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In margine al procedimento penale aperto a Ravenna contro alcuni medici accusati di falso ideologico per avere attestato, contrariamente al vero, che le condizioni di salute di un certo numero di stranieri colpiti da provvedimento di espulsione non consentivano di dare attuazione al provvedimento del questore che disponeva la loro collocazione nei Cpr (Centri di permanenza e rimpatrio), appare legittimo chiedersi da quale fonte normativa risulti che l’avvio ai Cpr non possa avvenire senza la previa certificazione sanitaria che ciò sia compatibile con le condizioni di salute degli interessati.
La risposta è che la fonte normativa non è costituita da una legge o da un altro atto avente forza di legge, ma da un semplice provvedimento amministrativo, revocabile e modificabile, come tale, in qualsiasi momento e neppure pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Esso è costituito dalla direttiva emanata il 19 maggio 2022 dall’allora ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, sostitutiva di analoga direttiva emanata il 20 ottobre 2014 dal ministro dell’Interno dell’epoca che, nel governo presieduto da Matteo Renzi, era Angelino Alfano. In particolare, l’art. 3 della vigente direttiva stabilisce che l’accesso dello straniero al Cpr avvenga «previa visita medica effettuata di norma dal medico della Asl o dell’azienda ospedaliera, disposta su richiesta del questore - anche in ore notturne - volta ad accertare l’assenza di patologie evidenti che rendano incompatibile l’ingresso e la permanenza del medesimo nella struttura, quali malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative - rilevate attraverso indagine anamnestica o sintomatologica, nonché mediante la documentazione sanitaria disponibile - che non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette».
Nelle premesse della direttiva in discorso si fa specifico riferimento, come fonte normativa, agli articoli 20, 21, 22, 23 del Dpr n. 394/1999, contenente il regolamento di attuazione del Testo unico sull’immigrazione emanato con il decreto legislativo n. 286/1998. Nessuno dei suddetti articoli, però, prevede l’obbligo della visita medica prima dell’accesso dello straniero al Cpr, limitandosi soltanto, per quanto qui interessa, il solo art. 21, a stabilire che nel Cpr debbano essere presenti «i servizi sanitari essenziali», e aggiungendo che lo straniero può anche essere trattenuto nei «luoghi di cura» in cui lo stesso sia «ricoverato per urgenti necessità di soccorso sanitario» e che sia provveduto al suo accompagnamento a mezzo della forza pubblica nel caso in cui «debba essere ricoverato in luogo di cura».
Appare quindi evidente come la previsione che l’accesso dello straniero al Cpr sia subordinato al previo nulla osta sanitario da parte del medico della Asl o dell’azienda ospedaliera sia frutto non di un obbligo di legge ma di una scelta discrezionale operata dal ministro dell’Interno, nella esclusiva veste di autorità amministrativa. Ed altrettanto evidente dovrebbe apparire che si tratti di una scelta, oltre che discrezionale, anche del tutto priva di ragionevole giustificazione, ove si consideri che, seguendo la stessa logica, dovrebbe allora stabilirsi che anche chi sia colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere o da ordine di esecuzione di una pena detentiva dovrebbe essere sottoposto, prima dell’ingresso in istituto, a visita medica che accerti la compatibilità del suo stato di salute con lo stato di detenzione, rimanendo esclusa, in caso contrario, l’eseguibilità del provvedimento. Il che, invece, non avviene perché, nei casi ora detti, all’esigenza dell’accertamento delle condizioni di salute dell’interessato - ovviamente anche al fine di verificare la loro compatibilità con il regime carcerario - si provvede, come previsto dall’art. 11, comma 7, dell’Ordinamento penitenziario, all’atto dell’ingresso dell’interessato in istituto.
Non si vede, quindi, per quale ragione, solo nel caso degli stranieri di cui sia stato disposto il trattenimento nei Cpr, lo stesso accertamento debba avvenire in via preventiva e porsi come condizione per l’eseguibilità, nell’immediato, del provvedimento. E ciò tanto più in quanto nello stesso art. 3 della direttiva ministeriale di cui si è detto è stabilito che: «Successivamente all’ingresso nel Centro, lo straniero è sottoposto allo screening medico da parte del medico responsabile della struttura sanitaria presente nel Centro, per la valutazione complessiva del suo stato di salute, nonché per l’accertamento di eventuali condizioni di vulnerabilità ai sensi dell’articolo 17, comma 1, D. Lgs. n. 142/2015 e/o di eventuali condizioni di inidoneità alla permanenza nel Centro». Del tutto illogico appare, quindi, che, assicurandosi comunque, in tal modo, secondo le regole ordinarie, la immediata verifica della compatibilità delle condizioni di salute dell’interessato con la sua permanenza nel Cpr, una volta che egli vi abbia avuto accesso, si preveda che la stessa verifica debba essere fatta, in via preventiva, ponendola come condizione perché l’accesso abbia luogo.
Come se non bastasse, vi è poi da aggiungere che, mentre nel caso dei soggetti destinati alla detenzione in carcere, l’eventuale, ritenuta incompatibilità delle loro condizioni di salute con il regime carcerario, riscontrata all’esito della visita medica da effettuarsi all’atto del loro ingresso in istituto, è soggetta a valutazione da parte della competente autorità giudiziaria, la quale può disporre ulteriori e più approfonditi accertamenti e decidere, poi, di conseguenza, nel caso, invece, degli stranieri destinati ai Cpr il giudizio di incompatibilità formulato dal medico all’esito della visita che, in base alle direttive ministeriali, deve precedere l’accesso ai suddetti centri non è soggetta a valutazione alcuna da parte dell’autorità giudiziaria o di quella amministrativa, per cui ad essa deve necessariamente far seguito la remissione dell’interessato in libertà. Differenziazione, questa, di cui appare assai arduo trovare una logica spiegazione.
Ben venga, dunque, se la loro colpevolezza verrà accertata, la condanna dei medici a carico dei quali si procede per il reato di falso, ma la cosa di cui ci si dovrebbe, fin da subito, preoccupare, è quella di eliminare l’anomalia contenuta nella vigente direttiva ministeriale, grazie alla quale essi hanno potuto realizzare quello che, secondo l’accusa, sarebbe stato il loro obiettivo e che, a prescindere da ciò, appare comunque priva, per le ragioni sopraindicate, di qualsivoglia ragionevole giustificazione.
Quattro criminali marocchini torneranno in libertà. Omicidi, violenze sessuali, pedofilia, furti, rapine e tanto altro nei curricula di queste risorse che la Corte d’appello di Roma ha deciso di far rilasciare dopo che erano stati trasferiti nei centri di accoglienza in Albania in attesa del rimpatrio. Nonostante fossero stati giudicati colpevoli di tutti questi reati, reiterando i crimini nel tempo, alcuni giudici hanno stabilito che non fosse opportuno che rimanessero nel Cpr di Gjader. Notizia che ha suscitato grande indignazione in ampia parte dell’esecutivo.
«Ma vi sembra normale che alcuni magistrati in servizio facciano anticipazione di giudizio rispetto a quelli che sono i provvedimenti normativi che adotta il governo? Cioè dicendo sostanzialmente “è inutile che fanno queste leggi, perché del centro in Albania non resteranno che macerie, perché queste leggi non verranno mai applicate”?». È stato questo il commentao del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante il suo intervento all’evento organizzato dalla Lega a Bologna, Io voto sì. Il ministro ha fatto riferimento al «lavoro di poliziotti, magistrati, che talvolta nel perseguire l’immigrazione irregolare, che è strettamente legata ai temi della sicurezza e della commissione di reati, restringono nel Cpr in Albania come nei Cpr sul territorio nazionale, delle persone. Un lavoro che rischia di essere sovvertito da una posizione pregiudiziale ideologica di magistrati che, impegnati in appartenenze correntizie, devono fare di questa partita una battaglia ideologica contro le politiche del governo». Parole che hanno innescato la reazione del sindaco di Bologna dem Matteo Lepore. «Vedo che è molto interessato al referendum e a fare campagna, invece che impegnarsi sui temi della sicurezza. Lo aspetto a Bologna, invece, per poter insieme discutere di come dare più supporto alle forze dell’ordine e lavorare per la sicurezza della nostra città». E commentando i dati forniti dal Viminale sul livello di criminalità degli stranieri a Bologna che mostrano l’urgenza di aprire un Cpr in città, suggerisce: «Piantedosi dovrebbe dedicarsi a prevenire il crimine, non alle statistiche». A Lepore risponde a tono il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni: «In questa città bisogna parlare solo di quello che vuole Lepore: se si parla di altro non va bene, dovremo essere censurati dalla stampa e non dovremo venire a parlare di altro». «Questa è una giornata importante» ha poi aggiunto. «Vi ringrazio perché so che racconterete fuori quello che qua viene detto: è importante per il voto del Sì e per liberare, spero presto, la nostra città da quello che per me è un grande male, Lepore».
Il tentativo della sinistra è quello di scollegare il tema sicurezza dal tema giustizia, le parole di Lepore lo dimostrano perfettamente. Eppure il ragionamento non convince, perché rilasciare clandestini con precedenti comporta inevitabili conseguenze sulla sicurezza. E sono i numeri a parlare chiaro: usciti dai Cpr, 8 stranieri su 10 tornano a delinquere.
Per l’onorevole leghista Simonetta Matone, già magistrato, è un sistema. E alla Verità spiega: «Per chi esamina l’atteggiamento dei magistrati ideologizzati dall’inizio di questo governo è in atto un attacco contro i provvedimenti sul tema della sicurezza. Con la scusa della interpretazione della norma in realtà è passato uno smantellamento sistematico delle linee governative a partire dal decreto Cutro. Il vero sconfinamento dei poteri lo fa parte della magistratura invadendo campi che sono esclusivi del potere esecutivo e legislativo».
Il vicepresidente vicario di Fratelli d’Italia in Senato, Raffaele Speranzon, è sconcertato: «È un’autentica vergogna che una parte della magistratura insista su questa linea, vanificando in questo modo l’azione del governo Meloni tesa a contrastare l’immigrazione illegale. Per quanto ci riguarda non indietreggeremo di un solo centimetro dalla scelta di proseguire in questa modalità e per questo invitiamo tutti a votare Sì al referendum del 22 e 23 marzo perché vogliamo una politica che faccia la politica e una giustizia che faccia la giustizia».
Così anche il senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo. «Il governo e il Parlamento varano provvedimenti su immigrazione e sicurezza, ma parte della magistratura disapplica leggi dello Stato in quella che sembra sempre più una volontà di contrapposizione politica con esecutivo e Camere».
Per la senatrice di Fratelli d’Italia, Cinzia Pellegrino «qui non si tratta di propaganda, ma di una questione molto concreta: la sicurezza delle vittime. E riguarda soprattutto le donne. Perché quando chi si è macchiato di reati sessuali viene rimesso in circolazione o sottratto a misure pensate per proteggere la collettività, il messaggio che passa è devastante» perché «una parte della magistratura continua a muoversi secondo logiche ideologiche che si prendono gioco del diritto fondamentale delle vittime alla certezza della pena per chi le ha umiliate, stuprate e a volte anche uccise. I “giudici rossi” finiscono così per indebolire le politiche di contrasto all’immigrazione illegale e, di fatto, aumentare l’insicurezza percepita. Il risultato è evidente: sempre più donne hanno la sensazione che lo Stato non sia dalla loro parte».
Gli Emirati Arabi Uniti attaccano l’Iran per la prima volta, colpendo impianti strategici. Intanto l’Assemblea degli Esperti iraniana nomina il figlio di Ali Khamenei nuova Guida Suprema. Cresce la tensione in Medio Oriente tra raid, missili e crisi umanitaria.
Per la prima volta nella storia recente, gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato un attacco diretto contro l’Iran, prendendo di mira un impianto di desalinizzazione. Il raid segna un’escalation significativa nel conflitto in Medio Oriente, che vede ormai coinvolti Stati Uniti, Israele e diversi Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha annunciato di aver intercettato la maggior parte dei missili e dei droni provenienti dall’Iran, pur confermando quattro vittime tra cittadini stranieri e feriti in un bilancio che ha incluso persone di più di una decina di nazionalità.
Il bombardamento degli Emirati arriva in una giornata già segnata da nuove tensioni sul fronte iraniano. L’Assemblea degli Esperti ha raggiunto un accordo sulla scelta del nuovo leader supremo della Repubblica Islamica dopo la morte di Ali Khamenei, aprendo uno scenario di incertezza politica interna che si intreccia con l’emergenza militare. L’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la guida» e che è stato concordato «un parere decisivo e unanime». Secondo altri membri dell’Assemblea, il candidato scelto dovrebbe essere «odiato dal nemico», citando addirittura gli Stati Uniti, che avrebbero già fatto il nome del prescelto. Il figlio di Khamenei, Mojtaba, resta tra i favoriti, ma la sua candidatura ha incontrato la ferma opposizione di Washington.
Sul terreno, la guerra si manifesta con numeri impressionanti di vittime e distruzione. Gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato almeno 394 morti, tra cui 83 bambini e 42 donne, mentre gli scontri tra Hezbollah e Israele proseguono senza sosta. In Iran, oltre 1.200 persone sono rimaste uccise negli attacchi statunitensi e israeliani, con quasi diecimila edifici civili danneggiati o distrutti, secondo la Mezzaluna Rossa. La città di Teheran è avvolta da fumo e da una pioggia nera, contaminata dal petrolio che le bombe hanno fatto fuoriuscire dai depositi colpiti.
Il conflitto ha ormai travalicato i confini iraniani. Missili e droni iraniani hanno preso di mira Israele, la Giordania, il Kuwait e gli Emirati, causando danni materiali e morti tra civili e operatori di sicurezza. Secondo Abu Dhabi, gli attacchi dell’Iran hanno incluso 16 missili balistici e 117 droni, in gran parte intercettati dalle difese aeree locali. L’Iran, dal canto suo, dichiara di poter sostenere la guerra su vasta scala per almeno sei mesi, forte di un arsenale di missili e droni pronti all’impiego. La crisi ha provocato anche flussi di rifugiati: molti iraniani stanno attraversando il confine con la Turchia per sfuggire al conflitto, ricordando scenari già vissuti durante la guerra siriana. Il rischio di un’escalation regionale è evidente, con Paesi del Golfo vulnerabili e la produzione petrolifera in pericolo, minacciando ripercussioni globali. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammonito che «se la guerra continua, non ci sarà modo di vendere petrolio, né la capacità di produrlo nella regione».
Anche la diplomazia internazionale accelera. Il presidente francese Emmanuel Macron si recherà a Cipro per riaffermare la solidarietà europea e cercare di contribuire alla de-escalation nel Mediterraneo orientale. La Cina, attraverso il ministro degli Esteri Wang Yi, ha richiamato tutte le potenze a svolgere «un ruolo costruttivo» e a evitare che la forza diventi diritto. In questo contesto, le parole di papa Leone XIV all’Angelus domenicale risuonano come un monito: «Cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi» in Iran e in tutto il Medio Oriente, affinché la guerra non trascini nella destabilizzazione anche il Libano e i paesi circostanti.
Il conflitto sembra ormai destinato a protrarsi, con un intreccio di vendette, alleanze e interessi strategici che rende sempre più difficile prevedere il prossimo sviluppo. La prima volta degli Emirati contro Teheran non è soltanto un episodio isolato: potrebbe essere il segnale che la guerra, finora circoscritta, rischia di allargarsi a nuovi fronti.
Stuprata e segregata dalla famiglia islamica ma i servizi sociali scelgono di scaricarla
Nell’aula del tribunale di Ferrara cala il silenzio. La donna seduta davanti ai giudici smette di parlare, porta le mani al volto e comincia a tremare. Non riesce più a respirare. L’udienza viene sospesa. Sta raccontando 12 anni di prigionia domestica. E mentre il processo è ancora in corso, la protezione che aveva ricevuto è stata interrotta: i servizi sociali l’hanno dichiarata autonoma. Il suo nome non possiamo farlo, per motivi di sicurezza. La chiameremo Nida. Ha 35 anni, capelli neri lunghi sulle spalle e una voce che si spezza mentre testimonia. «Prima o poi mi uccideranno. Loro mi vogliono trovare. E mi vogliono ammazzare».
Nida è arrivata in Italia nel 2010 dopo un matrimonio combinato celebrato in Pakistan, nella regione del Gujrat. Suo marito l’aveva visto per la prima volta proprio quel giorno. Pochi mesi dopo lei lo raggiunge in Emilia. Il suo incubo comincia in un paesino della provincia di Ferrara: Portomaggiore. Un centro della pianura dove, soprattutto in certi orari, si incrociano molti uomini pakistani in abiti tradizionali e pochissimi italiani. La casa che diventa la sua prigione è in periferia, lontana dal centro. Per 12 anni nessuno si accorge di quella donna segregata tra quelle mura.
«Non potevo uscire di casa. Non potevo andare al supermercato. Non potevo accompagnare i miei figli a scuola. Per loro una donna deve stare chiusa dentro». In casa era costretta a portare sempre il velo. Non poteva nemmeno tagliarsi i capelli. «Dicevano che tagliarsi i capelli è segno di libertà». Studiare italiano non le era permesso. «Le nostre donne non studiano», le ripetevano.
Per la famiglia del marito Nida era solo una serva. Un essere da non rispettare, solo da sfruttare. Doveva lavorare senza sosta, ubbidire e chiedere scusa. Sempre. «Quando sbagliavo qualcosa mi facevano mettere in ginocchio». Non aveva una stanza: il suo letto era sotto le scale, in uno sgabuzzino dove dormiva con i figli. Quando aveva il ciclo non poteva usare assorbenti, solo stracci. Non aveva un telefono. Quando parlava con i genitori qualcuno della famiglia restava accanto a controllarla. «Mi dicevano di non raccontare niente». Anche la figlia doveva rispettare le stesse regole. A cinque anni veniva mandata a scuola con il velo e gli abiti tradizionali pakistani.
Il bagno di casa le era vietato. Nonostante ce ne fossero due, a lei era concesso solo quello esterno nel cortile, con la porta rotta e i topi. Anche d’inverno. «Dicevano che ero la donna delle pulizie». Le staccavano la presa del boiler per impedirle di usare l’acqua calda. Quando i bambini si ammalavano scaldava l’acqua sul fornello per lavarli.
In aula la voce le si rompe quando racconta un episodio. «Una volta faceva freddo. Mia figlia voleva usare il bagno dentro casa». La bambina prova a entrare. Il nonno la ferma. «L’ha colpita con un bastone». Nida si interrompe, porta le mani al viso e scoppia a piangere. L’udienza viene sospesa. Quando rientra in aula respira a fatica. «Io non potevo fare niente».
Le violenze erano quotidiane. Anche durante la gravidanza. «Quando non riuscivo a finire i lavori mi picchiavano». Una volta, al settimo mese, viene scaraventata a terra colpita allo stomaco perché non voleva pregare. Nessuno la aiuta. I panni doveva lavarli fuori, a mano, con l’acqua fredda. Se il cibo non era gradito i piatti venivano rovesciati e spaccati a terra. Poi, davanti ai giudici, arriva il passaggio più difficile da raccontare. Nida parla delle violenze sessuali subite durante quegli anni. Non solo dal marito. In più occasioni, riferisce, anche uno dei cognati avrebbe abusato di lei. Il secondo figlio, dice, è nato dopo una violenza. A quel punto si ferma. La voce si spegne, fatica a respirare e piange. L’udienza viene interrotta di nuovo.
Nida era in mezzo a noi, nella nostra Italia. Ma nessuno si è accorto di lei. A pochi passi dalla casa dove per anni è rimasta prigioniera, il Comune ha perfino installato una panchina rossa, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Eppure quando la figlia prova a chiedere aiuto, inviando alcune mail al Comune di residenza, Portomaggiore, la risposta non arriva mai.
Alla fine Nida riesce a salvarsi da sola. Trova il coraggio di fuggire e di rivolgersi a un centro anti violenza. Solo a quel punto, e con anni di ritardo, scattano gli interventi istituzionali. Viene inserita in una comunità protetta sotto la tutela dei servizi sociali della zona. Per un periodo lei e i suoi due figli minori vivono al sicuro. Ma gli uomini che accusa di averla tenuta prigioniera non sono mai davvero spariti. Sono rimasti lì, a pochi chilometri.
Dopo il caso di Saman Abbas l’Emilia-Romagna ha rafforzato i protocolli per proteggere le vittime di violenza domestica e i casi di matrimoni forzati. Eppure oggi Nida è fuori da quel sistema di protezione. Il percorso di accoglienza è stato interrotto. I servizi sociali l’hanno dichiarata autonoma. Autonoma nonostante il processo sia ancora in corso. Autonoma nonostante le minacce. Autonoma nonostante due figli minori da mantenere che vivono, come lei, nel terrore. Oggi vive in una casa senza contratto e sopravvive con circa 500 euro al mese. I suoi aguzzini continuano a vivere nella stessa zona. «Io ho paura», dice piano davanti ai giudici. «Prima o poi mi uccideranno».





