Anche l’influenza intasava le rianimazioni, eppure nessuno s’è posto il problema
Poco più di 7.000 ricoverati per Covid e 863 pazienti in terapia intensiva in tutta Italia fanno tremare il ministero della Sanità. Vogliono l’emergenza infinita in base a dati che non preoccuperebbero gli italiani, abituati da anni ai bollettini su ricoveri e decessi per influenza. Gli unici che sembrano dimenticarsene sono Speranza e i suoi tecnici, capaci solo di sfinire con l’allarme prolungato.
Facciamo qualche passo indietro. Gennaio 2015. «Le terapie intensive sono intasate da pazienti che sono appena usciti dall’Ecmo», il macchinario che si sostituisce ai polmoni, «o sono talmente gravi da poterne avere bisogno», era la comunicazione urgente inviata dall’ospedale San Gerardo di Monza ai centri di rianimazione italiana. «C’è un’attività così elevata che facciamo fatica a far fronte a tutte le richieste», dichiarò al Corriere della Sera Guido Frascaroli, alla guida della rianimazione cardiologica del Sant’Orsola Malpighi di Bologna.
L’Ansa il 29 gennaio 2015 riportava: «Un picco di casi gravi legati all’influenza si sta registrando in moltissimi Pronto soccorso italiani, dal Nord al Sud del Paese. Ad affermarlo è il presidente della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu), Alfonso Cibinel, che definisce la situazione “preoccupante”». «In alcuni ospedali i codici rossi sono aumentati fino al 100%. I casi di polmonite sono aumentati dal 3 al 10%, con pari aumento dei casi che richiedono respirazione artificiale. Tra le cause, il calo delle vaccinazioni». Nessuno al governo pensò di rendere obbligatorio l’anti influenzale a diverse categorie di lavoratori, nemmeno si tinsero le Regioni di differenti colori limitando la circolazione dei portatori di virus.
Eppure di influenza si moriva, e si muore. «Ancora un anno nero per le morti in Italia. Nell’inverno che si sta concludendo c’è stato un altro boom dei decessi dopo quello del 2015. Vittime, in particolare, gli ultra sessantacinquenni. La scarsa diffusione del vaccino tra gli anziani e un’influenza molto aggressiva hanno condizionato pesantemente il dato epidemiologico», scriveva la Repubblica il 18 marzo 2017. «Possiamo stimare un dato nazionale di morti in eccesso tra 15 e 20.000», commentava l’allora presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi.
Un anno prima, a dicembre 2016, l’influenza mandava in tilt le strutture sanitarie in Piemonte. «Ospedali torinesi al collasso», annunciava Torinotoday, «alla Città della Salute mancherebbero persino dei posti letto in rianimazione, neurologia e medicina generale. La situazione non migliorerà nelle prossime ore. Anzi alcuni dei 400.000 malati stimati negli ultimi sette giorni raccontano di giornate passate in un corridoio, nell’attesa che si liberi un posto per loro». Infodata del Sole 24 Ore segnalava: «Da settembre 2017 a febbraio 2018 sono state 472 le persone ricoverate in terapia intensiva a causa dell’influenza, e 78 di loro sono morte». Secondo i dati di InfluNet-Epi, circa 5,5 milioni di persone si presero il virus dall’inizio quell’anno, quindi un italiano su 10.
Pesantissima la situazione in Lombardia nel gennaio 2018. «Le complicazioni dell’influenza, soprattutto le polmoniti, mandano in crisi le rianimazioni: 48 i casi di malati gravi ricoverati da Natale a oggi nelle terapie intensive di Policlinico, San Raffaele, San Gerardo di Monza e San Matteo di Pavia, gli ospedali di riferimento in Lombardia per l’uso dell’Ecmo, il macchinario che si sostituisce ai polmoni», segnalava il Corriere della Sera.
Giuseppe Foti, alla guida dell’emergenza urgenza del San Gerardo di Monza, esprimeva tutta la sua preoccupazione: «Da questa settimana siamo costretti a sospendere le prenotazioni dei letti in terapia intensiva per i pazienti chirurgici con interventi programmati», mentre Giorgio Antonio Iotti, a capo della medicina intensiva del San Matteo di Pavia, affermava che «i pazienti con polmonite grave e complicazioni importanti determinate dal virus dell’influenza stanno occupando ben un quarto dei nostri 21 posti letto». Allora non c’era l’emergenza Covid ma il male di stagione ostacolava il normale funzionamento dei reparti e collassava le rianimazioni, eppure il ministero della Salute non decise green pass per tenere fuori dalla socialità i non vaccinati contro l’influenza. Nemmeno impose ai lavoratori di farsi puntura o tampone. Sempre nello stesso mese, il quotidiano online L’Immediato scriveva: «Oltre 250 accessi al giorno al Pronto soccorso degli Ospedali riuniti di Foggia. Dopo la “valutazione fisica” dell’assenza di disponibilità di posti letto, si è deciso per lo stop dei ricoveri programmati». Era il 5 gennaio 2018 e si era «in attesa del picco previsto nelle prossime settimane», ma già la situazione era esplosiva. «Non sappiamo fino a quando possiamo reggere in queste condizioni», dichiarò l’allora direttore sanitario, Laura Moffa.
«Oltre 271.000 malati, 50 casi gravi e 7 morti. È il preoccupante bollettino di guerra dell’epidemia influenzale in Emilia Romagna», titolava il Resto del Carlino. Parlava di «ospedali presi d’assedio» nella Regione. A Pordenone, in Friuli Venezia Giulia, gli 820 posti letto dell’intera provincia risultarono occupati da pazienti con gravi sintomi influenzali, per questo la direzione dell’Azienda sanitaria decise «la sospensione degli interventi chirurgici programmati per liberare disponibilità in previsione del picco del virus, previsto nelle prossime ore», scrisse la Stampa in quel tormentato gennaio del 2018. Di quelle emergenze, con le quali eravamo soliti convivere, si è forse persa memoria? E non è che in Italia c’è una cronica mancanza di posti in terapia intensiva?







