Sarà uno strumento tecnico, simile alla applicazione che la Commissione aveva introdotto per garantire la libera circolazione durante la pandemia del Covid-19 alle persone vaccinate o con un test negativo. E già qui ci sarebbe parecchio da dire.
Sicuramente le intenzioni della Von der Leyen sono buone: «Credo fermamente che siano i genitori, non gli algoritmi, a dover educare i figli», aveva detto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2025, annunciando la creazione di un gruppo di «esperti» per consigliarla sulle possibilità di introdurre il limite di età minima. Aveva indicato come potenziale modello l’Australia, che allora aveva appena annunciato l’introduzione del divieto per i minori di 16 anni. Gli stessi concetti ripetuti qualche giorno fa.
L’obiettivo, certamente meritorio, è quello di ridurre i rischi derivanti dall’uso dei social, che sopratutto negli adolescenti stanno favorendo una serie di comportamenti aggressivi e violenti. Ma i primi dati disponibili suggeriscono che la questione è più complessa di quanto sembri, sia sul piano politico, sia su quello giuridico legale che anche su quello tecnico.
Sul piano politico, al di là della retorica, la Von der Leyen ha davanti a sé una serie di resistenze per introdurre un’età minima digitale unica nella Unione europea. Gli Stati membri che hanno già annunciato una legge sono Francia, Spagna, Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi, e anche l’Italia sembra propensa a farlo. Ma ci sono anche diversi Paesi - in particolare i nordici e i baltici - che sono fortemente contrari: ritengono che il livello di educazione digitale dei genitori e dei loro figli sia tale da permettere loro di riconoscere e affrontare i pericoli procurati dai social media. Impedire ai bambini l’accesso alle piattaforme significherebbe tagliarli fuori dall’informazione e dalla conoscenza e scoraggiare le loro capacità future di innovare. La stessa vicepresidente della Commissione, responsabile per il Digitale, Henna Virkkunen, «costretta» a presentare la App, è tuttavia scettica sull’introduzione dell’età minima.
Nel frattempo alcuni Stati membri hanno iniziato a muoversi in ordine sparso: Francia e Grecia pensano di fissare la soglia minima a 15 anni, la Spagna a 16, mentre in Italia alcune forze politiche ipotizzano di fissarla, come in Austria, a 14 anni. Nasce ovviamente il problema di quale legislazione dovrebbe applicarsi ad un minore che viaggia nell’Ue: quella del paese in cui si trova, oppure quella dello Stato di cui ha nazionalità? O ancora quella del Paese di residenza? Oppure quella legata all’indirizzo Ip da cui si collega?
Tutto ciò rischia di produrre una frammentazione del mercato unico digitale, e le molte regole diverse distruggerebbero sul nascere ogni proposito di armonizzazione europea, senza considerare che probabilmente entrerebbero in collisione con lo stesso diritto europeo. Difficile però dare colpa agli Stati membri quando in realtà la Commissione europea nel presentare la App di fatto ammette oggettivamente l’impossibilità di mettere in campo una proposta legislativa unica europea.
L’esperienza australiana più volte richiamata dalla Von der Leyen, offre peraltro un primo esempio concreto delle difficoltà di applicazione di queste politiche. Le analisi più recenti mostrano che, nonostante le restrizioni introdotte, una larga parte degli adolescenti continua a utilizzare i social senza particolari difficoltà. Secondo i dati disponibili, circa il 70% dei ragazzi riesce ancora ad accedere alle piattaforme, mentre un’altra indagine indica che il 61% dei giovani tra i 12 e i 15 anni non ha avuto problemi a superare i blocchi. Un elemento particolarmente significativo riguarda il comportamento degli utenti: molti adolescenti utilizzano più account o trovano modalità alternative per aggirare i sistemi di controllo, dimostrando una notevole capacità di adattamento.
È difficile dire se nei palazzi di Bruxelles abbiano studiato bene i modelli ai quali si sono ispirati o abbiano invece affidato ad uno stagista di turno il compito di costruire l’App. La cosa più curiosa poi, per non definirla ridicola, è quella che, subito dopo la presentazione dell’App, sono bastati pochi secondi a un ingegnere informatico inglese, Paul Moore, per mettere in evidenza una vulnerabilità che consente a chiunque abbia accesso al dispositivo di aggirare i sistemi di sicurezza, forzando il reset del pin. Non solo: la stessa app della Commissione ha anche delle carenze che permetteranno di aggirare la verifica dell’età. Per non doverla usare basterà collegarsi attraverso una Vpn al di fuori dell’Ue o degli Stati membri che decideranno di imporre un’età minima per l’accesso ai social media.
Ovviamente la Commissione ha subito detto che correrà ai ripari, ma la figura barbina ormai è stata fatta. Alla luce di questi elementi, cresce il consenso attorno a soluzioni alternative rispetto ai blocchi generalizzati. Sempre più esperti sottolineano l’importanza di investire sull’educazione digitale, aiutando i giovani a sviluppare un uso più consapevole delle piattaforme. L’idea di fondo è che un approccio basato sulla formazione e sulla responsabilizzazione possa essere più efficace rispetto a un divieto difficile da applicare. E in ogni caso, se si vuole costruire un sistema di verifica dell’età, non solo lo si collochi in una dimensione multidisciplinare ma soprattutto la Commissione e la sua Presidente cerchino di studiare un po’ di più, evitando buchi nell’acqua.