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2023-10-16
Dal Sahel all’America Latina: il nuovo asse del male iraniano
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Il presidente iraniano Ebrahim Raisi con il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa (Getty Images)
A inizio ottobre, il presidente di transizione del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, ha ricevuto a Ouagadougou il ministro iraniano del Lavoro, della Cooperazione e della Previdenza sociale, Seyyed Soulat Mortazavi. Nell’occasione, i due hanno firmato un memorandum d’intesa per consolidare la cooperazione economica. Non solo. A settembre, il ministro del Petrolio iraniano, Javad Owji, aveva annunciato l’intenzione di realizzare una raffineria in Burkina. Inoltre, in estate lo stesso Burkina aveva reso nota l’apertura di una propria ambasciata in Iran.
In tutto questo, già l’anno scorso Teheran aveva rafforzato i propri legami con Bamako. Ad agosto del 2022, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era recato in Mali, dicendo che “i governi dei due Paesi stanno facendo molti sforzi per facilitare il lavoro degli operatori economici. Gli ostacoli esistenti saranno eliminati per accelerare le operazioni di cooperazione economica tra i due Paesi”. Per di più, lo scorso maggio, il Jerusalem Post ha riferito che la Repubblica islamica potrebbe presto fornire degli armamenti a Bamako.
È chiaro che l’espansione dell’influenza iraniana sul Sahel sta avvenendo sulla scia della politica russa in loco: non dimentichiamo d’altronde che Teheran è uno dei principali alleati mediorientali del Cremlino. Inoltre, a settembre, Mali, Burkina e Niger hanno siglato un patto di sicurezza, che prevede l’assistenza militare reciproca. Una serie di fattori che desta preoccupazione. L’Iran potrebbe infatti sfruttare la propria posizione nel Sahel per rafforzare la sua strategia mediorientale.
In particolare, Teheran potrebbe cercare di mettere sotto pressione il fianco meridionale della Nato e la stessa Unione europea: non bisogna infatti trascurare che il Sahel è uno snodo cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. Flussi che potrebbero essere utilizzati come strumento di pressione, per l’appunto. Non è escludibile che gli ayatollah possano agire in questo modo per cercare di intralciare il sostegno occidentale allo Stato di Israele nel corso della crisi in atto. Una crisi che, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, Teheran avrebbe contribuito a orchestrare, facendo leva su Hamas ed Hezbollah.
Tutto questo, senza trascurare che l’Iran non sta guardando soltanto al Sahel. A luglio, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha effettuato un tour africano, che lo ha portato in Kenya, Uganda e Zimbabwe. Questo vuol dire che, nel continente, Teheran risulta oggi tutt’altro che isolata. Un problema evidente non soltanto per la sicurezza di Israele ma per quella dell’Occidente tutto. Si tratta d’altronde di una situazione che è stata favorita, soprattutto negli ultimissimi anni, dalla miopia dell’amministrazione Biden e della Commissione europea. Il network africano degli iraniani sta intanto crescendo. E rischia di farsi sempre più pericoloso.
L'influenza dell'Iran cresce anche in America Latina
Lo scorso giugno, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha visitato Venezuela, Nicaragua e Cuba. “Le relazioni tra Iran e Venezuela non sono normali rapporti diplomatici. Sono strategiche”, ha detto Raisi a Caracas, incontrando il presidente venezuelano, Nicolas Maduro. “Le nazioni dell’Iran e del Venezuela hanno nemici comuni, che non vogliono che viviamo in modo indipendente”, ha proseguito in un chiaro riferimento agli Stati Uniti. Inoltre, secondo Al Jazeera, nell’occasione i due Paesi “hanno firmato oltre due dozzine di accordi” (specialmente nel settore energetico).
“Rendiamo omaggio insieme ai nostri eroi e martiri a tutti gli eroi e martiri dell'Iran, in particolare al generale Qasem Soleimani, assassinato dall'imperialismo yankee mentre lottava contro il terrorismo”, ha affermato il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ricevendo Raisi. “Gli Stati Uniti volevano paralizzare il nostro popolo con minacce e sanzioni, ma non sono stati in grado di farlo”, ha replicato il leader iraniano. “Quando il presidente dell'Iran viene nel nostro Paese in queste condizioni di sanzioni contro la nazione di Cuba, ciò rafforza la nostra fede e fiducia nell'Iran”, ha infine affermato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, incontrando l’omologo iraniano. Nell’occasione, i due hanno firmato sei accordi.
Insomma, Raisi ha rafforzato i rapporti con regimi caratterizzati da significativi sentimenti di ostilità nei confronti di Washington. Il che ha portato ovviamente a un consolidamento dell’influenza iraniana in America Latina. Un elemento assolutamente preoccupante, visto che Teheran può approfittarne per mettere sotto pressione gli Stati Uniti da Sud. Si tratta di un fattore tanto più allarmante alla luce del pericoloso appeasement di Joe Biden nei confronti della Repubblica islamica e della crisi israeliana in corso. Non dimentichiamo infatti che l’attuale amministrazione americana ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con gli ayatollah, sbloccando anche sei miliardi di dollari di asset iraniani precedentemente congelati (salvo poi fare marcia indietro pochi giorni fa). Il network internazionali khomeinista si sta rinsaldando. E questa è una pessima notizia per Israele e per l’Occidente tutto. Sono ormai lontani i tempi dell’amministrazione Trump, quando il regime degli ayatollah era debole e isolato.
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L’Iran non sta soltanto usando Hamas ed Hezbollah per colpire Israele ed espandere la propria influenza in Medio Oriente. Sta anche rafforzando la sua longa manus sul Sahel.Non solo Medio Oriente e Africa. La pericolosa influenza di Teheran sta crescendo anche in America Latina. Lo speciale contiene due articoli.A inizio ottobre, il presidente di transizione del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, ha ricevuto a Ouagadougou il ministro iraniano del Lavoro, della Cooperazione e della Previdenza sociale, Seyyed Soulat Mortazavi. Nell’occasione, i due hanno firmato un memorandum d’intesa per consolidare la cooperazione economica. Non solo. A settembre, il ministro del Petrolio iraniano, Javad Owji, aveva annunciato l’intenzione di realizzare una raffineria in Burkina. Inoltre, in estate lo stesso Burkina aveva reso nota l’apertura di una propria ambasciata in Iran. In tutto questo, già l’anno scorso Teheran aveva rafforzato i propri legami con Bamako. Ad agosto del 2022, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, si era recato in Mali, dicendo che “i governi dei due Paesi stanno facendo molti sforzi per facilitare il lavoro degli operatori economici. Gli ostacoli esistenti saranno eliminati per accelerare le operazioni di cooperazione economica tra i due Paesi”. Per di più, lo scorso maggio, il Jerusalem Post ha riferito che la Repubblica islamica potrebbe presto fornire degli armamenti a Bamako. È chiaro che l’espansione dell’influenza iraniana sul Sahel sta avvenendo sulla scia della politica russa in loco: non dimentichiamo d’altronde che Teheran è uno dei principali alleati mediorientali del Cremlino. Inoltre, a settembre, Mali, Burkina e Niger hanno siglato un patto di sicurezza, che prevede l’assistenza militare reciproca. Una serie di fattori che desta preoccupazione. L’Iran potrebbe infatti sfruttare la propria posizione nel Sahel per rafforzare la sua strategia mediorientale. In particolare, Teheran potrebbe cercare di mettere sotto pressione il fianco meridionale della Nato e la stessa Unione europea: non bisogna infatti trascurare che il Sahel è uno snodo cruciale per i flussi migratori diretti verso le nostre coste. Flussi che potrebbero essere utilizzati come strumento di pressione, per l’appunto. Non è escludibile che gli ayatollah possano agire in questo modo per cercare di intralciare il sostegno occidentale allo Stato di Israele nel corso della crisi in atto. Una crisi che, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, Teheran avrebbe contribuito a orchestrare, facendo leva su Hamas ed Hezbollah. Tutto questo, senza trascurare che l’Iran non sta guardando soltanto al Sahel. A luglio, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha effettuato un tour africano, che lo ha portato in Kenya, Uganda e Zimbabwe. Questo vuol dire che, nel continente, Teheran risulta oggi tutt’altro che isolata. Un problema evidente non soltanto per la sicurezza di Israele ma per quella dell’Occidente tutto. Si tratta d’altronde di una situazione che è stata favorita, soprattutto negli ultimissimi anni, dalla miopia dell’amministrazione Biden e della Commissione europea. Il network africano degli iraniani sta intanto crescendo. E rischia di farsi sempre più pericoloso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iran-geopolitica-2665978886.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-influenza-dell-iran-cresce-anche-in-america-latina" data-post-id="2665978886" data-published-at="1697463825" data-use-pagination="False"> L'influenza dell'Iran cresce anche in America Latina Lo scorso giugno, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha visitato Venezuela, Nicaragua e Cuba. “Le relazioni tra Iran e Venezuela non sono normali rapporti diplomatici. Sono strategiche”, ha detto Raisi a Caracas, incontrando il presidente venezuelano, Nicolas Maduro. “Le nazioni dell’Iran e del Venezuela hanno nemici comuni, che non vogliono che viviamo in modo indipendente”, ha proseguito in un chiaro riferimento agli Stati Uniti. Inoltre, secondo Al Jazeera, nell’occasione i due Paesi “hanno firmato oltre due dozzine di accordi” (specialmente nel settore energetico). “Rendiamo omaggio insieme ai nostri eroi e martiri a tutti gli eroi e martiri dell'Iran, in particolare al generale Qasem Soleimani, assassinato dall'imperialismo yankee mentre lottava contro il terrorismo”, ha affermato il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ricevendo Raisi. “Gli Stati Uniti volevano paralizzare il nostro popolo con minacce e sanzioni, ma non sono stati in grado di farlo”, ha replicato il leader iraniano. “Quando il presidente dell'Iran viene nel nostro Paese in queste condizioni di sanzioni contro la nazione di Cuba, ciò rafforza la nostra fede e fiducia nell'Iran”, ha infine affermato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, incontrando l’omologo iraniano. Nell’occasione, i due hanno firmato sei accordi. Insomma, Raisi ha rafforzato i rapporti con regimi caratterizzati da significativi sentimenti di ostilità nei confronti di Washington. Il che ha portato ovviamente a un consolidamento dell’influenza iraniana in America Latina. Un elemento assolutamente preoccupante, visto che Teheran può approfittarne per mettere sotto pressione gli Stati Uniti da Sud. Si tratta di un fattore tanto più allarmante alla luce del pericoloso appeasement di Joe Biden nei confronti della Repubblica islamica e della crisi israeliana in corso. Non dimentichiamo infatti che l’attuale amministrazione americana ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con gli ayatollah, sbloccando anche sei miliardi di dollari di asset iraniani precedentemente congelati (salvo poi fare marcia indietro pochi giorni fa). Il network internazionali khomeinista si sta rinsaldando. E questa è una pessima notizia per Israele e per l’Occidente tutto. Sono ormai lontani i tempi dell’amministrazione Trump, quando il regime degli ayatollah era debole e isolato.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».