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In 13 anni appena 64 provvedimenti contro le barriere architettoniche

In 13 anni appena 64 provvedimenti contro le barriere architettoniche
Ansa
  • Una legge del 2006 impone l'obbligo di risarcimenti in caso di strutture pubbliche inadeguate. Ma i giudici intervengono pochissime volte nonostante le migliaia di segnalazioni che giungono al Centro anti disparità.
  • «Siamo un esercito di dimenticati». Carmelo Comisi, fondatore del movimento Vita indipendente Sicilia e presidente dell'associazione Disability pride onlus: «Mancano le tutele anche perché la Convenzione Onu è totalmente disapplicata».

Lo speciale comprende due articoli.


L'estate di Marco (nome di fantasia) non è stata divertente. A 15 anni ha trascorso le vacanze chiuso in casa, perché nel suo quartiere non esistono parchi adatti a bambini come lui. Marco vive a Napoli, in zona Ponticelli, e dalla nascita è affetto da cerebropatia perinatale. Per farlo stare all'aria aperta i suoi genitori devono affrontare imprese impossibili tra marciapiedi inesistenti, locali inaccessibili e aree verdi che, per chiunque non abbia perfette abilità motorie, risultano pericolosi.

Eppure, come ha riportato nei giorni scorsi il Mattino di Napoli, «la municipalità non ha partecipato all'avviso pubblico regionale per l'acquisto di giochi destinati a minori con disabilità rivolto a tutti i Comuni della Campania». Sempre nella inclusiva città di Luigi De Magistris, due mesi fa, uno studente ha scattato una foto simbolo delle discriminazioni contro cui nessuno combatte: una ragazza in carrozzina imprigionata tra le auto parcheggiate, in pieno centro, lungo strade impervie e sconnesse.

Ancora. La settimana scorsa, sempre in quel di Napoli, un turista arrivato con la carrozzina elettrica, esclusivamente per ammirare la meravigliosa Villa Poppea, ha dovuto rinunciare alla visita perché il sito, famoso in tutto il mondo, è sprovvisto di un accesso per persone con disabilità motoria. Alla denuncia del turista il Parco archeologico di Pompei ha risposto da copione: «I lavori per la realizzazione di un percorso dedicato sono in fase di avvio».

Nel resto d'Italia le cose non vanno meglio. Aida è una bimba di 7 anni con una grave disabilità che le impedisce di muovere quasi tutti i muscoli. La piccola «si sente più libera e leggera solamente in acqua», ha spiegato in una lettera aperta il papà Tiziano, «perché lì il peso del corpo agisce meno e lei riesce a muoversi divertendosi tantissimo».

La bimba vive a Latina, vicinissima al mare, eppure, per lei come per tante altre persone disabili la spiaggia è praticamente irraggiungibile. Sul litorale laziale, infatti, nonostante le promesse delle amministrazioni, la maggior parte delle spiagge pubbliche non sono dotate delle passerelle di cemento che permettano alle carrozzelle di arrivare sul bagnasciuga. Un muro invisibile che impedisce l'accesso al mare a chi non può camminare.

Passando alla evoluta Toscana, per smuovere (forse) le coscienze della giunta fiorentina di Dario Nardella sul tema delle barriere architettoniche c'è voluta tutta la perseveranza e la tenacia di Andrea Mucci, blogger fiorentino di 19 anni, dal 2016 in lotta «Contro ogni barriera» con lo slogan #Mollaloscivolo. Dopo segnalazioni, denunce e reportage, lo scorso marzo, il ragazzo ha convinto alcuni assessori a salire in carrozzina e a seguirlo in un tour per le vie della città, per vedere, in diretta, che cosa si prova. Risultato? «Cercheremo sicuramente di migliorare», hanno garantito i referenti di Palazzo Vecchio.

«Non c'è giorno in cui un disabile non sia discriminato. Nell'accedere al trasporto pubblico, andare al bar per prendere un caffè, parcheggiare nei posti riservati, andare in vacanza, visitare un museo, sentirsi negare l'insegnante di sostegno. Eppure, esiste una legge che serve per tutelare le persone con disabilità, ma questa viene spesso ignorata».

A spiegare la situazione delle persone disabili nel nostro Paese è, tra gli altri, un articolo pubblicato dalla Fondazione Cesare Serono. La legge è la numero 67 del 2006, che porta il seguente titolo magniloquente: «Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni». La normativa espressamente prevede che davanti a discriminazioni comprovate il giudice possa stabilire il «risarcimento del danno, anche non patrimoniale, ordinare la cessazione del comportamento e adottare ogni altro provvedimento idoneo».

Secondo gli ultimi dati, però, in questi 13 anni, sono stati appena 64 i provvedimenti giudiziari emessi, quasi tutti relativi all'accessibilità dei luoghi pubblici. Di contro, invece, tra 2015 e il 2018, il Centro antidiscriminazione Franco Bomprezzi ha ricevuto oltre 3.000 segnalazioni, il 33% delle quali riguarda la scuola.

«Siamo un esercito di dimenticati»

«Fare in modo che il sostantivo disabile diventi soltanto un aggettivo da aggiungere alla parola persona». Carmelo Comisi, 37 anni, laureato in filosofia, vive a Roma, già fondatore del movimento Vita indipendente Sicilia è presidente dell'associazione Disability pride onlus e organizzatore della omonima manifestazione che, quest'anno, si è svolta nella capitale il 14 luglio, in concomitanza con i Disability pride di New York, Brighton e Dakar. All'evento hanno partecipato quasi 5.000 persone, mentre appena un mese prima, all'ennesimo Gay pride della capitale, manifestanti erano oltre 700.000.

Numeri decisamente diversi…

«Le manifestazioni che davvero partono dal basso solo con fatica riescono a imporsi: da cinque anni organizzo questa manifestazione ma solo da due riceviamo un po' d'attenzione dai media».

Perché è più facile manifestare per i diritti degli Lgbt che per i vostri?

«Gli Lgbt, per quanto culturalmente siano una categoria marginalizzata, sono molto presenti in società. Al contrario le persone disabili sono di fatto escluse, non si vedono frequentemente e non fanno massa critica».

Eppure sono tante…

«Circa 4 milioni. A cui vanno aggiunte le famiglie di ognuno».

Perché in Italia le persone disabili sono invisibili?

«Perché la politica non si è mai interessata veramente alla questione e i media ci dipingono o come casi umani o come supereroi. Escludendoci così dall'immaginario collettivo che si basa invece sulla quotidianità di vita».

Anche il trattamento riservato alla categoria Lgbt è diverso da quello che tocca alle persone disabili?

«È sostanzialmente diverso: quando la categoria Lgbt ottiene un diritto riesce a farlo applicare immediatamente. Le persone disabili, al contrario, sulla carta hanno molti diritti, garantiti per legge, ma nessuno che si realizzi in modo efficace».

Per esempio?

«Nel 2007 l'Italia ha sottoscritto la Convenzione Onu per i diritti delle persone disabili che nel 2009 è diventata legge: 50 articoli, dei quali nessuno viene correttamente applicato».

Le tutele mancano anche a livello economico?

«È cosa nota. E non solo perché le pensioni di invalidità sono insufficienti, ma anche in quanto si prediligono le strutture e non gli individui».

I soldi finiscono nelle tasche sbagliate?

«Si preferisce accudire qualcuno in istituti anziché permettergli di essere assistito a casa, anche se sarebbe il sistema più economico, nonché l'unico che garantirebbe qualche possibilità di inclusione».

Nell'ultima edizione del Disability pride avete consegnato al premier, Giuseppe Conte, una serie di richieste: quali sono le più importanti?

«Qualche giorno prima della manifestazione, Conte ha fatto sapere che non poteva riceverci, ma gli abbiamo comunque fatto avere le nostre richieste, la prima delle quali riguarda il lavoro».

La legge 68 del 1999 non basta?

«No, perché le aziende che la applicano lo fanno per adempiere a un obbligo ed evitare le sanzioni».

Invece che cosa dovrebbero fare?

«Valorizzare le competenze che molte persone disabili hanno, anche grazie a impegnativi percorsi di studio».

Significherebbe valorizzare chi ha una disabilità per ciò che sa fare e non per quello che non può fare…

«Esatto. Facendo in modo che un handicap fisico non impedisca l'esercizio delle capacità personali, anche per ruoli di alta professionalità o di dirigenza, che possono essere una risorsa vera per l'azienda stessa».

È una lotta impari quella per l'indipendenza?

«È un traguardo difficile da raggiungere. Bisognerebbe garantire un'assistenza personale al di fuori delle fasce d'età nelle quali agisce la famiglia».

E poi le barriere architettoniche…

«Finché esistono, non si può realizzare nessuna indipendenza di vita».

C'è qualche realtà più evoluta, in Europa?

«Esistono molte città nel Nord e nel Centro Europa dove le possibilità sono maggiori. Ma non le conosco direttamente. Non sono mai riuscito ad andare all'estero: i mezzi di trasporto non sono attrezzati per ospitare il mio tipo di disabilità».


Il bilancio di Tedros: 3 vittime, 5 casi confermati («Ma aumenteranno»). Rispuntano Bassetti, Burioni & C. Il capitano della MV Hondius dopo la morte del primo paziente: «Nave sicura». Hostess ricoverata in Olanda.

Mamma mia, here we go again. Ci risiamo davvero? L’epidemia di Hantavirus non è nemmeno un’epidemia, ma i giornali hanno subito ritrovato il gusto dell’apocalisse sanitaria. E sono ricomparse le virostar. Al solito, con tutto e il suo contrario: Matteo Bassetti è preoccupato per la letalità della malattia e per la dispersione dei potenziali untori; Fabrizio Pregliasco esorta a evitare «inutili allarmismi»; Roberto Burioni rispolvera l’arte della spocchia e deride i «milioni di esperti» passati da Hormuz a Garlasco al virus. Come nel 2020, solo lui capisce tutto. Il Corriere della Sera dissotterra una formula capace di evocare vivide memorie: la «paura del contagio». Anche se Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms, rassicura: questo non è il nuovo Covid, conosciamo il patogeno e per infettarsi occorrono contatti prolungati. Ma se è vero che, su otto casi sospetti e cinque confermati, ci sono tre morti, Sars-Cov-2 al confronto era un raffreddore. In assenza di terapie specifiche e di vaccini da vendere a miliardi di fiale, l’agenzia Onu ci rifila una dose di moralismo: occorre «solidarietà», ha detto ieri il funzionario etiope, perché «i virus non si curano dei nostri confini». Calma, però: «Non è l’inizio di una pandemia». Almeno, stavolta non ci tocca prendere per oro colato i bollettini cinesi.

Nel dubbio, a differenza di sei anni fa, le autorità si stanno muovendo in anticipo. Ieri, l’Ue ha organizzato una «riunione di follow-up del Comitato per la sicurezza sanitaria». Vi hanno partecipato gli Stati membri dell’Unione e dello Spazio economico europeo, i cui cittadini si trovavano a bordo della nave dalla quale sarebbe partito il focolaio. «La valutazione preliminare», ha comunque garantito la portavoce di Bruxelles, «indica un basso rischio per la popolazione generale».

Il mantra è questo: la trasmissione da uomo a uomo è rara. Eppure, il ceppo andino, sceso dalla crociera sudamericana, è riuscito a prendere l’aereo. Ieri, ad Amsterdam, dov’è ricoverata, è stata sottoposta ai test un’assistente di volo della Klm, che si era incrociata con la moglie del passeggero olandese di 70 anni, morto l’11 aprile sull’imbarcazione. Costei, colta da disturbi intestinali, era approdata insieme alla salma del marito sull’isola di Sant’Elena; poi si era spostata a Johannesburg, dove, lo scorso 25 aprile, aveva provato a prendere un volo per i Paesi Bassi; a causa delle sue condizioni, però, le era stato impedito di salire sul jet. Il giorno dopo, è morta. L’Olanda, intanto, ha confermato la positività di uno dei pazienti evacuati dalla crociera e atterrati nella capitale. In Italia, si è messo in allerta lo Spallanzani. E le opposizioni hanno fatto ripartire il disco: «Il governo riferisca in Aula».

Non è il nuovo Covid. Lo dimostra la cautela dei politici, disciplinati dal prezzo che hanno dovuto pagare per le restrizioni pandemiche. Ieri, ad esempio, il ministro della Sanità di Madrid, Mónica García Gómez, si è appellata «al buon senso dei passeggeri e dei loro familiari», affinché chi arriva alle Canarie rispetti la quarantena. García ha ricordato che i 14 connazionali sul natante dovrebbero firmare un «consenso informato» per essere messi in isolamento, benché abbia poi velatamente minacciato di imporglielo. La nave MV Hondius, infatti, ha ricevuto l’autorizzazione a dirigersi a Tenerife. Tra le polemiche. Il morale a bordo è migliorato, ha assicurato Tedros, fornendo il bilancio dei contagiati: dei tre evacuati l’altro ieri, due sono nei Paesi Bassi in ospedale e uno in isolamento in Germania. Migliora l’uomo che era stato ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica, mentre uno finito in corsia a Zurigo è stabile. In Gran Bretagna, gli asintomatici confinati in casa sono due; ed è stazionario un cinquantaseienne ammalato. Resta grave il medico di bordo, colui che avrebbe giudicato «non contagioso» il paziente zero: ieri è spuntato un video in cui si vede il capitano della crociera, il 12 aprile, informare i passeggeri che la nave, visto ii parere del dottore, poteva considerarsi «sicura».

Non è il nuovo Covid. Ma la disavventura ricorda l’odissea della Diamond Princess, la nave inglese che, dal 4 febbraio 2020, finì in quarantena per oltre un mese a Yokohama. L’Oms e l’operatore dello scafo olandese hanno comunicato che i passeggeri con sintomi sono stati tutti trasferiti; mentre il ministero degli Esteri dei Paesi Bassi ha ribadito che, dopo la morte del primo paziente a bordo, circa in 40 erano scesi a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. Compresa, appunto, la moglie della vittima.

È incerta l’origine di quello che Ghebreyesus ha definito «incidente grave». Si ipotizza che la coppia olandese deceduta abbia contratto il patogeno durante un’escursione per osservare uccelli in una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Solo che, in quella provincia, non erano stati mai registrati casi. Perciò, si sta ricostruendo il percorso dei coniugi prima dell’imbarco, dal Cile (che esclude coinvolgimenti) alla Patagonia. È acclarato che la variante delle Ande è quella che si diffonde più facilmente tra esseri umani e che, in Argentina, le infezioni stanno aumentando: l’innalzamento delle temperature consente ai topi vettori di prosperare. Fatale, difatti, è l’esposizione a escrementi, urina o saliva dei roditori. Il virus ha un’incubazione che varia tra una e otto settimane e può evolvere in varie forme, dalla febbre emorragica con sindrome renale, alla nefropatia, alla sindrome polmonare, la più frequente nel continente americano. Proprio l’intervallo tra infezione e manifestazione dei sintomi ha indotto l’Oms a precisare che potrebbero emergere nuovi casi.

La MV Hondius era salpata da Ushuaia il primo aprile, con circa 150 persone. Il 6, lo sfortunato settantenne olandese ha iniziato a sentirsi male. Ma nessuno, nemmeno il dottore, aveva pensato al morbo respiratorio. Così, fino agli esiti delle analisi sulla donna morta il 26 aprile, la crociera ha proseguito il suo tragitto, lasciando scendere decine di persone. A segnalare il cluster all’Oms è stato il Regno Unito; era il 2 maggio, giorno in cui è spirata la terza vittima tedesca. A quel punto, la MV Hondius è stata bloccata a Capo Verde. Da lì, è ripartita alla volta delle Canarie, in un clima tipo Demeter, il mercantile del romanzo di Bram Stoker infestato da Dracula e trasformato in veicolo di pestilenza. E allora? Ci risiamo? Non è il nuovo Covid, no. Ma chi era in astinenza da salotti tv se lo farà bastare.

Gli Usa in manovra su Schlein e Gentiloni. Elly vede Bank of America e va da Obama
Ansa
La segretaria del Pd sondata dal colosso finanziario a Roma. E oggi vola in Canada.

Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.

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Merz l’antieuropeista ostacola Unicredit
Friedrich Merz (Ansa)
Quando i gioielli sono «suoi», il cancelliere si scopre sovranista: «Non è questo il modo di trattare Commerzbank». E schiera in difesa la «Cassa depositi e prestiti» tedesca. Intanto l’istituto italiano cede al pressing dell’Ue e vende le attività russe.

Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.

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«Prima gli italiani»? Per i giudici è reato
iStock
Le toghe scavalcano la politica sulla gestione dei migranti. La Consulta boccia il Friuli-Venezia Giulia sulle case popolari: «Vivere qui non conta». Mentre per la Corte di giustizia Ue il criterio dei 10 anni di residenza per il reddito di cittadinanza è «discriminante».

Altro che remigrazione! Con il vento che tira dalle parti dei tribunali dall’Italia non solo non se ne andrà nessuno, ma avere la cittadinanza italiana conterà come il due di coppe quando è briscola bastoni.

E a proposito di «bastoni» ecco due sentenze fresche fresche, una della Corte costituzionale, l’altra della Corte di giustizia Ue: entrambe sembrano appunto svuotare di priorità l’essere cittadini italiani ma anche essere stranieri da diverso tempo in Italia.

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