True
2021-09-15
«Tutti zitti sugli infermieri vaccinati positivi»
Ansa
Le notizie girano in una chat di medici e infermieri a livello nazionale, con informazioni molto tecniche e specialistiche. Uno degli ultimi messaggi, scritto da un'infermiera dell'Asl Roma 2, denuncia il fatto che «all'ospedale Sant'Eugenio i miei colleghi vaccinati sono tutti positivi. Non abbiamo trovato un giornalista che scrivesse la verità». Eccoci qui, invece, a cercare di capire e spiegare. La stessa situazione romana è stata riscontrata a Trento, all'ospedale di Tione. In questo caso è una infermiera non vaccinata, a parlare a ruota libera ma, precisa, «ho figli, sono divorziata, sono in crisi se mi tolgono il lavoro, sono in attesa di sospensione, per favore non citate il mio nome».
Che accade? «Di Roma ho chiesto conferma sul gruppo. Una situazione del genere si è verificata il mese scorso nel mio ospedale quando ad agosto c'è stato un focolaio Covid dove sono stati contagiati quattro pazienti e sette operatori, tutti vaccinati». La situazione, quindi, nonostante i vaccini, resta preoccupante.
«Hanno dato la colpa a un paziente non vaccinato, arrivato da una pneumologia di un altro ospedale con tampone negativo e negativo anche il tampone d'ingresso così come i due successivi, fatti ogni quattro giorni. Si è positivizzato all'ottavo, decimo giorno nel nostro ospedale. Il contagio è arrivato ad altri tre pazienti, vaccinati anche loro. I miei colleghi, intanto, a casa con sintomi, non asintomatici come dicono, tosse, febbre come una vera influenza. E non è vero che in una settimana guariscono». In pratica, il vaccino non li ha preservati.
Il dubbio sorge spontaneo e immediatamente si pensa che ci si trovi di fronte a una no vax. «Assolutamente no. A maggio ho fatto il vaccino dell'antitetanica perché mi ero punta con una rosa, i miei bambini sono tutti vaccinati, hanno fatto perfino quello delle zecche che sono tre richiami».
Tutti gli altri vaccini sì, ma contraria a quello anticovid. «Non è il solito vaccino, questo. Pretendo che un vaccino mi tuteli dall'infezione. È un anno e mezzo che lavoro nel reparto Covid, mi sono messa la tuta a marzo dell'anno scorso responsabilmente perché il mio dovere era quello di stare vicina ai paziente lasciati soli e non si sapeva ancora nulla di questo virus. E con a casa un padre malato, pluripatologico, tre figli minori ai quali ero terrorizzata di portare la malattia».
Quindi una sensibilità e una dedizione al lavoro totali. «Non potevo fare altro, era giusto così. Bisogna stare molto attenti soprattutto con le persone più fragili. Per quanto riguarda i bambini, però, è una faccenda differente». Le reazioni dei medici? «Tranne qualche caso sporadico, non so se per paura o convenienza, nessuno si pone una domanda e un pensiero critico lo vedo in molto pochi. Con tanti si fa fatica a parlarne.»
In compenso, il virus attacca quasi indisturbato. «Sì, c'è un altro focolaio al Santa Chiara, l'ospedale maggiore di Trento ma non so dirle di più». Nel vostro ospedale in quanti non siete vaccinati? «Venti/venticinque su un centinaio. Tra quelli che hanno fatto il Covid la raccomandata con cui si invita a vaccinarsi entro l'anno non è ancora arrivata. Noi l'abbiamo già ricevuta».
Chi non si vaccina rischia il posto di lavoro. «Non so come si metteranno le cose. Nell'immediato c'è la sospensione. Noi siamo azienda sanitaria e quindi la legge ha previsto questo fino a dicembre. Spero non procedano con un licenziamento, non posso permettermelo, dovrei cedere. Alcuni l'hanno già fatto, hanno il mutuo da pagare». In tanti hanno abbassato la guardia.
«Lo vedo nell'utenza. Le mascherine non sono mai sistemate nel modo corretto. Li riprendo e mi rispondono “ma tanto sono vaccinato". Hanno creato questo effetto di falsa sicurezza specialmente tra gli anziani che quest'anno si sentono più rilassati, sbagliando».
Intanto, nella centrale operativa del 118 di Palermo «15 infermieri sono risultati positivi ai test Covid», spiega Gioacchino Zarbo referente per la Sicilia del Nursing Up, il sindacato degli infermieri, «e si vocifera che alcuni di loro abbiano contagiato anche i famigliari. Lo abbiamo saputo dai giornali, nessuno ci ha informati. Gli infermieri, nonostante abbiano eseguito da tempo la seconda dose, si contagiano». Le difficoltà diventano insormontabili senza quelle figure insostituibili degli infermieri.
«La situazione è sempre più grave e le aziende sanitarie stanno sempre più zitte», precisa Alfredo Iannaccone di Nursing Up, «quello che riusciamo a sapere ci arriva quasi per caso. A Palermo gli operatori sono vaccinati, significa che se vaccinati a febbraio, ora l'immunità non c'è più. La cosa grave, e che bisogna sottolineare, è che l'Aifa si è affrettata per l'ok per la terza dose ai soggetti fragili ottantenni però sugli infermieri e medici s'è data possibilista, dicendo “analizziamo caso per caso, se state poco bene, vediamo". Non funziona così».
«Difendo stupratori, ma no vax mai». Così gli avvocati uccidono il diritto
Federica Eminente è un'avvocatessa del foro di La Spezia. È di famiglia ebrea. Vent'anni fa il destino le giocò uno strano scherzo: il tribunale l'assegnò come difensore d'ufficio di un criminale nazista, Heinrich Sonntag, accusato con altri 9 gerarchi tedeschi dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema compiuto il 12 agosto 1944. Sonntag non trovava un legale che si sobbarcasse quel compito e per caso trovò lei. Uno dopo l'altro, i colleghi dell'avvocato Eminente individuati in precedenza avevano rifiutato di assumere l'incarico per tenersi la coscienza pulita. Lei no. Ma la sua coscienza restò immacolata. «Una scelta professionalmente banale», spiegò all'epoca, perché ogni imputato ha diritto a un avvocato difensore e il «popolo italiano» in nome del quale si celebrano i processi ha diritto a una giustizia giusta. Aveva le lacrime agli occhi l'avvocato Eminente quando, al termine dell'arringa, davanti ad alcuni superstiti e molti familiari delle vittime, chiese l'assoluzione per Sonntag per insufficienza di prove. La sua scelta fu giudicata «un atto di alto profilo civile e morale» da Moni Ovadia, attore e regista ebreo. Sonntag fu poi condannato all'ergastolo fino in Cassazione.
Anche le Ss hanno diritto a un legale, come li ebbero Goering, Ribbentrop e altri 20 criminali nazisti al processo di Norimberga. Ma oggi molti avvocati vorrebbero negare questo diritto ai no vax. È la nuova frontiera della demonizzazione verso i lavoratori che, nel loro diritto, si ribellano all'obbligo vaccinale e ricorrere contro le sospensioni dal lavoro inflitte loro. Si arrangino: è questo che pensa, per esempio, l'avvocato Stefano Giampietro, 52 anni, di Trento. Giampietro è un giuslavorista che in passato ha assistito molti lavoratori in cause che li contrapponevano ai loro capi e ha fama di uno che non molla. Ma il personale sanitario e gli insegnanti che rifiutano il siero come clienti non li vuole. «È una scelta di coscienza davanti alle numerosissime richieste giuntemi in questo senso», ha spiegato. «Dal mio punto di vista, il bene comune prevale sul bene singolo».
Giampietro elenca decine di sentenze di tribunali e Tar che hanno rigettato ricorsi contro l'obbligo vaccinale, compresa la Corte di giustizia europea e la Corte europea dei diritti dell'uomo. L'avvocato, insomma, si è trasformato in giudice. Una toga vale l'altra. Altro che separazione delle carriere: per lui non vale neppure la separazione delle professioni. Giampietro ha già sentenziato come andranno le cose. Il verdetto non va pronunciato da una corte ma dal suo studio legale. Per lui i fascicoli dei no vax e dei no green pass sono spazzatura che non merita il suo tempo prezioso: «Faccio l'avvocato da vent'anni, cause perse non ne ho mai seguite e non intendo farlo ora», ha detto. Fosse dipeso da lui, il processo a Sonntag non si sarebbe potuto celebrare visto che l'imputato sarebbe rimasto privo di difesa. O comunque, poiché la sentenza di condanna era già scritta, sarebbe stato meglio dedicarsi a qualcosa di più profittevole.
L'avvocato trentino rivela che molti altri suoi colleghi optano per la stessa scelta «no no vax». Come Francesco Gatti, uno dei legali più in vista di Perugia, tra l'altro presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Post (Perugia officina per la scienza e la tecnologia). «Per la prima volta nella mia vita professionale», ha annunciato Gatti sul suo profilo Facebook, «non ho difeso una persona: un sanitario di un'azienda ospedaliera che non intende vaccinarsi». Un criminale con i fiocchi, un indifendibile. Eppure l'avvocato non si è mai tirato indietro: «Ho difeso criminali di ogni tipo», ammette. «Assassini, inquinatori, stupratori, stalker, politici corrotti e ho sempre tutelato tutti impegnandomi al massimo senza mai battere ciglio perché credo molto nel diritto di difesa. Ma questa volta quando mi è arrivata la mail proprio non ce l'ho fatta».
Quindi un no vax è peggio dei peggiori criminali e merita di marcire senza tutele davanti a un giudice. Questo è il ragionamento dell'avvocato Gatti: «Lo stupratore risponde della sua condotta nel suo “grande ma piccolo caso". Magari anche quello dell'inquinatore, per quanto spregevole, è un comportamento che ha un confine geografico e sociale. Il “no vax" invece risponde della sua condotta anche nella coscienza collettiva; agisce secondo un'idea sua, che io non condivido, ma ha un risvolto generale. Nella Costituzione c'è scritto che abbiamo il dovere di solidarietà. Lo dice la morale e lo dice la scienza».
Roberto Burioni, il virologo preferito da Fabio Fazio, su Facebook ha messo all'indice il post di un'avvocatessa che aveva annunciato di voler difendere «tutti i cittadini (inclusi medici e infermieri) che non si vorranno sottoporre alla terapia genetica sperimentale che viene “venduta" alla popolazione come un vaccino». «La libertà è un'altra cosa», ha sentenziato Burioni nel commento aizzando una serie di insulti contro gli avvocati colpevoli di fare il proprio mestiere, cioè rappresentare gli interessi di qualcuno. «Mi vergogno di appartenere alla categoria», scrive un'avvocatessa che segue Burioni. «Mi domando perché il consiglio dell'ordine non ha ancora provveduto alla radiazione», aggiunge un collega. «La facoltà di giurisprudenza è frequentata al 90% da gente che odia la matematica e le conseguenze mi sembrano evidenti», chiosa un'altra follower. E giù offese una dietro l'altra. Perché la legge non è più uguale per tutti.
Continua a leggereRiduci
Un'operatrice di Trento conferma: «Ad agosto c'è stato un focolaio in cui sono stati contagiati 4 pazienti e 7 colleghi che avevano ricevuto il farmaco. E hanno anche avuto sintomi». Il sindacato Nursing Up rincara: «Le aziende sanitarie non lo comunicano».Sempre più legali fanno sapere di non voler assistere chi, a vario titolo, contesta le norme su inoculazioni e green pass. Viene così meno un principio di giustizia che ha permesso persino ai nazisti di essere tutelati.Lo speciale contiene due articoli.Le notizie girano in una chat di medici e infermieri a livello nazionale, con informazioni molto tecniche e specialistiche. Uno degli ultimi messaggi, scritto da un'infermiera dell'Asl Roma 2, denuncia il fatto che «all'ospedale Sant'Eugenio i miei colleghi vaccinati sono tutti positivi. Non abbiamo trovato un giornalista che scrivesse la verità». Eccoci qui, invece, a cercare di capire e spiegare. La stessa situazione romana è stata riscontrata a Trento, all'ospedale di Tione. In questo caso è una infermiera non vaccinata, a parlare a ruota libera ma, precisa, «ho figli, sono divorziata, sono in crisi se mi tolgono il lavoro, sono in attesa di sospensione, per favore non citate il mio nome». Che accade? «Di Roma ho chiesto conferma sul gruppo. Una situazione del genere si è verificata il mese scorso nel mio ospedale quando ad agosto c'è stato un focolaio Covid dove sono stati contagiati quattro pazienti e sette operatori, tutti vaccinati». La situazione, quindi, nonostante i vaccini, resta preoccupante. «Hanno dato la colpa a un paziente non vaccinato, arrivato da una pneumologia di un altro ospedale con tampone negativo e negativo anche il tampone d'ingresso così come i due successivi, fatti ogni quattro giorni. Si è positivizzato all'ottavo, decimo giorno nel nostro ospedale. Il contagio è arrivato ad altri tre pazienti, vaccinati anche loro. I miei colleghi, intanto, a casa con sintomi, non asintomatici come dicono, tosse, febbre come una vera influenza. E non è vero che in una settimana guariscono». In pratica, il vaccino non li ha preservati. Il dubbio sorge spontaneo e immediatamente si pensa che ci si trovi di fronte a una no vax. «Assolutamente no. A maggio ho fatto il vaccino dell'antitetanica perché mi ero punta con una rosa, i miei bambini sono tutti vaccinati, hanno fatto perfino quello delle zecche che sono tre richiami». Tutti gli altri vaccini sì, ma contraria a quello anticovid. «Non è il solito vaccino, questo. Pretendo che un vaccino mi tuteli dall'infezione. È un anno e mezzo che lavoro nel reparto Covid, mi sono messa la tuta a marzo dell'anno scorso responsabilmente perché il mio dovere era quello di stare vicina ai paziente lasciati soli e non si sapeva ancora nulla di questo virus. E con a casa un padre malato, pluripatologico, tre figli minori ai quali ero terrorizzata di portare la malattia». Quindi una sensibilità e una dedizione al lavoro totali. «Non potevo fare altro, era giusto così. Bisogna stare molto attenti soprattutto con le persone più fragili. Per quanto riguarda i bambini, però, è una faccenda differente». Le reazioni dei medici? «Tranne qualche caso sporadico, non so se per paura o convenienza, nessuno si pone una domanda e un pensiero critico lo vedo in molto pochi. Con tanti si fa fatica a parlarne.»In compenso, il virus attacca quasi indisturbato. «Sì, c'è un altro focolaio al Santa Chiara, l'ospedale maggiore di Trento ma non so dirle di più». Nel vostro ospedale in quanti non siete vaccinati? «Venti/venticinque su un centinaio. Tra quelli che hanno fatto il Covid la raccomandata con cui si invita a vaccinarsi entro l'anno non è ancora arrivata. Noi l'abbiamo già ricevuta». Chi non si vaccina rischia il posto di lavoro. «Non so come si metteranno le cose. Nell'immediato c'è la sospensione. Noi siamo azienda sanitaria e quindi la legge ha previsto questo fino a dicembre. Spero non procedano con un licenziamento, non posso permettermelo, dovrei cedere. Alcuni l'hanno già fatto, hanno il mutuo da pagare». In tanti hanno abbassato la guardia. «Lo vedo nell'utenza. Le mascherine non sono mai sistemate nel modo corretto. Li riprendo e mi rispondono “ma tanto sono vaccinato". Hanno creato questo effetto di falsa sicurezza specialmente tra gli anziani che quest'anno si sentono più rilassati, sbagliando». Intanto, nella centrale operativa del 118 di Palermo «15 infermieri sono risultati positivi ai test Covid», spiega Gioacchino Zarbo referente per la Sicilia del Nursing Up, il sindacato degli infermieri, «e si vocifera che alcuni di loro abbiano contagiato anche i famigliari. Lo abbiamo saputo dai giornali, nessuno ci ha informati. Gli infermieri, nonostante abbiano eseguito da tempo la seconda dose, si contagiano». Le difficoltà diventano insormontabili senza quelle figure insostituibili degli infermieri. «La situazione è sempre più grave e le aziende sanitarie stanno sempre più zitte», precisa Alfredo Iannaccone di Nursing Up, «quello che riusciamo a sapere ci arriva quasi per caso. A Palermo gli operatori sono vaccinati, significa che se vaccinati a febbraio, ora l'immunità non c'è più. La cosa grave, e che bisogna sottolineare, è che l'Aifa si è affrettata per l'ok per la terza dose ai soggetti fragili ottantenni però sugli infermieri e medici s'è data possibilista, dicendo “analizziamo caso per caso, se state poco bene, vediamo". Non funziona così».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infermieri-vaccinati-positivi-2655026955.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="difendo-stupratori-ma-no-vax-mai-cosi-gli-avvocati-uccidono-il-diritto" data-post-id="2655026955" data-published-at="1631690824" data-use-pagination="False"> «Difendo stupratori, ma no vax mai». Così gli avvocati uccidono il diritto Federica Eminente è un'avvocatessa del foro di La Spezia. È di famiglia ebrea. Vent'anni fa il destino le giocò uno strano scherzo: il tribunale l'assegnò come difensore d'ufficio di un criminale nazista, Heinrich Sonntag, accusato con altri 9 gerarchi tedeschi dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema compiuto il 12 agosto 1944. Sonntag non trovava un legale che si sobbarcasse quel compito e per caso trovò lei. Uno dopo l'altro, i colleghi dell'avvocato Eminente individuati in precedenza avevano rifiutato di assumere l'incarico per tenersi la coscienza pulita. Lei no. Ma la sua coscienza restò immacolata. «Una scelta professionalmente banale», spiegò all'epoca, perché ogni imputato ha diritto a un avvocato difensore e il «popolo italiano» in nome del quale si celebrano i processi ha diritto a una giustizia giusta. Aveva le lacrime agli occhi l'avvocato Eminente quando, al termine dell'arringa, davanti ad alcuni superstiti e molti familiari delle vittime, chiese l'assoluzione per Sonntag per insufficienza di prove. La sua scelta fu giudicata «un atto di alto profilo civile e morale» da Moni Ovadia, attore e regista ebreo. Sonntag fu poi condannato all'ergastolo fino in Cassazione. Anche le Ss hanno diritto a un legale, come li ebbero Goering, Ribbentrop e altri 20 criminali nazisti al processo di Norimberga. Ma oggi molti avvocati vorrebbero negare questo diritto ai no vax. È la nuova frontiera della demonizzazione verso i lavoratori che, nel loro diritto, si ribellano all'obbligo vaccinale e ricorrere contro le sospensioni dal lavoro inflitte loro. Si arrangino: è questo che pensa, per esempio, l'avvocato Stefano Giampietro, 52 anni, di Trento. Giampietro è un giuslavorista che in passato ha assistito molti lavoratori in cause che li contrapponevano ai loro capi e ha fama di uno che non molla. Ma il personale sanitario e gli insegnanti che rifiutano il siero come clienti non li vuole. «È una scelta di coscienza davanti alle numerosissime richieste giuntemi in questo senso», ha spiegato. «Dal mio punto di vista, il bene comune prevale sul bene singolo». Giampietro elenca decine di sentenze di tribunali e Tar che hanno rigettato ricorsi contro l'obbligo vaccinale, compresa la Corte di giustizia europea e la Corte europea dei diritti dell'uomo. L'avvocato, insomma, si è trasformato in giudice. Una toga vale l'altra. Altro che separazione delle carriere: per lui non vale neppure la separazione delle professioni. Giampietro ha già sentenziato come andranno le cose. Il verdetto non va pronunciato da una corte ma dal suo studio legale. Per lui i fascicoli dei no vax e dei no green pass sono spazzatura che non merita il suo tempo prezioso: «Faccio l'avvocato da vent'anni, cause perse non ne ho mai seguite e non intendo farlo ora», ha detto. Fosse dipeso da lui, il processo a Sonntag non si sarebbe potuto celebrare visto che l'imputato sarebbe rimasto privo di difesa. O comunque, poiché la sentenza di condanna era già scritta, sarebbe stato meglio dedicarsi a qualcosa di più profittevole. L'avvocato trentino rivela che molti altri suoi colleghi optano per la stessa scelta «no no vax». Come Francesco Gatti, uno dei legali più in vista di Perugia, tra l'altro presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Post (Perugia officina per la scienza e la tecnologia). «Per la prima volta nella mia vita professionale», ha annunciato Gatti sul suo profilo Facebook, «non ho difeso una persona: un sanitario di un'azienda ospedaliera che non intende vaccinarsi». Un criminale con i fiocchi, un indifendibile. Eppure l'avvocato non si è mai tirato indietro: «Ho difeso criminali di ogni tipo», ammette. «Assassini, inquinatori, stupratori, stalker, politici corrotti e ho sempre tutelato tutti impegnandomi al massimo senza mai battere ciglio perché credo molto nel diritto di difesa. Ma questa volta quando mi è arrivata la mail proprio non ce l'ho fatta». Quindi un no vax è peggio dei peggiori criminali e merita di marcire senza tutele davanti a un giudice. Questo è il ragionamento dell'avvocato Gatti: «Lo stupratore risponde della sua condotta nel suo “grande ma piccolo caso". Magari anche quello dell'inquinatore, per quanto spregevole, è un comportamento che ha un confine geografico e sociale. Il “no vax" invece risponde della sua condotta anche nella coscienza collettiva; agisce secondo un'idea sua, che io non condivido, ma ha un risvolto generale. Nella Costituzione c'è scritto che abbiamo il dovere di solidarietà. Lo dice la morale e lo dice la scienza». Roberto Burioni, il virologo preferito da Fabio Fazio, su Facebook ha messo all'indice il post di un'avvocatessa che aveva annunciato di voler difendere «tutti i cittadini (inclusi medici e infermieri) che non si vorranno sottoporre alla terapia genetica sperimentale che viene “venduta" alla popolazione come un vaccino». «La libertà è un'altra cosa», ha sentenziato Burioni nel commento aizzando una serie di insulti contro gli avvocati colpevoli di fare il proprio mestiere, cioè rappresentare gli interessi di qualcuno. «Mi vergogno di appartenere alla categoria», scrive un'avvocatessa che segue Burioni. «Mi domando perché il consiglio dell'ordine non ha ancora provveduto alla radiazione», aggiunge un collega. «La facoltà di giurisprudenza è frequentata al 90% da gente che odia la matematica e le conseguenze mi sembrano evidenti», chiosa un'altra follower. E giù offese una dietro l'altra. Perché la legge non è più uguale per tutti.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
Continua a leggereRiduci
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Continua a leggereRiduci
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci