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Raccolgo volentieri l’invito della Verità di spiegare le buone ragioni della riforma, non offuscate dalla cattive intenzioni che le si attribuiscono. Con alcuni colleghi curo da anni un blog divulgativo sui temi della giustizia e, in particolare, sui guasti del «correntismo». Si chiama toghe.blogspot.com altrimenti noto come «Uguale per tutti».
Nicola Saracino, Consigliere Corte d’appello a Roma
Qualche anno fa un nutrito numero di magistrati non allineati in una «corrente» avevano elaborato una proposta di legge volta a introdurre il sorteggio dei consiglieri superiori; si trattava di un’ipotesi «temperata» di sorteggio che si sarebbe potuta introdurre a Costituzione invariata, con legge ordinaria. Ci eravamo detti: il testo è lì, a disposizione della politica che voglia farlo proprio, quale che ne sia il «colore».
Nel tempo, diciamo negli ultimi cinque anni, la proposta del sorteggio ha trovato il sostegno di parte della politica (ad esempio M5s, col ministro Alfonso Bonafede), di noti magistrati, di giornalisti «di grido», di accademici. Allo stesso modo, l’Alta corte disciplinare era auspicata dal Partito democratico, la stessa area politica non compatta neppure sul giudizio sulla separazione delle carriere.
Molti di coloro che oggi sostengono il No al referendum ci hanno ripensato, nessuna delle innovazioni contenute nel testo di revisione costituzionale merita, oggi, la loro adesione. Posizione legittima, ci mancherebbe. È, tuttavia, legittimo anche il pensiero che molti di quei dietrofront dipendano dal «colore» della politica che ha dato impulso all’idea riformatrice, fondata su buone ragioni.
Il sorteggio serve ad arginare il correntismo, senza intaccare la libertà di associazione che spetta anche ai magistrati. In sostanza le correnti, come aggregazioni ideali, non saranno toccate dalla riforma; semplicemente cesseranno di occupare le istituzioni giudiziarie, fondamentalmente il Csm che non è organo di rappresentanza dei magistrati, ma di alta, altissima, amministrazione, mai «politico», non fosse altro perché presieduto dal capo dello Stato.
È difficile spiegare ai cittadini cosa sia il correntismo; aiuta, paradosso dei paradossi, proprio quanto accaduto lo scorso 17 febbraio. Il presidente Sergio Mattarella ha eccezionalmente presieduto la seduta del plenum ordinario di quell’organo per esprimere un messaggio contro lo scherno istituzionale che ne era stato compiuto nei giorni precedenti per via di un’iperbole del ministro Carlo Nordio, peraltro già usata in passato da noti magistrati per segnalare il settarismo e la lottizzazione che connota l’agire del Csm.
Non appena il capo dello Stato ha abbandonato la seduta, in quello stesso plenum sono state adottate due importanti delibere per il conferimento di incarichi. Il Csm ha deciso a maggioranza; sono questioni valutative e tecniche, direte. Sarebbe sostenibile se il voto non fosse avvenuto per schieramenti precostituiti, tutti i consiglieri di una corrente (cioè di una certa area politica) hanno votato in un senso e quelli degli altri gruppi in senso opposto. Tanto che alcuni quotidiani hanno potuto titolare, nei giorni seguenti, che un certo ufficio giudiziario era stato appannaggio della magistratura di sinistra, così come del resto l’altro incarico presso la Scuola della magistratura; plenum piuttosto proficuo per loro, dunque. Con consiglieri sorteggiati è ragionevole aspettarsi autonomia di giudizio e di valutazione, non mero ossequio alla disciplina di «gruppo», come dovrebbe essere per questioni tecniche. La separazione delle carriere e la Costituzione che «non si tocca».
Ed eccoci alle cattive intenzioni che sovrasterebbero le buone ragioni. Il pubblico ministero che i Padri costituenti conobbero era cosa del tutto diversa dal pubblico ministero attuale. Col codice Vassalli del 1988 quel soggetto ha cambiato totalmente pelle. Le indagini (che prima si chiamavano istruttorie) venivano, prima del 1988, condotte da «giudici», non da pubblici ministeri. I quali avevano compiti piuttosto limitati quanto all’autonoma raccolta di prove.
Col rito accusatorio il pubblico ministero ha assunto il dominio delle indagini e delle imputazioni, è divenuto un soggetto processuale fondamentale le cui iniziative hanno risvolti mediatici immediati, a prescindere dalla loro fondatezza. Il giudice entra in scena quando ormai della vicenda la stampa ha raccontato quasi tutto, tutto quello che le carte dell’accusa raccontano. Insomma, è un soggetto sconosciuto alla Costituzione del 1948 e, quindi, non considerato quando si elaborarono i cardini dell’ordinamento giudiziario. Spero di non sconvolgere nessuno se affermo che la Costituzione è stata cambiata con legge ordinaria già nel 1988; la chiamano, di solito, «Costituzione materiale». Eccola l’ottima ragione della riforma, si tratta di adeguare al nuovo quadro dei poteri/doveri del pm anche il suo assetto organizzativo.
Le cattive intenzioni: il pm separato finirà sotto il controllo della politica. Francamente non se ne ha traccia nelle norme che i cittadini sono chiamati a confermare e anzi ne viene ribadita l’indipendenza.
D’accordo, ma sarà comunque più tenero coi politici. Vien da chiedere: e perché? Anche in questo caso sovviene la cronaca di queste ore. Nel Regno Unito giudici e pubblici ministeri sono nettamente separati eppure la famiglia reale non è sfuggita all’onta dell’arresto di un suo membro. Quale più clamorosa smentita del falso assioma del pm separato necessariamente sottoposto ad altro potere? Veniamo, infine, all’Alta corte disciplinare, esterna al Csm. Come anticipato, l’idea non è nuova e non è coperta dal copyright degli attuali promotori della riforma.
Paragonata all’attuale giudice disciplinare, elettivo e quindi politico (lo dicono i sostenitori del No che il Csm è politico), è un grosso passo avanti nel senso dell’imparzialità, dato che i componenti saranno sorteggiati. Inoltre, quel «giudice» non sarà costretto a occuparsi delle singole vicende al di fuori della sede propria del giudizio disciplinare; non dovrà, ad esempio, sottoscrivere «pratiche a tutela» di questo o quel magistrato, rendendosi così incompatibile, o quanto meno non «terzo», rispetto alla stessa vicenda se dovesse essere oggetto di contestazioni, per l’appunto, disciplinari. La materia disciplinare è molto delicata e non posso approfondirla oltre misura in questo breve intervento. Ma posso dire che è fuorviante la prospettiva forcaiola che talvolta fa capolino quando se ne parla. Il disciplinare, per come è oggi disegnato, si presta alla forte interferenza sulle indagini e sui processi in corso; la vecchia Sezione disciplinare ne ha dato ampia e cattiva prova.
Del resto, analogo atteggiamento giacobino si ravvisa nella materia delle valutazioni professionalità che non sono delle «promozioni», ma soltanto verifica della persistenza dei requisiti attitudinali per svolgere la funzione. È già molto difficile selezionarli e non ha molto senso l’invocazione della falcidia dei togati. Intimidire l’arbitro non è mai il presupposto di una contesa serena.
Voglio, in conclusione, rassicurare tutti che le eventuali cattive intenzioni di qualcuno non troveranno sponda nella Corte costituzionale: mai come nel caso di una norma costituzionale sottoposta al diretto vaglio del popolo attraverso il referendum conta il suo testo, non l’intenzione del suo autore.
«In questo mondo non c’è nulla di sicuro tranne la morte e le tasse», diceva Benjamin Franklin. Aggiungiamo: e la battaglia sui sondaggi in vista di una competizione elettorale. Manco a dirlo, ecco che il dibattito referendario ora si infiamma anche intorno alle previsioni dei sondaggisti, che «sondano», per l’appunto, l’umore degli italiani sulla riforma della Giustizia. Se fossimo in un Paese normale, la sintesi sarebbe: il Sì è in vantaggio ma la partita non è chiusa. Invece no: ora dobbiamo fare i conti anche con una nuova forma di sondaggio, quello a geometria variabile, che cambia la previsione finale a seconda dell’affluenza.
Partiamo proprio da questo: ieri è stato diffuso un sondaggio Youtrend per Sky Tg24 che vedrebbe il Sì in testa con il 51% in uno scenario con affluenza alta (59,6%, includendo coloro che voterebbero sicuramente o probabilmente) mentre il No sarebbe avanti con il 51,5% in caso di affluenza bassa (48%, considerando solo coloro che voterebbero sicuramente). Rispetto al sondaggio dello scorso 11 febbraio, il No è cresciuto di 1,6 punti nello scenario con affluenza alta e di 0,4 in quello con affluenza bassa. In sostanza, l’istituto sostiene che più aumenta l’affluenza più il Sì ha probabilità di vincere. Youtrend è un istituto di garantita affidabilità, ma viene da chiedersi come faccia a sostenere questo teorema, considerato che il fronte del No sembra invece puntare tutto sulla grande partecipazione al voto per vincere la battaglia. Su una cosa (da non juventini) siamo invece perfettamente d’accordo con Lorenzo Pregliasco: «La Juve contro l’Inter», battagliava sabato scorso al termine del big match il sondaggista su X, «ha disputato una grande partita, nonostante lo scandalo incommentabile (l’espulsione di Kalulu dopo la simulazione di Bastoni, ndr)». Lo stesso istituto Youtrend, nella consueta supermedia dei sondaggi nazionali per Agi, segnala, al 19 febbraio, i Sì al 52,9% e i No al 47,1%. Questo dato è più o meno in linea con quello dell’Istituto Tecnè per Rti: in questo caso torna in azione invece la famigerata forchetta, con il Sì al 54-56% e il No tra il 44 e il 46%.
Oltre quattro punti di vantaggio per il Sì sul No sono registrati dall’Istituto Only Numbers di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta, su Rai 1: i Sì sono al 52,3% e i No al 47,7% (al 18 febbraio). Sempre per Porta a Porta, Noto Sondaggi segnalava il 28 gennaio il Sì al 53% e il No al 47%. La rilevazione di Renato Mannheimer per Eumetra, trasmessa giovedì scorso da Piazzapulita su La7, vede il Sì in lieve vantaggio con il 50,4% contro il 49,6% del No. Mannheimer si esprime anche sulla variabile-affluenza: «È veramente difficile fare previsioni», dice il noto sociologo e sondaggista, «una tesi vuole che più persone vanno a votare e più è probabile che vinca il Sì, ma da parte del No c’è una tale mobilitazione che può far salire il numero dei votanti». Per Demopolis, che ha effettuato un sondaggio per Otto e mezzo su La7, il No è al 51% e il Sì al 49%.
Dunque, come vedete, tra istituto e istituto i risultati cambiano anche significativamente: non è una novità per chi segue costantemente le elezioni, che siano politiche, regionali, europee e amministrative, e la regola d’oro (tra l’altro ripetuta sempre dagli stessi sondaggisti) è che una cosa sono le tendenze e le rilevazioni, altra cosa i cosiddetti «voti veri», ovvero le schede collocate dagli elettori nell’urna. Di sondaggi e referendum parla Adolfo Urso, ministro per le Imprese e il Made in Italy ed esponente di spicco di Fratelli d’Italia: «Tutti i sondaggi concordano», argomenta Urso all’Ansa, «se vota la maggioranza degli italiani vince il Sì. Cosa significa? Significa che gli italiani sono in maggioranza favorevoli alla riforma. Su questo tutti gli analisti sono d’accordo, tutte le rilevazioni concordano. E nelle loro rilevazioni evidenziano come più cresce la partecipazione, più cresce il Sì. Per questo è necessario fare appello al voto affinché gli elettori si esprimano. Perché vinca la democrazia, cioè la partecipazione. Perché vinca la riforma, necessaria. Perché prevalga la maggioranza che lavora e che produce, quella che una volta veniva definita, appunto, la maggioranza silenziosa degli italiani. La stessa maggioranza», conclude Urso, «che nei momenti decisivi è andata a votare, sempre per il bene del Paese».
Sprona i sostenitori del Sì a impegnarsi con tutte le energie una vecchia volpe della politica italiana, il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «Mai va sottovalutata un’elezione», avverte Gasparri, «soprattutto se poi dovesse passare il tentativo di spostare i temi della giustizia su una generica polemica anti Casta, che da sinistra si cerca di montare. Nel ribattere, noi dobbiamo chiarire che se Casta c’è, è quella che porta all’elezione del Csm sulla base delle correnti, dei partiti, delle spartizioni. Questo è quello su cui bisogna insistere. Il Csm è un organismo che ha bisogno di una rigenerazione e il sorteggio, che era sostenuto anche da Gratteri e altri», aggiunge Gasparri, «è l’unico metodo per neutralizzare il condizionamento della politica. Il tema della giustizia si giocherà su questo. E come tutte le contese, bisogna giocarle, nulla è scontato ma siamo fiduciosi che quella tendenza di prevalenza del Sì che viene confermata dagli ultimi sondaggi si possa anche rafforzare».
Lione tornerà a essere, almeno per oggi, la capitale delle Gallie perché è in questa città che, nel pomeriggio, si terrà la marcia in omaggio a Quentin Deranque, il ventitreenne morto il 14 febbraio scorso dopo essere stato linciato da un gruppo di antifa de La Jeune Garde. Nelle ultime 24 ore sui media transalpini non si è quasi parlato d’altro.
L’estrema sinistra de La France insoumise (Lfi) ha fatto il diavolo a quattro pretendendo, dapprima, che la marcia di Lione fosse vietata dalla prefettura e, poi, gridando al pericolo fascista pronto a incombere sulla città attraverso un’orda di militanti di estrema destra provenienti da mezza Europa. Come se negli ultimi anni gli antifa (anche francesi) non avessero scorrazzato in tutto il continente per andare a picchiare quelli che, secondo loro, erano i fascisti del momento. Il primo a chiedere lo stop del corteo è stato il sindaco ecologista di Lione, Grégory Doucet. Su X, il coordinatore di Lfi, Manuel Bompard, ha auspicato che la manifestazione fosse annullata definendola una «vera dimostrazione fascista» e una «minaccia per gli abitanti».
Ma nonostante le pretese di Lfi e affini, il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha autorizzato lo svolgimento del corteo. Ai microfoni di Rtl, Nunez ha detto che «l’organizzatrice si è impegnata a rispettare scrupolosamente le indicazioni fornite», in particolare che «questa marcia abbia un carattere pacifico e che non dia luogo ad alcuna espressione politica». Il ministro ha confermato un importante dispiegamento di forze dell’ordine.
Le allerte per la calata dei fascisti sono state riprese da vari media. Sul sito di France inter si potevano leggere le testimonianze, raccolte a Lione dagli inviati di questa emittente radiofonica di Stato. Una certa Lucie, presentata come una «lavoratrice sociale», sarebbe andata ad avvertire le persone «razzializzate» dicendo loro «evitate di essere lì (sul percorso della marcia, ndr), è possibile che arrivi gente di estrema destra», gente che «ha voglia di battersi». Un altro testimone, un tal Bilel, dipendente di una macelleria, ha dichiarato di aver ricevuto «un volantino distribuito nelle vie della zona» sul quale c’era scritto «fate attenzione, prendete le disposizioni necessarie per la vostra sicurezza e per quella delle persone vulnerabili del vostro entourage». L’edizione francese di Huffington ha fatto una sintesi delle informazioni pubblicate da altre testate con un focus sul profilo dell’organizzatrice della marcia: Aliette Espieux. È stato citato Le Monde, secondo cui la ragazza sarebbe legata alla «galassia di Pierre-Edouard Stérin, in particolare attraverso l’associazione di preghiera Hozanna». Stérin è stato un importante finanziatore dell’applicazione The Fork e cofondatore di Smartbox. Un imprenditore di successo che, però, per i media mainstream transalpini ha un grandissimo difetto: è cattolico e sostiene iniziative ispirate alla sua fede. L’Huffington cita anche il sito StreetPress che rivela un’altra informazione: «Aliette Espieux è sposata con Eliot Bertin, l’ex leader neonazista del disciolto gruppo Lyon Populaire» e «indagato» dopo «l’attacco a una conferenza sulla Palestina. La violenza va sempre condannata ma, scorrendo alcuni media d’Oltralpe, sembra di assistere a un macabro calcolo.
È come se si dicesse, semplificando in maniera un po’ cavaliera: gli antifa hanno ammazzato, ma siccome anche i neonazisti lo hanno fatto, allora siamo pari. Chissà cosa avrebbero scritto varie testate transalpine se avessero indagato sulle azioni e le frequentazioni di certi militanti dell’ultrasinistra antifa. Forse, come ha fatto nei giorni scorsi Adriano Scianca sulla Verità, avrebbero scoperto che alcuni di loro sono venuti a Roma e sono stati persino premiati da un municipio.
Lasciando da parte il trattamento riservato da molti media francesi alla tragedia di Lione, è indubbio che oggi, nell’ex capitale delle Gallie, la tensione sarà alle stelle. Tra l’altro, la famiglia di Quentin non parteciperà al corteo in memoria del giovane e già da giorni invita alla calma. Anche i rappresentanti del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen non parteciperanno alla marcia di oggi né ad altre iniziative simili. «Vi chiediamo», ha scritto ai dirigenti del suo partito Jordan Bardella, «di non partecipare a queste iniziative né di associarvi il Rassemblement national». Questo perché, ha spiegato ancora il leader di Rn, gli organizzatori di tali eventi «non sono certi» e sembra che la famiglia di Quentin «non sia all’origine di nessuno di essi». Anche il candidato della destra moderata alle comunali di Lione nonché ex presidente dell’Olympique Lyonnais, Jean-Michel Aulas, non sarà presente alla marcia.
Sul fronte delle indagini sui presunti autori del linciaggio di Quentin, Le Figaro ha scritto che uno dei fermati è indagato anche a Parigi. L’individuo sarebbe sospettato di aver partecipato, nel 2024, a un’aggressione ai danni di un adolescente definito «sionista» che è stato obbligato a gridare «viva la Palestina».
L’avevano pensato bene, il King’s College. Fondato da Giorgio IV e dal Duca di Wellington nel 1829 come risposta confessionale anglicana alla laicissima University College London, il King’s College ha un motto impegnativo: «Sancte et Sapienter», due avverbi che significano «in modo sacro e saggio». Ora, visto che il disastro d’immagine del coinvolgimento dell’ex principe Andrea nello scandalo Epstein non era sufficiente, al nobile ateneo londinese hanno deciso di nominare Luigi Di Maio (già rivenditore di bibite al San Paolo di Napoli) professore onorario presso il Dipartimento di studi sulla Difesa. Non male per il trentanovenne ex vicepremier grillino, che in precedenza si era laureato all’università della vita.
La notizia è stata data direttamente su Linkedin da Di Maio, che grazie all’esperienza come ministro degli Esteri nel maggio 2023 è stato nominato rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico. Nelle scorse settimane il suo nome è circolato anche come possibile coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. «Assumerò questo nuovo ruolo con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, le relazioni Europa-Golfo e le dinamiche geopolitiche», ha scritto l’ex ministro.
Il post con la sua nomina ha scatenato gli applausi e i complimenti di sceicchi e manager di fondi e grandi aziende saudite, emiratine e del Qatar. Non è un caso, ovviamente. Si vede che l’ex delfino di Beppe Grillo, in questi due anni e mezzo, si è fatto ben volere da banchieri e manager in tunica bianca. Del resto, come abbiamo imparato a nostre spese, sveglio è sveglio. E anche se da giovane ha pensato più a fare politica che a studiare (ha la maturità classica), tutti coloro che hanno lavorato con lui, ambasciatori compresi, gli riconoscono una grande umiltà e molta voglia di apprendere.
Al King’s College, poi, non fanno certo la carità: i cv li sanno leggere, ma sanno anche pesare le reti relazionali. Così hanno ingaggiato Di Maio per rafforzare il loro prestigioso Dipartimento, dove sui banchi dei master arriva la crema degli ufficiali di Sua Maestà. Di Maio, professionalmente, proviene dal Golfo Persico e guarda caso il primo mercato per l’industria bellica britannica è proprio quello, con l’Arabia saudita in testa alle classifiche con vendite per 4,5 miliardi di sterline tra il 2021 e il 2025 (fonte: governo Regno Unito). E l’anno scorso, per il governo britannico, si è registrato il valore più alto di esportazioni di armi da oltre 40 anni (20 miliardi di sterline).
Di Maio, comunque, era amato a Londra anche prima di essere spedito tra le dune dall’Onu. Ha servito come ministro degli Esteri nel Conte II (2019-2021) e nel governo Draghi (2021-2022) e ha sempre tenuto a rafforzare il più possibile i legami con il Regno Unito, nonostante la Brexit e i tanti dispettucci inglesi ai nostri emigrati. Da ministro e da vicepremier, lo statista di Pomigliano d’Arco ha sempre sostenuto che l’Unione europea non dovesse «punire» il Regno Unito per la sua uscita, allo scopo di evitare choc economici da entrambe le parti. Di Maio ha più volte ribadito «l’amicizia solida» con Londra, anche quando fu eletto Boris Johnson (2019) e ha stretto un grande rapporto con Dominic Raab, ex sottosegretario agli Esteri. Tra i vari campi nei quali ha collaborato con Londra c’è stato anche quello della ricerca sui vaccini. Ma forse uno dei dossier che oggi pesa di più, per la carriera inglese dell’ex grillino, è quello della stabilizzazione della Libia.
L’incarico di docente onorario ha poco peso dal punto di vista didattico, ma consente di fare ricerca. E non è poco per un Di Maio che da ragazzo si iscrisse senza fortuna prima a ingegneria informatica e poi a giurisprudenza. In soli sei anni, è passato da lanciare Lino Banfi sul palco del Teatro Brancaccio come rappresentante dell’Italia all’Unesco a lanciare sé stesso in uno degli atenei più prestigiosi del mondo. Un ateneo che ha sfornato 14 premi Nobel. Difficile che il quindicesimo sia il nostro «Giggino», quello che annunciava da Palazzo Chigi: «Abbiamo abolito la povertà». Ma con uno come lui, mai dire mai.





