Claudio Borghi, senatore della Lega: perché si ostina a chiedere di riaprire i rubinetti del gas russo?
«Perché la bussola che dovrebbe ispirare le nostre scelte dovrebbe essere, semplicemente, l’interesse nazionale. In questo momento siamo in una posizione svantaggiata rispetto agli altri Paesi: alcuni hanno puntato sull’energia atomica, altri su diverse fonti di approvvigionamento, noi italiani abbiamo puntato sul gas. A suo tempo, il premier Mario Draghi diceva che interrompere le forniture russe era un sacrificio necessario per mettere in ginocchio Mosca: ecco, quella strategia è fallita. Oggi l’alternativa al gas russo è girare con le candele».
Peccato che comprare oggi il gas della Russia significa finanziare l’esercito di Vladimir Putin in Ucraina, non crede?
«No, bisogna uscire dalla forma mentale di “fare un favore a qualcuno”. Non sarebbe un regalo alla Russia, ma uno scambio commerciale: soldi in cambio di gas, che forse in questo momento è più prezioso delle banconote. Sarà per via della mia formazione economica, ma sono convinto che non abbia senso ammantare questi discorsi di connotazioni morali».
Questa riapertura dei gasdotti dovrebbe avvenire soltanto a conflitto finito?
«Bisogna essere realisti. Il gasdotto che porta il gas dalla Russia in Italia, transita in territorio ucraino. Se Kiev facesse con noi ciò che fa con l’Ungheria, - cioè ci ricattasse tenendo chiusi i tubi - a quel punto non meriterebbe più il nostro aiuto».
Insomma, sta dicendo che gli interessi nazionali non coincidono con gli interessi ucraini, e i primi prevalgono sui secondi?
«Non mi pare che finora abbiamo granché tutelato gli interessi ucraini. Sono discorsi che facciamo da anni, e credo sia giusto, dopo tutto questo tempo, tracciare un primo bilancio. Le condizioni che poteva accettare l’Ucraina ieri – e che si giudicavano inaccettabili – erano migliori di quelle di oggi. E le condizioni di oggi sono migliori di quelle di domani».
Dunque la guerra in Iran mette in una luce diversa il conflitto ucraino?
«È vero, la Russia ha invaso un Paese sovrano: ma perché questo dovrebbe comportare una ritorsione pluriennale ai nostri danni? Quando Trump attaccò il Venezuela, ho scritto per gioco al ministro della Difesa Guido Crosetto che, teoricamente, avremmo dovuto spedire armamenti a Maduro. La mia era solo una battuta, ma il senso è questo: attenti a porre condizioni morali, quando il mondo si regola sulla legge del più forte fin dai tempi dei sumeri».
Durante l’informativa del premier Giorgia Meloni in Parlamento, il capogruppo leghista Romeo ha detto che occorre «ripartire dalle tre regioni che hanno votato sì al referendum» e «sarebbe bene ascoltare un po’ di più il Nord». In che senso?
«Se oggi si facesse un referendum sulla riapertura del gas russo, il sì vincerebbe a mani basse. Nel nord est tutti gli imprenditori sono favorevoli, e chi ti vota merita attenzione. La crisi energetica morde dove c’è un tessuto industriale più fitto, e bisogna aiutare quelle imprese che creano ricchezza. Perché se non produci ricchezza, non puoi neanche distribuirla».
Gli alleati di coalizione, Forza Italia in primis, non sembrano affatto convinti sull’apertura a Mosca.
« Spero che alcuni dei nostri alleati comprendano che non ci si può permettere il lusso di governare contro l’opinione del Paese. Quello energetico è sentito come il primo problema: sia dalle imprese che rischiano di bruciare competitività, sia dalle famiglie che lasciano mezzo stipendio alla pompa di benzina».
Anche per questo scenderete in piazza Duomo, a Milano, il 18 aprile, per il cosiddetto «Remigration Summit» organizzato dalle destre europee?
«Saremo in piazza con entusiasmo. È il momento giusto per far capire a tutti che le assurde regole europee, dall’immigrazione, all’energia, devono essere riformate. Sarà un evento dei Patrioti per l’Europa, e tutti sono invitati».
Il commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ha blindato il Patto di stabilità: «Per sospenderlo», ha detto, «occorre che ci sia una grave crisi economica, e al momento non ci troviamo in questa situazione». Che effetto le fa?
«Allucinante. Dombrovskis per me è come il demonio in Chiesa, è un fantoccino della Germania, è come il corvo Rockefeller che parla a comando: è per questo che è diventato vicepresidente della Commissione, ma per il resto è politicamente irrilevante. Berlino chiede austerità per gli altri mentre a casa sua fa ciò che vuole, e manda avanti il commissario a portare avanti la linea tedesca».
Giorgia Meloni ha parlato una deroga «generalizzata» al Patto di stabilità. Ma esiste lo spazio per un accordo?
«Questo è un punto fondamentale. Per Meloni lo scenario migliore è quello in cui l’Unione europea finalmente capisca. Quello che a volte rimprovero anche ai miei alleati di governo è non avere il coraggio di comprendere che, quando occorre, noi abbiamo la possibilità di fare ciò che vogliamo».
Scartare di lato? Fare da soli? Come pensa che sia fattibile?
«Al contrario dell’Ungheria, l’Italia è un Paese “pagatore” nei confronti dell’Ue. Paghiamo per far parte del club, e quindi non dobbiamo avere paura di dire: facciamo il nostro interesse. Esattamente come la Francia, che quest’anno è al 5,1% di deficit. È ora di smetterla di avere un atteggiamento sottomesso».
Nel concreto?
«Il Patto di stabilità è una questione strettamente europea. Una volta ottenuto il sì, con le buone o le meno buone, occorre per forza votare lo scostamento di bilancio per mettere a disposizione le nuove cifre da allocare».
Anche senza il permesso europeo?
«Se ce lo danno bene, altrimenti pazienza. Per noi va fatto lo stesso».
Davide Tabarelli (Nomisma) dice che il momento di puntare sull’energia italiana a «chilometro zero». Occorre riattivare le trivelle nell’Adriatico, per riconquistare un minimo di autonomia energetica?
«Qualcosa in più si potrebbe fare, ma ricordiamoci anche che dobbiamo preservare il territorio più bello del mondo. Sicuramente bisogna puntare al massimo sul nucleare: non è una soluzione che si raggiunge in pochi giorni, ma è giusto guardare al futuro. Confido che prima della fine della legislatura sia pronto il quadro legislativo per iniziare con il nucleare».
Nonostante la tregua, difficilmente la situazione sullo stretto di Hormuz tornerà in fretta alla normalità. Si fa strada l’idea del pagamento di un pedaggio, anche se Unione europea e Regno Unito lo escludono.
«Attaccare l’Iran non è stata una buona idea, anche guardando la geopolitica con sguardo cinico. Ma quello che sta facendo Trump - e quello che ha fatto Netanyahu - risponde a logiche tutto sommato coerenti».
Coerenti?
«Netanyahu pensa da tempo che l’Iran sia una minaccia esistenziale per il proprio Paese, sia per via diretta - costruzione della bomba atomica - sia per via indiretta, attraverso i suoi proxy regionali: Hezbollah, gli Huthi e così via».
Dunque?
«Dunque Israele è convinto che, se non attaccano prima loro, attaccheranno gli altri. Giusto o sbagliato, questo è ciò che pensano. E non c’è nemmeno una grande opposizione interna, specialmente dopo il 7 ottobre».
E Donald Trump?
«Troppo facile farlo passare per pazzo. Utilizza metodi da prestigiatore, provoca, e nel frattempo porta avanti la sua linea. Quella contenuta nel documento di sicurezza nazionale, dove ti racconta chiaramente che l’avversario vero è la Cina. Dal suo punto di vista, attaccare i fornitori della Cina, cioè Venezuela e Iran, è perfettamente logico. Allo stesso modo, Trump preferisce che la Russia con il suo gas si riavvicini all’Europa, invece che a Pechino».
Lei ha davvero detto che «la Groenlandia va lasciata a Donald Trump perché serve soltanto alla pesca del merluzzo»?
«Era uno scherzo, però riflettiamoci. Quando Trump ci ha messo gli occhi sopra, sembrava fosse il tesoro più prezioso del mondo. Ma la verità è che se la Groenlandia fosse così piena di ricchezze, i primi a chiedere l’indipendenza sarebbero stati i groenlandesi. Che invece restano fortemente sussidiati dalla Danimarca, perché al momento l’unica vera ricchezza sfruttabile è, per l’appunto, il merluzzo».
Ma lei è ancora trumpiano, dopo l’Iran?
«L’errore che fanno in tanti è quello di dipingersi un Trump personale: qualcuno lo vuole con il loden, qualcuno più serio, qualcun altro meno. Io ritengo semplicemente che sia il leader democraticamente eletto della maggiore potenza mondiale, e quindi pensare di non doverci avere a che fare è pura utopia. Trump me lo faccio piacere. E con tutti i suoi difetti e le sue bombe, sarà sempre meglio di Ursula Von der Leyen».