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2021-09-15
«Tutti zitti sugli infermieri vaccinati positivi»
Ansa
Le notizie girano in una chat di medici e infermieri a livello nazionale, con informazioni molto tecniche e specialistiche. Uno degli ultimi messaggi, scritto da un'infermiera dell'Asl Roma 2, denuncia il fatto che «all'ospedale Sant'Eugenio i miei colleghi vaccinati sono tutti positivi. Non abbiamo trovato un giornalista che scrivesse la verità». Eccoci qui, invece, a cercare di capire e spiegare. La stessa situazione romana è stata riscontrata a Trento, all'ospedale di Tione. In questo caso è una infermiera non vaccinata, a parlare a ruota libera ma, precisa, «ho figli, sono divorziata, sono in crisi se mi tolgono il lavoro, sono in attesa di sospensione, per favore non citate il mio nome».
Che accade? «Di Roma ho chiesto conferma sul gruppo. Una situazione del genere si è verificata il mese scorso nel mio ospedale quando ad agosto c'è stato un focolaio Covid dove sono stati contagiati quattro pazienti e sette operatori, tutti vaccinati». La situazione, quindi, nonostante i vaccini, resta preoccupante.
«Hanno dato la colpa a un paziente non vaccinato, arrivato da una pneumologia di un altro ospedale con tampone negativo e negativo anche il tampone d'ingresso così come i due successivi, fatti ogni quattro giorni. Si è positivizzato all'ottavo, decimo giorno nel nostro ospedale. Il contagio è arrivato ad altri tre pazienti, vaccinati anche loro. I miei colleghi, intanto, a casa con sintomi, non asintomatici come dicono, tosse, febbre come una vera influenza. E non è vero che in una settimana guariscono». In pratica, il vaccino non li ha preservati.
Il dubbio sorge spontaneo e immediatamente si pensa che ci si trovi di fronte a una no vax. «Assolutamente no. A maggio ho fatto il vaccino dell'antitetanica perché mi ero punta con una rosa, i miei bambini sono tutti vaccinati, hanno fatto perfino quello delle zecche che sono tre richiami».
Tutti gli altri vaccini sì, ma contraria a quello anticovid. «Non è il solito vaccino, questo. Pretendo che un vaccino mi tuteli dall'infezione. È un anno e mezzo che lavoro nel reparto Covid, mi sono messa la tuta a marzo dell'anno scorso responsabilmente perché il mio dovere era quello di stare vicina ai paziente lasciati soli e non si sapeva ancora nulla di questo virus. E con a casa un padre malato, pluripatologico, tre figli minori ai quali ero terrorizzata di portare la malattia».
Quindi una sensibilità e una dedizione al lavoro totali. «Non potevo fare altro, era giusto così. Bisogna stare molto attenti soprattutto con le persone più fragili. Per quanto riguarda i bambini, però, è una faccenda differente». Le reazioni dei medici? «Tranne qualche caso sporadico, non so se per paura o convenienza, nessuno si pone una domanda e un pensiero critico lo vedo in molto pochi. Con tanti si fa fatica a parlarne.»
In compenso, il virus attacca quasi indisturbato. «Sì, c'è un altro focolaio al Santa Chiara, l'ospedale maggiore di Trento ma non so dirle di più». Nel vostro ospedale in quanti non siete vaccinati? «Venti/venticinque su un centinaio. Tra quelli che hanno fatto il Covid la raccomandata con cui si invita a vaccinarsi entro l'anno non è ancora arrivata. Noi l'abbiamo già ricevuta».
Chi non si vaccina rischia il posto di lavoro. «Non so come si metteranno le cose. Nell'immediato c'è la sospensione. Noi siamo azienda sanitaria e quindi la legge ha previsto questo fino a dicembre. Spero non procedano con un licenziamento, non posso permettermelo, dovrei cedere. Alcuni l'hanno già fatto, hanno il mutuo da pagare». In tanti hanno abbassato la guardia.
«Lo vedo nell'utenza. Le mascherine non sono mai sistemate nel modo corretto. Li riprendo e mi rispondono “ma tanto sono vaccinato". Hanno creato questo effetto di falsa sicurezza specialmente tra gli anziani che quest'anno si sentono più rilassati, sbagliando».
Intanto, nella centrale operativa del 118 di Palermo «15 infermieri sono risultati positivi ai test Covid», spiega Gioacchino Zarbo referente per la Sicilia del Nursing Up, il sindacato degli infermieri, «e si vocifera che alcuni di loro abbiano contagiato anche i famigliari. Lo abbiamo saputo dai giornali, nessuno ci ha informati. Gli infermieri, nonostante abbiano eseguito da tempo la seconda dose, si contagiano». Le difficoltà diventano insormontabili senza quelle figure insostituibili degli infermieri.
«La situazione è sempre più grave e le aziende sanitarie stanno sempre più zitte», precisa Alfredo Iannaccone di Nursing Up, «quello che riusciamo a sapere ci arriva quasi per caso. A Palermo gli operatori sono vaccinati, significa che se vaccinati a febbraio, ora l'immunità non c'è più. La cosa grave, e che bisogna sottolineare, è che l'Aifa si è affrettata per l'ok per la terza dose ai soggetti fragili ottantenni però sugli infermieri e medici s'è data possibilista, dicendo “analizziamo caso per caso, se state poco bene, vediamo". Non funziona così».
«Difendo stupratori, ma no vax mai». Così gli avvocati uccidono il diritto
Federica Eminente è un'avvocatessa del foro di La Spezia. È di famiglia ebrea. Vent'anni fa il destino le giocò uno strano scherzo: il tribunale l'assegnò come difensore d'ufficio di un criminale nazista, Heinrich Sonntag, accusato con altri 9 gerarchi tedeschi dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema compiuto il 12 agosto 1944. Sonntag non trovava un legale che si sobbarcasse quel compito e per caso trovò lei. Uno dopo l'altro, i colleghi dell'avvocato Eminente individuati in precedenza avevano rifiutato di assumere l'incarico per tenersi la coscienza pulita. Lei no. Ma la sua coscienza restò immacolata. «Una scelta professionalmente banale», spiegò all'epoca, perché ogni imputato ha diritto a un avvocato difensore e il «popolo italiano» in nome del quale si celebrano i processi ha diritto a una giustizia giusta. Aveva le lacrime agli occhi l'avvocato Eminente quando, al termine dell'arringa, davanti ad alcuni superstiti e molti familiari delle vittime, chiese l'assoluzione per Sonntag per insufficienza di prove. La sua scelta fu giudicata «un atto di alto profilo civile e morale» da Moni Ovadia, attore e regista ebreo. Sonntag fu poi condannato all'ergastolo fino in Cassazione.
Anche le Ss hanno diritto a un legale, come li ebbero Goering, Ribbentrop e altri 20 criminali nazisti al processo di Norimberga. Ma oggi molti avvocati vorrebbero negare questo diritto ai no vax. È la nuova frontiera della demonizzazione verso i lavoratori che, nel loro diritto, si ribellano all'obbligo vaccinale e ricorrere contro le sospensioni dal lavoro inflitte loro. Si arrangino: è questo che pensa, per esempio, l'avvocato Stefano Giampietro, 52 anni, di Trento. Giampietro è un giuslavorista che in passato ha assistito molti lavoratori in cause che li contrapponevano ai loro capi e ha fama di uno che non molla. Ma il personale sanitario e gli insegnanti che rifiutano il siero come clienti non li vuole. «È una scelta di coscienza davanti alle numerosissime richieste giuntemi in questo senso», ha spiegato. «Dal mio punto di vista, il bene comune prevale sul bene singolo».
Giampietro elenca decine di sentenze di tribunali e Tar che hanno rigettato ricorsi contro l'obbligo vaccinale, compresa la Corte di giustizia europea e la Corte europea dei diritti dell'uomo. L'avvocato, insomma, si è trasformato in giudice. Una toga vale l'altra. Altro che separazione delle carriere: per lui non vale neppure la separazione delle professioni. Giampietro ha già sentenziato come andranno le cose. Il verdetto non va pronunciato da una corte ma dal suo studio legale. Per lui i fascicoli dei no vax e dei no green pass sono spazzatura che non merita il suo tempo prezioso: «Faccio l'avvocato da vent'anni, cause perse non ne ho mai seguite e non intendo farlo ora», ha detto. Fosse dipeso da lui, il processo a Sonntag non si sarebbe potuto celebrare visto che l'imputato sarebbe rimasto privo di difesa. O comunque, poiché la sentenza di condanna era già scritta, sarebbe stato meglio dedicarsi a qualcosa di più profittevole.
L'avvocato trentino rivela che molti altri suoi colleghi optano per la stessa scelta «no no vax». Come Francesco Gatti, uno dei legali più in vista di Perugia, tra l'altro presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Post (Perugia officina per la scienza e la tecnologia). «Per la prima volta nella mia vita professionale», ha annunciato Gatti sul suo profilo Facebook, «non ho difeso una persona: un sanitario di un'azienda ospedaliera che non intende vaccinarsi». Un criminale con i fiocchi, un indifendibile. Eppure l'avvocato non si è mai tirato indietro: «Ho difeso criminali di ogni tipo», ammette. «Assassini, inquinatori, stupratori, stalker, politici corrotti e ho sempre tutelato tutti impegnandomi al massimo senza mai battere ciglio perché credo molto nel diritto di difesa. Ma questa volta quando mi è arrivata la mail proprio non ce l'ho fatta».
Quindi un no vax è peggio dei peggiori criminali e merita di marcire senza tutele davanti a un giudice. Questo è il ragionamento dell'avvocato Gatti: «Lo stupratore risponde della sua condotta nel suo “grande ma piccolo caso". Magari anche quello dell'inquinatore, per quanto spregevole, è un comportamento che ha un confine geografico e sociale. Il “no vax" invece risponde della sua condotta anche nella coscienza collettiva; agisce secondo un'idea sua, che io non condivido, ma ha un risvolto generale. Nella Costituzione c'è scritto che abbiamo il dovere di solidarietà. Lo dice la morale e lo dice la scienza».
Roberto Burioni, il virologo preferito da Fabio Fazio, su Facebook ha messo all'indice il post di un'avvocatessa che aveva annunciato di voler difendere «tutti i cittadini (inclusi medici e infermieri) che non si vorranno sottoporre alla terapia genetica sperimentale che viene “venduta" alla popolazione come un vaccino». «La libertà è un'altra cosa», ha sentenziato Burioni nel commento aizzando una serie di insulti contro gli avvocati colpevoli di fare il proprio mestiere, cioè rappresentare gli interessi di qualcuno. «Mi vergogno di appartenere alla categoria», scrive un'avvocatessa che segue Burioni. «Mi domando perché il consiglio dell'ordine non ha ancora provveduto alla radiazione», aggiunge un collega. «La facoltà di giurisprudenza è frequentata al 90% da gente che odia la matematica e le conseguenze mi sembrano evidenti», chiosa un'altra follower. E giù offese una dietro l'altra. Perché la legge non è più uguale per tutti.
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Un'operatrice di Trento conferma: «Ad agosto c'è stato un focolaio in cui sono stati contagiati 4 pazienti e 7 colleghi che avevano ricevuto il farmaco. E hanno anche avuto sintomi». Il sindacato Nursing Up rincara: «Le aziende sanitarie non lo comunicano».Sempre più legali fanno sapere di non voler assistere chi, a vario titolo, contesta le norme su inoculazioni e green pass. Viene così meno un principio di giustizia che ha permesso persino ai nazisti di essere tutelati.Lo speciale contiene due articoli.Le notizie girano in una chat di medici e infermieri a livello nazionale, con informazioni molto tecniche e specialistiche. Uno degli ultimi messaggi, scritto da un'infermiera dell'Asl Roma 2, denuncia il fatto che «all'ospedale Sant'Eugenio i miei colleghi vaccinati sono tutti positivi. Non abbiamo trovato un giornalista che scrivesse la verità». Eccoci qui, invece, a cercare di capire e spiegare. La stessa situazione romana è stata riscontrata a Trento, all'ospedale di Tione. In questo caso è una infermiera non vaccinata, a parlare a ruota libera ma, precisa, «ho figli, sono divorziata, sono in crisi se mi tolgono il lavoro, sono in attesa di sospensione, per favore non citate il mio nome». Che accade? «Di Roma ho chiesto conferma sul gruppo. Una situazione del genere si è verificata il mese scorso nel mio ospedale quando ad agosto c'è stato un focolaio Covid dove sono stati contagiati quattro pazienti e sette operatori, tutti vaccinati». La situazione, quindi, nonostante i vaccini, resta preoccupante. «Hanno dato la colpa a un paziente non vaccinato, arrivato da una pneumologia di un altro ospedale con tampone negativo e negativo anche il tampone d'ingresso così come i due successivi, fatti ogni quattro giorni. Si è positivizzato all'ottavo, decimo giorno nel nostro ospedale. Il contagio è arrivato ad altri tre pazienti, vaccinati anche loro. I miei colleghi, intanto, a casa con sintomi, non asintomatici come dicono, tosse, febbre come una vera influenza. E non è vero che in una settimana guariscono». In pratica, il vaccino non li ha preservati. Il dubbio sorge spontaneo e immediatamente si pensa che ci si trovi di fronte a una no vax. «Assolutamente no. A maggio ho fatto il vaccino dell'antitetanica perché mi ero punta con una rosa, i miei bambini sono tutti vaccinati, hanno fatto perfino quello delle zecche che sono tre richiami». Tutti gli altri vaccini sì, ma contraria a quello anticovid. «Non è il solito vaccino, questo. Pretendo che un vaccino mi tuteli dall'infezione. È un anno e mezzo che lavoro nel reparto Covid, mi sono messa la tuta a marzo dell'anno scorso responsabilmente perché il mio dovere era quello di stare vicina ai paziente lasciati soli e non si sapeva ancora nulla di questo virus. E con a casa un padre malato, pluripatologico, tre figli minori ai quali ero terrorizzata di portare la malattia». Quindi una sensibilità e una dedizione al lavoro totali. «Non potevo fare altro, era giusto così. Bisogna stare molto attenti soprattutto con le persone più fragili. Per quanto riguarda i bambini, però, è una faccenda differente». Le reazioni dei medici? «Tranne qualche caso sporadico, non so se per paura o convenienza, nessuno si pone una domanda e un pensiero critico lo vedo in molto pochi. Con tanti si fa fatica a parlarne.»In compenso, il virus attacca quasi indisturbato. «Sì, c'è un altro focolaio al Santa Chiara, l'ospedale maggiore di Trento ma non so dirle di più». Nel vostro ospedale in quanti non siete vaccinati? «Venti/venticinque su un centinaio. Tra quelli che hanno fatto il Covid la raccomandata con cui si invita a vaccinarsi entro l'anno non è ancora arrivata. Noi l'abbiamo già ricevuta». Chi non si vaccina rischia il posto di lavoro. «Non so come si metteranno le cose. Nell'immediato c'è la sospensione. Noi siamo azienda sanitaria e quindi la legge ha previsto questo fino a dicembre. Spero non procedano con un licenziamento, non posso permettermelo, dovrei cedere. Alcuni l'hanno già fatto, hanno il mutuo da pagare». In tanti hanno abbassato la guardia. «Lo vedo nell'utenza. Le mascherine non sono mai sistemate nel modo corretto. Li riprendo e mi rispondono “ma tanto sono vaccinato". Hanno creato questo effetto di falsa sicurezza specialmente tra gli anziani che quest'anno si sentono più rilassati, sbagliando». Intanto, nella centrale operativa del 118 di Palermo «15 infermieri sono risultati positivi ai test Covid», spiega Gioacchino Zarbo referente per la Sicilia del Nursing Up, il sindacato degli infermieri, «e si vocifera che alcuni di loro abbiano contagiato anche i famigliari. Lo abbiamo saputo dai giornali, nessuno ci ha informati. Gli infermieri, nonostante abbiano eseguito da tempo la seconda dose, si contagiano». Le difficoltà diventano insormontabili senza quelle figure insostituibili degli infermieri. «La situazione è sempre più grave e le aziende sanitarie stanno sempre più zitte», precisa Alfredo Iannaccone di Nursing Up, «quello che riusciamo a sapere ci arriva quasi per caso. A Palermo gli operatori sono vaccinati, significa che se vaccinati a febbraio, ora l'immunità non c'è più. La cosa grave, e che bisogna sottolineare, è che l'Aifa si è affrettata per l'ok per la terza dose ai soggetti fragili ottantenni però sugli infermieri e medici s'è data possibilista, dicendo “analizziamo caso per caso, se state poco bene, vediamo". Non funziona così».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infermieri-vaccinati-positivi-2655026955.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="difendo-stupratori-ma-no-vax-mai-cosi-gli-avvocati-uccidono-il-diritto" data-post-id="2655026955" data-published-at="1631690824" data-use-pagination="False"> «Difendo stupratori, ma no vax mai». Così gli avvocati uccidono il diritto Federica Eminente è un'avvocatessa del foro di La Spezia. È di famiglia ebrea. Vent'anni fa il destino le giocò uno strano scherzo: il tribunale l'assegnò come difensore d'ufficio di un criminale nazista, Heinrich Sonntag, accusato con altri 9 gerarchi tedeschi dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema compiuto il 12 agosto 1944. Sonntag non trovava un legale che si sobbarcasse quel compito e per caso trovò lei. Uno dopo l'altro, i colleghi dell'avvocato Eminente individuati in precedenza avevano rifiutato di assumere l'incarico per tenersi la coscienza pulita. Lei no. Ma la sua coscienza restò immacolata. «Una scelta professionalmente banale», spiegò all'epoca, perché ogni imputato ha diritto a un avvocato difensore e il «popolo italiano» in nome del quale si celebrano i processi ha diritto a una giustizia giusta. Aveva le lacrime agli occhi l'avvocato Eminente quando, al termine dell'arringa, davanti ad alcuni superstiti e molti familiari delle vittime, chiese l'assoluzione per Sonntag per insufficienza di prove. La sua scelta fu giudicata «un atto di alto profilo civile e morale» da Moni Ovadia, attore e regista ebreo. Sonntag fu poi condannato all'ergastolo fino in Cassazione. Anche le Ss hanno diritto a un legale, come li ebbero Goering, Ribbentrop e altri 20 criminali nazisti al processo di Norimberga. Ma oggi molti avvocati vorrebbero negare questo diritto ai no vax. È la nuova frontiera della demonizzazione verso i lavoratori che, nel loro diritto, si ribellano all'obbligo vaccinale e ricorrere contro le sospensioni dal lavoro inflitte loro. Si arrangino: è questo che pensa, per esempio, l'avvocato Stefano Giampietro, 52 anni, di Trento. Giampietro è un giuslavorista che in passato ha assistito molti lavoratori in cause che li contrapponevano ai loro capi e ha fama di uno che non molla. Ma il personale sanitario e gli insegnanti che rifiutano il siero come clienti non li vuole. «È una scelta di coscienza davanti alle numerosissime richieste giuntemi in questo senso», ha spiegato. «Dal mio punto di vista, il bene comune prevale sul bene singolo». Giampietro elenca decine di sentenze di tribunali e Tar che hanno rigettato ricorsi contro l'obbligo vaccinale, compresa la Corte di giustizia europea e la Corte europea dei diritti dell'uomo. L'avvocato, insomma, si è trasformato in giudice. Una toga vale l'altra. Altro che separazione delle carriere: per lui non vale neppure la separazione delle professioni. Giampietro ha già sentenziato come andranno le cose. Il verdetto non va pronunciato da una corte ma dal suo studio legale. Per lui i fascicoli dei no vax e dei no green pass sono spazzatura che non merita il suo tempo prezioso: «Faccio l'avvocato da vent'anni, cause perse non ne ho mai seguite e non intendo farlo ora», ha detto. Fosse dipeso da lui, il processo a Sonntag non si sarebbe potuto celebrare visto che l'imputato sarebbe rimasto privo di difesa. O comunque, poiché la sentenza di condanna era già scritta, sarebbe stato meglio dedicarsi a qualcosa di più profittevole. L'avvocato trentino rivela che molti altri suoi colleghi optano per la stessa scelta «no no vax». Come Francesco Gatti, uno dei legali più in vista di Perugia, tra l'altro presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Post (Perugia officina per la scienza e la tecnologia). «Per la prima volta nella mia vita professionale», ha annunciato Gatti sul suo profilo Facebook, «non ho difeso una persona: un sanitario di un'azienda ospedaliera che non intende vaccinarsi». Un criminale con i fiocchi, un indifendibile. Eppure l'avvocato non si è mai tirato indietro: «Ho difeso criminali di ogni tipo», ammette. «Assassini, inquinatori, stupratori, stalker, politici corrotti e ho sempre tutelato tutti impegnandomi al massimo senza mai battere ciglio perché credo molto nel diritto di difesa. Ma questa volta quando mi è arrivata la mail proprio non ce l'ho fatta». Quindi un no vax è peggio dei peggiori criminali e merita di marcire senza tutele davanti a un giudice. Questo è il ragionamento dell'avvocato Gatti: «Lo stupratore risponde della sua condotta nel suo “grande ma piccolo caso". Magari anche quello dell'inquinatore, per quanto spregevole, è un comportamento che ha un confine geografico e sociale. Il “no vax" invece risponde della sua condotta anche nella coscienza collettiva; agisce secondo un'idea sua, che io non condivido, ma ha un risvolto generale. Nella Costituzione c'è scritto che abbiamo il dovere di solidarietà. Lo dice la morale e lo dice la scienza». Roberto Burioni, il virologo preferito da Fabio Fazio, su Facebook ha messo all'indice il post di un'avvocatessa che aveva annunciato di voler difendere «tutti i cittadini (inclusi medici e infermieri) che non si vorranno sottoporre alla terapia genetica sperimentale che viene “venduta" alla popolazione come un vaccino». «La libertà è un'altra cosa», ha sentenziato Burioni nel commento aizzando una serie di insulti contro gli avvocati colpevoli di fare il proprio mestiere, cioè rappresentare gli interessi di qualcuno. «Mi vergogno di appartenere alla categoria», scrive un'avvocatessa che segue Burioni. «Mi domando perché il consiglio dell'ordine non ha ancora provveduto alla radiazione», aggiunge un collega. «La facoltà di giurisprudenza è frequentata al 90% da gente che odia la matematica e le conseguenze mi sembrano evidenti», chiosa un'altra follower. E giù offese una dietro l'altra. Perché la legge non è più uguale per tutti.
Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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