempo, mancano reagenti e personale anche se da ormai da due anni abbiamo lo stato di emergenza che, almeno sul piano del diritto, consente di acquisire più agilmente mezzi e risorse in deroga alle norme vigenti. O meglio, dovrebbe essere così. Ma sull’aereo più pazzo del mondo delle misure anti Covid l’emergenza si è trasformata in panico.
L’asse Lega-5 stelle (per ora) blocca il super green pass sul lavoro
Lega e M5s si impongono e fanno saltare l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre a quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. Uno smacco senza precedenti in particolare per il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che l’altro ieri aveva auspicato «l’applicazione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, pubblico, privato e autonomo». Sconfitti anche il solito Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute, che ieri mattina aveva proclamato: «È il momento del super green pass per fare tutto, a partire dal poter andare a lavorare» e le Regioni, che pure avevano chiesto di estendere l’obbligo del green pass rafforzato, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o con la guarigione dal Covid, ma non viene rilasciato a chi presenta un tampone negativo, a tutto il mondo del lavoro.
La giornata di ieri segna quindi un nostalgico ritorno ai tempi della maggioranza Lega-M5s: di buon mattino si riunisce il Comitato tecnico scientifico, che esamina le proposte di nuovi provvedimenti sul contrasto alla pandemia. Alle 16.45 si riunisce la cabina di regia, presieduta da Mario Draghi. Presenti i capidelegazione dei partiti di maggioranza, Giancarlo Giorgetti (Lega), Dario Franceschini (Pd), Roberto Speranza (Leu), Elena Bonetti (Iv) Stefano Patuanelli (M5s) e Mariastella Gelmini accompagnata da Renato Brunetta (Fi), il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, il presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli.
Sull’estensione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, o almeno ai dipendenti della pubblica amministrazione che lavorano a contatto con il pubblico, Lega e M5s fanno muro. Il primo a prendere la parola per esprimere le sue perplessità e quelle del Carroccio è Giorgetti. Il ministro dello Sviluppo economico fa presente ai colleghi che estendere l’obbligo del super green pass a tutti i lavoratori si configurerebbe come un vero e proprio obbligo vaccinale. In questo caso, tiene a sottolineare Giorgetti, lo Stato dovrebbe assumersi la responsabilità di eventuali effetti dannosi del vaccino, e stilare un elenco di persone fragili da esentare. Anche il ministro dell’Agricoltura, il grillino Stefano Patuanelli, si mette di traverso: «Abbiamo sempre ragionato per funzioni», dice Patuanelli alla Verità, «forze dell’ordine, docenti, sanitari. Quelli a contatto con le persone. Quale sarebbe la ratio di distinguere tra un lavoratore e un disoccupato? Non siamo contrari all’obbligo», aggiunge Patuanelli, «come dimostrano i precedenti decreti, ma con raziocinio». Patuanelli in cabina di regia dice anche di preferire, a questo punto, di iniziare a ragionare di obbligo vaccinale.
Franceschini, Speranza, Brunetta e la Gelmini cercano di convincere Draghi a introdurre questa specie di obbligo vaccinale mascherato, ma il premier non vuole forzare la mano, e quindi si ragiona di una estensione bonsai, per il personale dei trasporti, i lavoratori delle fiere e quelli degli impianti sciistici. Una sconfitta del fronte dei pasdaran del super green pass, che finisce per far imbestialire il Pd: «Ancora una volta», twitta imbestialito il senatore dem Dario Stefano, «la Lega di Salvini vuole impedire al governo di prendere iniziative forti contro la pandemia. Un atteggiamento non più tollerabile. Si decida subito il super green pass per tutti i lavoratori».
Se non ci fosse, dovrebbero inventarlo, il senatore Stefano: twitta contro la Lega ma si dimentica di citare il M5s, che pure si è opposto al super green pass per tutti i lavoratori, o forse finge di dimenticarlo, poiché i pentastellati sono alleati dei dem. Del resto, la mossa di Patuanelli, fedelissimo di Giuseppe Conte, non potrà non avere ripercussioni sull’alleanza giallorossa, già messa a dura prova dal crollo costante dei consensi del M5s. Nervoso, per usare un eufemismo, anche Brunetta.
La posizione di Giorgetti è all’insegna del più puro buon senso e anche della chiarezza nei confronti dei cittadini. Estendere a tutto il mondo del lavoro il super green pass, infatti, equivale a introdurre surrettiziamente in Italia l’obbligo vaccinale senza però stabilirlo per legge, e dunque non assumendosi la responsabilità di erogare indennizzi in caso di effetti avversi. Una questione affrontata spesso dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Penso che l’estensione del green pass e il vaccino obbligatorio», ha detto a questo proposito, alcune settimane fa, la Meloni, «siano due cose diverse. Il green pass era una misura nata dall’Unione europea per favorire la circolazione delle persone, il vaccino obbligatorio è un’altra cosa: se il governo vuole usare il green ass per inserire surrettiziamente l’obbligo vaccinale allora io penso che questo non sia giusto. Inserisca l’obbligo vaccinale», ha aggiunto la Meloni, «io non sono d’accordo ma se ne assume la responsabilità; anche perché ci sono regole diverse sugli indennizzi nel caso in cui qualcosa non funzioni. L’obbligo vaccinale prevede per legge che lo Stato indennizzi, sul resto ci sono sentenze della Corte costituzionale ma la legge non c’è».
Alle 21 inizia il Consiglio dei ministri: «Il Pd è a favore dell’obbligo vaccinale ma intanto l’estensione del super green pass a tutte le attività rappresenta un incentivo a vaccinarsi», spiegano fonti dem mentre la riunione è ancora in corso. La battaglia continua.
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Estenuante confronto con Cts e Regioni, si va verso una specie di gioco enigmistico per le nuove quarantene: trivaccinati liberi se privi di sintomi, 5 giorni e tampone per chi ha la seconda dose da più di 4 mesi, tutto come ora per chi non è inoculato.In Cdm, muro contro la linea di Renato Brunetta e Giancarlo Giorgetti: «Se ne riparla nel 2022». Stefano Patuanelli: «No a obblighi senza logica». Si va verso l’estensione del foglio verde rafforzato a trasporti, fiere e impianti.Lo speciale contiene due articoli.«Con Omicron stiamo andando verso endemia, quindi niente panico», ha detto ieri in tv il sottosegretario alla Salute, Piepaolo Sileri. Facendo tornare in mente una delle scene cult de L’aereo più pazzo del mondo: quando il velivolo sta precipitando tutti si mettono a urlare e il comandante dall’altoparlante rassicura i passeggeri: «Niente panico!». Per un attimo stanno tutti calmi anche se l’aereo continua a scendere. Poi si sentono nuove urla di terrore e stavolta la voce del capitano gracchia dall’altoparlante: «Ok, panico!». Ecco, le parole di Sileri sembravano quelle del capitano. Solo che l’«ok, panico» non fa ridere come nel film. Anzi. Dopo le feste natalizie rovinate da nuove strette, code interminabili per i tamponi e un sistema di tracciamento andato in tilt, la giornata di ieri è stata scandita da un continuo rincorrersi di voci e indiscrezioni filtrate prima dalla Conferenza dei governatori delle Regioni, poi dalla lunga riunione del Comitato tecnico scientifico e poi dalla cabina di regia, che ha anticipato il Consiglio dei ministri slittato dalle 18.30 a poco dopo le 20. Quello che è stato definito l’orientamento del Cts si è trasformato in una specie di partita di sudoku su come ridurre le quarantene per uscire dal caos dei tamponi, senza dover ammettere che l’unica soluzione concreta sarebbe quella di togliere green pass e super green pass (di cui si potrebbe addirittura discutere l’estensione ai luoghi di lavoro in un prossimo Cdm). Con il deflagrare dei contagi per la variante Omicron, il governo si è così infilato in vicolo cieco da cui è sempre più difficile uscire. E ha messo l’ennesima pezza di regole confuse adottate nel panico che è peggio del buco, ovvero l’incapacità di fare testing e tracing per ridurre le quarantene sulla base dei rischi. Non sono state ancora spiegate le motivazioni scientifiche delle nuove misure, né se è stato valutato ex ante il loro impatto. La sensazione è che si continui ad attribuire a Omicron ciò che invece viene deciso perché il sistema dei tamponi e del tracciamento è ormai saltato. Mentre nessuno, al ministero della Salute, si assume ancora la responsabilità di aver spinto gli italiani a fare i tamponi prima delle feste.E così, a tarda sera del 29 dicembre e a pochi giorni dall’ultimo Cdm e dall’ultimo decreto emanato, dal sudoku siamo passati al gioco delle tre quarantene. E a un nuovo decreto legge. Quando questo giornale è andato in stampa la riunione dei ministri era ancora in corso. In base alle informazioni raccolte, i giorni di isolamento da fare se si entra in contatto con un soggetto positivo sarebbero stati rivisti in base a tre categorie: i non vaccinati, chi ha un green pass rafforzato da oltre 120 giorni e chi ha un green pass rafforzato da meno di 120 giorni. Per i non vaccinati che hanno avuto contatti con un positivo continueranno a vigere le attuali regole, ovvero la quarantena di 10 giorni. Per le persone in possesso del green pass rafforzato da oltre 120 giorni, la quarantena si ridurrà a 5 giorni e al termine di questo periodo sarà richiesto un tampone con esito negativo. Per le persone con dose booster o con green pass rafforzato da meno di 120 giorni, non sarà più prevista la quarantena ma una forma di autosorveglianza (no sintomi) e, al quinto giorno dal contatto con il caso positivo Covid-19, l’effettuazione di un tampone con esito negativo (va in generale ricordato che il personale sanitario e dei servizi pubblici essenziali è esonerato dalle misure di quarantena precauzionale in base a quanto già previsto dal cosiddetto decreto Cura Italia).La decorrenza delle nuove norme, per ragioni organizzative e logistiche, sarà definita in accordo con il commissario Francesco Paolo Figliuolo. Di certo, i tamponi restano per uscire dall’isolamento. E i tamponi non si trovano. Così come cominciano già a scarseggiare le mascherine Ffp2, per le quali ieri sera in Cdm sarebbe stata discussa la possibilità di fissare un prezzo calmierato.In mattinata le richieste arrivate al governo dalla Conferenza delle Regioni erano state numerose: allinearsi alle ordinanze di Umbria, Toscana ed Emilia Romagna, che prevedono l’isolamento per chi risulti positivo a un tampone antigenico rapido, concentrare il contact tracing sui soggetti non vaccinati, immunodepressi o comunità chiuse come ospedali e Rsa; per i soggetti vaccinati con tre dosi passare dalla quarantena a una forma di autosorveglianza, effettuando, se positivi, il periodo di isolamento di 10 giorni ma evitando un nuovo tampone al termine di questo periodo se negli ultimi tre giorni non si sono più registrati sintomi; esentare dalla quarantena chi ha completato il ciclo primario (prima e seconda dose) di vaccinazione da meno di 4 mesi o ha ricevuto 3 dosi, ricorrendo all’autosorveglianza e all’utilizzo di mascherine Ffp2. Infine, i governatori avevano anche chiesto di cancellare la quarantena per i vaccinati anche in ambito scolastico. Il dilagare del contagio rende infatti un rebus il ritorno tra i banchi dopo le festività. Per molti il rientro nelle aule il 10 gennaio potrebbe diventare un miraggio. Nel frattempo, mancano reagenti e personale anche se da ormai da due anni abbiamo lo stato di emergenza che, almeno sul piano del diritto, consente di acquisire più agilmente mezzi e risorse in deroga alle norme vigenti. O meglio, dovrebbe essere così. Ma sull’aereo più pazzo del mondo delle misure anti Covid l’emergenza si è trasformata in panico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-100000-contagi-governo-sudoku-2656194725.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lasse-lega-5-stelle-per-ora-blocca-il-super-green-pass-sul-lavoro" data-post-id="2656194725" data-published-at="1640830032" data-use-pagination="False"> L’asse Lega-5 stelle (per ora) blocca il super green pass sul lavoro Lega e M5s si impongono e fanno saltare l’idea di estendere il super green pass a tutto il mondo del lavoro, a partire dai dipendenti della pubblica amministrazione, oltre a quelli della sanità, della scuola e del comparto sicurezza, dove l’obbligo del certificato verde rafforzato è già in vigore. Uno smacco senza precedenti in particolare per il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che l’altro ieri aveva auspicato «l’applicazione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, pubblico, privato e autonomo». Sconfitti anche il solito Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute, che ieri mattina aveva proclamato: «È il momento del super green pass per fare tutto, a partire dal poter andare a lavorare» e le Regioni, che pure avevano chiesto di estendere l’obbligo del green pass rafforzato, ovvero quello che si ottiene con il vaccino o con la guarigione dal Covid, ma non viene rilasciato a chi presenta un tampone negativo, a tutto il mondo del lavoro. La giornata di ieri segna quindi un nostalgico ritorno ai tempi della maggioranza Lega-M5s: di buon mattino si riunisce il Comitato tecnico scientifico, che esamina le proposte di nuovi provvedimenti sul contrasto alla pandemia. Alle 16.45 si riunisce la cabina di regia, presieduta da Mario Draghi. Presenti i capidelegazione dei partiti di maggioranza, Giancarlo Giorgetti (Lega), Dario Franceschini (Pd), Roberto Speranza (Leu), Elena Bonetti (Iv) Stefano Patuanelli (M5s) e Mariastella Gelmini accompagnata da Renato Brunetta (Fi), il coordinatore del Cts, Franco Locatelli, il presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli. Sull’estensione del super green pass a tutto il mondo del lavoro, o almeno ai dipendenti della pubblica amministrazione che lavorano a contatto con il pubblico, Lega e M5s fanno muro. Il primo a prendere la parola per esprimere le sue perplessità e quelle del Carroccio è Giorgetti. Il ministro dello Sviluppo economico fa presente ai colleghi che estendere l’obbligo del super green pass a tutti i lavoratori si configurerebbe come un vero e proprio obbligo vaccinale. In questo caso, tiene a sottolineare Giorgetti, lo Stato dovrebbe assumersi la responsabilità di eventuali effetti dannosi del vaccino, e stilare un elenco di persone fragili da esentare. Anche il ministro dell’Agricoltura, il grillino Stefano Patuanelli, si mette di traverso: «Abbiamo sempre ragionato per funzioni», dice Patuanelli alla Verità, «forze dell’ordine, docenti, sanitari. Quelli a contatto con le persone. Quale sarebbe la ratio di distinguere tra un lavoratore e un disoccupato? Non siamo contrari all’obbligo», aggiunge Patuanelli, «come dimostrano i precedenti decreti, ma con raziocinio». Patuanelli in cabina di regia dice anche di preferire, a questo punto, di iniziare a ragionare di obbligo vaccinale. Franceschini, Speranza, Brunetta e la Gelmini cercano di convincere Draghi a introdurre questa specie di obbligo vaccinale mascherato, ma il premier non vuole forzare la mano, e quindi si ragiona di una estensione bonsai, per il personale dei trasporti, i lavoratori delle fiere e quelli degli impianti sciistici. Una sconfitta del fronte dei pasdaran del super green pass, che finisce per far imbestialire il Pd: «Ancora una volta», twitta imbestialito il senatore dem Dario Stefano, «la Lega di Salvini vuole impedire al governo di prendere iniziative forti contro la pandemia. Un atteggiamento non più tollerabile. Si decida subito il super green pass per tutti i lavoratori». Se non ci fosse, dovrebbero inventarlo, il senatore Stefano: twitta contro la Lega ma si dimentica di citare il M5s, che pure si è opposto al super green pass per tutti i lavoratori, o forse finge di dimenticarlo, poiché i pentastellati sono alleati dei dem. Del resto, la mossa di Patuanelli, fedelissimo di Giuseppe Conte, non potrà non avere ripercussioni sull’alleanza giallorossa, già messa a dura prova dal crollo costante dei consensi del M5s. Nervoso, per usare un eufemismo, anche Brunetta. La posizione di Giorgetti è all’insegna del più puro buon senso e anche della chiarezza nei confronti dei cittadini. Estendere a tutto il mondo del lavoro il super green pass, infatti, equivale a introdurre surrettiziamente in Italia l’obbligo vaccinale senza però stabilirlo per legge, e dunque non assumendosi la responsabilità di erogare indennizzi in caso di effetti avversi. Una questione affrontata spesso dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Penso che l’estensione del green pass e il vaccino obbligatorio», ha detto a questo proposito, alcune settimane fa, la Meloni, «siano due cose diverse. Il green pass era una misura nata dall’Unione europea per favorire la circolazione delle persone, il vaccino obbligatorio è un’altra cosa: se il governo vuole usare il green ass per inserire surrettiziamente l’obbligo vaccinale allora io penso che questo non sia giusto. Inserisca l’obbligo vaccinale», ha aggiunto la Meloni, «io non sono d’accordo ma se ne assume la responsabilità; anche perché ci sono regole diverse sugli indennizzi nel caso in cui qualcosa non funzioni. L’obbligo vaccinale prevede per legge che lo Stato indennizzi, sul resto ci sono sentenze della Corte costituzionale ma la legge non c’è». Alle 21 inizia il Consiglio dei ministri: «Il Pd è a favore dell’obbligo vaccinale ma intanto l’estensione del super green pass a tutte le attività rappresenta un incentivo a vaccinarsi», spiegano fonti dem mentre la riunione è ancora in corso. La battaglia continua.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.